Il Parlamento finlandese ha approvato, con la stragrande maggioranza dei voti, la proposta relativa alla richiesta di adesione alla NATO: nello specifico, 188 sono stati i voti a favore ed 8 quelli contrari. L’approvazione, arrivata dopo che nella giornata di ieri la Svezia ha confermato la sua intenzione di aderire alla NATO, è stata anche commentata dalla prima ministra finlandese Sanna Marin, che tramite un tweet ha parlato di «forte sostegno da parte del Parlamento».
Le elezioni scuotono il Libano: Hezbollah perde la maggioranza
Secondo i risultati ufficiali delle elezioni parlamentari che si sono tenute domenica 15 maggio in Libano, il gruppo sciita Hezbollah e i suoi alleati hanno perso la maggioranza dei seggi in parlamento, un risultato che segnerà necessariamente il prossimo futuro di uno dei paesi più instabili del medio oriente, segnato negli ultimi anni da una pesante crisi economica e politica. Non è ancora ufficiale il numero dei seggi dei quali Hezbollah disporrà nel prossimo parlamento, ma è certo che saranno meno dei 70 su 128 che nell’ultima legislatura hanno garantito la maggioranza alla “Alleanza dell’8 marzo” del quale il movimento è parte. Una battuta d’arresto per il gruppo paramilitare sciita alleato dell’Iran e del presidente siriano Assad, che ha costruito la propria autorità in Libano grazie all’assistenza agli strati popolari e alla reputazione militare, costruita dando un contributo decisivo nella guerra del 2006 contro Israele.
La formazione del nuovo governo sarà lunga, per diverse ragioni. L’attuale situazione in cui versa il Libano presenta diverse criticità, dovute soprattutto agli eventi degli ultimi anni, che hanno lasciato danni permanenti nel paese. Parliamo, ad esempio, delle proteste del 2019 e della crisi economica che ha lasciato tre quarti della popolazione libanese sotto la soglia di povertà. A questo si somma l’eccessiva inadeguatezza e corruzione della classe politica, lacerata da una frammentazione che di fatto rispecchia anche la composizione interna del paese. In Libano infatti convivono ben 18 credi religiosi (tra cui una comunità cristiana molto numerosa, che ha dato vita anche ad un partito politico) che danno vita a divisioni storiche e inaspettate alleanze, come quella tra i cristiani del Movimento Patriottico Libero e dei musulmani sciiti radicali di Hezbollah che hanno governato assieme negli ultimi anni.
Il fatto che la religione costituisca un tassello fondamentale nella realtà statale, si vede anche nella composizione governativa, che più che seguire manifesti elettorali o programmi politici, si basa sul credo di questo o quel gruppo, con precise quote assegnate ad ognuno di essi. Un sistema, dunque, che potremmo definire “confessionale” e che è stato previsto nel Patto Nazionale istituito nel 1943, con l’indipendenza del Paese. La costituzione libanese prevede di fatto che il Parlamento sia suddiviso tra le religioni, con un’iniziale predominanza cristiana: secondo un censimento degli anni ’30 del ‘900 (l’ultimo fatto) risultavano essere la comunità più presente in Libano. Con il tempo tuttavia la composizione demografica ha subito delle modifiche e la popolazione musulmana, ad esempio, è diventata sempre più numerosa. Questa discrepanza ha portato a numerosi scontri, alcuni sfociati in una vera e propria guerra interna.
Dopo una serie di patti e alcune piccole modifiche apportate all’accordo Nazionale, ad oggi il regolamento prevede, tra le altre cose, che il presidente della Repubblica sia sempre un cattolico di confessione maronita e che il primo ministro sia sempre un musulmano sunnita. Considerando tutte le altre cariche, in pratica dei 128 deputati di cui è composto il Parlamento libanese, 64 devono essere cristiani e 64 devono essere musulmani o drusi (seguaci di una dottrina monoteista di derivazione musulmana sciita). Un Parlamento che non rispetta questa suddivisione non può esistere. Per questo negli anni per “smuovere le acque” si sono susseguiti diversi omicidi politici (come nel 2005, con l’assassinio del primo ministro Rafiq Hariri) ed è raro che un governo termini tutti e 4 gli anni di legislatura.
A prescindere dal risultato delle elezioni, la forza politica più importante negli ultimi anni è stata appunto quella di Hezbollah, che ha visto la sua ascesa proprio nel più alto periodo di scontri tra cristiani e musulmani. Hezbollah significa letteralmente in arabo “Il partito di Dio”, e può essere definita come un’organizzazione politica e militare di stampo sciita (corrente musulmana che riconosce come soli eredi di Maometto i discendenti maschi di suo genero, il califfo Alì). La sua nascita, avvenuta attorno agli anni ’80, è strettamente legata all’Iran, che ne ha supportato l’ascesa anche in termini economici per contrastare l’invasione del sud del Libano da parte di Israele. Infatti, alla base del programma politico di Hezbollah c’è proprio la liberazione di tutti i territori occupati da Israele.
[di Gloria Ferrari]
Bologna, universitari protestano a difesa della Palestina
Questa mattina, a Bologna, diversi studenti hanno organizzato un presidio all’esterno del Rettorato dell’Università per chiedere all’Ateneo di interrompere le collaborazioni con governo, università e aziende israeliane “che partecipano al progetto coloniale di Tel Aviv” ai danni della Palestina. L’obiettivo è calendarizzare una discussione su un dossier presentato dagli stessi studenti, “che mostra i progetti di ricerca con cui l’università collabora insieme ad aziende che producono droni e armamenti”. Il presidio è avvenuto a distanza di due giorni dalla manifestazione di domenica 15 maggio, quando centinaia di persone sono scese in piazza a Bologna per esprimere la loro vicinanza alla Palestina e denunciare il silenzio internazionale di fronte all’uccisione della giornalista palestinese di Al-Jazeera Shireen Abu Aqleh.
Rimuovere le barriere fluviali è importante: la Spagna mostra la via al resto d’Europa
Nel 2021 le barriere fluviali, causa principale della frammentazione dei corsi d’acqua, sono diminuite in Europa. Un primo passo importante e necessario, poiché la frammentazione dei corsi d’acqua dei fiumi è causa di problemi non di poco conto per l’ecosistema e la biodiversità. Ogni possibile sbarramento, da dighe a rampe, ai canali sotterranei, a chiuse, guadi, costruiti spesso per motivi di contenimento o col fine di ottenere energia idroelettrica, frammenta infatti i fiumi cambiandone il flusso, il corso e i collegamenti con le pianure alluvionali. Sono strutture che impediscono ai pesci ed agli insetti che abitano i fiumi di muoversi come naturalmente sarebbero portati a fare e influiscono negativamente anche sui flussi di nutrienti e sedimenti.
Gli impatti delle barriere sono variabili, ma di estrema importanza per comprendere quanto agire sulla rimozione delle opere, spesso ormai obsolete e senza alcuna effettiva funzione, sia parte essenziale del lavoro di ripristino dei bacini idrografici europei, dopo decenni di impattanti modifiche costruite non solo per protegge dalle inondazioni, ma anche per favorire l’agricoltura, l’industria, la produzione di energia e la crescita urbana. Un’opera miope che per decenni ha sacrificato gli ecosistemi fluviali alle esigenze delle città e dell’economia.
Le barriere influenzano la dinamica fluviale e la biodiversità acquatica, motivo per cui la Dam Removals, coalizione di sette organizzazioni (World Wildlife Fund, The Rivers Trust, The Nature Conservancy, European Rivers Network, Rewilding Europe, Wetlands International e World Fish Migration Foundation) si impegna per ripristinare il libero flusso dei fiumi e dei torrenti europei. Proprio dal rapporto del 2021 della Dam Removals
arriva una buona notizia: lo scorso anno le barriere fluviali rimosse in tutto il territorio Europeo sono state 239. Un’inversione di tendenza importante, seppur di portata numericamente trascurabile rispetto al totale delle barriere fluviali presenti in Europa, stimato in 1,2 milioni, ovvero 0,74 per chilometro. Di queste, almeno 200.000 sono da tempo prive di qualsiasi utilità pratica, e sarebbero semplicemente da rimuovere prima possibile.
Quantunque rispetto al 2020 siano state rimossi ben il 137% in più di sbarramenti fluviali, sono moltissimi i Paesi ancora fermi che dovrebbero invece contribuire per ottenere risultati maggiori. Ad avere seriamente agito sembra essere solo la Spagna, con la rimozione di 108 barriere fluviali nel 2021, un numero maggiore di quel che è stato fatto in tutta Europa nell’anno precedente. Eppure le specie di pesci migratori del continente sono in declino del 93%, dato che dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme, visto che tra le cause – seppur con un peso specifico difficile da quantificare – vi sono proprio le barriere fluviali.
Nella rimozione delle barriere l’Italia è ancora ferma al palo. Associazioni come il WWF hanno preso l’iniziativa occupandosi di mappare e segnalare gli sbarramenti presenti nella Penisola, ma al momento manca qualsiasi iniziativa istituzionale per passare all’azione. Il numero di rimozioni di qualsiasi sbarramento in Italia nel 2021 è stato uguale a zero. A farci compagnia nell’immobilismo sono Irlanda, Danimarca, Lettonia, Grecia, Ungheria, Romania e tutti i paesi balcanici ad esclusione del Montenegro. La Strategia UE per la Biodiversità 2030, prevede che nei prossimi otto anni siano ripristinati allo stato naturale almeno 25mila chilometri dei fiumi continentali, obiettivo non semplice da raggiungere, ma un primo passo nella giusta direzione è stato finalmente segnato.
[di Francesca Naima]
El Salvador, oltre 30 mila arresti in 2 mesi
La polizia di El Salvador ha dichiarato in un Tweet di aver arrestato 30.506 persone in meno di due mesi, ovvero da quando è stato dichiarato lo stato di emergenza per le violenze delle gang. Numerosi gruppi per la tutela dei diritti umani, insieme ad esperti delle Nazioni Unite, hanno tuttavia espresso preoccupazione per l’eccessivo uso della forza da parte della polizia, accusata di effettuare arresti arbitrari di membri non appartenenti alle gang e abusi di autorità nel contesto dello stato di eccezione.
Proteste No Green Pass al porto di Trieste: pioggia di denunce sui manifestanti
Trenta persone che avevano preso parte alle proteste contro il Green Pass presso il porto di Trieste lo scorso ottobre sono state denunciate dalla polizia. Tra le accuse figurerebbero reati di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, blocco stradale, getto pericoloso di cose all’indirizzo delle forze di polizia, manifestazioni sediziose e adunata sediziosa e non autorizzata. Il presidio di protesta, organizzato di fronte al varco IV del porto, era durato 4 giorni e vi avevano preso parte circa 8 mila persone, prima di essere violentemente disperso dalla polizia.
Il 18 ottobre le forze dell’ordine avevano infatti proceduto allo sgombero forzato della zona, usando gli idranti contro i manifestanti pacifici: numerosi di questi, decisi a non abbandonare il presidio, avevano opposto resistenza passiva sedendosi in terra o stando in piedi a mani alzate. Erano seguiti alcuni tafferugli e la polizia aveva fermato qualcuno dei presenti. Di fronte alla risolutezza dei portuali, che non avevano abbandonato l’area nemmeno dopo essere stati colpiti da diversi getti di idrante, i poliziotti avevano minacciato di far partire le cariche, cosa che poi è effettivamente avvenuta insieme al lancio di lacrimogeni. Sul posto era dovuta intervenire anche un’ambulanza.
A quel punto i manifestanti si erano dispersi per le strade nei dintorni del porto, per poi ricompattarsi in un corteo che aveva marciato verso il centro della città e si era fermato di fronte al Comune. La polizia aveva tentato anche in questo caso di disperderli e alcuni video mostrano come, nel tentativo, un lacrimogeno sia anche finito all’interno di una scuola media.
Nonostante il presidio, i portuali avevano dichiarato di voler garantire lo svolgimento delle normali attività al porto: i manifestanti avevano infatti permesso il passaggio di camion, merci e portuali che avevano deciso di non aderire alla protesta.
[di Valeria Casolaro]
La crisi ucraina fa segnare il record dei profitti per l’industria fossile
La crisi energetica in corso, legata in parte al conflitto in Ucraina, non sta avendo risvolti drammatici per tutti. Anzi, per qualcuno si sta trattando di una vera e propria occasione d’oro. È il caso delle compagnie fossili, che, a quanto pare, dalla situazione attuale hanno avuto solo che da guadagnarci. Nel solo primo trimestre del 2022, i dati finanziari mostrano infatti che 28 dei maggiori produttori di petrolio e gas hanno ottenuto quasi 100 miliardi di dollari di profitti complessivi. In particolare, sono 93,3 i miliardi entrati nelle casse dei principali colossi fossili principalmente grazie alla recente impennata dei prezzi delle risorse che questi commerciano. A rivelarlo, è stata un’inchiesta dell’organizzazione Climate Power.
L’olandese Shell ha raggiunto 9,1 miliardi di dollari di profitto, quasi il triplo di quanto guadagnato nello stesso periodo dello scorso anno. Cifre simili e altrettanto importanti per la statunitense Exxon i cui guadagni si sono aggirati sugli 8,8 miliardi di dollari. Chevron ha aumentato i suoi profitti a 6,5 miliardi di dollari mentre BP, con 6,2 miliardi di dollari, ha perfino registrato i più alti incassi del primo trimestre dell’ultimo decennio. Coterra Energy, un’azienda con sede in Texas, ha registrato invece il maggior guadagno relativo tra le 28 società analizzate, con un aumento dei guadagni del 449% rispetto all’anno precedente. Stesso discordo per l’italiana Eni che, sebbene non sia stata considerata in questa valutazione, ha visto crescere i suoi utili, nell’ultimo trimestre 2021, del 53%.

Appurato è invece il ruolo dell’industria fossile nell’attuale crisi ecologica, innegabile al tal punto che ormai ogni colosso petrolifero sta cercando di ripulire la propria immagine. La maggior parte delle grandi compagnie petrolifere, ad esempio, si è dotata di propri obiettivi climatici. Tuttavia, queste promesse sono per lo più incentrate sulle emissioni derivanti dalle operazioni di trivellazione e trasporto di petrolio e gas, piuttosto che sul loro effettivo utilizzo da parte dei consumatori, il quale comporta invece la maggior parte dell’inquinamento. Poche aziende fossili, inoltre, riportano i loro investimenti in energie pulite e rinnovabili. E quelle che citano questi dati dimostrano che tali investimenti a favore del clima sono comunque un aspetto marginale, in genere solo pochi punti percentuali del bilancio complessivo. Insomma, niente di più che greenwashing.
[di Simone Valeri]
Mafia, 31 arresti a Palermo
A Palermo le forze dell’ordine hanno eseguito 31 misure cautelari (delle quali 29 in carcere e 2 ai domiciliari) nei confronti di altrettanti individui accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, detenzione e produzione di stupefacenti, detenzione di armi, favoreggiamento ed estorsione con aggravante del metodo mafioso. Gli arrestati facevano parte dei mandamenti Brancaccio-Ciaculli, che registrano guadagni ingenti grazie al racket delle estorsioni e il traffico di droga anche sull’asse Sicilia-Calabria.
Lunedì 16 maggio
6.30 – Camorra, blitz di Carabinieri e DDA porta a 17 arresti.
10.30 – In Yemen decolla il primo volo commerciale in sei anni.
12.00 – Sciopero dell’Associazione nazionale magistrati contro la riforma Cartabia: “È incostituzionale”.
13.00 – Monterotondo (Roma), incendio in azienda che produce vernici: isolato il perimetro e indicato ai cittadini di tenere chiuse le finestre delle abitazioni.
12.50 – Russia, McDonald’s chiude dopo 30 anni: “Impossibile continuare attività per crisi umanitaria in Ucraina e ambiente imprevedibile”.
14.30 – Trieste, 30 denunciati da polizia per manifestazioni no green pass di ottobre che ha causato il blocco del porto.
14.50 – Ex Ilva, Procura di Taranto contraria a dissequestro degli impianti dell’area a caldo richiesta dai legali dei commissari.
15.50 – Torino, ex sindaca 5S Appendino assolta da accuse di falso ideologico mosse nell’ambito del processo Ream.
16.20 – TAV, Parigi trascura il progetto e l’Unione europea minaccia di interrompere i finanziamenti.
17.00 – Ucraina, raggiunto accordo su apertura corridoio umanitario per evacuazione feriti Azovstal.
17.50 – La Svezia chiederà ufficialmente l’ingresso nella NATO.
18.20 – Macron nomina Elisabeth Borne, ministra del Lavoro per il governo Castex, nuova premier.








