sabato 21 Maggio 2022

Giovanni Melillo: il nuovo procuratore antimafia non piace all’antimafia

Ha vinto il candidato meno noto all’opinione pubblica e carrieristicamente più “contiguo” al potere politico, ha perso una delle personalità più celebri della lotta alla criminalità organizzata. È questo il bilancio della votazione del Consiglio Superiore della Magistratura, che ha nominato il nuovo Procuratore Nazionale Antimafia: l’ha spuntata il capo della Procura di Napoli Giovanni Melillo, che ha prevalso sul Procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri per 13 voti a 7 e prenderà il posto di Cafiero De Raho, dimessosi dal vertice della Direzione Nazionale Antimafia a Febbraio. Per la nomina non è stato dunque necessario ricorrere al ballottaggio, come si era ipotizzato negli scorsi giorni, poiché Melillo ha ottenuto la maggioranza assoluta del plenum: a favore del vincitore hanno votato i 5 membri togati di “Area” e i 3 togati di “Unicost”, i vertici della Cassazione, il primo presidente Pietro Curzio e il procuratore generale Giovanni Salvi, i componenti laici Alberto Benedetti e Filippo Donati (quota 5 Stelle) e Michele Cerabona (Forza Italia). Hanno invece votato per Gratteri i due togati di “Autonomia&Indipendenza” Giuseppe Marra e Ilaria Pepe, i membri laici Stefano Cavanna ed Emanuele Basile (quota Lega), così come l’altro laico in quota 5 Stelle Fulvio Gigliotti; ma i voti simbolicamente più “pesanti” espressi a favore del Procuratore di Catanzaro sono arrivati dai togati “indipendenti” Nino Di Matteo (che è stato pm del processo “Trattativa Stato-mafia”) e Sebastiano Ardita (per nove anni direttore dell’Ufficio detenuti del Dap), bandiere di quelle associazioni antimafia che si trovano sulle barricate in seguito alle pronunce giurisprudenziali e ai provvedimenti legislativi che, negli ultimi anni, hanno depotenziato il cosiddetto “sistema Falcone”, imperniato sul 41-bis, sull’ergastolo ostativo e sullo strumento della collaborazione con la giustizia dei “pentiti” di mafia.

Gratteri, il magistrato anti-‘ndrangheta più noto dello Stivale, sotto scorta dal 1989, è l’autore del Maxiprocesso alla mafia calabrese “Rinascita-Scott“, il più importante processo a un’organizzazione mafiosa dopo il Maxiprocesso istruito da Falcone e Borsellino contro gli uomini di Cosa Nostra.

Melillo è in magistratura dal 1985. Dopo un’esperienza come pretore a Barra e a Napoli, nel ’91 diviene sostituto procuratore del capoluogo campano. Nel 1999 viene collocato fuori ruolo come magistrato addetto al Segretariato generale della Presidenza della Repubblica. Dal 2001 al 2009 passa alla Direzione Nazionale Antimafia, dove lavora come sostituto. Nel 2009 torna a Napoli, svolgendo le funzioni di procuratore aggiunto. Dal 2014 è di nuovo fuori ruolo: diventa infatti capo di gabinetto del Ministro della Giustizia Andrea Orlando. Nel 2017 è sostituito pg a Roma e, nell’estate dello stesso anno, viene nominato al vertice della procura di Napoli.

Nella discussione che ha anticipato il voto del Csm, Nino Di Matteo ha sottolineato la “maggiore e più spiccata idoneità allo scopo del procuratore Gratteri, il più idoneo a dare rinnovato slancio alla Direzione Nazionale Antimafia”. Per il giudice palermitano, bersaglio nel 2013 delle minacce di Totò Riina dalle mura del carcere di Opera, Gratteri è “uno dei magistrati più esposti al rischio. Sono state acquisiste notizie circostanziate di possibili attentati nei suoi confronti poiché in ambienti mafiosi ne percepiscono l’azione come un ostacolo e un pericolo concreto. In questa situazione una scelta eventualmente diversa suonerebbe inevitabilmente come una bocciatura del dottor Gratteri e non verrebbe compresa da quella parte di opinione pubblica ancora sensibile al tema della lotta alla mafia e agli occhi dei mafiosi risulterebbe come una presa di distanza istituzionale da un magistrato così esposto. Dobbiamo avvertire la responsabilità di non cadere negli errori che in passato, troppe volte, hanno tragicamente marchiato le scelte del Csm in tema di lotta alla mafia e che in certi casi hanno creato quelle condizioni di isolamento istituzionale che hanno costituito il terreno più fertile per omicidi e stragi“.

Anche Ardita, con parole molto nette, ha sottolineato l’importanza dell’appuntamento e la necessità “storica” della nomina di Gratteri come nuovo Procuratore Antimafia: “È come se la storia non ci avesse insegnato nulla. La tradizione del Csm è di essere organo abituato a deludere le aspirazioni professionali dei magistrati particolarmente esposti nel contrasto alla criminalità organizzata, finendo per contribuire indirettamente al loro isolamento. L’esclusione di Gratteri sarebbe non solo la bocciatura del suo impegno antimafia, ma un segnale devastante a tutto l’apparato istituzionale e al movimento culturale antimafia”.

Entrambi, senza citarlo testualmente, hanno evocato un episodio tristemente noto: la bocciatura di Giovanni Falcone, reduce dalla vittoria al Maxiprocesso e pronto a succedere ad Antonino Caponnetto come nuovo capo dell’ufficio istruzione al Tribunale di Palermo, da parte dei membri del Csm nel 1988. Allora, i componenti del plenum gli preferirono il magistrato Antonino Meli, la cui biografia era però scevra di esperienze professionali nel campo della lotta alla mafia.

Un paragone azzardato? Forse. Quel che è certo, senza nulla togliere a Melillo, è che a pochi giorni dal trentennale dalla morte di Giovanni Falcone, che fu l’ideatore della DNA, le frange più attente e attive del movimento antimafia, abituate a scorgere nei dettagli della memoria storica le stelle polari per la battaglia contro il potere mafioso, speravano in un esito ben diverso.

[di Stefano Baudino]

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