martedì 24 Marzo 2026
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Nei Paesi Bassi esplodono le proteste degli agricoltori

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Negli scorsi giorni, nei Paesi Bassi sono letteralmente esplose le proteste degli agricoltori contro un piano del governo volto a ridurre drasticamente le emissioni di azoto ed ammoniaca, che secondo questi ultimi metterà in pericolo i loro mezzi di sussistenza. La scorsa settimana, infatti, in migliaia hanno viaggiato in trattore da tutti gli angoli del Paese e bloccato il traffico sulle principali autostrade olandesi per poi recarsi a Stroe, un villaggio situato nella provincia di Gheldria, dove si è si è tenuta una manifestazione. Un palco con gli altoparlanti è stato allestito, ed i partecipanti – circa 40.000 secondo gli organizzatori – hanno espresso il loro dissenso contro il piano del governo, esponendo anche striscioni con scritte come “ciò che l’Aia sceglie è profondamente doloroso per l’agricoltore” e “non possiamo più essere fermati”.

A tale protesta ha fatto seguito quella di lunedì scorso, quando gli agricoltori a bordo dei trattori hanno nuovamente bloccato diverse autostrade dei Paesi Bassi, al punto tale che le autorità hanno esortato gli automobilisti a controllare gli aggiornamenti sul traffico prima di partire. Inoltre, alcuni agricoltori hanno anche appiccato piccoli incendi all’esterno di almeno due municipi. Come riportato dai media locali, infatti, i contadini hanno dato fuoco ad alcune balle di paglia che avevano portato con sé davanti al municipio della città di Epe e di Apeldoorn.

La rabbia degli agricoltori però a quanto pare ha portato anche ad altri gesti violenti da parte di alcuni di loro che, come riportato dal quotidiano olandese NRC, nella tarda serata di martedì hanno sfondato una blocco della polizia nei pressi della casa del ministro dell’azoto Christianne van der Wal – con un’auto delle forze dell’ordine che è stata distrutta – ed hanno svuotato in strada un’autocisterna di liquame. A confermarlo è stata la stessa polizia di Gheldria – la provincia dove ha avuto luogo la vicenda – tramite un tweet in cui ha parlato di una “situazione minacciosa e inaccettabile”. Nella giornata di martedì però non è accaduto solo questo, in quanto centinaia di agricoltori si sono recati all’Aia, dove ha sede il Parlamento, sempre per protestare contro gli obiettivi di riduzione stabiliti dal governo. I manifestanti hanno portato anche due mucche con loro, minacciando di macellarle nel caso in cui le misure contro le emissioni di azoto vengano adottate.

Ma non finisce qui dato che, secondo quanto riportato da alcuni quotidiani locali, lunedì prossimo gli agricoltori potrebbero tra l’altro bloccare i centri di distribuzione dei supermercati e l’aeroporto di Schiphol. Non è un caso, dunque, che l’aeroporto in questione parli di una “possibile protesta degli agricoltori di lunedì 4 luglio”, che “potrebbe portare a un traffico maggiore del solito sulle strade dei Paesi Bassi” e per la quale è in “stretto contatto con il Royal Netherlands Marechaussee e il comune di Haarlemmermeer” per capire “come questo potrebbe influenzare Schiphol”.

Ma quali sono i motivi per cui, precisamente, gli agricoltori protestano? Innanzitutto poiché il governo – che vuole ridurre le emissioni inquinanti del 50% a livello nazionale entro il 2030 – afferma che le emissioni di ossido di azoto e ammoniaca, prodotte dal bestiame, devono essere drasticamente ridotte vicino alle aree naturali che fanno parte di una rete di habitat protetti dell’Ue, che si estende nei 27 Stati membri. Tuttavia, gli agricoltori olandesi sostengono che altri paesi dell’UE non stiano reprimendo il settore agricolo così duramente. Inoltre ritengono che il governo non stia fornendo un quadro chiaro del loro futuro e credono di essere ingiustamente presi di mira – con il piano che probabilmente li costringerà a diminuire la quantità di bestiame allevato o interrompere del tutto il lavoro – mentre altri settori che contribuiscono alle emissioni dovranno affrontare restrizioni minori.

Una prospettiva cupa dunque per gli agricoltori, con il governo che è stato costretto ad agire in tal modo dopo una serie di sentenze dei tribunali che hanno bloccato infrastrutture e progetti di costruzione per paura che potessero causare altre emissioni violando le norme ambientali. Ad ogni modo però, benché siano stati delineati gli obiettivi di riduzione delle emissioni, i modi concreti con cui raggiungerli devono ancora essere messi in campo: la palla, infatti, passa adesso alle autorità provinciali, a cui il governo ha concesso un anno per elaborarli. Nel frattempo gli agricoltori sembrano intenzionati a proseguire la loro protesta, nell’intenzione di non perdere il lavoro.

[di Raffaele De Luca]

Il Premier libico propone le dimissioni del governo

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In seguito alle proteste violente che hanno scosso tutta la Libia negli ultimi giorni – a causa del carovita e della corruzione – il premier libico Abdel Hamid Dbeibah ha proposto le dimissioni collettive di tutte le istituzioni politiche e di indire subito nuove elezioni. «Aggiungo la mia voce ai manifestanti in tutto il Paese: tutti gli organi politici devono dimettersi, compreso il governo, e non c’è modo per farlo se non attraverso le elezioni», ha scritto Dbeibah su Twitter. Dopo l’annullamento delle elezioni previste lo scorso dicembre, la classe politica libica non è stata in grado di convocarne di nuove, così la piazza ha chiesto un voto presidenziale e legislativo entro l’anno. L’appello è stato raccolto dal premier Dbeibah, anche in seguito ai fallimenti di mediazione dell’ONU tra il governo di Tripoli e quello rivale, sostenuto dal generale Haftar.

Calcio: il gioco diventato osservatorio speciale della finanziarizzazione del mondo

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Il calcio non è solo un gioco. Non solo perché tante persone ne fanno una questione tremendamente seria, ma soprattutto perché è diventato un settore economico di assoluta rilevanza e, negli ultimi anni, un osservatorio privilegiato per osservare e comprendere la progressiva finanziarizzazione dell’economia. Se è vero, infatti, che diversi cambiamenti hanno interessato il calcio moderno nella sua struttura, cioè nel modo in cui si affrontato i 90 minuti di gioco, a partire dal 26 ottobre 1863 -data della sua nascita- a mutare radicalmente negli anni è stata però la sovrastruttura, ovvero tutto...

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Le truppe cecene affermano che Lysychansk è stata liberata

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Ramzan Kadyrov, il capo delle truppe cecene schierate sul campo in Ucraina a fianco dei russi, ha annunciato che la citta’ di Lysychansk, nella Repubblica popolare di Lugansk, è stata liberata. «Lysychansk è libera! Libera dall’oppressione del regime di Kiev», ha scritto sul suo canale Telegram. Ha aggiunto che «i nostri stendardi adornano le strade e la piazza principale della città, simbolo della libertà, della forza e della grandezza della Russia». A stretto giro è arrivata la smentita di Kiev. Il consigliere del presidente ucraino Zelensky – Oleksiy Arestovych – ha affermato, infatti, che « I russi non hanno raggiunto il centro di Lysychansk, ma il controllo della città si deciderà entro lunedì». Ha poi ammesso, però, che le forze russe sono riuscite per la prima volta ad attraversare da nord il fiume che separa Lysychansk da Sievierodonetsk.

Sabato 2 luglio

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9.00 – Libia: durante alcune proteste contro il peggioramento delle condizioni di vita e lo stallo politico, un gruppo di manifestanti assalta il Parlamento di Tobruk.

11.00 – Usa: Google cancellerà la cronologia della localizzazione degli utenti che visiteranno cliniche per l’aborto, centri antiviolenza o altri luoghi sensibili.

13.00 – Iran: almeno 5 persone morte a causa di un terremoto di magnitudo 6.1.

16.00 – Siccità, a Verona limitato l’uso dell’acqua potabile.

18.00 – Texas: la Corte Suprema autorizza l’entrata in vigore di una legge del 1925 che vieta l’aborto e punisce chi lo pratica anche con la carcerazione.

19.00 – Il presidente bielorusso, Alexander Lukashenko, accusa Kiev di aver cercato di attaccare la Bielorussia sparando dei missili, che sarebbero stati intercettati.

19.30 – Milano, il sindaco Giuseppe Sala annuncia: «Abbiamo da ieri riattivato il riconoscimento dei figli nati in Italia da coppie omogenitoriali».

Siccità: Verona limita l’uso dell’acqua potabile

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A causa dell’emergenza idrica, un’ordinanza che limita l’uso dell’acqua potabile ai fini domestici, per la pulizia personale e per l’igiene, è stata firmata dal sindaco di Verona Damiano Tommasi. Nello specifico, fino al 31 agosto sarà vietato l’utilizzo dell’acqua potabile proveniente da fonte idrica per l’irrigazione di orti, giardini e campi sportivi, nonché per il riempimento di piscine e per ogni altra attività che non sia strettamente necessaria ai fini del fabbisogno umano. Tuttavia, come specificato poi dal Comune di Verona, “l’eventuale utilizzo per gli scopi sopra descritti e vietati, seppur sconsigliato, può avvenire soltanto dalle ore 21 alle 6”.

L’economia della felicità, al lavoro per un altro mondo possibile (documentario)

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Un documentario del 2011 della durata di 67 minuti diretto da Helena Norberg-Hodge, Steven Gorelick e John Page visibile liberamente su YouTube che descrive con estrema precisione e una chiarezza didattica che cos’è la globalizzazione e quali effetti negativi ha operato sia sull’intero pianeta che nelle vite di ognuno di noi. Celebrata come l’unica speranza per un futuro migliore per tutta l’umanità, una maggior comprensione e collaborazione fra i popoli e l’unico sistema per combattere la fame nel mondo, di fatto la globalizzazione è diventato un mero processo economico governato dalle grandi multinazionali che hanno come unico scopo un aumento sempre maggiore dei loro profitti e che, con il loro incontrastato potere anche politico, condizionano le decisioni del governi.

Ecco dunque come l’attivista, produttrice e co-autrice svedese Helena Norberg-Hodge, fondatrice e direttrice di Local Futures, spiega, con l’aiuto di analisti economici, attivisti, scienziati e gente comune, «le 8 scomode verità riguardo all’economia globale». Partendo da immagini suggestive, girare nel Ladakh (Piccolo Tibet) remota località sui monti dell’Himalaya occidentale, e dalla vita di quella popolazione un tempo tranquilla e serena anche se apparentemente arretrata, ci mostra poi tutti i danni causati dagli “aiuti” e dalle “sovvenzioni” erogati dalla Comunità Internazionale, unitamente ad un pesante bombardamento di pubblicità consumistica, quando negli anni 70 la globalizzazione raggiunse anche quei luoghi. “Le 8 scomode verità” raccontano tutti gli aspetti, alcuni veramente insospettabili, di che cos’è la globalizzazione e quali sono i reali interessi che muovono un meccanismo così ben congegnato che sembra non avere vie d’uscita. Un sistema che disattende quelle che forse erano le iniziali premesse e contraddice con fatti tangibili quanto ci viene propinato dai governi e da economisti conniventi.

La verità è che: «Non si può avere crescita infinita in un pianeta finito. Siamo arrivati a un punto dove realmente non ci sono più risorse per continuare a crescere». Nonostante  questa inoppugnabile realtà si continua ad affermare insistentemente che la crescita è la soluzione di tutti i problemi. Il PIL, “bestia nera” di ogni governo, domina e determina ogni decisione sul nostro futuro, rafforza la globalizzazione e di conseguenza aumentano l’inquinamento, le guerre, le disuguaglianze sociale, la disoccupazione e l’infelicità dell’uomo rendendolo confuso e insicuro in quanto si tende a colpevolizzarlo come l’unico responsabile degli sprechi e dell’ inquinamento stesso. “L’Economia della Felicità” è un film importante, utile a incoraggiare la riflessione per dare una nuova forma al nostro futuro. Una profonda e attenta analisi sulla crisi economica che si identifica con una crisi profonda dello spirito umano. In maniera forse un po’ utopistica è anche il manifesto di una nuova coscienza collettiva che si impegna a cercare un modo diverso di “consumare”, con valori legati alla comunità, all’autoproduzione, alla famiglia, mettendo l’uomo e lo sviluppo sostenibile al primo posto, non l’economia del profitto e della crescita ad ogni costo.

[di Federico Mels Colloredo]

La difesa dell’aborto non ha bisogno della disinformazione dei media mainstream

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La notizia dell’annullamento della famosa sentenza “Roe v. Wade” da parte della Corte Suprema statunitense ha generato un turbinio di reazioni e proteste. Purtroppo, in molti casi, anche di disinformazione, poiché non è stata trattata con la cura necessaria dai media e dai giornali. Titoli sensazionalistici, parziali o alle volte forzati hanno finito per veicolare l’idea falsa che la decisione di SCOTUS abbia “vietato” l’aborto negli Usa, quando non è affatto così. Uno dei concetti sbagliati più frequentemente usati nelle pagine di giornale è stato sicuramente quello di “abolizione del diritto”. Ma scavando si notano diverse varianti, fino anche a narrazioni che per far percepire una certa “gravità” della situazione ai lettori sono arrivate a sobillare direttamente odio.  

Chiariamo subito che ciò che ha fatto la Corte non è stato né abolire né vietare il diritto all’aborto. Piuttosto ha ritenuto che le argomentazioni usate nella precedente sentenza per renderlo diritto di “rango costituzionale”, come può essere, facendo un esempio banale, quello al lavoro sancito dalla nostra Carta, non erano abbastanza convincenti. Sulla scia di un’interpretazione così detta “originalista” del testo del 1789, ha quindi sancito che quello all’aborto è un diritto positivo, che può essere regolato dallo stato come ogni altra legge. Dunque ne ha rimesso la competenza ai singoli Stati Uniti

La Repubblica se n’è uscita subito il 24 giugno con il titolo forse più tragico fra quelli in circolazione: “la Corte Suprema sancisce la fine del diritto all’aborto”. Poco dopo, integrando al pezzo un video del presidente Biden, il giornale ha ribadito questa presunta “fine” in modo anche più forte. Troviamo il primo esempio dell’uso erroneo del concetto di abolizione: “La Corte Suprema abolisce il diritto all’aborto”. Una cosa simile è possibile a vedersi nel sito del Sole 24 Ore ad esempio, dove un breve video “informa” i lettori che la Corte avrebbe “abolito” l’aborto. Degni di nota per originaltà sono poi l’Adn Kronos, che scrive che la Corte avrebbe “cancellato” il diritto all’aborto, e L’Agi, che racconta di un “no” all’aborto da parte dei giudici supremi. In questo secondo caso sembra addirittura che i giudici dovessero esprimersi nel merito della pratica dell’aborto e che quindi, con quel presunto “no”, l’abbiano giudicata negativamente. 

[Titoli sensazionalistici, parziali o alle volte forzati di alcune testate che veicolano l’idea falsa che la Corte Suprema abbia “vietato” l’aborto negli Usa.]
Quello che questi come molti altri fra articoli o contenuti in rete hanno in comune è una netta contraddizione fra ciò che, in modo scioccante, prima presenta il titolo, e poi spiega, più o meno chiaramente, il corpo del testo. Prendiamo il caso più evidente: Repubblica. Fermandosi a quel “sancisce la fine del diritto” non ci sono dubbi sulla “notizia”, sembra davvero che negli States sia stato clamorosamente “abolito” o “vietato” l’aborto e che quindi una donna non possa più ricorrervi. E non c’è dubbio che purtroppo questo è quello che hanno pensato molti lettori. Nell’articolo però, a dire il vero dopo un bel po’, si specifica anche che l’interruzione di gravidanza non è stata “abolita”, né come pratica né come diritto. “Ora quindi i singoli Stati – si legge su Repubblica – saranno liberi di applicare le loro leggi in materia. Si torna agli anni precedenti alla sentenza, quando l’aborto negli Usa era disciplinato da ciascuno Stato”.

La Stampa fornisce invece esempi di narrazioni che, oltre a presentare in modo non esattamente corretto la decisione della Corte, puntano sull’odio. Il quotidiano di Giannini prima ha titolato in modo forzato “L’America che odia le donne”, e poi, a braccetto con Repubblica, se n’è uscito con un pezzo dove, accanto alla bufala del diritto all’aborto “abolito” nel titolo, metteva il volto bello sorridente del senatore della Lega Pillon. Ma forse la narrazione più odiosa è quella che delegittima la decisione della Corte in quanto presa da una maggioranza di repubblicani, da “uomini di Trump”, o anche semplicemente da “uomini”. Già il presidente Biden ha in più modi cercato di renderla invisa agli occhi degli americani rimarcando che quelli che hanno “rovesciato la legge” sono i giudici che Trump aveva scelto. Repubblica scrive ad esempio che quella sull’aborto è “una forzatura” compiuta dai “giudici nominati di Trump” e che “lacererebbe” l’America tanto che si rischia una “Seconda Guerra Civile”. Il vero rischio è che in questo modo venga completamente spostato il focus dalle ragioni alla base della scelta a un cieco tifo ideologico. Dove il perché giuridico o filosofico non è neanche considerato poiché ciò che viene a contare è solo l’apparenza del chi, assieme a tutte le etichette negative ad esso appiccicabili. 

Se c’è una cosa che davvero minaccia il diritto all’aborto, e che potrebbe contribuire ad una sua retrocessione reale rispetto all’oggi, è la disinformazione dei media mainstream. Le ragioni di questo importante diritto non ne hanno bisogno per farsi valere, così come non hanno bisogno di narrazioncine demagogiche e sensazionalistiche, fatte per mero opportunismo contingente. E nemmeno ancora hanno bisogno di denigrare chi politicamente, filosoficamente o religiosamente la pensa diversamente. I diritti si edificano con la ragione, non con la propaganda né con l’odio. 

[di Andrea Giustini]

Istat: a giugno inflazione sale all’8%, non si registrava dal 1986

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“A giugno l’inflazione accelera di nuovo salendo a un livello (+8,0%) che non si registrava da gennaio 1986 (+8,2%)”: è quanto comunica l’Istat in base alle stime preliminari. L’indice nazionale dei prezzi al consumo, però, registra un aumento anche su base mensile, precisamente dell’1,2%. “Le tensioni inflazionistiche continuano a propagarsi dai Beni energetici agli altri comparti merceologici, nell’ambito sia dei beni sia dei servizi”, comunica inoltre l’Istat.

In tutto il mondo la censura si abbatte su giornalismo e dissenso

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La libertà di stampa e il dissenso si trovano sempre più soffocati dai poteri autoritari. Potrebbe sembrare un’ovvietà, se non addirittura un luogo comune qualunquista, eppure il fenomeno risulta evidente e misurabile. Per ogni scenografico scandalo in stile Jamal Khashoggi, per ogni vergognosa applicazione dello spyware Pegasus, esistono un’infinità di stratagemmi politici ben più discreti che stanno progressivamente logorando le possibilità di manovra del giornalismo, se non addirittura della libertà di parola. Si tratta di una deriva che tendenzialmente attribuiamo a nazioni lontane e illib...

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