mercoledì 25 Marzo 2026
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Allianz avverte le aziende: “rischio di tumulti in tutto il mondo”

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Secondo la compagnia di assicurazioni Allianz, le aziende devono prepararsi ad un incremento dei disordini sociali in tutto il mondo, a causa dell’aumento del costo della vita che segue la già pesante crisi scatenata dalla pandemia di Covid 19. È quanto emerge da un rapporto redatto il mese scorso dalla compagnia leader mondiale nel settore assicurativo-finanziario: il colosso è preoccupato, infatti, dalle ripercussioni che la crisi economica – causata dalla gestione della pandemia, prima, e dalla guerra in Ucraina, dopo – può avere in termini di scontri sociali. Quest’ultimi, oltre a colpire i profitti delle imprese, possono comportare danni materiali ingenti agli edifici commerciali e governativi, alle infrastrutture di trasporto, alle catene di approvvigionamento, oltreché interruzioni delle attività. Così, Allianz ha messo le mani avanti, premurandosi di suggerire alle imprese come minimizzare i danni e porsi al riparo da circostanze che appaiono sempre più concrete e destinate ad aumentare a livello globale.

Secondo le previsioni del FMI, infatti, l’aumento dell’inflazione è un «pericolo chiaro e presente», su cui è necessario intervenire per evitare che molti Paesi debbano affrontare il dramma della carestia. Kristalina Georgieva, capo del FMI, ha dichiarato che «l’alternativa è terribile: più fame, più povertà e più disordini sociali, soprattutto per i paesi che hanno lottato per sfuggire alla fragilità e ai conflitti per molti anni». Tuttavia, non si può attribuire tutto esclusivamente alle circostanze negative che hanno caratterizzato gli ultimi due anni e mezzo: gli scompensi sociali si erano manifestati ampiamente già a partire dalla crisi del 2008 e secondo l’Indice di Pace Globale, manifestazioni, scioperi e rivolte sono aumentati del 244% tra il 2011 e il 2019.

Il rapporto di Allianz specifica che le proteste sono destinate ad aumentare ulteriormente in tutto il mondo e che quelle recenti hanno già comportato danni economici e assicurativi notevoli: si evidenzia, infatti, che nel 2018, il movimento dei gilet gialli in Francia ha provocato perdite di 1,1 miliardo di dollari per i rivenditori francesi, mentre in Cile “manifestazioni su larga scala sono state innescate da un aumento delle tariffe della metropolitana, che ha portato a danni assicurativi di 3 miliardi di dollari”. A causa dell’aumento del costo della vita e del malcontento generale provocato dalla gestione dell’emergenza sanitaria, il quadro è destinato a peggiorare: le rimostranze, però, non vengono attribuite alla cattiva gestione dei governi o a impianti macroeconomici disfunzionali come quello liberista o, ancora, alla deregolamentazione del sistema finanziario che innesca crisi cicliche e sistemiche, bensì ai social network e alla disinformazione che hanno consentito il diffondersi delle cosiddette “teorie cospirazioniste”.

Nel rapporto in questione si legge, infatti, che “La natura in gran parte non regolamentata dei social media ha consentito alla disinformazione di diffondersi incontrollata, fornendo una piattaforma per i teorici della cospirazione e uno sfogo per i risentimenti. Queste rimostranze erano incentrate su tre aree principali: sentimento anti-vaccinazione e libertà civili; sfiducia nel governo e preoccupazione per il superamento del governo; difficoltà economiche”. La preoccupazione delle compagnie assicurative, dunque, non è quella di sollecitare i governi a risolvere i gravi problemi strutturali che affliggono, a livelli e in modi differenti, la società globale nel suo complesso suggerendo soluzioni, bensì semplicemente quella di regolamentare (o meglio censurare) maggiormente i social network affinché non diventino strumenti di aggregazione e organizzazione delle proteste. Quest’ultime, del resto, vanno assolutamente evitate al fine di non danneggiare il business e i profitti di aziende, multinazionali e compagnie assicurative.

Ancora una volta, dunque, l’unico obiettivo è quello di salvaguardare il profitto: a tal fine, Allianz suggerisce alle aziende di “rivedere le proprie polizze assicurative in caso di aumento dell’attività locale e aggiornare i propri piani di emergenza aziendale”, aggiungendo che “Le polizze immobiliari possono coprire in alcuni casi rivendicazioni politiche, ma gli assicuratori offrono una copertura specialistica per mitigare l’impatto di scioperi, rivolte e disordini civili (SRCC)”. Secondo Srdjan Todorovic, capo del “Crisis Management” presso Allianz, infatti, «I disordini civili rappresentano ormai un’esposizione più critica per le aziende rispetto al terrorismo». Di conseguenza, l’attività delle assicurazioni si sta orientando sempre di più in questa direzione, in quanto gli sconvolgimenti politico-economici modellano anche il settore assicurativo e aziendale.

Tuttavia, nulla viene suggerito per cercare di risolvere i problemi alla radice: l’obiettivo pare piuttosto quello di minimizzare il più possibile le perdite nel breve-medio termine, adducendo la responsabilità dell’insofferenza generale alle piattaforme social e alla disinformazione. Senza considerare che, se non viene risolto o mitigato, nel lungo periodo un eventuale aumento della povertà diffusa non potrà che arrecare ulteriori perdite alle aziende e alle multinazionali e, di conseguenza, anche al settore assicurativo. Secondo Todorovic, l’incidenza dei disordini sociali non è destinata a scendere e per questo si registra un crescente interesse verso la copertura specialistica per la violenza politica.

Il che lascia presagire tempi di incertezza e di grave instabilità che nessuna istituzione politica nazionale o internazionale sta davvero cercando di contrastare: così, compagnie assicurative e multinazionali cercano di salvare il salvabile, ignorando il ruolo determinante dei governi – coi quali spesso vanno a braccetto – nella crisi e scaricando le responsabilità delle circostanze sulle “notizie false”, sui leader politici considerati “populisti” e, da ultimo, sulle teorie cospirazioniste.

[di Giorgia Audiello]

Con la scusa del PNRR il governo smantella i diritti dei lavoratori della logistica

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Grazie alle pressioni esercitate dall’associazione confindustriale Assologistica è stata inserita una norma nel decreto PNRR 2 che modifica il codice civile e deregolamenta del tutto il settore della logistica eliminando la responsabilità del committente se la ditta fornitrice non paga i dipendenti. L’emendamento, presentato dal senatore di Forza Italia Nazario Pagano, è stato approvato dai ministri Cartabia e Giorgetti, sentitamente ringraziati dal presidente di Assologistica Ruggerone. La norma riguarderà un totale di un milione di lavoratori del settore, compreso l’indotto.

L’emendamento riguarda infatti esclusivamente il reparto della logistica integrata, senza toccare gli altri settori industriali e il terziario avanzato, ancora tutelati dall’art. 1677 del codice civile. Un modo per impedire che i lavoratori del comparto logistico possano rivalersi sulle grandi aziende – come Amazon, Dhl, ma anche porti e aeroporti -, che non saranno più responsabili del mancato pagamento dei “driver”, ovvero di coloro che si occupano della spedizione e della distribuzione delle merci. Perché ciò avvenga è sufficiente che l’azienda committente, al momento della stipula del contratto di somministrazione del servizio appaltato, ottenga dalla ditta fornitrice il documento che attesti la regolarità dei pagamenti di tutti gli oneri fiscali dovuti – il Durc – di ogni singolo dipendente.

Da due anni Assologistica, che riunisce 250 aziende e conta su 70 mila lavoratori dipendenti diretti e indiretti, esercitava pressioni sul governo per ottenere questo risultato: già nel 2020, infatti – quando il presidente era Andrea Gentile – presentò in Senato un dossier che spiegava come fosse necessaria l’introduzione di una nuova normativa che permettesse di “rendere maggiormente efficienti i processi logistici e di outsourcing”.

Carlo Pallavicini, del Si Cobas di Piacenza, ha spiegato al quotidiano Domani come «I colossi delle spedizioni fanno contratti al ribasso e rubando soldi ai lavoratori, mentre gli appaltatori possono fare profitto», sfruttando la fragilità e l’alta “mortalità” aziendale delle piccole ditte di distribuzione. Anche se il Durc apparentemente risulta in regola, spiega Pallavicini, le ore che vi sono segnate possono essere inferiori rispetto a quelle effettivamente svolte dal driver, che viene pagato in nero o non pagato affatto. Solamente nella provincia di Piacenza «sono 1.500 driver che sono sempre riusciti a recuperare le ore che non venivano loro pagate, parliamo di una media di 25mila, 30mila euro a testa in cinque anni. Adesso non avranno più appigli per farsi pagare il dovuto».

[di Valeria Casolaro]

Biden presenta la prima immagine del telescopio spaziale Webb

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Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha presentato ieri – insieme alla vicepresidente Kamala Harris e all’amministratore capo della NASA, Bill Nelson – la prima immagine del telescopio spaziale James Webb, nato dalla collaborazione fra Nasa, Agenzia Spaziale Europea (ESA) e agenzia spaziale canadese (CSA). L’immagine ritrae l’ammasso di galassie SMACS 0723. Si tratta di «galassie che brillano accanto ad altre galassie. Una piccola porzione dell’universo», ha affermato Nelson. «La prima immagine dal telescopio Webb rappresenta un momento storico per la scienza e la tecnologia, per l’astronomia e l’esplorazione spaziale. Ma anche per l’America e tutta l’umanità», ha poi scritto in un tweet Biden al termine della presentazione.

I messaggi eliminati su Messenger potrebbero non essere realmente cancellati

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A quanto pare non basta cancellare i messaggi di Messenger per assicurarsi che questi scompaiano dai server di Meta, almeno stando a quanto emerge dalla causa mossa da un ex-dipendente nei confronti della potente Big Tech. Secondo l’uomo, il gigante dei social avrebbe creato un vero e proprio protocollo per recuperare i dati rimossi dagli utenti, in modo da soddisfare al meglio le eventuali richieste delle autorità.

Prima di essere messo alla porta, Brennan Lawson era un Senior Risk & Response Escalations Specialist all’interno delle Community Operations di Meta. In pratica ricopriva il ruolo di uno dei molti moderatori che intercettano i contenuti truculenti caricati sul portale, un mestiere che spesso porta gli addetti a subire pesanti conseguenze psicologiche e che, poco sorprendentemente, è al centro di un costante ricambio della forza lavoro.

In tal senso, le carte depositate in tribunale confermano quello che già in passato era stato denunciato, ovvero che Meta sia molto torbida nello spiegare le dinamiche proprie all’ingrato compito durante i colloqui d’assunzione, tuttavia le rimostranze mosse da Lawson si estendono ben oltre ai diritti condivisi anche dai suoi colleghi del settore. L’uomo si appella infatti alle norme californiane che proteggono i whistleblower, suggerendo che il social lo abbia licenziato in seguito alle critiche che aveva mosso nei confronti di uno strumento estremamente controverso che l’impresa avrebbe adottato ormai diversi anni fa.

Stando all’accusa, verso la fine del 2018 si sarebbe tenuta una riunione interna all’azienda per presentare ai propri specialisti l’esistenza di un inedito attrezzo informatico capace di riesumare i messaggi di Messenger cancellati dagli utenti. Una vera e propria backdoor occulta che sarebbe stata progettata dalla Technology Program Manager Ashley McHugh al fine di circumnavigare le misure di sicurezza adottate dall’impresa per soddisfare le leggi sulla privacy. La motivazioni che si celerebbero dietro a una simile irregolarità sono semplici da sondare: “per mantenere Facebook nelle grazie del Governo, il Team Escalation utilizzava il protocollo back-end per fornire risposte alle Forze dell’ordine e quindi determinava quante informazioni potessero essere condivise”.

Stando alla testimonianza, Meta avrebbe violato diverse leggi pur di assecondare la sorveglianza Governativa e Lawson avrebbe avuto la cattiva idea di evidenziare le sue perplessità sulla natura criminale di un simile approccio durante il meeting, disegnandosi con le proprie mani un bersaglio sul petto. Il tecnico ha vissuto per mesi con il terrore di essere cacciato, quindi il 10 luglio 2019 ha visto concretizzarsi le sue paure, con il suo contratto che è stato rescisso sulla base di giustificazioni tecniche vocalmente contestate dai legali che hanno preso in carico il caso.

L’azienda non ha mancato di reagire smentendo ogni accusa ed è sempre opportuno prendere con spirito critico le rivelazioni di ex-dipendenti insoddisfatti, perlomeno quando c’è di mezzo una richiesta di risarcimento da più di 3 milioni di dollari, ma vale anche la pena monitorare da vicino la questione, se non altro perché la Big Tech ci ha già abituato ad abusi omologhi e il fatto che stia carpendo illegalmente dati è tutto meno che inverosimile.

[di Walter Ferri]

Kiev bombarda Novaya Kakhovka facendo morti e feriti

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Le forze armate di Kiev ieri hanno bombardato un deposito di munizioni russo nella città ucraina di Novaya Kakhovka – conquistata da Mosca – nella regione di Kherson, uccidendo sei civili e ferendo decine di persone. Lo rendono noto le autorità filorusse, citate dall’agenzia Tass. Secondo il capo dell’amministrazione militare-civile del distretto di Kakhovka, Vladimir Leontyev, il numero di feriti è destinato a salire. Kiev sta organizzando una controffensiva imminente nei territori occupati dalla Russia, mentre le forze moscovite hanno iniziato a lanciare diversi attacchi missilistici nelle prime ore di oggi contro la città di Mykolaiv, nell’Ucraina meridionale: lo ha riferito su Telegram il sindaco, Oleksandr Sienkevych, secondo quanto riporta Ukrinform.

Dopo 40 anni i rinoceronti sono tornati in Mozambico

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Dopo quattro decenni, i rinoceronti stanno tornando ad abitare le terre del Mozambico. Un progetto di conservazione si sta impegnando a trasferire 40 esemplari di rinoceronte bianco e rinoceronte nero dal Sud Africa allo Zinave National Park. Il parco ospita oltre 2mila animali di 14 specie diverse, reintrodotti nel paese africano anche dall’estero per salvaguardare la biodiversità.

Il progetto è opera della fondazione Peace Parks Foundation (PPF) che si è posta l’obiettivo di ripopolare le terre del Mozambico con la fauna selvatica estintasi negli ultimi decenni. Attualmente sta agendo affinché, entro i prossimi due/tre anni, vengano trasferiti alcuni esemplari di rinoceronte. Questi devono affrontare un viaggio di 1600 chilometri prima di arrivare nella loro nuova casa, il Zinave National Park, area protetta grande 4mila chilometri quadrati che accoglie tantissimi animali al fine di tutelarli. Qui sono già arrivati 19 esemplari di rinoceronte bianco, e l’organizzazione spera che nel corso di 8/10 anni possano ripopolare la specie e tornare a vivere anche al di fuori del parco. Il tutto grazie al rewilding, pratica di conservazione adatta a ristabilire l’equilibrio ecologico di vasti territori: reintroducendo la fauna selvatica nelle aree in cui una volta prosperava, la biodiversità viene nuovamente ripristinata.

L’introduzione dei rinoceronti nel Zinave National Park renderà quest’ultimo l’unico parco nazionale “Big Five” del Mozambico, ovvero l’unica area protetta che ospiterà l’elefante, il rinoceronte, il leone, il leopardo e il bufalo. Si tratta di un particolare molto importante dal punto di vista turistico che, non solo favorirà l’economia locale, ma contribuirà a proteggere queste specie a rischio. I rinoceronti, infatti, sono tra gli animali africani più colpiti dal bracconaggio: secondo il PPF, l’Africa perde tre rinoceronti al giorno. Non solo, lo scorso anno sono stati uccisi più di 400 esemplari. Ecco perché è fondamentale la loro reintroduzione in nuovi habitat e la formazione di mandrie da preservare. Pertanto gli obiettivi del PPF sono rinaturalizzare il parco per creare un ecosistema sano e ricco, attirare visitatori e sostenere i mezzi di sussistenza delle comunità che vivono nei dintorni del parco.

[di Eugenia Greco]

Lunedì 11 luglio

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7.00 – Ucraina, in preparazione esercito di 1 milione di soldati equipaggiati con armi occidentali per liberare territori del Sud.

9.00 – “Uber Files”: l’azienda esercita pressioni su leader mondiali per potersi espandere.

8.30 – Angelo Guglielmi, storico direttore di Rai 3, è morto all’età di 93 anni

11.30 – Nord Stream 1, Mosca sospende erogazione gas per lavori manutenzione.

12.15 – INPS: 23% lavoratori ha paga inferiore al reddito di cittadinanza.

13.00 – Roma, incendio Centocelle: valori delle diossine oltre i limiti.

15.00 – Speranza, al via quarta dose per over 60 dopo ok di ECDC ed EMA.

16.00 – Dl Aiuti, via libera alla Camera con 266 sì: M5S non partecipano alla votazione finale.

17.00 – Cina, manipolate app tracciamento Covid per limitare proteste di piazza contro truffe bancarie.

17.15 – Berlusconi: “serve verifica della maggioranza per vedere quali forze appoggiano effettivamente il governo”.

 

Una simulazione rivela cosa succederebbe al Pianeta con una guerra nucleare

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Il conflitto tra Russia e Ucraina ha spinto il mondo e l'opinione pubblica a interrogarsi sulle possibili conseguenze di una guerra nucleare. Gli scienziati della Louisiana State University (LSU) e della Rutgers University hanno così deciso di condurre uno studio – denominato A New Ocean State After Nuclear War – con l'obiettivo di prevedere un mondo post-conflitto nucleare. Lo scenario, pubblicato sulla rivista American Geophysical Union Advances e ottenuto attraverso simulazioni computerizzate, è desolante: nei primi giorni del conflitto si entrerebbe in una sorta di inverno nucleare, con un...

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Dl Aiuti: ok della Camera con 266 sì

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Con 266 voti favorevoli e 47 contrari, la Camera ha approvato il cosiddetto “dl Aiuti”, il decreto legge recante – tra l’altro – misure urgenti in materia di politiche energetiche nazionali, produttività delle imprese e attrazione degli investimenti. Il testo, che passa ora all’esame del Senato, non ha però ricevuto il voto dei deputati del M5S, che infatti non hanno partecipato alla votazione finale.

Covid, gli scienziati danesi si sono scusati per aver vaccinato i bambini

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«Oggi non faremmo lo stesso»: è quanto ha recentemente affermato Søren Brostrøm – uno scienziato che riveste il ruolo di direttore generale dell’Autorità sanitaria danese – in merito al vaccino anti Covid somministrato ai bambini, che per sua stessa ammissione non ha prodotto grandi risultati in ottica «controllo dell’epidemia». A riportarlo è TV 2, un canale televisivo danese al quale Brostrøm ha rilasciato un’intervista in cui ha dichiarato che, sulla base delle conoscenze attuali, è stato un errore vaccinare i bambini. «Con quello che sappiamo oggi sì», ha affermato – rispondendo ad una domanda relativa a tale possibile sbaglio – il direttore generale, che tuttavia ha altresì cercato di giustificare la campagna vaccinale dichiarando: «Con quello che sapevamo allora no». Ad ogni modo, però, Brostrøm ha sottolineato di essere «dispiaciuto» per i genitori che si sono sentiti sotto pressione a causa della campagna vaccinale, sostanzialmente scusandosi e precisando che questi ultimi abbiano tutto il diritto di «rimproverare» l’Autorità sanitaria per la decisione di vaccinare i più piccoli.

Dopo che nel mese di luglio 2021 gli adolescenti danesi rientranti nella fascia di età 12-15 anni sono stati invitati a sottoporsi al vaccino, infatti, a novembre il vaccino è stato consigliato anche ai bambini appartenenti alla fascia 5-11 anni. Sono diversi però gli esperti danesi che si sono schierati contro tale scelta o comunque hanno successivamente ammesso l’errore della decisione. Ad esempio Christine Stabell Benn, professoressa clinica presso l’Università della Danimarca meridionale, è stata molto critica a riguardo. «Abbiamo avuto dei vaccini con un profilo di effetti collaterali molto sconosciuto e allo stesso tempo abbiamo avuto dei bambini che non avevano nulla da guadagnare dall’essere vaccinati», ha infatti affermato la professoressa. Allan Randrup Thomsen, professore di virologia sperimentale all’Università di Copenaghen, si è invece limitato a sostenere l’attuale presa di posizione dell’Autorità sanitaria affermando che «probabilmente non aveva molto senso» far vaccinare i più piccoli in virtù delle conoscenze attuali, e che di tale decisione gli esperti «discuteranno a lungo».

Del resto, ultimamente è emerso in maniera sempre più chiara che la campagna vaccinale condotta nei confronti dei bambini probabilmente non era così necessaria. Basterà ricordare non solo che l’elevata efficacia dei vaccini nei bambini inizialmente sbandierata da Pfizer è stata sostanzialmente affossata dai dati reali, ma anche che uno studio pubblicato sulla rivista scientifica The Lancet il 30 giugno, e realizzato dagli scienziati dell’Istituto Superiore di Sanità e dal Ministero della Salute italiano, ha indicato una copertura fornita dal vaccino inferiore al 30% per l’infezione e pari ad appena il 41,1% contro lo sviluppo di forme gravi della malattia per i bambini nella fascia di età 5-11 anni. Nonostante tutto ciò, però, gli organi deputati all’approvazione dei vaccini stanno continuando a raccomandare i vaccini per i più piccoli, anche allargando ulteriormente la platea degli individui vaccinabili. Basterà ricordare che la FDA, l’organo statunitense che regola i prodotti farmaceutici, ha recentemente dato il via libera all’uso dei vaccini Pfizer e Moderna nei bambini a partire dai 6 mesi di età.

[di Raffaele De Luca]