sabato 7 Febbraio 2026
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Nato, la Svezia farà richiesta di adesione

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La Svezia chiederà ufficialmente l’adesione alla Nato. Ad annunciarlo è il primo ministro Magdalena Andersson, parlando di una nuova era per il Paese scandinavo. La decisione è arrivata a poche ore dall’annuncio analogo delle istituzioni finlandesi. Mercoledì, il ministro della Difesa svedese, Peter Hultqvis, sarà negli Stati Uniti per incontrare il capo del Pentagono, Lloyd Austin, e parlare della situazione relativa alla sicurezza in Europa alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina.

Recensioni indipendenti: Coronation, il documentario che nessuna piattaforma trasmette

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Musica cupa e suggestive riprese aeree su l’enorme stazione della città di Wuhan, deserta e come congelata, sospesa in un tempo senza fine. Inizia così Coronation, un film documentario del poliedrico artista cinese dissidente Ai Weiwei ritenuto politicamente scomodo dal governo cinese ed esiliato in Europa. Grazie alle riprese fatte da amici e comuni cittadini di Wuhan, il film documenta il primo lockdown di massa della storia, avvenuto nella città cinese il 23 gennaio 2020, solo un mese dopo il primo caso dichiarato di Covid-19 dato che il governo cinese aveva fermamente negato che si verificassero infezioni da uomo a uomo, mantenendo segreto il numero dei contagiati e punendo i medici che diffondevano informazioni sull’epidemia.

Immagini di innegabile realtà evidenziano il rigido controllo esercitato su 60 milioni di persone della provincia di Hubei di cui 11 nella sola città di Wuhan e raccontano la storia della popolazione, della loro vita e della reclusione forzata al culmine della pandemia di coronavirus. 113 minuti lenti e terribili fatti di suoni e rumori, luci, tergicristalli che sbattono in attesa ai continui posti di blocco, controlli, poche parole, ospedali, lunghi e interminabili corridoi, camere e anticamere, videosorveglianza sul controllo della meticolosa vestizione e disinfezione di medici e infermieri. Riprese interminabili mentre una coltre di neve seppellisce una città dall’aspetto apocalittico. Con le strade deserte, le sirene delle ambulanze, l’ansia che attanaglia i reparti di terapia intensiva, la frustrazione e la rabbia di persone costrette a rimanere nelle loro case spesso troppo piccole.

I video girati da decine di volontari ci portano nel cuore straziato della città, ma grazie alla regia e al sapiente montaggio di Ai Weiwei, emerge con tutta la sua forza una veemente critica al governo e all‘autorità del regime totalitario di Pechino. Coronation è certo il primo documentario che ci mostra quanto, brutalmente, ma efficacemente, l’incredibile macchina statale cinese sia in grado di esercitare il suo potere sulla vita dei cittadini anche con la continua presenza della propaganda di partito. Attraverso le potenti immagini l’artista pone la questione se la sottomissione debba essere il prezzo della protezione in un frangente storico in cui le libertà personali e la sicurezza pubblica sembrano opposte piuttosto che complementari. La città è piena di telecamere, il governo è in grado di tracciare i movimenti delle persone in qualsiasi momento.

Ai Weiwei così definisce ciò che accade nel suo paese «sorveglianza, lavaggio del cervello ideologico e determinazione brutale a controllare ogni aspetto della società». Il risultato è nessun rispetto per l’individuo, e una popolazione più povera di fiducia. Coronation, e un film che tutti dovrebbero vedere, definito da molti crudo e drammatico, è disponibile solo su Vimeo On Demand, non è stato accolto alla Mostra del Cinema di Venezia o ad altri festival internazionali. Al momento né Amazon né Netflix hanno presentato il documentario sulle loro piattaforme. Ai Weiwei afferma di essere stato boicottato perché «nessuno vuole far arrabbiare la Cina».

[di Federico Mels Colloredo]

Un caso di cronaca rivela l’ipocrisia del “Chiudo perché non trovo dipendenti”

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Negli ultimi mesi hanno trovato spazio su gran parte dei giornali italiani le storie di decine di datori di lavoro impegnati in una “faticosa ricerca di dipendenti”. Nei giorni scorsi, il Corriere Torino ha dedicato un articolo a Maurizio Rostagno, ristoratore proprietario de L’Acciuga Bistrot, costretto a chiudere “temporaneamente l’attività dopo soli sei mesi di apertura” perché non in grado di trovare dipendenti nonostante gli annunci. Alcune testimonianze hanno rivelato però una storia di licenziamenti non volontari legati all’altro ristorante di proprietà dell’imprenditore, Le Fanfaron Bistrot, causati dalla “riorganizzazione” e dal calo del fatturato del locale.

Nei commenti è emersa l’altra faccia della medaglia di questa storia: i lavoratori. Uno di questi ha raccontato di aver inviato il curriculum in risposta a un annuncio di Le Fanfaron Bistrot per la mansione di capo partita ai primi di cucina piemontese. Dopo una settimana di prova passata invece a lavorare il pesce, gli è stata affidata la gestione del Bistrot, con il compito di ricoprire più ruoli, dalla pulizia dei piatti alla preparazione del menù. Se, da un lato, la paga si è rivelata essere coerente con quanto dichiarato (comprensiva tuttavia degli istituti contrattuali come, ad esempio, Tfr, tredicesima e quattordicesima), dall’altro, sono state necessarie più ore di lavoro e la copertura di diverse mansioni. Infine, la sera del Primo Maggio, dopo un turno di nove ore e mezza il dipendente è stato licenziato per via di alcuni lavori imminenti del locale, che avrebbero reso superfluo il suo lavoro.

Ciò che è successo a Torino non è un caso isolato, ma una realtà radicata nel nostro paese, dove fanno eco le dichiarazioni dello chef (e figlio dell’attrice Barbara Bouchet e dell’imprenditore Luigi Borghese) Alessandro Borghese in cui ha affermato: «A me nessuno ha mai regalato nulla. Mi sono spaccato la schiena, questo lavoro è fatto di sacrifici, abnegazione. Invece oggi i ragazzi preferiscono tenersi stretto il weekend con gli amici», alimentando dunque il mito della “schiena rotta” necessaria a costruirsi un futuro che poi si sgretola di fronte ai casi di cronaca e alla logica di un lavoro “giusto”, caratterizzato da limiti, che siano di competenza o temporali, da non oltrepassare. In tanti hanno attribuito negli ultimi anni la mancanza di copertura da parte dell’offerta nei confronti della domanda alle più disparate cause, una su tutte il reddito di cittadinanza, “colpevole” di aver reso la forza lavoro, e in particolare i giovani, pigra e “poco incline al sacrificio”. Ieri, Matteo Renzi sui suoi profili social ha scritto: “Mancano 350.000 addetti per la stagione. Il ministero del turismo (leghista!) propone un decreto flussi per coprire con i migranti i posti di lavoro. Inutile girarci intorno: il reddito di cittadinanza è una follia“.

Nei sistemi democratici, uno dei modi per inserire e legittimare un punto all’interno di una qualsiasi agenda politica è la pressione mediatica. È ciò che sta accadendo negli ultimi mesi attraverso articoli, testimonianze e dichiarazioni di persone coinvolte in diversi settori (specialmente quello della ristorazione) o parte del sistema politico che si prepara alle elezioni parlamentari del 2023. Si preannuncia dunque un dibattito incentrato sulla presenza, e resistenza, di una “forza lavoro pigra” che semplifica un problema che meriterebbe un’analisi accurata piuttosto che dichiarazioni a effetto per colpire l’elettorato.

[Di Salvatore Toscano]

Guerra Ucraina, Mosca: raggiunto accordo per evacuazione feriti da Azovstal

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«A seguito dei colloqui con i rappresentanti delle truppe ucraine bloccate presso l’acciaieria Azovstal, a Mariupol, oggi è stato raggiunto un accordo per evacuare i feriti»: è ciò che, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa Tass, avrebbe affermato il ministero della Difesa russo. Quest’ultimo avrebbe inoltre aggiunto che sarebbe stato altresì introdotto un cessate il fuoco nell’area dell’impianto ed aperto un corridoio umanitario, attraverso il quale i militari ucraini feriti verrebbero portati in una struttura medica a Novoazovsk, nella Repubblica popolare di Donetsk, così da fornire loro tutta l’assistenza necessaria.

Il problema dell’amianto in Italia è ancora lontano dall’essere risolto

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Nel fondo italiano per la bonifica dell’amianto ci sono 8 milioni di euro inutilizzati da 7 anni. Il fondo, istituito con l’articolo 56 della legge 221 del 2015, è nato per facilitare la rimozione dell’amianto dagli edifici pubblici. La dotazione complessiva è stata di circa 12 milioni di euro e l’avremmo dovuta utilizzare tra il 2016 e il 2018. Tuttavia, sono trascorsi sette anni dalla scadenza e solo il 30% dei fondi è stato speso. Sono invece passati trent’anni dall’approvazione della legge che in Italia ha vietato l’estrazione, l’importazione, la produzione e la commercializzazione di amianto e di prodotti che lo contengono. Ad oggi, però, solo il 25% di quello installato è stato rimosso. Continuando con questi ritmi – rende noto un’inchiesta di Legambiente – per liberarsene del tutto serviranno altri 75 anni.

A mettere nero su bianco questi ultimi dati è stato però il Rapporto del registro nazionale dei mesoteliomi, dal quale è emerso anche che degli oltre 31 mila casi di mesotelioma pleurico registrati dal 1993 al 2018, l’80% è riconducibile proprio all’esposizione alle fibre d’amianto. Ancor più crudi poi i numeri dell’Osservatorio nazionale amianto che per il 2020, tenendo conto anche delle altre patologie legate all’esposizione delle fibre, parlano di 7mila decessi solo nel Bel Paese. Dati che tuttavia non dovrebbero sorprendere considerando che, ancora oggi, sono almeno 50.744 i solo edifici pubblici censiti con amianto sui tetti. Ciononostante si continua ad agire come se non fossimo di fronte ad un’emergenza. Gli avvisi attuativi della Legge precedentemente citata, ad esempio, pur dando priorità alle zone sensibili (come scuole, parchi gioco, ospedali, impianti sportivi), hanno portato all’assegnazione di appena 636 progetti di bonifica: 1.318.113 euro per 242 interventi nel 2017, 853.223 per 140 interventi nel 2019, 417.345 euro per 63 interventi nel 2021 e 1.188.670 euro per 191 interventi stabiliti dall’ultima graduatoria dello scorso febbraio.

Le cause di una così allarmante inazione, per quanto ingiustificabile, potrebbero essere diverse. Prima fra tutte, attorno alla quale ruotano tutte le altre possibili motivazioni, gli esorbitanti costi richiesti per bonificare i siti. Inoltre, specie nei piccoli comuni, si potrebbe ipotizzare una carenza di personale competente. Mentre, più in generale, è verosimile che molti rallentamenti dipendano da una carenza di discariche di prossimità idonee a smaltire in sicurezza i rifiuti contenenti amianto. Senza questi impianti disponibili sul territorio è inevitabile ricorrere all’export dei rifiuti contaminati, come frequentemente avviene – riporta un’analisi del Centro studi enti locali – aumentando però vertiginosamente i costi ambientali ed economici dell’operazione. Il risultato? Non si realizza nessuna bonifica. Tuttavia, sarebbe interessante capire come mai si è scelto di non approfittare dei cospicui fondi di ripresa. «È inaccettabile – non a caso precisa Andrea Minutolo di Legambiente – che l’amianto sia il grande escluso del Pnrr».

[di Simone Valeri]

Somalia, Hassan Sheikh Mohamud è il nuovo presidente

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Hassan Sheikh Mohamud è il nuovo presidente della Somalia, eletto da 329 deputati e senatori che hanno votato nel perimetro dell’aeroporto di Mogadiscio, con la presenza costante delle forze di sicurezza e l’istituzione di un coprifuoco in tutta la capitale per contenere il rischio di possibili attentati. La seconda vittoria di Hassan Sheikh Mohamud, dopo quella del 2012, ha posto fine a un processo elettorale che andava avanti da 15 mesi tra disordini e rinvii.

Roma verso l’abbattimento dei cinghiali con la scusa della peste suina

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Nelle prossime ore il via libera da parte delle istituzioni agli abbattimenti selettivi dei cinghiali a Roma potrebbe diventare realtà: su questa strada stanno infatti spingendo con decisione le autorità regionali e il sottosegretario alla Salute Andrea Costa. Il tema va avanti da tempo, con i numerosi casi di cinghiali avvistati tra le strade della capitale. Nelle ultime settimane i casi di “peste suina” paiono però aver convinto gli amministratori a rompere gli indugi, nella convinzione che il rischio sanitario possa servire a rompere le resistenze delle associazioni animaliste e di tanti cittadini contrari agli abbattimenti. Già oggi il sottosegretario Costa potrebbe firmare l’ordinanza che prevede la redazione di un «piano per l’eradicazione del virus» avente ad oggetto «l’abbattimento selettivo dei cinghiali sul nostro territorio».

I casi di peste suina registrati finora a Roma sono 6, con l’epicentro del focolaio individuato nella Riserva naturale dell’Insugherata. Il pretesto sufficiente per convincere la Regione ad andare in pressing sul commissario straordinario alla peste suina, Angelo Ferrari, a cui negli scorsi giorni l’assessore alla sanità Alessio D’Amato ha chiesto interventi “rapidi e risolutivi”. Obbiettivo, non solo le misure di contenimento, ma anche l’abbattimento dei capi. D’altra parte lo stesso sottosegretario Costa ha ammesso che gli abbattimenti non sarebbero solo a causa del pericolo peste: «Oggi la densità dei cinghiali in alcune zone d’Italia è almeno 5 volte superiore rispetto alla sopportabilità dell’ecosistema e, al di là del fattore contingente della peste suina, resto convinto e lo voglio ribadire con forza, pur rispettando le sensibilità degli animalisti, che questa è un’emergenza dinanzi alla quale occorre prevedere il prolungamento dell’attività venatoria da 3 a 5 mesi e la possibilità alle regioni di rideterminare le quote». Inoltre, a rischiare di essere uccisi, potrebbero essere non solo i cinghiali della Capitale ma anche quelli di altre zone d’Italia, a causa della loro massiccia presenza.

La drastica soluzione prospettata da Costa ha messo sulle barricate tanti cittadini e le associazioni animaliste, che stanno cercando nuovamente di fermare gli abbattimenti nel Lazio dopo aver già provato ad impedire, senza riuscita, le uccisioni dei cinghiali in Piemonte e Liguria, dove negli scorsi mesi è stato disposto l’abbattimento anche dei cinghiali e suini ospiti dei rifugi. Una petizione lanciata da 36 associazioni proprio per tale motivo e sottoscritta da più di 40mila persone, è stata adesso inviata alla Regione Lazio nella speranza che questa volta tale azione porti a dei risultati. “A suo tempo avevamo inviato un appello alla Regione Liguria e alla Regione Piemonte, e allo stesso Angelo Ferrari, di fermare le uccisioni dei cinghiali in quelle regioni, ma non siamo stati ascoltati. Ora abbiamo rifatto la medesima richiesta alla Regione Lazio inviando 40.428 firme della petizione che abbiamo aperto contro la mattanza di suini e cinghiali, perché uccidere gli animali non può essere il modo di risolvere i problemi”, affermano le associazioni Meta Parma e Avi Parma, ricordando altresì che “la caccia è stata ritenuta possibile causa di diffusione per il virus Psa (peste suina africana), anche perché spaventerebbe gli animali spingendoli a scappare e a spostarsi altrove diffondendo un eventuale contagio”.

A contestare tale modus operandi è anche l’Oipa (Organizzazione internazionale protezione animali), la quale si oppone alle uccisioni suggerendo di attuare un “monitoraggio sanitario degli animali morti che si trovino nel territorio nazionale”. Non solo infatti l’Oipa ricorda che – come confermato da un parere chiesto agli esperti dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) – “la caccia non è uno strumento efficace per ridurre le dimensioni della popolazione di cinghiali selvatici in Europa”, ma altresì che “i cacciatori, con le loro prassi di eviscerazione, possono diffondere in maniera incontrollata il virus della Psa, innocuo per l’uomo, e degli altri agenti patogeni di cui le prede potrebbero essere portatrici”. «A Roma il problema sono i rifiuti, non i cinghiali», afferma inoltre la delegata dell’Oipa di Roma Rita Corboli, sottolineando che «i cinghiali sono sempre gli stessi, ma negli ultimi anni sono aumentati i rifiuti e le discariche a cielo aperto e quindi la disponibilità di cibo nelle vicinanze delle aree verdi dove vivono». Se da un lato, infatti, a Roma il primo caso di Psa è stato registrato lo scorso 5 maggio, dall’altro l’invasione di tali animali è un problema presente da diversi anni. Già nel 2015, infatti, in Italia si parlava di “allarme cinghiali” a Roma Nord: un allarme che, a quanto pare, è divenuto ormai ordinario.

[di Raffaele De Luca]

Riforma Cartabia, oggi sciopero dei magistrati

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È stato indetto per la giornata di oggi lo sciopero di giudici e pm, che si asterranno dalle udienze per tutta la giornata. La protesta riguarda la riforma dell’ordinamento giudiziario (la cosiddetta riforma Carabia), approvata alla Camera e in attesa di voto definitivo al Senato, e la nuova legge elettorale del Consiglio superiore della magistratura. La categoria non scioperava dal 2010, quando i livelli di adesione raggiunsero il picco dell’85%. La decisione era stata comunicata dall’Associazione nazionale magistrati il 30 aprile.

(Monthly report n.10) Covid: è finita l’emergenza, ora è tempo di risposte

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È uscito il decimo numero del Monthly Report: la rivista de L’Indipendente che ogni mese fa luce su un tema che reputiamo di particolare rilevanza e non sufficientemente trattato sul mainstream. Il numero di maggio è il primo che è stato reso disponibile anche in formato cartaceo e ricevuto direttamente a casa dai nostri abbonati (tutte le info su come riceverlo a questo link), ma naturalmente rimane disponibile anche in formato digitale. Per l’occasione siamo tornati a parlare di Covid-19, e c’è una ragione molto precisa per la quale lo facciamo ora, appena in Italia è terminata ufficialmente l’emergenza e anche i media sono completamente assorbiti dalla nuova emergenza, quella della guerra.

L’editoriale del nuovo numero: Emergenza scaccia emergenza

Tra le dinamiche storte del mondo dell’informazione ce ne sono due che più di altre hanno conseguenze negative sulle possibilità dei cittadini di comprendere realmente le cose e di costruirsi un’opinione compiuta. La prima è che il sistema dei media è pensato e progettato per non fermarsi mai a ragionare, ad allargare il discorso, ad analizzare in profondità le cause e gli effetti di un determinato fatto. La seconda è che tutta l’informazione gira attorno all’emergenza del momento, in un eterno presente dove l’ultimo accadimento cancella quello precedente. Per due anni si è parlato solo di pandemia, ora si parla solo di Ucraina e l’argomento scomparirà dai radar non necessariamente quando il conflitto sarà terminato, ma quando ci si renderà conto che una nuova emergenza interesserà maggiormente il pubblico. Queste due dinamiche sono in realtà profondamente collegate e si alimentano a vicenda in un circuito perverso per la buona informazione. Un giornalismo del tutto schiacciato sull’emergenza del momento è funzionale a un sistema mediatico che non vuole mai fermarsi a ragionare sulle cause e sugli effetti profondi dei fatti e delle decisioni pubbliche.

Mentre l’emergenza è in corso il popolo è chiamato a stringersi a coorte, il governo ad agire rapidamente e senza esitazione e i media ad essere “responsabili”, ovvero a non alimentare la sfiducia e a non porre domande inopportune. Ogni voce disallineata è messa a tacere e non sono ammessi troppi ragionamenti sulle cause dei fatti e sui possibili effetti delle decisioni: per parlare di queste cose ci sarà tempo, si dice, ora bisogna rimanere uniti e vincere la battaglia contro il nemico, che sia un virus o un esercito. Il problema è che alla fine il momento non arriva mai. Perché finita l’emergenza subito ne comincia un’altra e se non c’è la si fabbrica, come delle volte accade con i migranti o con alcuni fatti di cronaca nera. Il risultato è sempre lo stesso: l’informazione gira su sé stessa, lasciando i cittadini storditi peggio di un criceto sulla ruota.

È per contrastare questo modello nocivo di informazione che torniamo sulla questione della pandemia da Covid-19 e lo facciamo ora che in Italia è ufficialmente terminato lo stato di emergenza. D’altronde è da due anni che i media e le istituzioni ci preparano all’idea che stiamo entrando nell’era delle pandemie, come se dovessimo dare per scontato che questi due anni siano stati l’antipasto di una lunga e pesantissima cena. Sarà quindi il caso che alcune domande trovino una risposta onde evitare di ripetere gli stessi errori: lockdown e mascherine sono serviti sul serio o si sono rilevati inutili restrizioni? Le cure domiciliari precoci alla fine erano una bufala cara ai no vax o sono state ingiustamente non considerate? Di laboratori biologici come quello di Wuhan dal quale (forse) si è diffuso il virus quanti altri ne esistono, cosa si fa al loro interno e con quali rischi? Le autorità che approvano farmaci e vaccini, come Ema e Aifa, sono enti indipendenti dei quali possiamo fidarci? E l’Organizzazione mondiale della sanità come se la passa visto che dovrebbe proteggere la salute mondiale? Sono domande fondamentali da porsi e alle quali cercare una risposta in modo onesto. Così come è fondamentale cercare di capire se la legislazione di emergenza adottata durante la pandemia (dal green pass alle limitazioni al diritto di protestare) sia in via di smantellamento insieme alla fine dell’emergenza o se i governi del mondo, incluse le democrazie occidentali, vogliano solo cambiare nome a certi meccanismi di potere per continuare ad utilizzarli. Troppe sono le domande rimaste sul tavolo, è tempo di cercare (e di pretendere) le risposte.

L’indice del nuovo numero:

  • Il labile confine tra misure di emergenza e abuso di potere
  • Lontano da dove
  • Non solo green pass: gli strumenti del biopotere nell’era delle emergenze
  • La veritа sull’OMS raccontata da un ex capo ricercatore: intervista a Francesco Zambon
  • Tra filantropia e interessi geopolitici: il fallimento del progetto COVAX
  • Gli enti di controllo che approvano i farmaci sono realmente indipendenti?
  • Un mondo sospeso tra biolab e gain of function
  • Cure precoci: tutto quello che sappiamo dopo due anni di pandemia
  • Mascherine e lockdown: le restrizioni anti-covid, in definitiva, hanno avuto senso?
  • Giovani, le vittime dimenticate delle politiche pandemiche
  • Coronation, il documentario che nessuna piattaforma vuole trasmettere

Il mensile, in formato PDF, può essere scaricato dagli abbonati a questo link: lindipendente.online/monthly-report/

La NATO occupa le coste della Sardegna per le prove di guerra: vietato l’accesso a mare

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Fino al 27 maggio, la Sardegna sarà teatro di una vasta esercitazione NATO, che vedrà coinvolti circa 4.000 militari provenienti da 7 paesi dell’Alleanza a bordo di aerei e navi. L’operazione Mare Aperto 2022 è arrivata senza preavviso, mentre i residenti e i primi turisti si preparavano all’imminente avvio della stagione estiva. Fino al 27 maggio sarà vietato in 17 aree a mare interessate dall’esercitazione “il transito, la sosta, la pesca, la balneazione e le immersioni”. Con un’ordinanza firmata dallo Stato Maggiore della Difesa, a inizio maggio si è deciso infatti di porre “immediatamente” sotto assedio la Sardegna. Nonostante si tratti di un’esercitazione annuale, il rischio di trasformare quanto sta avvenendo nella regione in un elemento che potrebbe destabilizzare il già precario equilibrio diplomatico lungo la direttrice NATO-Mosca non è trascurabile, soprattutto se si considera la discrezionalità da parte delle istituzioni circa il periodo in cui porre in essere Mare Aperto. Si pensi che nel 2021 l’esercitazione si è svolta a ottobre.

Nei giorni scorsi le Capitanerie di Porto di Cagliari e Oristano hanno disposto, con due ordinanze, l’interdizione di 17 aree a mare con “decorrenza immediata”, individuando le zone in cui si svolgerà l’esercitazione militare. Oltre ai circa 21.000 ettari dei tre poligoni di Teulada, Perdasdefogu e Capo Frasca, l’operazione si estenderà anche in aree mai convolte in azioni militari. L’Unione Sarda ha creato una mappa sulla base delle coordinate geografiche contenute nelle due ordinanze, mostrando le zone interessate: si parte dalle acque di Sant’Antioco per arrivare alla costa orientale, passando per Porto Pino (davanti agli stabilimenti balneari già in funzione) Capo Teulada, Villasimius, Muravera e altre località in preparativi per la stagione estiva. “Le forze in campo si eserciteranno nel dominio marittimo”, ma anche “nei contesti aereo e terrestre, e in quelli innovativi dello spazio e della cyber-security, simulando scenari ad alta intensità e in veloce mutamento attraverso cui verificare le capacità di intervento in svariate aree, dalla prevenzione e il contrasto di traffici illeciti, alla lotta contro minacce convenzionali e asimmetriche“, ha dichiarato il ministero della Difesa in un comunicato.

Le aree costiere interessate dall’esercitazione militare [Fonte: L’Unione Sarda]
Nei calcoli e nelle dichiarazioni, il grande assente è risultato essere l’ambiente, nonostante i danni causati periodicamente dalle esercitazioni militari. Nel 2010 il magistrato Domenico Fiordalisi condusse delle indagini incentrate sul disastro ambientale provocato in Sardegna dallo smaltimento illegale di materiale radioattivo all’interno dei poligoni militari. L’indagine, prima di essere “sgonfiata” da una perizia (ritenuta contraddittoria da diversi esperti), accertò l’esplosione di missili Milan contenenti torio, elemento radioattivo, nel poligono di Teulada. Sul poligono di Quirra si sono concentrate invece le analisi del fisico Evandro Rizzini, dalle quali è emerso il collegamento tra l’esposizione al metallo radioattivo e la morte di 167 militari. Con l’allargamento delle aree coinvolte, a partire proprio dai poligoni, il rischio di dover affrontare ulteriori danni per la salute e per l’ambiente non può far altro che aumentare.

[Di Salvatore Toscano]