sabato 7 Febbraio 2026
Home Blog Pagina 1289

Costruire un nuovo approccio alla migrazione: intervista ad Andrea Costa

0

Rifiutare la narrazione convenzionale per ripartire da una basata su numeri concreti: questo il punto da cui partire, secondo Andrea Costa, per comprendere appieno un fenomeno complesso e in continuo mutamento come la migrazione. Presidente dell’associazione Baobab Experience, che dal 2015 offre supporto ai migranti sul territorio di Roma, Costa ha rischiato una condanna fino a 18 anni di carcere per favoreggiamento dell’emigrazione clandestina. Il motivo: aver comprato 9 biglietti dell’autobus per altrettanti migranti che vivevano per strada, per permettere loro di raggiungere il campo della Croce Rossa a Ventimiglia. Il 3 maggio scorso il pm ha fatto cadere tutte le accuse perché “il fatto non sussiste”, tuttavia la vicenda rimane un caso esemplare di quella tendenza alla criminalizzazione di coloro che prestano aiuto umanitario ai profughi, diffusa in Italia negli ultimi anni. Abbiamo raggiunto Costa al telefono per parlare della sua vicenda giudiziaria, ma anche delle possibilità di rivedere del tutto l’approccio alla questione migranti, soprattutto dopo che la guerra in Ucraina ha dimostrato che l’accoglienza è possibile.

Come prima cosa credo sia importante ripercorrere i fatti relativi alla vicenda giudiziaria che l’hanno vista coinvolta e che si è conclusa il 3 maggio scorso. 

La strategia di colpire le ONG e le associazioni che operano nel campo della solidarietà ai migranti nasce in Italia verso la fine del 2016. Vengono prese di mira sia quelle che effettuano i salvataggi in mare in zona SAR sia quelle che in terra aiutano i migranti, anche quelli che si trovano sul nostro territorio solo di passaggio. Nei confronti di Baobab Experience, che dal 2015 operava a Roma con un grosso transito di migranti e che nel 2016 ne aveva aiutati 60-70 mila ad attraversare il Paese, comincia a indagare l’antimafia. Si cerca l’associazione a delinquere e prove del fatto che l’associazione fa quel che fa non per un fine umanitario ma per un fine molto probabilmente economico. Dopo mesi e mesi di pedinamenti e intercettazioni l’antimafia conclude che non vi è reato e mette fine alle indagini. Siamo però arrivati al 2017 inoltrato e personaggi come Matteo Salvini sono in piena ascesa politica. Un solerte giudice della magistratura ordinaria decide, in questo contesto, riaprire le indagini. Di tutti i mesi e mesi di intercettazioni effettuate si attaccano a una telefonata nella quale io organizzo il pagamento di nove biglietti a 8 ragazzi sudanesi e uno del Ciad che si trovavano a Roma ed erano finiti sul marciapiede dopo uno sgombero e che volevano recarsi al centro della Croce Rossa di Ventimiglia. Comincia così l’iter processuale, che viene rallentato nel 2020 a causa di ritardi e rinvii dovuti alla pandemia. Lo scorso 3 maggio arriva la sentenza di assoluzione, non da parte del giudice perché il pubblico ministero, che nel frattempo era cambiato, ha fatto cadere tutte le accuse decretando la non sussistenza del fatto.

Sul sito di Baobab Experience si legge dell’esistenza di una direttiva del Consiglio europeo, la Facilitation directive, volta proprio a stabilire una distinzione tra coloro che forniscono aiuti umanitari ai migranti e i trafficanti di esseri umani, che l’Italia non ha adottato. Può spiegare meglio in cosa consiste? 

Si tratta di una direttiva che nasce negli anni dell’ex Jugoslavia e dovrebbe permettere a Paesi limitrofi di poter aiutare le persone senza incorrere nel reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Dovrebbe permettere di facilitare le operazioni di soccorso e di prima accoglienza, sburocratizzare l’arrivo della persona e così via. Questa direttiva però non è mai stata messa in pratica, fino a quando 74 giorni fa scoppia la guerra in Ucraina e comincia a esserci un serio problema di profughi e rifugiati. I quasi 5 milioni di ucraini, soprattutto donne e bambini, che hanno lasciato il loro Paese riescono così a muoversi senza problemi attraversando le frontiere di Ucraina, Moldavia, Romania, Ungheria e Slovenia fino ad arrivare all’Italia. Cinque frontiere, di cui due non comunitarie -quelle tra Ucraina e Moldavia-, che non hanno sollevato nessuna obiezione di fronte al passaggio di cittadini extracomunitari. Noi siamo molto contenti di questo, però certo stride un po’ con il fatto che mentre per questa cosa qui si riceve il plauso delle istituzioni, delle forze dell’ordine, delle guardie di frontiera, in Italia si rischiano dai 6 ai 18 anni per aver comprato un biglietto dei pullman per andare da Roma a Genova a dei migranti. Io faccio presente che grazie a questa direttiva e a questa gestione emergenziale dei profughi ucraini per esempio questi non pagano i mezzi pubblici, sia all’interno delle città che tra comuni diversi. Quindi io non sarei dovuto andare a processo perché non c’era reato, non avrei dovuto comprare i biglietti a chi fuggiva dalla guerra in Sudan perché in teoria questi vi ha diritto a titolo gratuito.

Quindi essendo una direttiva e non una legge viene usata in modo del tutto arbitrario?

Sì, esattamente.

L’Italia, Paese di frontiera dell’area Schengen, ha sempre trattato in modo emergenziale la questione migranti, anche quando i dati chiaramente mostrano che non si tratta di un’emergenza. A smentire questa narrativa è stata proprio la guerra esplosa in Ucraina, che sta mostrando che una forma di accoglienza è possibile e lo è anche organizzarla in tempi brevi. Secondo lei una volta terminata la guerra cambierà qualcosa nel sistema di accoglienza italiano, proprio in ragione di quello che è successo con i profughi ucraini? 

È quello che tutti ci auguriamo, soprattutto nel mondo dell’associazionismo che si occupa di solidarietà e di prima e seconda accoglienza per i migranti. Sarebbe molto importante, perché altrimenti si rischia davvero un effetto quasi di apartheid: sarà un caso ma mentre c’è diffidenza verso il migrante con la pelle scura, lo stesso non accade verso coloro che sono biondi e hanno gli occhi azzurri. Purtroppo invece proprio è come dicevi te, è la narrazione che va ribaltata e rovesciata. Per troppi anni abbiamo sentito slogan populisti, demagogici, nazionalisti che parlavano di invasione, di sostituzione etnica. Non c’è un numero della migrazione precedente alla guerra attuale che eguagli il quantitativo di migranti in arrivo dall’Ucraina ora. Eppure oggi non sentiamo parlare di ucraini che ci invadono, nonostante in due mesi ne siano arrivati in numero quasi equivalente al totale del 2020 e 2021. Nel 2021 sono arrivati 60 mila migranti, buona parte dei quali hanno proseguito il viaggio -perché per molti l’Italia è un Paese di transito e non una destinazione finale-, adesso dall’Ucraina ne sono arrivati oltre 100 mila in 75 giorni. Nessuno, giustamente, parla di invasione. Io credo che la tematica della migrazione la riusciremo ad affrontare in maniera corretta, con tutte le problematiche annesse solo quando inizieremo a trattare il fenomeno per quello che è e non come carburante elettorale per aumentare le paure della gente sotto elezione e strappare qualche voto in nome della sicurezza, tanto a destraquanto a sinistra. Dobbiamo veramente cominciare a raccontare un’altra migrazione e dobbiamo raccontarne la versione più veritiera: non c’è nessuna invasione. La migrazione è un tema che va trattato con polso e senza lassismi, discutendo sui numeri e sui criteri di apertura e chiusura.

Nel contesto di questa gestione emergenziale, che lascia dei vuoti istituzionali importanti, si devono inserire le ONG e le associazioni come Baobab Experience. Qual è il peso di queste organizzazioni private e l’importanza nella gestione dell’accoglienza dei migranti?

Detto sinceramente e al di là di qualsiasi falsa modestia, anche perché non mi riferisco solo a Baobab Experience, il vuoto che queste associazioni hanno riempito in questi anni è una cosa di cui Italia ed Europa si dovrebbero vantare e basta. Nel 2015-16, all’inizio di quella che è stata definita una “crisi migratoria”, il Governo fingeva di non vedere i transitanti  perché non gli conveniva: in caso contrario avrebbe infatti dovuto identificarli e, nel rispetto della Convenzione di Dublino, metterli in centri e dar loro assistenza. Per questo motivo ha preferito chiudere gli occhi e lasciare che fossero le associazioni a fare assistenza in strada, dare cibo e assistenza sanitaria e in qualche modo a indirizzarli verso il nord del Paese. Che volessero incolpare me di favoreggiamento dell’emigrazione clandestina -e non si capisce nemmeno perché sia stata l’Italia a contestare questo reato, perché al massimo sarebbe dovuta essere la Francia a farlo- è assurdo, non ho mica deciso io che i campi della Croce Rossa fossero vicini al confine: uno è a Ventimiglia, vicino al confine con la Francia, uno a Como ovvero vicino al confine con la Svizzera, uno al Brennero ovvero al confine con Austria e Germania…  Non sono le associazioni a decidere le rotte migratorie: sono cose che i migranti stabiliscono con i loro criteri e un loro volere che va sempre tenuto in considerazione. Per tornare alla tua domanda certo, le associazioni hanno riempito un vuoto e io credo che senza di loro ci sarebbe stato più caos, anche a livello di ordine pubblico, che è una questione che preoccupa sempre molto la gente. Inoltre in qualche modo le organizzazioni abbiano contribuito a limitare anche il conto dei danni: pensa alle ONG di mare, a quanta gente in più sarebbe affogata se non avessero effettuato i salvataggi, o a quante persone sono state salvate dalle ONG di terra, in particolare soggetti fragili come le donne nel circuito della tratta o i minori, che spariscono a centinaia sul nostro territorio ogni anno. Si tratta di un terreno delicato nel quale le associazioni penso abbiano fatto solo del bene in questi anni.

Baobab Experience come agisce sul territorio?

Noi avevamo centri e presidi che sono stati sgomberati, l’ultima volta è stata l’estate scorsa all’interno della stazione Tiburtina. Poi noi siamo autorizzati ad avere un presidio che comincia alle 18.30 di sera dove diamo la cena e distribuiamo vestiti, tende e coperte. Poi ci sono tutta una serie di attività parallele tra le quali lo sportello in quartiere san Lorenzo, tra le due stazioni, uno studio legale, Baobab for jobs, che aiuta i migranti a compilare i CV e li segnala alle aziende, lo sportello psicologico e sanitario, due progetti di housing… Poi abbiamo progetti al confine tra Bosnia e Croazia, in Romania -ovvero su quella rotta balcanica dove si muore ancora troppo. Abbiamo anche progetti ai confini Nord dell’Italia: Ventimiglia, Como, Brennero e così via. A questo si è aggiunto negli ultimi mesi anche il nostro sforzo in Ucraina, per supportare le persone che prestano aiuto lì e per aiutare i profughi a fuggire nella maniera più sicura possibile.

Ora con l’emergenza in Ucraina non si sente più parlare di migranti e sbarchi sul nostro territorio. I dati mostrano come dal 2015-16 la tendenza è stata una progressiva diminuzione: adesso la situazione qual è?

Gli sbarchi continuano sempre. Magari è cambiata qualche rotta, ma dalla Libia continuano ad arrivare barconi a momenti alterni, in base alle pressioni che i trafficanti e la Guardia costiera libica fanno sulle istituzioni europee per avere maggiori donazioni di soldi o di materiale. Sono cambiate molto le rotte: noi sulla rotta balcanica abbiamo incontrato gente proveniente dall’Africa occidentale, perché ormai gira la voce di cosa avviene nei campi in Libia. Ora molti preferiscono fare il giro lungo, arrivando in Grecia e percorrendo la rotta balcanica. C’è un po’ un impazzimento in questo senso: si incontrano donne dell’Africa subsahariana lungo la rotta balcanica e persone dal Bangladesh e dall’Afghanistan che arrivano dalla Libia, perché magari sono stufi di stare ad aspettare in un campo in Turchia o in Grecia e si muovono in altro modo. È davvero complicato individuare le rotte: la migrazione non si ferma. Se avessimo evitato di trattare come un’emergenza qualcosa che non lo era, se avessimo avuto una politica e una stampa che si fossero occupate più dei problemi reali del Paese nessuno di noi vivrebbe la migrazione così.

Anche perché sembra chiaro che, nonostante la costruzione di muri e barriere, le persone continuino a cercare modi per spostarsi e aggirare l’ostacolo… 

La costruzione dei muri aiuta solo i trafficanti, quelli che si fanno pagare sempre di più per farli scavalcare, passare sotto o aggirare. Più si alzano i muri più si aiutano i trafficanti, più si colpiscono le ONG di terra e di mare che aiutano gratuitamente i migranti più si danno soldi alle varie mafie che gestiscono il traffico. Sembra quasi che si voglia che la cosa resti così.

Da lungo tempo la legislazione sulla migrazione non viene rivista: la Bossi-Fini, per esempio, è del 2002. Si è cercato semmai di inasprirne i caratteri restrittivi, con l’approvazione dei cosiddetti “decreti sicurezza” di Salvini, poi in parte dismessi. Secondo lei in che modo andrebbe migliorata o aggiornata la legge sull’immigrazione?

La legge sull’immigrazione va rivista tutta. I giovani oggi a stento sanno chi siano Bossi e Fini: quello della migrazione è un tema in continua mutazione, non si può gestire con una legge che risale a oltre 20 anni fa fatta da due soggetti che sono fuori dalla politica da anni. Dal 2002 poi si sono alternati governi di ogni tipo, ma nessuno l’ha mai rivista. La prima cosa da fare sarebbe snellire le procedure: non è possibile che ci vogliano un’anno e mezzo o due per sapere se si ha diritto o meno alla cittadinanza. Anche perché il meccanismo è come un cane che si morde la coda: se non hai il permesso non hai la residenza, se non hai la residenza non hai un lavoro, se non hai un lavoro non hai alcuni diritti, se non hai accesso alla scuola non sei cittadino ma se non hai una residenza non puoi accedere ai servizi scolastici e professionali… così è un disastro, si rischia di creare una generazione di migranti che saranno per forza di cose inadeguati. Io sono chiaramente per un sì generalizzato alle richieste di chi fugge dal proprio Paese per venire qui, ma anche fosse un no cerchiamo di velocizzare tutte queste procedure. Oltre che nel metodo la legge è poi sbagliata anche nel merito, perché considera la migrazione come un reato: chi migra è automaticamente in debito verso l’Italia e la giustizia. Siamo noi il Paese più ricco e avanzato, che tra l’altro necessita di manodopera a tutti i livelli, nei lavori umili a quelli più elevati -ricordiamo che siamo un Paese a nascita zero. Bisogna invertire questa narrazione, se no non se ne esce.

[di Valeria Casolaro]

La maggioranza dei parlamentari è contro le armi a Kiev, ma solo a parole

9

La maggioranza dei parlamentari fa capo a gruppi che hanno espresso con una retorica inequivocabile la contrarietà all’invio di armi a Kiev. Si tratta dei gruppi di Forza Italia, Lega e Movimento 5 Stelle, che contano rispettivamente un totale di 368 parlamentari alla Camera, su un totale di 630, e 186 (su 321) in Senato. A questi va poi aggiunta quella parte del Gruppo Misto afferente ad Alternativa e a Potere al Popolo che hanno espresso pareri simili. Il totale, solo tra FI, M5S e Lega ammonta a 554 parlamentari, quasi il 60% del totale. Eppure, quando richiesta, è sempre stata concessa la fiducia alle mozioni del Governo, compreso riguardo la questione dell’invio di armi in Ucraina.

Tra il dire e il fare c’è di mezzo il rischio della crisi di Governo: è infatti un’anomalia tutta italiana quella per la quale un voto di sfiducia comporti automaticamente la caduta dell’intero esecutivo. Tuttavia non si spiega altrimenti il comportamento contraddittorio dei principali partiti riguardo le questioni di fiducia poste dal Governo, tra le quali anche l’invio di armi in Ucraina.

Matteo Salvini ieri ha dichiarato con fermezza di aver «ribadito al presidente Draghi che io di mio, con le mie responsabilità, sto percorrendo tutti i canali e i rapporti che ho coltivato negli anni per arrivare a uno stop alle armi». Tuttavia, alla domanda diretta «Chiederete il voto sulle armi?» il leader della Lega risponde che «No, non mi sembra che arrivino delle comunicazioni, non mi sembra che siano previsti voti», per poi aggiungere «Non c’è niente da votare, io non commento le ipotesi».

Stessa solfa per quanto riguarda il Movimento 5 Stelle, il cui presidente Giuseppe Conte ha accuratamente evitato di esprimere posizioni nette riguardo l’invio di armi in Ucraina. Il documento redatto al termine dell’ultima riunione dei vertici del Movimento riporta infatti come si ritenga “assolutamente opportuno che l’Italia, dopo avere già inviato varie forniture comprensive anche di armamenti per consentire all’Ucraina di esercitare il diritto alla legittima difesa di cui all’art. 51 della Carta delle Nazioni Unite, concentri adesso i suoi sforzi sul piano diplomatico”. L’invio delle armi appare quindi implicitamente considerato legittimo: di certo non figura qui condanna esplicita da parte del Movimento.

Il leader di Forza Italia Silvio Berlusconi non è stato da meno: durante il comizio tenutosi lunedì sera ha espresso posizioni apparentemente molto nette contro l’invio di armi, sottolineando come questo implichi la nostra automatica presenza in un contesto di guerra. «Siamo in guerra anche noi perché gli mandiamo le armi, adesso dopo le armi leggere mi hanno detto che gli mandiamo carri armati e cannoni pesanti, lasciamo perdere. Cosa significa tutto questo? Che avremmo dei forti ritorni dalle sanzioni sulla nostra economia e ci saranno danni ancora più gravi in Africa e allora è possibile che si formino delle ondate di profughi e questo è un pericolo derivante dalla guerra in Ucraina». La preoccupazione espressa sembra quindi forte: peccato che nemmeno Forza Italia si sia pronunciata riguardo il voto parlamentare.

A dissipare qualsiasi dubbio vi è la nota del Copasir, che considera l’invio di armi in Ucraina “in linea con le indicazioni e gli indirizzi dettati dal Parlamento“, riferendo riguardo al terzo decreto (secretato) sull’invio di materiale bellico. Tutto il resto, quindi, è solo politica.

[di Valeria Casolaro]

Per approvare l’allargamento della NATO la Turchia vuole poter “spaccare la testa” ai curdi

2

Nella contrarietà ribadita da Recep Tayyip Erdogan all’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO non c’è alcun principio politico legato al mantenimento della pace, ma solo la richiesta di avere le mani libere nel condurre l’altra guerra che sta a cuore al presidente turco: quella contro i curdi in Siria e Iraq. Lo ha fatto intendere senza misteri: «Non abbiamo chiuso le porte all’adesione all’Alleanza, ma stiamo sollevando il problema della sicurezza in Turchia», riferendosi al popolo curdo e in particolare alle organizzazioni, ritenute terroristiche da Ankara, che lottano per l’autonomia del Kurdistan: il PKK (Partito dei lavoratori curdi) e i suoi bracci armati YPG e YPJ, secondo Erdogan «sostenuti apertamente dai due paesi scandinavi» e presenti in Turchia, Iraq e Siria. D’altronde Erdogan in una dichiarazione rilasciata lo scorso 20 aprile era stato chiaro sulle intenzioni che lo guidano: «Prima o poi spaccheremo la testa al PKK». Un disegno che in verità la Turchia sta portando avanti da tempo, bombardando senza sosta i territori curdi in Siria e Iraq e, secondo alcune denunce, utilizzando anche armi chimiche vietate. La contrarietà all’allargamento della NATO appare quindi una mossa di puro opportunismo, pronta ad essere ritirata quando da parte dei partner atlantici avrà ottenuto l’implicito via libera a decapitare quelle stesse organizzazioni curde che, per conto degli occidentali stessi, hanno guidato la resistenza contro l’Isis in Siria.

«Manderemo una delegazione di diplomatici per discutere della situazione con la Turchia e trovare una via d’uscita», ha dichiarato il ministro della Difesa finlandese. Nel momento in cui arrivassero delle garanzie da parte dei paesi scandinavi e, per estensione, dei membri NATO sui punti avanzati dalla Turchia, quest’ultima potrebbe tornare sui propri passi, permettendo l’ingresso nell’Alleanza a Finlandia e Svezia, definiti da Erdoğan come “alberghi per terroristi” poiché accusati di dare asilo ai militanti del PKK e YPG. Negli ultimi mesi, e in particolare da quando gli occhi della comunità internazionale sono puntati sull’Ucraina, la Turchia ha attaccato quasi incessantemente i curdi in Iraq e in Siria, due dei paesi in cui è presente il gruppo etnico, il più esteso (40 milioni di persone) al mondo privo di un proprio territorio riconosciuto a livello internazionale, vittima di violente persecuzioni nel corso della storia. Turchia, Siria e Armenia sono gli altri paesi in cui sono dislocati prevalentemente i curdi. Tra questi cinque stati sorge l’area che prende il nome di Kurdistan, il territorio abitato anticamente dal gruppo etnico al centro di rivendicazioni indipendentiste.

Kurdistan

Tra il 17 e il 18 aprile scorso, l’esercito turco ha lanciato un’offensiva contro le basi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK) nel nord dell’Iraq e ha compiuto una serie di raid anche nel Rojava, nel nordest della Siria. Cos’hanno in comune le due regioni? Rappresentano i due territori controllati dai curdi con maggiore autonomia politica. Nel 2012, il cosiddetto Kurdistan iracheno venne riconosciuto come regione federale dell’Iraq. Seguì poi il Rojava, o Kurdistan siriano, che acquisì uno status simile, diventando una regione autonoma de facto e quindi non riconosciuta ufficialmente dal governo centrale. I due territori rappresentano delle esperienze di autonomia e confederalismo democratico che alimentano la volontà di indipendenza da parte dei curdi in Turchia e due pilastri su cui potrebbe fondarsi il futuro Stato, riconosciuto a livello internazionale, del Kurdistan. Per questo motivo rappresentano gli obiettivi principali delle offensive militari lanciate da Ankara.

Mappa Iraq. In rosso il confine del Kurdistan iracheno.

In Iraq, la Turchia giustifica da anni le sue incursioni sostenendo l’incapacità da parte di Baghdad di impedire al PKK, organizzazione politica e paramilitare nata ad Ankara negli anni ’70 con l’obiettivo dell’indipendenza, di lanciare eventuali attacchi contro il territorio turco dalla regione autonoma del Kurdistan, dove il gruppo ha basi e campi di addestramento. Erdoğan ha garantito pubblicamente di aver ricevuto l’appoggio del governo centrale iracheno per l’attacco del 18 aprile scorso. Poco dopo è arrivata la smentita di Baghdad, che ha condannato l’operazione militare e ha convocato l’ambasciatore turco. “Negli ultimi anni la Turchia sta avanzando sempre più in profondità. Oggi le incursioni si spingono fino a 25 chilometri dal confine, dove Ankara sta costruendo avamposti militari e infrastrutture, pianificando dunque una presenza a lungo termine nella regione”, ha dichiarato Yerevan Saeed, ricercatore dell’Arab Gulf states institute di Washington. L’obiettivo attuale di Ankara è costruire una zona cuscinetto in Iraq, “per garantire la stabilità e la sicurezza del territorio turco”.

Tuttavia, ciò che sta accadendo fa parte di una campagna più ampia, che coinvolge anche la Siria e mira a combattere l’Unità di Protezione popolare (YPG), gruppo armato curdo-siriano che tra il 2014 e il 2016 divenne il principale alleato delle potenze occidentali nella lotta allo Stato Islamico, contribuendo alla sua momentanea sconfitta. L’YPG e la sua unità femminile YPJ, accomunati al PKK dalla voglia di indipendenza del Kurdistan, furono sostenuti in particolar modo da Washington, che ancora oggi mantiene relazioni formali con i due gruppi e nel 2019 si è impegnata per una tregua volta a fermare gli attacchi turchi. A fine aprile, annunciando nuove operazioni in Siria, Erdoğan ha dichiarato che «prima o poi» riuscirà a spaccare anche la testa del gruppo terroristico che si prepara a crescere in alcune aree del paese, riferendosi proprio all’Unità di Protezione popolare che, durante gli anni della lotta al terrorismo, colpì in positivo l’opinione pubblica occidentale, la quale mostrò riconoscenza per la resistenza posta in essere nei confronti del nemico comune. Oggi, però, il nemico non è più comune: i gruppi curdi, siriani e iracheni, si trovano ad affrontare gli attacchi della Turchia (paese NATO) nel silenzio e, se la strategia di Erdoğan dovesse realizzarsi, nel benestare internazionale, soprattutto relativo a quella parte di comunità che si è impegnata a sanzionare un paese invasore a poche ore dall’attacco, ignorando invece le incursioni di un alleato che da anni provocano morte e distruzione, negando il principio di autodeterminazione dei popoli.

[Di Salvatore Toscano]

Commissione Esteri: debacle dei 5 Stelle, eletta Stefania Craxi

0

La senatrice Stefania Craxi di Forza Italia è stata eletta nuovo presidente della Commissione Esteri del Senato, superando nel segreto dell’urna quello che doveva essere il candidato unitario dell centro-sinistra, Ettore Licheri del Movimento 5 Stelle. L’elezione è avvenuta alla seconda votazione, con la Craxi che ha raccolto 12 voti contro i 9 del concorrente. Si tratta di una sconfitta politica notevole per i 5 Stelle che, dopo aver espulso dal movimento e partecipato alle dimissioni di massa che hanno esautorato il precedente presidente Vito Petrocelli, finito nel calderone mediatico in quanto accusato di essere “filo-Putin” non sono riusciti a fare eleggere un altro membro del partito, nonostante sul nome di Licheri ci fosse teoricamente l’accordo con il resto della coalizione.

Cuba, Biden alleggerisce alcune restrizioni

0

L’amministrazione Biden ha annunciato che alleggerirà alcune delle restrizioni imposte a Cuba da Trump durante la sua presidenza. In particolare, il Dipartimento di Stato americano ha affermato che verrà ripristinato il Cuban Family Reunification Parole, il programma di ricongiungimento familiare, potenzierà la capacità dei servizi consolari e aumenterà i viaggi autorizzati. Pur segnando un cambiamento nella politica statunitense nei confronti di Cuba, il ministro degli Esteri cubano ha definito la decisione di Washington “un passo limitato nella giusta direzione”, che non cambia l’embargo né “la maggior parte delle misure coercitive di massima pressione” imposte da Trump.

Merendine ai bambini: cosa acquistare e cosa preparare a casa?

1

C’è una campanella che spesso fa paura ai genitori: quella della ricreazione. Tra preparativi, grembiuli e zainetto, non bisogna dimenticare di dare ai propri bambini una merenda che copra circa l’8-10% dell’apporto calorico del fabbisogno giornaliero. È questa infatti la raccomandazione delle Linee Guida del Ministero della Salute riguardanti proprio la ristorazione scolastica“È opportuno distribuire uno spuntino a metà mattina con l’obiettivo di dare al bambino, nella pausa delle lezioni, l’energia necessaria a mantenere viva l’attenzione senza appesantire la digestione e consentirgli di arrivare a pranzo con il giusto appetito. Tale spuntino deve fornire un apporto calorico pari all’8% – 10% del fabbisogno giornaliero ed essere costituito preferibilmente da frutta e ortaggi di semplice consumo”. 

Merendine confezionate

Pertanto, in primis è importante sapere quali siano gli alimenti che i bambini solitamente mangiano per merenda. Sono cibi salutari oppure si può fare di meglio? Purtroppo troppo spesso le mamme infilano nello zaino dei bambini delle merendine confezionate, comode perché già pronte e salva tempo. Ma come immaginerete c’è un problema, anzi due: in primo luogo non esiste merendina in commercio che sia adeguata come apporto calorico rispetto alle raccomandazioni delle Linee Guida che abbiamo citato pocanzi. In secondo luogo, queste merendine non sono sane perché tutte contengono zuccheri in eccesso e spesso anche troppi grassi, per non parlare di additivi, conservanti, aromi, addensanti chimici e così via. Di seguito, un esempio di merendine confezionate cariche di zuccheri aggiunti, con un quantitativo eccessivo di calorie (più di 400 kcal per 100 grammi), e con una serie lunghissima di ingredienti e additivi industriali come olio di palma, sciroppo di glucosio-fruttosio, aromi, destrosio, lattosio e altro.

[Merendina contenente ben 34 grammi di zuccheri aggiunti (pari a 7 cucchiaini), oltre 400 calorie e latte industriale]

Succhi di frutta confezionati

Occorre prestare attenzione del resto anche ai succhi di frutta confezionati, dove spesso si ritrova addirittura dello zucchero aggiunto, come nel prodotto qui di sotto in foto (i succhi di frutta sono già dolci in quanto gli zuccheri della frutta si co

ncentrano, spremendola, ed eliminando le fibre). Chiaramente non possono costituire una merenda sana, quando vengono addizionati con lo zucchero. Nel prodotto qui in foto noterete che l’azienda produttrice ha apposto persino un bollino di avvertimento sulla confezione, per comunicare ai genitori che il prodotto potrebbe causare obesità nei bambini e che se ne dovrebbe fare un uso moderato. Sarebbe una merenda molto sana invece se il succo di pera fosse puro, o meglio ancora se venisse mangiato il frutto intero.

[Brik di succo alla pera da 200 ml contenenti ben 29 grammi di zuccheri, pari a 6 cucchiaini di zucchero]

Bibite dolcificate

Le bibite dolcificate nell’alimentazione dei bambini, compreso il tè freddo per l’estate, non sono assolutamente consigliate. Al contrario, l’uso regolare è un fattore di rischio per l’obesità. Infatti un solo bicchiere di bevanda zuccherata contiene circa 20 grammi di zucchero, quindi 80 calorie (pari a 4 cucchiaini di zucchero). Come disabituare allora i bambini all’utilizzo di queste bevande? Non comprandole. Occhio non vede, cuore non duole. Inoltre, sarebbe utile che nei distributori automatici delle scuole queste bevande non entrassero; il che è possibile sensibilizzando correttamente i dirigenti scolastici di Istituto a rifornire i distributori con merendine più sane. Alcuni istituti hanno già adottato delle misure positive in tal senso. Per di più, la maggior parte di queste bevande contiene l’acido ortofosforico, un acido debole in grado di mobilizzare il calcio dalle ossa, e l’acido fosforico, uno dei motivi per cui queste bevande non appaiono al gusto eccessivamente dolci, nonostante gli zuccheri ci siano e vadano tutti nel sangue.

Creme spalmabili

I bambini le adorano e anche gli adulti. Peccato che quelle più conosciute e acquistate siano proprio quelle meno salutari. Per anni il mercato delle creme spalmabili è stato dominato da aziende che vendono creme con zucchero e olio di palma per oltre il 70% del prodotto, e appena una spruzzatina di nocciole e cacao. Fortunatamente però, da alcuni anni sul mercato sono state introdotte anche creme con contenuti di nocciole che superano il 45% e talvolta arrivano al 60% del prodotto o persino al 100%. Rimane sempre valido il fatto che una crema spalmabile si possa preparare anche in casa, con poco sforzo e ingredienti di qualità. In rete troverete facilmente la ricetta per la preparazione.

Optiamo per merende più sane o fatte in casa

La frutta fresca costituisce l’opzione migliore in assoluto. I bambini, in particolare, dovrebbero mangiare uno o 2 frutti al giorno e una varietà di verdure. Pertanto, una buona occasione di aderire a questo schema, è proprio quella di dare loro per merenda della frutta fresca, meglio se di stagione. In queste settimane, ad esempio, è il momento delle fragole, per cui non c’è nessuna controindicazione nel consumarle, tranne ovviamente in caso di allergia. Le fragole hanno pochissime calorie (solo 27 Kcal ogni 100g) e sono ricche di vitamina C e sali minerali. Banane, mele e pere vanno sempre bene e se possibile abituiamo i nostri figli ad assaggiare ed apprezzare i frutti di ogni stagione: pesche, albicocche, ciliegie, kiwi (che a Maggio è di stagione), arance durante l’inverno ecc. 

Un’altra opzione molto salutare è costituita dallo yogurt e dalla frutta secca, anche in combinazione volendo. Si consiglia di servire loro però soltanto yogurt bianco naturale (meglio se intero), quelli alla frutta contengono sempre zuccheri aggiunti e aromi in quantità. Abituare i bambini ad un gusto dolce più intenso di quello della frutta o di altri alimenti naturali (come le prugne secche o i datteri per esempio) è considerato dagli esperti di nutrizione un grave errore, in quanto altera in maniera spesso irreversibile e definitiva i gusti alimentari del bambino, che propenderà poi (anche in età adulta) per i sapori eccessivamente dolci o salati delle merendine industriali. Il Prof. Franco Berrino, grande esperto di salute e alimentazione, ha spesso avvertito che abituarsi allo zucchero è paragonabile ad una droga, in quanto attiva nel nostro cervello gli stessi recettori (oppioidi) attivati dalla cocaina e da altre sostanze che creano dipendenza. Una merenda di yogurt con qualche gheriglio di noce, nocciola o mandorla tritata dentro è senz’altro un’opzione salutare e adeguata per il fabbisogno nutritivo dei bambini. Anche la frutta secca dolce, come le prugne secche, le albicocche secche, i datteri o i fichi secchi, l’ananas e la mela essiccata, sono tutte opzioni salutari in grado di dare energia ma senza produrre gli effetti deleteri dello zucchero sulla glicemia e l’insulina. Questi cibi infatti hanno ancora tutte le fibre, gli antiossidanti, le vitamine e i minerali, che svolgono un’azione modulatrice nell’assorbimento degli zuccheri nel corpo. 

Una volta alla settimana potete concedere al vostro bambino qualcosa che forse per lui è più sfizioso. Ecco alcuni altri esempi di merenda golosa (da far ruotare nell’arco del mese):

Biscotti e torta fatti in casa. La preparazione casalinga sarà salutare perchè potrete scegliere al meglio gli ingredienti e ridurre le dosi di zucchero nella ricetta. Giocate d’anticipo e preparate la torta nel week end, sarà poi pronta per tutta la settimana. I biscotti, invece, durano qualche giorno in più e possono essere distribuiti nell’arco di 2 settimane. Sarebbe meglio non utilizzate la solita farina 00 per fare i biscotti ma optare per farine più integrali e ricche di nutrienti come quella di grano saraceno, di mais integrale, di avena, di farro o di farina di grano tipo 2. È buona cosa inserire sempre anche nocciole tritate negli impasti, grattugiare scorze di limone e qualche pizzico di cannella o zenzero, per dare un nutrimento davvero completo e più aromi naturali, che consentono di ridurre il quantitativo di zucchero. Inoltre, è importante che i biscotti abbiano uno spessore sottile, in questo modo la cottura in forno potrà essere di soli 10-15 minuti ed eviterete di danneggiare i grassi buoni del prodotto su tutta la superficie esterna. A proposito, usate sempre le uova per preparare torte e biscotti. No a margarina, olio di girasole o oli vegetali di alcun genere nelle cotture in forno (tranne quelli ad alto contenuto di antiossidanti come l’extravergine di oliva): i loro grassi insaturi infatti si alterano velocemente col calore, al contrario dei grassi saturi di burro e uova che resistono bene alle alte temperature e non si ossidano. I grassi ossidati sono proprio uno dei principali fattori di infiammazione e di danno cardiovascolare. Infine sarebbe utile utilizzare poco zucchero per l’impasto e possibilmente solo integrale di canna (da non confondere con quello grezzo di canna, che è raffinato).

2 – Frutta e macedonia: una merenda sana e allo stesso tempo apprezzata dai bambini. Da preparare la mattina con 2-3 frutti diversi, si può unire con succo di arancia o limone per conservarla qualche ora (l’acido citrico e la vitamina C impediscono l’ossidazione del frutto). Procuratevi dei contenitori di plastica colorati e facili da aprire. Se avete davvero poco tempo potrete sempre dare ai bambini un frutto: nutriente, sana e pratica.

3 – Barrette di cereali fatte in casa. Oppure un mix di frutta secca con qualche cubetto di cioccolato. Una merenda golosa e ricca di sali minerali ed energia. 

4 – Alternate alle merende dolci quelle salate: una focaccia (meglio se fatta in casa, ma va bene anche comprata fresca dal panettiere) oppure un piccolo panino al prosciutto. La sera prima avete cucinato delle verdure grigliate? Tenetene un po’ da parte per farcire un panino insieme a qualche fetta di salume (privilegiate crudo, speck e bresaola fra i tanti disponibili) e qualche cubetto di Grana o Parmigiano. È sicuramente una merenda nutriente e adeguata alle esigenze dei bambini. 

Infine se siete genitori intraprendenti e con la passione per i fornelli, vi sono ancora tante altre opzioni percorribili per merende (e colazioni) autoprodotte e sane, di cui senz’altro potrete trovare in rete molte ricette, come i biscotti senza zucchero, i muffin, plum-cake, frullati e molto altro. 

[di Gianpaolo Usai]

Martedì 17 maggio

0

10.30 – Ucraina, Cremlino chiede indagine “indipendente e imparziale” su Bucha.

11.55 – Istat, frena l’inflazione: in aprile a +6%.

12.30 – Berlusconi critica l’invio di armi in Ucraina e si scaglia contro Biden e la NATO: «Con invio armi siamo in guerra anche noi».

14.40 – Libia, scontri a Tripoli tra milizie: premier Bashaga abbandona la città.

15.40 – Eni, avviata procedura per apertura conti in euro e rubli presso Gazprom Bank.

15.45 – Ucraina, la Corte penale internazionale invierà 42 investigatori per indagare su crimini di guerra: è «la più grande missione mai schierata».

16.00 – Spagna, ok del Consiglio dei ministri al congedo mestruale coperto dallo Stato: è il primo Paese d’Europa.

16.30 – Strage di Buffalo, Biden incontra le famiglie delle vittime e chiede al Congresso una stretta sulle armi.

18.00 – La mascherina Ffp2 resta obbligatoria “per i passeggeri e gli equipaggi dei voli operanti su territorio italiano”.

18.30 – Termina il vertice di centrodestra ad Arcore. Berlusconi: «La coalizione è assolutamente unita».

Covid, Usa: ok Fda a dose booster del vaccino Pfizer per fascia d’età 5-11 anni

0

La Fda (Food and Drug Administration), ovverosia l’organo statunitense che regola i prodotti farmaceutici, ha autorizzato l’uso della dose booster del vaccino anti-Covid della Pfizer nei bambini rientranti nella fascia di età 5-11 anni. Una “singola dose di richiamo”, comunica in tal senso la Fda, potrà essere somministrata almeno 5 mesi dopo il completamento del ciclo primario che prevede la sottoposizione a due dosi del vaccino Pfizer. Adesso dunque si attende la conferma da parte del Cdc (Centers for Disease Control and Prevention), l’organismo di controllo sulla sanità pubblica degli Stati Uniti: durante una riunione, prevista per giovedì, gli esperti dovrebbero discutere di tale questione.

Irlanda, il Paese dove si arena la protezione dei nostri dati

0

Il General Data Protection Regulation (GDPR) dell’Unione Europea è entrato in azione il 28 maggio 2018 e avrebbe dovuto rivoluzionare radicalmente il modo in cui i dati dei cittadini europei venivano maneggiati dalle Big Tech. Qualche miglioramento s’è effettivamente registrato, tuttavia l’impatto del pacchetto normativo non è stato in grado di preservare la privacy delle persone, le quali sono ancora oggi vittime degli abusi perpetrati da potenti aziende straniere. Le “armi” progettate dall’UE per tutelare i deboli si sono smussate infatti contro l’ostacolo di una burocrazia inefficiente e di...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Sentenza: la sospensione degli insegnanti non vaccinati è da considerarsi illegittima

3

“Le domande delle parti ricorrenti che avevano quale presupposto la dichiarazione di illegittimità dei provvedimenti di sospensione impugnati, in seguito all’entrata in vigore della nuova normativa, hanno perso di attualità nel senso che non sono più supportate da un interesse giuridicamente rilevante alla pronuncia sia per quanto riguarda l’azione cautelare sia per quanto riguarda la domanda di merito, poiché devono ritenersi essere state soddisfatte dal legislatore prima ancora che in sede giudiziale”: è quanto si legge all’interno di una recente sentenza del Giudice del Lavoro di Treviso, il dott. Massimo Galli, dalla quale emerge che il legislatore abbia implicitamente riconosciuto che la sospensione degli insegnanti non vaccinati fosse illegittima. Infatti, il giudice ha sostanzialmente ritenuto non necessario esprimersi sul ricorso relativo alla sospensione dalle funzioni e dalle retribuzioni presentato da diversi docenti trevigiani dato che, a fornire una risposta alle tesi da loro sostenute, sarebbe stato direttamente il legislatore.

Quest’ultimo avrebbe praticamente sconfessato la normativa che disponeva la sospensione dei docenti non vaccinati, stabilendo indirettamente che essa non fosse necessaria. In tal senso, secondo il giudice il nuovo decreto legge 24/2022 avrebbe sostanzialmente disposto in maniera retroattiva la riammissione sul luogo di lavoro degli insegnanti non vaccinati, in quanto nella sentenza si legge che “il risultato dell’introduzione di tale nuova disciplina per quanto rileva ai fini del presente giudizio consiste dunque nell’abrogazione della sanzione della sospensione con effetto retroattivo dal 15 dicembre 2021“: in altre parole, l’abrogazione della sanzione dovrebbe considerarsi effettiva dal 15 dicembre 2021. È proprio questa la data che la precedente normativa indicava come giorno di inizio dell’obbligo vaccinale per i docenti e delle relative sanzioni per gli inadempienti, che sulla base di tale interpretazione il legislatore avrebbe sconfessato.

Avendo dunque, secondo il giudice, il nuovo decreto effetto retroattivo ed essendo quindi decaduta la sospensione già dal 15 dicembre 2021, gli insegnati che hanno effettuato il ricorso avrebbero diritto a ricevere le retribuzioni che sono state loro negate in seguito alla sospensione prevista dalla vecchia normativa. Si tratta di una logica conseguenza che, seppur non esplicitamente precisata nel testo della sentenza, appare ovvia. «In termini concreti il cauto, ma chiaro giudice trevigiano, ha statuito che il personale scolastico che non ha accettato la vaccinazione ha diritto alle retribuzioni non percepite dalla data della sospensione perché il legislatore ha riconosciuto, confessoriamente, il fondamento della tesi da me sostenuta nella causa, che la sospensione non fosse necessaria», ha infatti affermato l’avvocato che ha difeso i docenti trevigiani Mauro Sandri. «La prossima settimana, dopo avere effettuato i conteggi, notificherò al Ministero della Pubblica Istruzione la richiesta di pagamento degli stipendi arretrati per i tantissimi docenti di varie scuole della Provincia di Treviso che ho avuto ed ho l’onore di assistere», ha a tal proposito fatto sapere l’avvocato, sottolineando che «la causa prosegue per ottenere anche il pagamento dei danni non patrimoniali, comunemente definiti danni morali».

[di Raffaele De Luca]