martedì 18 Giugno 2024

Stragi di mafia, le sentenze sono chiare: lo “Stato deviato” è colpevole, ma si salva sempre

Ormai non ci sono più dubbi: le stragi di mafia degli anni Novanta furono il frutto di indicibili intrecci e cointeressenze tra la criminalità organizzata – non soltanto siciliana – e pezzi di Stato “deviato”, che trovarono presumibilmente terreno comune negli ambienti della massoneria coperta e in alcuni personaggi chiave legati a gruppi eversivi neofascisti attivi in quegli anni. A raccontarcelo non sono soltanto gli spunti emersi dalle inchieste delle Procure che da anni si occupano del biennio stragista – in primis quelle di Firenze e Caltanissetta –, ma i contenuti esplosivi di numerose sentenze che, coperte dalla coltre di un sempre più assordante silenzio mediatico, sono state pronunciate negli ultimi mesi nelle aule di giustizia. Eppure, nonostante la progressiva emersione di tali verità, sebbene siano passati più di trent’anni da quegli atti efferati (che, lo ricordiamo, hanno provocato la morte di magistrati, poliziotti e civili), le punizioni sono arrivate soltanto per i mafiosi. Ancora nessuno dei presunti “grandi manovratori” extra-mafiosi e dei soggetti che operativamente si occuparono di depistare le indagini sulle stragi è infatti incorso in sentenze di condanna. E i famosi “servizi segreti deviati” restano, agli occhi dell’opinione pubblica, un’entità eterea e impalpabile.

Il depistaggio Borsellino

L’ultimo capitolo di questa storia è andato in scena martedì 4 giugno, quando la Corte di Appello di Caltanissetta, come già fatto in primo grado dai giudici del Tribunale, ha sancito che il depistaggio sulle indagini in merito alla strage di via D’Amelio, in cui morì il giudice Paolo Borsellino insieme a cinque membri della sua scorta, a livello penale non avrà colpevoli. I giudici hanno infatti dichiarato prescritto il reato di calunnia per i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, alla sbarra poiché ritenuti colpevoli di avere imbeccato il finto pentito Vincenzo Scarantino – il quale si auto-accusò di essere stato l’esecutore materiale della strage di via D’Amelio, ma che in realtà non fece mai parte di Cosa Nostra e non partecipò a nessuna fase del massacro – essendo per loro caduta l’aggravante di aver favorito la mafia. Un precedente processo, il Borsellino-Quater, aveva stabilito che il ruolo cardine nel depistaggio, giudicato “il più grave della storia repubblicana”, sarebbe stato svolto dal capo dei tre poliziotti, l’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera. Quest’ultimo, nella recente requisitoria al processo sul depistaggio, è stato definito dal pm Maurizio Bonaccorso come il «ponte» tra il mondo della mafia e quello dei servizi deviati, essendo stato peraltro «finanziato in nero dal SISDE» e «a libro paga dei Madonia», potentissima famiglia di Cosa Nostra. La Barbera è però deceduto nel 2002: non può dunque più incorrere in condanne e, soprattutto, parlare di quello che sa.

In foto: l’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera

Nel 2018, nelle motivazioni della sentenza del Borsellino Quater, i giudici della Corte d’Assise di Caltanissetta scrissero che il depistaggio Scarantino fu il frutto di “un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri”. Inoltre, secondo la Corte “c’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino (rimossa dal perimetro della strage poco dopo l’esplosione della bomba, ndr), sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende”, ovvero Arnaldo La Barbera, poliziotto che coordinò le indagini sulla strage di via D’Amelio. Secondo i giudici, infatti, il suo ruolo fu “fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia” ed egli “intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa” di Paolo Borsellino, che “conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci”.

Ma c’è di più. Incredibilmente significativo è stato infatti il contenuto delle motivazioni della sentenza di primo grado al processo sul depistaggio Borsellino, con cui il Tribunale ha dichiarato prescritto il reato di calunnia per i poliziotti Bo e Mattei, essendo per loro caduta l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra, e assolto l’ispettore Ribaudo. I giudici hanno infatti accertato responsabilità extra-mafiose non solo sul depistaggio, ma anche sul concepimento della strage di via D’Amelio. “A meno di non ipotizzare scenari inverosimili di appartenenti a Cosa nostra che si aggirano in mezzo a decine di esponenti delle forze dell’ordine, può ritenersi certo che la sparizione dell’agenda rossa non è riconducibile a una attività materiale di Cosa nostra“. Secondo il Tribunale, ciò proverebbe “l’appartenenza istituzionale di chi ebbe a sottrarre materialmente l’agenda”, essendo “indubbio che può essersi trattato solo di chi, per funzioni ricoperte, poteva intervenire indisturbato in quel determinato contesto spazio-temporale e per conoscenze pregresse sapeva cosa era necessario e opportuno sottrarre”. Il Tribunale ha poi scritto che il “l’istruttoria dibattimentale ha consentito di apprezzare una serie di elementi utili a dare concretezza alla tesi della partecipazione (morale e materiale) alla strage di Via D’Amelio di altri soggetti (diversi da Cosa nostra) e/o di gruppi di potere interessati all’eliminazione di Paolo Borsellino”. Dunque, corpi estranei a Cosa Nostra non si sarebbero solo limitati a depistare le indagini, ma avrebbero direttamente preso parte, tanto “nella fase ideativa” quanto in quella “esecutiva”, al tremendo eccidio. Soffermandosi sulla sottrazione dell’agenda rossa, i giudici asseriscono che “un intervento così invasivo, tempestivo (e purtroppo efficace) nell’eliminazione di un elemento probatorio così importante per ricostruire – non oggi, ma già 1992 – il movente dell’eccidio di Via D’Amelio certifica la necessità per soggetti esterni a Cosa Nostra di intervenire per alterare il quadro delle investigazioni, evitando che si potesse indagare efficacemente sulle matrici non mafiose della strage (che si aggiungono, come già detto a quella mafiosa) e, in ultima analisi, disvelare il loro coinvolgimento nella strage di Via D’Amelio”. Eppure, i giudici non sono riusciti a individuare le precise generalità dei responsabili.

Mori e Bellini

C’è un’altra importante novità in questo coacervo di atti giudiziari. Essa riguarda l’inchiesta aperta dalla Procura di Firenze per strage, associazione mafiosa e associazione con fini terroristici ed eversivi contro l’ordine democratico nei confronti dell’ex capo del ROS – poi divenuto anche direttore del SISDE – Mario Mori, che ieri pomeriggio è stato interrogato dai pm fiorentini. Recentemente assolto in Cassazione al processo “Trattativa Stato-mafia” (sebbene la “trattativa” tra il ROS e Cosa Nostra, inaugurata dopo la strage di Capaci per il tramite dell’ex sindaco mafioso di Palermo Vito Ciancimino, sia stata pienamente confermata dalle sentenze), secondo le ricostruzioni della Procura toscana, Mori avrebbe ottenuto informazioni da due importanti fonti in merito agli attentati che la mafia aveva in programma di compiere. Si parla, nello specifico delle bombe scoppiate nel 1993 all’Accademia dei Georgofili di Firenze, alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, alla Galleria d’Arte Moderna di via Palestro a Milano, oltre al fallito attentato allo stadio Olimpico del gennaio 1994. Raggiunto da tali informazioni, per i magistrati egli non avrebbe impedito “mediante doverose segnalazioni o denunce, ovvero con l’adozione di autonome iniziative investigative o preventive, gli eventi stragisti di Firenze, Roma e Milano di cui aveva avuto plurime anticipazioni”.

In foto: Mario Mori, ex generale del ROS dei Carabinieri

Nello specifico, la Procura afferma che Mori, in prima battuta, sarebbe “stato informato già nell’agosto 1992, dal maresciallo Roberto Tempesta del proposito di Cosa Nostra, veicolatogli dalla fonte Paolo Bellini, di attentare al patrimonio storico, artistico e monumentale italiano, in particolare alla Torre di Pisa”. Successivamente, in occasione “di un colloquio investigativo a Carinola il 25 giugno 1993”, Mori sarebbe invece stato avvertito da Angelo Siino, il “ministro dei lavori pubblici” di Cosa Nostra, il quale gli avrebbe “espressamente comunicato che vi sarebbero stati attentati al Nord”. Siino avrebbe infatti riferito a Mori di avere saputo da molteplici fonti che la mafia aveva intenzione di consumare azioni eclatanti nel nord Italia per favorire l’emersione di nuove entità politiche collegate a Bettino Craxi. Paolo Bellini – punto di tramite tra ambienti dei servizi, carabinieri, eversione di destra e mafia – è attualmente indagato dalla Procura di Firenze con l’accusa di strage con l’aggravante di aver favorito la mafia. Secondo i pm, potrebbe essere proprio Bellini il “suggeritore” degli attentati compiuti nel Nord e nel Centro Italia nel 1993. Bellini è stato inoltre recentemente condannato in primo grado tra gli esecutori della strage di Bologna del 2 agosto 1980, attentato che i giudici – come dimostrano le motivazioni della condanna all’ergastolo inflitta lo scorso settembre all’ex NAR Gilberto Cavallini –, fu a tutti gli effetti una “strage politica”, frutto della convergenza d’interessi tra il gruppo eversivo di matrice neofascista dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR), la loggia P2 di Licio Gelli e i servizi segreti deviati che allo stesso Gelli rispondevano e che si occuparono di depistare le indagini sul massacro.

Quelli a carico di Mori sono, ovviamente, soltanto elementi di indagine, ma sul generale le ombre aleggiano da molti anni. Oltre che al processo “Trattativa”, l’ex Ros è infatti andato alla sbarra, accusato di favoreggiamento alla mafia, in seguito all’episodio della mancata perquisizione e sorveglianza del covo di Riina dopo il suo arresto del 15 gennaio, nonché dopo quello della mancata cattura di Provenzano del 31 ottobre 1995 a Mezzojuso da parte dei Carabinieri. A condurre gli uomini di Mori al casolare in cui trascorreva la sua latitanza l’allora capo di Cosa Nostra era stato il coraggioso informatore Luigi Ilardo, che pochi mesi dopo, il 10 maggio 1996, sarebbe stato ucciso dalla mafia in seguito a una probabile “soffiata” da ambienti istituzionali (alla Procura di Catania c’è infatti un fascicolo aperto sui presunti mandanti esterni del delitto). In entrambi i casi, Mori e i suoi coimputati furono assolti “perché il fatto non costituisce reato”.

‘Ndrangheta stragista

Un altro passaggio fondamentale ha avuto luogo nel marzo 2023, quando i giudici della Corte d’Assise d’Appello di Reggio Calabria, al processo sulla “’Ndrangheta Stragista”, hanno condannato all’ergastolo il capomafia palermitano Giuseppe Graviano e il boss calabrese Rocco Filippone, ritenuti responsabili come mandanti di una serie di attentati e omicidi avvenuti tra il dicembre 1993 e il febbraio 1994. Nel marzo di quest’anno, sono uscite le motivazioni della sentenza, che offrono uno scenario molto denso sull’alleanza che le associazioni di criminalità organizzata avrebbero stretto con entità extra-mafiose. Secondo i giudici, è infatti emerso “un quadro ricostruttivo granitico e convergente in ordine all’implicazione dei più alti livelli ‘ndranghetistici nei delitti in esame ed alla loro interazione con la mafia siciliana, la massoneria e i servizi segreti, nonché sul tema di Falange Armata”, ovvero della sigla utilizzata per rivendicare decine di stragi e omicidi “per finalità di depistaggio” che, secondo la Corte, fu il “frutto del ‘suggerimento’ dei servizi segreti deviati”. I giudici hanno accertato non solo “la stretta ‘vicinanza’ fra la ‘ndrangheta e i servizi segreti”, ma anche una vera e propria “sinergia operativa fra i due organismi negli specifici episodi criminosi”, certi dello “strettissimo collegamento sussistente fra ‘Ndrangheta, Cosa Nostra e i servizi segreti nel piano di destabilizzazione dello Stato, per il raggiungimento, ognuno, dei propri obiettivi di natura comunque eversiva”.

I giudici reputano “accertati” gli “intrecci che negli anni si sono dipanati tra organizzazioni criminali e ambienti massonici e politici”, nell’ambito di una “evidente convergenza e commistione di interessi che mirava al comune intento di destabilizzare lo Stato e sostituire la vecchia classe dirigente che, agli occhi dei predetti, non aveva soddisfatto i loro ‘desiderata’”. La Corte ha infatti ricordato come, in seguito allo scoppio di Tangentopoli, Cosa Nostra e ‘Ndrangheta lavorarono alla creazione di “un nuovo piano politico a carattere autonomista” che potesse sostenere “temi sul fronte della giustizia, quali la modifica della legislazione antimafia”. Un progetto che però fu messo da parte “in favore dell’appoggio al nascente partito di Forza Italia, con alcuni dei cui esponenti i siciliani avevano avviato contatti, tant’è che le stragi cessarono nel corso dell’anno 1994, sussistendo l’aspettativa che il nuovo soggetto politico avrebbe ‘aiutato’ le organizzazioni criminali che l’avevano elettoralmente sostenuto”.

La politica

In questo complesso scenario, non può infatti mancare alla lista delle presunte entità di carattere “eversivo” che hanno strettamente collaborato in quella violenta fase di storia italiana la componente politica. I magistrati di Firenze e Caltanissetta stanno cercando proprio di fare luce su questo tema, rispetto a cui ci sono novità importanti. Per esempio, dall’atto di chiusura indagini inerente il filone dell’inchiesta sul patrimonio dell’ex senatore di Forza Italia Marcello Dell’Utri – che ha già scontato una condanna a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa – emerge che il “fedelissimo” di Silvio Berlusconi è accusato di violazione della normativa antimafia e, in concorso con sua moglie, di trasferimento fraudolento di valori, con l’aggravante di aver agito “al fine di occultare la più grave condotta di concorso nelle stragi ascrivibile a Silvio Berlusconi e allo stesso Dell’Utri”. Secondo la Procura di Firenze, infatti, le ingenti somme girate da Berlusconi alla famiglia Dell’Utri – circa 28 milioni di euro tra il 2012 e il 2021 (cui va aggiunto, dal maggio 2021, anche un vitalizio da 30mila euro al mese) – sarebbero servite a far tenere la bocca chiusa all’ex senatore in merito alle presunte implicazioni del ruolo politico di Berlusconi dietro le stragi del 1993. Insieme a Dell’Utri, fino al momento della sua morte, era indagato dai pm fiorentini tra i possibili mandanti esterni delle stragi anche lo stesso Berlusconi.

In foto: Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi

Portando lo sguardo in Sicilia, è bene evidenziare che, nel maggio del 2022, il gip del tribunale di Caltanissetta, Graziella Luparello, ha respinto la richiesta di archiviazione – avanzata due mesi prima dalla Procura – dell’inchiesta sui presunti mandanti esterni della strage di via D’Amelio, dando impulso a nuove indagini ed esplicitando anche i “binari” sui quali far convogliare le energie investigative dei pm sul biennio stragista: la possibile rilevanza della “pista ‘istituzionale’”, incentrata sul “concorso nelle stragi di personaggi delle istituzioni deviate, eventualmente organizzati in organismi paramilitari”, quella della “pista nera”, che evidenzi le possibili “collusioni tra mafia siciliana ed esponenti di destra eversiva” nell’ambito della “lettura coordinata dei diversi delitti eccellenti degli anni ’80-’90” – tra le figure che, secondo la gip, meritano un accurato approfondimento investigativo, figura Paolo Bellini –, ma anche quella dell’eventuale presenza “di un anello di carattere politico individuabile in un personaggio o in un partito politico che potrebbe aver concorso a definire la strategia della tensione, allo scopo di legarsi, in un reciproco ‘do ut des’, a Cosa Nostra”.

Di Berlusconi, Dell’Utri e Forza Italia si parla diffusamente anche la summenzionata sentenza sulla “‘Ndrangheta stragista”. Infatti, all’interno delle motivazioni, la Corte ha ricordando come Dell’Utri sia stato definitivamente considerato “responsabile del reato di concorso in esterno in associazione mafiosa nell’arco temporale 1978-1982” per avere “favorito e determinato la realizzazione di un accordo di reciproco interesse fra i boss mafiosi e l’imprenditore Berlusconi”. A questo proposito la Corte evidenzia come la contestuale assunzione nella villa di Arcore – residenza del Cavaliere – del boss mafioso di Porta Nuova Vittorio Mangano “costituiva espressione dell’accordo concluso, in virtù della mediazione di Dell’Utri, tra gli esponenti palermitani di Cosa Nostra e Berlusconi, in quanto funzionale a garantire un presidio mafioso all’interno della villa dell’imprenditore”. I giudici si soffermano poi sui dialoghi intrattenuti da Graviano in carcere con il suo compagno di ora d’aria Umberto Adinolfi, da cui emergono “i contenuti chiari di un risentimento dell’imputato (Graviano, ndr) nei confronti del politico e del ‘compaesano’ Dell’Utri, che avevano tradito gli accordi, non ricambiando, con interventi legislativi, l’aiuto che i siciliani avevano fornito alla nascita del nuovo partito di Forza Italia ed all’elezione dei predetti”. In merito al fallito attentato allo Stadio Olimpico, programmato per la sera del 23 gennaio 1994 e fortunatamente non andato in porto per il malfunzionamento del telecomando, i giudici hanno confermato la ricostruzione del pentito Gaspare Spatuzza – il “vero” esecutore materiale della strage di via D’Amelio, che sconfessò Scarantino –, il quale aveva raccontato ai pm di un incontro avvenuto poco prima della fallita strage al bar Doney di Roma con Giuseppe Graviano, il boss di Brancaccio. In quell’occasione, come dichiarato da Spatuzza, Graviano si era dimostrato soddisfatto, dicendo che “avevamo portato a buon fine tutto quello che noi speravamo”, facendo riferimento a “«quello del Canale 5»” ed al “«compaesano»” Dell’Utri, aggiungendo di avere “«il Paese nelle mani»” e che bisognava dare il “«colpo di grazia»”. Ma l’attentato, dopo l’annuncio della discesa in campo di Silvio Berlusconi (26 gennaio), l’arresto di Giuseppe Graviano (27 gennaio) e la vittoria alle elezioni Politiche di Forza Italia (28 marzo), non fu più replicato.

[di Stefano Baudino]

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