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venerdì 17 Settembre 2021

Non per vendetta ma per giustizia: chi controlla i controllori?

I recenti casi delle torture perpetuate ai danni dei detenuti dagli agenti penitenziari nel carcere di Santa Maria Capua Vetere e della carica, apparentemente immotivata, effettuata da alcuni carabinieri contro un gruppetto di ragazzi che se ne stavano seduti fuori da un locale a Milano ha riacceso i riflettori su un tema che in Italia non trova risposta: chi controlla i controllori? Ovvero: che possibilità hanno le autorità giudiziarie di identificare ed eventualmente punire uno o più agenti che si rendano responsabili di un uso illegittimo della forza? Una questione esplosa con forza dopo i fatti del G8 di Genova 2001 e sempre attualizzata dai casi piuttosto frequenti che continuano a verificarsi: da Stefano Cucchi a Federico Aldrovandi e Aldo Bianzino passando per altri fatti fortunatamente meno tragici ma non meno gravi, come quello di Giovanna, l’attivista No Tav gravemente ferita al volto da un lacrimogeno sparato ad altezza d’uomo da un poliziotto in Val di Susa lo scorso 18 aprile.

Se sono poche mele marce perché non isolarle?

Il tema dell’eccessivo uso della forza da parte degli agenti viene solitamente derubricato dal grosso dei media e delle forze politiche come un problema che riguarda poche “mele marce”, escludendo a priori che nelle forze dell’ordine italiane vi sia alcun tipo di problema sistemico e negando che occorra quindi prendere provvedimenti o procedere a qualche tipo di riforma. Una posizione alla quale si potrebbe obiettare citando non solo la frequenza con i quali casi del genere vengono a conoscenza del pubblico ma anche, forse soprattutto, analizzando alcuni casi che hanno testimoniato come in alcune caserme (ad esempio la Levante di Piacenza) violenze e condotte al di fuori della legge si siano rivelate pratica generale e non di pochi agenti deviati. Ad ogni modo, proprio chi crede che il problema riguardi solo poche mele marce dovrebbe, a rigor di logica, auspicare che queste vengano identificate e punite per evitare che infanghino il nome di tutti gli altri agenti che ricoprono il ruolo nel rispetto della Costituzione. Anche perché un modo, semplice, pronto all’uso ed applicato in buona parte d’Europa, già ci sarebbe.

Codice identificativo: vero strumento di tutela

Caschi, scudi e tenute antisommossa rendono irriconoscibili gli agenti durante le operazioni di piazza. Per questa ragione è da tempo pratica diffusa in molti Paesi quella di dotare i poliziotti di codici alfanumerici identificativi facili da ricordare e visibili a distanza: sono i cosiddetti “codici identificativi” e servono ad impedire che agenti responsabili di violenze possano evitare il processo per il semplice motivo che nessuno sia riuscito ad identificarli. L’uso del codice identificativo è stato richiesto agli stati membri anche dal Parlamento Europeo (raccomandazione n. 192 del 2012) e da una risoluzione del Consiglio sui Diritti Umani dell’Onu nel 2016. Oggi l’uso dei codici identificativi è già realtà in tutti i 28 Stati europei tranne Italia, Austria, Cipro, Olanda e Lussemburgo. La causa è da tempo perorata in Italia anche da Amnesty International, che sta raccogliendo le firme per darle forze, riportando anche alla luce la triste storia di Paolo Scaroni, tifoso del Brescia ridotto invalido al 100% da poliziotti mai identificati.

Perché in Italia non si riesce ad introdurre

Al Parlamento italiano sono diverse le proposte per l’introduzione del codice identificativo che sono state presentate. Le ultime in ordine di tempo da Giuditta Pini (Partito Democratico) e da Riccardo Magi (+Europa): entrambe sono impantanate alla Commissione Affari Costituzionali e sembrano avere scarse possibilità di arrivare al voto dell’aula. Ad opporsi a queste leggi sono tutti i partiti di centro-destra e i sindacati di polizia. Le motivazioni sono più o meno sempre le stesse: il Siulp (principale sindacato di polizia) sostiene che la misura «negherebbe la presunzione di innocenza proprio nei confronti di chi è deputato a mantenere e a tutelare le condizioni di vivibilità della comunità civile». Mentre il Sap l’ha definita senza mezzi termini «una proposta di marchiatura». Ma se gli agenti violenti fossero solo poche mele marce che rovinano la reputazione della stragrande maggioranza del corpo non dovrebbero essere gli stessi sindacati di polizia a richiedere l’approvazione della norma? Il dubbio sulla reale volontà di prendere le distanze da questi agenti sorge legittimo se si decide di far caso al fatto che il Sap (Sindacato autonomo di polizia) è lo stesso sindacato i cui delegati riservarono un lungo applauso agli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi, un ragazzo di 18 anni ucciso di botte da quattro agenti il 25 settembre 2005 a Ferrara.

[di Andrea Legni]

 

 

 

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