domenica 8 Febbraio 2026
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Che gioco sta portando avanti Musk con Twitter?

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Quella che intercorre tra Twitter e il plurimiliardario Elon Musk sembra più una telenovella che la trattativa per l’anima di una gigantesca azienda tech. Da una parte c’è un eccentrico imprenditore che, con smodato entusiasmo, espone i propri pensieri superficiali sui social, dall’altra c’è un’impresa claudicante i cui azionisti non vedono l’ora di battere cassa.

Per chi si fosse perso la vicenda, a inizio aprile Musk aveva comprato una quota di maggioranza di Twitter promettendo rivoluzioni e cambiamenti in nome della “libertà di parola”. Sin da subito si è discusso del ruolo che l’imprenditore avrebbe avuto all’interno dell’azienda, con il social che ha annunciato prontamente la sua introduzione all’interno della Commissione del portale. La partecipazione alla commissione avrebbe però comportato alcuni oneri che probabilmente stavano troppo stretti a Musk, il quale ha alterato senza indugio la propria posizione.

A fine aprile, Musk ha deciso dunque che fosse più interessante acquistare l’intero Twitter, intento che ha cercato di concretizzare mettendo sul tavolo un’offerta “definitiva” di circa 43 miliardi di dollari. I miliardi sono saliti a 44 e gli investitori hanno accolto la sua proposta avviando un periodo di transizione che è stato frustrato ancor prima di partire. Il problema è che Musk ha supervalutato un’azienda che, complice il periodo nero del settore tech, vale circa il 30% di quanto lui ha proposto in fase di trattativa. 

Il miliardario ha cercato dunque di tutelarsi coinvolgendo nello scambio alcuni investitori che gli avrebbero dovuto alleggerire il carico fiscale, tuttavia la piena compensazione finanziaria non è mai stata raggiunta. Musk ha intrapreso dunque un’altra strada: fare leva sull’esistenza di account di Twitter fasulli per “sospendere” la trattativa. Bisogna ammetterlo, Twitter non è certo casta e pura su questo frangente. Il problema dei “bot” è noto ormai da anni e, a seconda delle stime, si ipotizza che il 5-20% degli account presenti sul portale non si leghino ad alcuna persona fisica

Per comprendere la portata del problema, NewsWeek ha stimato che il 49,3% dei follower dell’account del Presidente USA siano artificiali, tuttavia anche la scena italiana non è migliore: nel 2019 Il Sole 24 Ore aveva riscontrato che la maggior parte dei follower di Nicola Zingaretti, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Luigi Di Maio e Giuseppe Conte, fossero assolutamente artefatti.

Polemiche social a parte, i documenti firmati da Musk e Twitter non consentono alcuno spazio di manovra al miliardario. Per come è stato formulato il contratto l’imprenditore dovrà acquistare l’azienda a prezzo pieno, pena una potenziale causa legale. L’unica scappatoia sarebbe per Musk quella di trovare il modo di dimostrare che Twitter abbia esplicitamente sottostimato la portata del morbo dei bot, tuttavia l’azienda si rifiuta di permettere a entità terze di portare avanti un’indagine adducendo al fatto che i suoi server contengano documenti pubblici e privati troppo sensibili per poter cedere il loro accesso a ignoti. 

Considerando l’intera situazione, è facile credere che il miliardario stia sollevando un polverone mediatico più con l’intento di farsi fare uno sconto, che con il desiderio di avviare una causa a due direzioni che potrebbe durare per anni.

[di Walter Ferri]

L’Ucraina, la Nato e l’ovvietà della guerra: Kissinger aveva spiegato tutto nel 2014

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Henry Kissinger rappresenta uno dei cardini della diplomazia statunitense novecentesca. Attore principale del XX secolo, è stato consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato degli Stati Uniti durante le presidenze di Richard Nixon e di Gerald Ford tra il 1969 e il 1977, vincendo il Nobel per la pace nel 1973. Il suo atteggiamento in politica estera potrebbe riassumersi con la massima: “Realismo sempre, distensione quando possibile, arrendevolezza fine a stessa mai”, ricordando le iniziative che portarono Nixon a visitare la Repubblica Popolare Cinese per “distendere le relazioni”, l’esercito statunitense a ritirarsi dal Vietnam e l’intervento in Cile per il golpe di Pinochet. Il 5 marzo 2014, a pochi giorni dalla caduta del presidente filorusso Yanukovich in Ucraina, Kissinger ha scritto quello che si è rivelato essere, a distanza di otto anni, un articolo estremamente attuale e a tratti profetico sulle politiche di Kiev, della Nato, dell’Unione europea e della Russia.

Riproponiamo, dunque, l’articolo integrale del Washington Post tradotto in Italia da Peacelink.

La discussione pubblica sull’Ucraina è tutta imperniata sulla contrapposizione [con la Russia]. Ma sappiamo dove stiamo andando? Nella mia vita ho visto iniziare quattro guerre con grande entusiasmo e sostegno pubblico, tutte guerre che non sapevamo come finire e da tre delle quali ci siamo ritirati unilateralmente. Il test della politica è come finisce, non come inizia. Troppo spesso la questione ucraina viene presentata come una resa dei conti: se l’Ucraina si unisce all’Est o all’Ovest. Ma se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare, non deve essere l’avamposto di nessuna delle due parti contro l’altra: dovrebbe fungere da ponte tra di loro. La Russia deve riconoscere che tentare di costringere l’Ucraina a diventare un satellite, e quindi spostare di nuovo i confini della Russia, condannerebbe Mosca a ripetere la sua storia di pressioni reciproche in rapporto a Europa e Stati Uniti, che si avvitano in cicli capaci di autoriprodursi senza fine. L’Occidente deve capire che, per la Russia, l’Ucraina non può mai essere un semplice paese straniero. La storia russa iniziò in quella che fu chiamata Rus di Kiev. Da lì si diffuse la religione russa. L’Ucraina è stata parte della Russia per secoli e le loro storie si sono intrecciate ancor prima di allora. Alcune delle battaglie più importanti per la libertà russa, a cominciare dalla battaglia di Poltava nel 1709, furono combattute sul suolo ucraino. La flotta del Mar Nero, lo strumento della Russia per proiettare potere nel Mediterraneo, ha sede a Sebastopoli, in Crimea, con un contratto di affitto a lungo termine. Anche famosi dissidenti come Aleksandr Solzhenitsyn e Joseph Brodsky hanno insistito sul fatto che l’Ucraina fosse parte integrante della storia russa e, in effetti, della Russia. L’Unione europea deve riconoscere che la sua dilatorietà burocratica e la subordinazione dell’elemento strategico alla politica interna nel negoziare le relazioni dell’Ucraina con l’Europa hanno contribuito a trasformare un negoziato in una crisi. La politica estera è l’arte di stabilire le priorità.

Gli ucraini sono l’elemento decisivo. Vivono in un paese con una storia complessa e una composizione poliglotta. La parte occidentale fu incorporata nell’Unione Sovietica nel 1939, quando Stalin e Hitler si divisero il bottino. La Crimea, la cui popolazione è per il 60 per cento russa, divenne parte dell’Ucraina solo nel 1954, quando Nikita Khrushchev, ucraino di nascita, gliela assegnò come parte delle celebrazioni del 300° anno di un accordo russo con i cosacchi. L’ovest è in gran parte cattolico; l’est in gran parte russo-ortodosso. L’occidente parla ucraino; l’est parla principalmente russo. Qualsiasi tentativo da parte di un’ala dell’Ucraina di dominare l’altra – come è stato finora – porterebbe alla fine alla guerra civile o alla divisione del paese. Trattare l’Ucraina come parte di un confronto est-ovest farebbe affondare per decenni qualsiasi prospettiva di portare la Russia e l’Occidente, e in particolare Russia ed Europa, in un sistema internazionale cooperativo. L’Ucraina è indipendente da soli 23 anni; in precedenza era stata sotto varie forme di dominio straniero sin dal XIV secolo. Non sorprende che i suoi leader non abbiano imparato l’arte del compromesso, tanto meno della prospettiva storica. La politica dell’Ucraina post-indipendenza dimostra chiaramente che la radice del problema risiede nei tentativi dei politici ucraini di imporre la loro volontà alle parti recalcitranti del paese, prima da parte di una fazione, poi dell’altra. Questa è l’essenza del conflitto tra Viktor Yanukovich e la sua principale rivale politica, Yulia Tymoshenko. Rappresentano le due ali dell’Ucraina e non sono stati disposti a condividere il potere. Una saggia politica degli Stati Uniti nei confronti dell’Ucraina cercherebbe di fare in modo che le due parti del paese cooperino tra loro. Dovremmo cercare la riconciliazione, non il dominio di una fazione.

La Russia e l’Occidente, e meno di tutte le varie fazioni in Ucraina, non hanno agito secondo questo principio. Ognuno ha peggiorato la situazione. La Russia non sarebbe in grado di imporre una soluzione militare senza isolarsi in un momento in cui molti dei suoi confini sono già precari. Per l’Occidente, la demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica; è un alibi per l’assenza di una politica. Putin dovrebbe rendersi conto che, quali che siano i torti che lamenta, una politica di imposizioni militari produrrebbe un’altra Guerra Fredda. Da parte loro, gli Stati Uniti devono evitare di trattare la Russia come un soggetto aberrante a cui insegnare pazientemente le regole di condotta stabilite da Washington. Putin è uno stratega serio, nei termini della storia russa. Comprendere i valori e la psicologia degli Stati Uniti non è il suo forte. Né la comprensione della storia e della psicologia russe è stata un punto di forza dei politici statunitensi. I leader di tutte le parti dovrebbero tornare a esaminare i risultati possibili, non prendere atteggiamenti competitivi. Questa è la mia idea di un risultato compatibile con i valori e gli interessi di sicurezza di tutte le parti:

  1. L’Ucraina dovrebbe avere il diritto di scegliere liberamente le sue associazioni economiche e politiche, anche con l’Europa.
  2. L’Ucraina non dovrebbe aderire alla NATO, una posizione che ho preso sette anni fa, l’ultima volta che si pose la questione.
  3. L’Ucraina dovrebbe essere libera di creare qualsiasi governo compatibile con la volontà espressa dal suo popolo. Fossero saggi, i leader ucraini opterebbero quindi per una politica di riconciliazione tra le varie parti del loro paese. A livello internazionale, dovrebbero perseguire un atteggiamento paragonabile a quello della Finlandia. Quella nazione non lascia dubbi sulla sua fiera indipendenza e coopera con l’Occidente nella maggior parte dei campi, ma evita accuratamente l’ostilità istituzionale nei confronti della Russia.
  4. L’annessione della Crimea da parte della Russia è incompatibile con le regole dell’ordine mondiale esistente. Ma dovrebbe essere possibile porre le relazioni della Crimea con l’Ucraina su basi meno problematiche. A tal fine, la Russia riconoscerebbe la sovranità dell’Ucraina sulla Crimea. L’Ucraina dovrebbe rafforzare l’autonomia della Crimea nelle elezioni che si terranno alla presenza di osservatori internazionali. Il processo includerebbe la rimozione di qualsiasi ambiguità sullo stato della flotta del Mar Nero a Sebastopoli.

Questi sono principi, non prescrizioni. Le persone che hanno familiarità con la regione sapranno che non tutti saranno appetibili a tutte le parti. L’obiettivo non può essere la soddisfazione assoluta, ma una equilibrata insoddisfazione. Se non si raggiunge una soluzione basata su questi o altri elementi comparabili, la deriva verso lo scontro è destinata a precipitare. Il momento arriverà abbastanza presto.

[Di Salvatore Toscano]

Clima, l’industria automobilistica trascura gli obiettivi

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Le principali case automobilistiche del mondo – Bmw, Ford, General Motors, Hyundai, Nissan, Renault, Honda, Mercedes-Benz, Volkswagen, Toyota, Stellantis e Tesla – stanno rallentando il raggiungimento degli obiettivi climatici globali. A rivelarlo è una nuova indagine di InfluenceMap che mostra come queste multinazionali, sebbene abbiano dichiarato pubblicamente il loro sostegno all’Accordo di Parigi, stiano rimanendo indietro rispetto allo sviluppo di veicoli a zero emissioni e, contemporaneamente, stiano facendo pressioni per prolungare il commercio di motori a combustione interna. Su 12 case automobilistiche, solo Tesla si sta impegnando realmente in una politica in linea con gli obiettivi climatici.

Il ritorno dei lupi in Italia: sono 3.300 mai così tanti dagli anni Settanta

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Dopo due anni si è concluso il primo monitoraggio nazionale sulla presenza del lupo in Italia. Le stime elaborate dall’Istituto nazionale per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) confermano una tendenza di crescita dell’animale lungo tutto lo Stivale, con 3.300 esemplari. Il dato ottenuto arriva dopo un meticoloso lavoro, condotto durante la pandemia, che ha impegnato oltre 3mila persone – volontari, personale di parchi nazionali e regionali, università, musei, associazioni nazionali e locali, 504 reparti dei Comando Unità Forestali Ambientali e Agroalimentari (Cufaa) dell’Arma dei Carabinieri – da Nord a Sud.

Per l’indagine sono stati scandagliati 85mila chilometri, e la presenza del lupo è stata documentata da 6520 avvistamenti fotografici con fototrappole, 491 carcasse di ungulato predate, 1310 tracce, 171 lupi morti e 16mila escrementi. Per identificare effettivamente la specie e ottenere così la conferma assoluta di quanto rinvenuto sul territorio, sono state condotte 1500 analisi genetiche con tecniche specifiche, i cui risultati sono stati analizzati con i più recenti modelli statistici prodotti dalla comunità scientifica. Il monitoraggio è stato condotto suddividendo in celle di 10 per 10 chilometri il territorio (ne sono state selezionate mille), e conducendo due analisi differenti, una per le regioni/province autonome della zona alpina, e una per le regioni dell’Italia peninsulare. Stando ai risultati, sulle Alpi è avvenuto l’aumento più significativo, con un numero di lupi stimato intorno ai 950 (2400 sono distribuiti lungo il resto della penisola). 

Fin dagli anni Cinquanta il lupo ha sempre diviso l’opinione pubblica, tra chi accettava la sua presenza e chi invece no. Difatti, le cause della diminuzione del lupo in Italia sono state principalmente due: l’ibridazione con il cane, che ha messo seriamente a rischio il patrimonio genetico della specie, e il conflitto con gli allevatori (bracconaggio). La svolta per il recupero dell’animale si ebbe negli anni Settanta, quando si contarono solo un centinaio di esemplari sul territorio, con l’approvazione del decreto ministeriale Natali (1971). Questo ha spianato la strada per l’inserimento del carnivoro nelle specie protette (1976), oltre ad averne vietato la caccia e l’avvelenamento. Così, negli ultimi anni, il lupo è ritornato a popolare le nostre terre, riproducendosi in maniera del tutto naturale e spontanea, senza interventi di reintroduzione da parte dell’uomo. Il carnivoro è quindi sotto la tutela dello Stato, poiché considerato elemento indispensabile dell’ecosistema cui appartiene e, dato che la convivenza con l’uomo non è affatto semplice, nell’esercizio della tutela, lo Stato riconosce ad allevatori e aziende gli indennizzi per le predazioni subite a causa dell’animale.

Ma i risarcimenti da soli non sono mai bastati, poiché non riducono gli attacchi del predatore. Pertanto, nel corso degli anni, si è puntato molto sulla prevenzione, con la messa in sicurezza degli allevamenti grazie a recinzioni sofisticate e cani da pastori certificati. Dinamiche che, di conseguenza, hanno contrastato il bracconaggio, la caccia e gli avvelenamenti. Significativo è stato anche l’aumento delle prede, quali cinghiali, caprioli e cervi che, oltre a distogliere l’attenzione del lupo dagli animali al pascolo, ha contribuito a salvare la specie. Infine, sono state attuate delle vere e proprie campagne di informazione da associazioni e attivisti, specialmente in quelle zone in cui il lupo é ricomparso dopo tanto tempo, al fine di aumentare la consapevolezza e l’accettazione nei cittadini.

[di Eugenia Greco]

Mercoledì 18 maggio

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8.40 – Regno Unito, inflazione al 9%: mai così alta negli ultimi 40 anni.

10.00 – Finlandia e Svezia hanno ufficializzato la loro richiesta di ingresso nella Nato.

12.15 – Russia, ministro Esteri comunica espulsione di 24 diplomatici italiani, 27 spagnoli e 34 francesi.

12.40 – Dl Riaperture, via libera definitivo dopo ok del Senato con 201 voti favorevoli.

15.45 – Commissione UE, proposti fino a 9 miliardi aggiuntivi per assistenza finanziaria a Ucraina.

17.00 – Dopo aver eletto come presidente Stefania Craxi, la Commissione Esteri non riesce a procedere con le nomine dei vicepresidenti perché manca il numero legale.

18.00 – La Turchia blocca l’avvio dei colloqui relativi all’adesione di Svezia e Finlandia nella Nato.

18.30 – La maggioranza vota compatta contro la riattivazione di 752 piattaforme di estrazione presenti nel Mar Adriatico e nel Mar di Sicilia.

Eni ha aperto un conto per pagare il gas in rubli, ma giura di non usarlo

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Con un comunicato stampa pubblicato sul proprio sito, Eni ha annunciato l’apertura di due conti correnti, uno in euro e uno in rubli, presso Gazprom Bank, la terza banca russa più grande del paese. Il provvedimento è stato adottato “in via cautelativa” a causa delle “imminenti scadenze di pagamento previste per i prossimi giorni”, che comunque verranno affrontate in euro, ha dichiarato la compagnia guidata da Claudio De Scalzi, per poi essere convertite in rublo da un agente della Borsa di Mosca. Nel comunicato stampa viene sottolineato come le nuove modalità di pagamento siano state prese in accordo con le istituzioni italiane e rappresentino un modo di procedere “neutrale in termini di costi e rischi”, compatibile con le sanzioni previste dall’Unione europea.

Tuttavia, da Bruxelles è già arrivata una bocciatura preventiva attraverso le parole di un portavoce della Commissione europea che ha dichiarato: «L’apertura di un conto in rubli va oltre le indicazioni che abbiamo dato agli Stati membri», incaricati di vigilare che le società rispettino le sanzioni. Esse «hanno un obbligo legale e in caso contrario l’organo può aprire la procedura d’infrazione». Il vice presidente della Commissione europea, Frans Timmermans, ha commentato l’ipotesi di un’attivazione da parte di Eni del conto corrente in valuta russa: «Pagare in rubli significa violare le sanzioni. Ed è una violazione anche dei contratti stipulati che prevedono in quale valuta pagare: euro o dollari, mai rubli». Il 30 aprile scorso, il presidente russo Vladimir Putin ha firmato un decreto in cui si imponeva l’apertura di un doppio conto, uno in euro o dollari e l’altro in rubli, per saldare le forniture di Gazprom con il coinvolgimento della Gazprom Bank e della Banca centrale russa. Accettare la presenza del principale istituto bancario di Mosca, con annessa modifica radicale dei contratti, avrebbe comportato, per le aziende europee, una violazione delle sanzioni imposte dai paesi occidentali. Dunque, tutte le grandi società energetiche del Vecchio Continente si sono ingegnate per trovare una soluzione: pagare in euro e coinvolgere, per la conversione in rublo, non la Banca centrale russa ma un “clearing agent operativo presso la Borsa di Mosca entro 48 ore dall’accredito”, come dichiarato da Eni, che nel comunicato stampa ha scritto: “L’esecuzione dei pagamenti con queste modalità non riscontra al momento nessun provvedimento normativo europeo che preveda divieti che incidano in maniera diretta sulla possibilità di eseguire le suddette operazioni”.

La volontà di schivare in qualche modo l’ostacolo delle sanzioni da parte delle compagnie energetiche europee sottolinea, innanzitutto, la dipendenza inestricabile nei confronti di gas e petrolio russi, nonostante da anni sia stata annunciata la necessità di una svolta sostenibile, verso quell’utilizzo di fonti rinnovabili ostacolato dalla burocrazia. La crescita dell’idrico e del geotermico è praticamente ferma dal 2000, mentre il fotovoltaico e l’eolico, dopo un exploit iniziale, non registrano incrementi interessanti da 5 anni. Ad oggi, come dimostrano le spedizioni dell’esecutivo italiano in Africa, la preoccupazione maggiore è quella di stipulare contratti con Algeria, Mozambico, Egitto, Angola e Congo, accompagnati da non pochi dubbi sul reale apporto produttivo che potranno avere nel breve periodo.

Cambio dollaro-rublo. 1 dollaro = 64,5 rubli.

Alla “sconfitta” dell’ambiente, sacrificato per far fronte alle sanzioni rivolte a Mosca, si aggiunge poi la crescita del rublo, a dispetto delle previsioni (e speranze) europee. Il tasso di cambio nei confronti delle maggiori valute mondiali ha raggiunto i livelli pre-pandemia, quando per ottenere un dollaro statunitense erano necessari circa 60 rubli. Dopo aver subito una massiccia svalutazione (di circa il 50%) lo scorso marzo, la moneta ufficiale della Russia ha iniziato una rapida ripresa rappresentando, al momento, la miglior valuta del 2022, con un rimbalzo sul dollaro di circa il 12% da inizio anno.

[Di Salvatore Toscano]

Ue: presentato “RePowerEu”, il piano per ridurre la dipendenza energetica dalla Russia

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La Commissione europea ha presentato oggi il piano “RePowerEu”, il cui fine è quello di ridurre rapidamente la dipendenza dai combustibili fossili russi e portare avanti velocemente la transizione verde. «Dobbiamo ridurre la nostra dipendenza energetica dalla Russia il più rapidamente possibile, lo possiamo fare», ha affermato a tal proposito la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen, sottolineando che con il “RePowerEu” si stanno «mobilitando fino a 300 miliardi di euro» di cui «circa 10 miliardi di euro finanzieranno i collegamenti mancanti per il gas, il GNL e le infrastrutture petrolifere così da fermare le spedizioni dalla Russia, mentre tutti i restanti serviranno ad accelerare e aumentare la transizione verso l’energia pulita».

La Sardegna si mobilita contro le esercitazioni della NATO

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Fino al 27 maggio numerose tra le spiagge naturalisticamente più pregevoli delle coste sarde saranno ostaggio delle esercitazioni militari della Nato, che vedranno 65 mezzi navali e aerei (sottomarini compresi) provenienti da 7 Paesi dell’Alleanza atlantica allenarsi a fare la guerra. Saranno 4 mila i gli uomini che prenderanno parte all'”assedio” dell’isola. I cittadini sardi hanno deciso di non sottostare a tale imposizione, giunta senza alcun preavviso agli inizi della stagione turistica, e hanno lanciato sulla piattaforma change.org una petizione per dire di no alle esercitazioni militari e “bloccare questa e future iniziative”.

Il titolo della petizione è eloquente di per sé: Mai più esercitazioni militari nelle coste sarde. I cittadini, infatti, sottolineano come siano già tre i poligoni presenti sul territorio sardo: Quirra-San Lorenzo, Capo Frasca e Teulada. Nonostante ciò si è deciso di svolgere le esercitazioni dell’Alleanza in 17 aree marittime, alcune delle quali mai coinvolte in operazioni militari e conosciute in tutto il mondo per la loro bellezza. Tra queste vi sono Porto Pino, il Poetto e Teulada. L’operazione “Mare Aperto” impedirà quindi “il transito, la sosta, la pesca, la balneazione e le immersioni” fino al 27 maggio. A preoccupare i cittadini sono soprattutto i rischi di danni ingenti all’ambiente: le esercitazioni rischiano infatti di essere “distruttive e devastanti” per il patrimonio naturalistico e paesaggistico della zona, “messo a dura prova per il diletto delle forze militari della Nato”.

La petizione fa appello alla Regione Sardegna affinché “si faccia portavoce nei confronti del Ministero della Difesa Italiana per bloccare questa e future iniziative militari”. Intanto, per il 22 maggio è prevista una manifestazione di protesta a Capo Teulada, già organizzata da alcune settimane per contestare l’occupazione militare della Sardegna.

[di Valeria Casolaro]

In Iran l’aumento dei prezzi del cibo ha scatenato rivolte contro il governo

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In tutto l’Iran si sono diffuse violente proteste per l’aumento dei prezzi degli alimenti la settimana scorsa, dopo che il governo ha annunciato il taglio dei sussidi statali per il grano importato causando un aumento di prezzi dei prodotti a base di farina fino al 300%. Anche i prodotti di prima necessità, tra i quali l’olio da cucina e i prodotti caseari, hanno subito importanti innalzamenti di prezzo. Nonostante il governo abbia dichiarato il ritorno a una situazione tranquilla, su Twitter sono decine i video e le immagini che attestano le numerose manifestazioni e la repressione delle forze di polizia.

Le proteste proseguono senza sosta, allargandosi a macchia d’olio in tutto il Paese: sarebbero almeno 40 le città coinvolte durante il solo weekend, secondo quanto riporta Reuters. Almeno 6 manifestanti sarebbero stati uccisi dall’inizio delle proteste, secondo quanto emerso dai social media e dalle dichiarazioni di fonti locali. Tra queste, l’agenzia di stampa semi-ufficiale ILNA ha riportato l’uccisione di una persona nella città di Dezful, nella provincia del Khuzestan, zona ricca di petrolio. I media statali hanno fatto sapere che le forze di sicurezza hanno disperso almeno 300 persone nella città di Dezful, mentre almeno 15 sono state arrestate nella serata di giovedì 12 maggio. Le autorità non avrebbero ancora confermato né smentito il numero delle vittime.

Dall’inizio delle proteste sono state registrate numerose interruzioni della linea Internet locale, in quello che alcuni ritengono sia stato un tentativo governativo di impedire l’organizzazione di manifestazioni e la condivisione di immagini online. L’osservatorio NetBlocks, che monitora malfunzionamenti e interruzioni della normale attività della rete, ha registrato numerose interruzioni del servizio in Iran nella settimana passata, commentando che “il rallentamento del servizio potrebbe limitare la libera circolazione delle informazioni durante le proteste”.

Scatenate dall’incontrollato e repentino aumento dei prezzi dei generi alimentari in un Paese dove quasi la metà degli 85 milioni di abitanti vive sotto la soglia della povertà, le proteste hanno presto assunto una connotazione marcatamente politica. I cittadini chiedono infatti una maggiore libertà politica e la fine della Repubblica islamica e dei suoi leader. Sono numerosi i video che mostrano i manifestanti bruciare le foto della massima autorità iraniana, la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei, per chiedere invece il ritorno dell’esiliato Reza Pahlavi, figlio dello Scià d’Iran.

Negli ultimi anni, in Iran, i cittadini “hanno sfruttato ogni opportunità disponibile per segnalare la loro insoddisfazione e il loro malcontento nei confronti del regime che li governa” ha dichiarato ad Al-Arabiya Behnam Ben Taleblu, del think-tank statunitense Foundation for Defense of Democracies. Nel 2019 le rivolte scatenate dall’aumento dei prezzi del carburante hanno presto assunto toni di contestazione politica, scatenando la più violenta repressione in quarant’anni di storia della Repubblica islamica. In quell’occasione Reuters aveva riportato la morte di 1500 persone e Amnesty di oltre 300, dati sempre negati dalle autorità.

I disordini attuali contribuiscono ad aggiungere una notevole pressione sul governo iraniano, che lotta per mantenere a galla un’economia paralizzata dalle sanzioni imposte da Washington nel 2018 quando gli Stati Uniti hanno abbandonato l’accordo di Teheran sul nucleare del 2015. Sono stati fatti dei tentativi per rilanciare il patto, ma i colloqui sono in stallo dallo scorso marzo.

[di Valeria Casolaro]

Parlamento, fiducia approvata su decreti Ucraina e Riapertura

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Questa mattina, la Camera dei Deputati ha approvato in via definitiva la questione di fiducia posta dal governo sulla conversione in legge del decreto-legge Ucraina bis, dopo i problemi di lunedì scorso relativi al non raggiungimento del numero legale nell’Aula. La norma contiene misure urgenti per contrastare gli effetti economici e umanitari della crisi che ha colpito Kiev: dai bonus sociali alla proroga dello stato di emergenza di protezione civile per “continuare a garantire le attività di soccorso e assistenza alla popolazione”. Nel frattempo, il Senato ha approvato la fiducia sulla conversione in legge del decreto Riapertura, contenente le “disposizioni urgenti per il superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da Covid, in conseguenza della cessazione dello stato di emergenza”.