L’operatore finlandese Gasum ha riferito che la Russia ha bloccato le forniture di gas verso il Paese, notizia poi confermata anche da Gazprom. Secondo quanto riferito da Gasum, il blocco sarebbe giunto dopo che la Finlandia ha negato il pagamento in rubli. La compagnia finlandese ha fatto sapere che rifornirà i cittadini tramite altre fonti di approvvigionamento attraverso il gasdotto BalticConnector. Ad aprile la Russia aveva interrotto le forniture anche a Polonia e Bulgaria, dopo che i due Paesi avevano anch’essi rifiutato le nuove condizioni di pagamento.
Venerdì 20 maggio
9.00 – Nuovi attacchi hacker contro oltre 50 siti internet istituzionali italiani da parte del gruppo russo Killnet.
9.30 – Scioperi in tutta Italia contro “una politica e un’economia di guerra” che “taglia salari e diritti”, organizzati dai sindacati di base.
10.20 – In Italia crolla la produzione di miele, secondo i produttori è causa dei cambiamenti climatici.
10.40 – L’Italia ha proposto un piano di pace in quattro punti a Russia e Ucraina, critico l’Alto Rappresentate UE Borrell: “condizione per trattativa è ritiro russo”.
11.30 – Rapporto Save the Children: in Italia il 51% dei quindicenni è incapace di comprendere un testo.
12.50 – Roma: isolati altri due casi di vaiolo delle scimmie.
13.30 – Netflix chiude il contenzioso con l’Italia versando 55,8 mln di tasse per il periodo 2015 – 2019.
15.00 – Mali: tre italiani appartenenti a un gruppo missionario dei Testimoni di Geova sono stati rapiti da uomini armati.
17.00 – Antartide, scoperto enorme lago sotterraneo: “potrebbe rivelare segreti sull’evoluzione”.
18.00 – Sondaggio La7: il 60% degli italiani boccia l’operato di Europa e NATO nella guerra in Ucraina.
A San Didero da un anno centinaia di agenti presidiano un cantiere vuoto della TAV
L’area dove sarebbe dovuto sorgere il cantiere dell’autoporto di San Didero, opera collaterale alla linea TAV, si estende su di una superficie di 68 mila metri quadri tra l’autostrada A32 e la statale 25. Il movimento No Tav di Torino l’ha definita una “piccola Ilva” per via degli altissimi livelli di contaminazione del terreno dovuta agli anni di attività dell’acciaieria Beltrame. Della costruzione dell’autoporto, che avrebbe dovuto consentire la sosta ai camion in transito lungo l’autostrada e diretti verso la Francia, se ne parla sin dal 2020. Dal 2021 l’area è stata delimitata da recinzioni e filo spinato e posta sotto costante controllo da parte delle forze dell’ordine. Tuttavia tale occupazione -e militarizzazione- del territorio è avvenuta senza che l’appalto dei lavori fosse assegnato. Al contrario, Sitaf ha prima sospeso il bando di gara per via di alcune modifiche sostanziali da apportare al progetto, e lo ha poi definitivamente revocato il 6 maggio scorso. Nonostante ciò, l’area continua ad essere zona militarizzata e posta sotto controllo costante.
È la notte tra il 12 e il 13 aprile 2021 quando centinaia di agenti delle forze dell’ordine giungono in Val di Susa, nei pressi di San Didero, per occupare l’area destinata alla costruzione dell’autoporto. La gara d’appalto per la “rilocalizzazione dell’autoporto di Susa” è stata pubblicata da Sitaf il 13 febbraio 2020. Il progetto, del valore di 47,5 milioni di euro, è stato realizzato senza che venisse effettuato uno studio di passaggio che fornisse dei dati chiari sul numero di camion in transito su quel tratto di autostrada: l’unico dato certo è che il quantitativo di merci in transito su gomma è in calo costante dal 1999.
Nessuno si è ancora aggiudicato l’appalto quando le forze dell’ordine occupano l’area. Per di più, di lì a poco Sitaf sarà costretta a ritirare a tempo indeterminato la procedura per via di alcuni sostanziali difetti del progetto, che è ora del tutto da rifare. Nonostante ciò, l’area viene delimitata da recinzioni e filo spinato e sorvegliata giorno e notte da decine di carabinieri e poliziotti. Si è stimato che la spesa per la militarizzazione della zona sia costata oltre 5 milioni di euro.
Di lì a poco Sitaf sarà tuttavia costretta a revocare la sospensione della gara d’appalto, per via del polverone che ne era scaturito in una valle contraria alla realizzazione dei lavori sin dal principio. L’opera è infatti ritenuta dai valsusini inutile (esistono già due autoporti nella valle, uno ad Orbassano e uno a Susa) e ad alto rischio ambientale, per via del sommovimento di terreni con altissimi livelli di inquinamento dovuti all’attività dell’acciaieria Beltrame, chiusa nel 2013. Si rendeva quindi necessario “procedere con tempestività ed urgenza alla ripresa delle operazioni di gara”: ad oggi, tuttavia, nulla è cambiato. Tanto che, il 6 maggio scorso, Sitaf ha ritirato la gara d’appalto, revocando “il summenzionato bando di gara e tutti gli atti precedenti e successivi inerenti alla procedura in oggetto”.
Ad oggi, tuttavia, l’area dell’autoporto rimane sotto vigile controllo delle forze dell’ordine, con costi di gestione altissimi per la cittadinanza. Cosa sorveglino con tanto zelo rimane, ad oggi, ignoto.
[di Valeria Casolaro]
Arrivano i primi casi di vaiolo delle scimmie: in Europa già si ordinano i vaccini
Il primo caso italiano è stato identificato allo Spallanzani di Roma, lo stesso istituto dove nel gennaio 2020 venne identificato il primo caso di Covid in Italia: un ragazzo di ritorno dalle isole Canarie è risultato positivo al vaiolo delle scimmie. In Europa il primo infetto era stato segnalato dall’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito (UKHSA) il 7 maggio, altri casi sono stati rinvenuti anche in Spagna e Portogallo, per ora una ventina in totale. Fino ad ora tutti i contagiati stanno bene e le istituzioni sanitarie si sono affrettate a comunicare che la situazione non deve destare particolare allarmismo, considerando il fatto che il virus è noto da decenni e non ha mai provocato epidemie diffuse. Tuttavia, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha già convocato un gruppo di esperti per un “meeting di emergenza”, mentre almeno due paesi hanno già ordinato scorte del vaccino, già pronto e approvato nel 2019. Ma procediamo con ordine, innanzitutto: cos’è il vaiolo delle scimmie?
Diffuso principalmente in Africa occidentale, specialmente nel bacino del Congo, il virus delle scimmie fu osservato per la prima volta nel 1958. In natura in realtà il virus colpisce i roditori e può essere trasmesso ai primati (e quindi anche agli esseri umani) dagli animali infetti attraverso uno stretto contatto (sangue o morsi). Secondo l’Istituto Superiore di Sanità: “si tratta di un’infezione causata da un virus della stessa famiglia del vaiolo ma che largamente si differenzia dal vaiolo stesso per la minore diffusività e gravità […] Nell’uomo si presenta con febbre, dolori muscolari, cefalea, linfonodi gonfi, stanchezza e manifestazioni cutanee quali vescicole, pustole, piccole croste […] La malattia si risolve spontaneamente in 1-2 settimane con adeguato riposo e senza terapie specifiche; possono venir somministrati degli antivirali quando necessario”. Ancora non del tutto certe le modalità di trasmissione, secondo il Centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC): attraverso il contatto con un animale infetto o, da uomo a uomo, attraverso “grandi goccioline respiratorie” (contatto viso a viso prolungato) e scambio di fluidi corporei. Il fatto che i primi casi in Gran Bretagna si siano registrati nella comunità gay e bisex maschile ha spinto inoltre il ECDC a raccomandare attenzione “nella comunità di individui che si identificano come MSM (uomini che fanno sesso con uomini, ndr) o che hanno rapporti sessuali occasionali o che hanno più partner sessuali”. Specifica che ha provocato la protesta dei gruppi LGTBQ+ che ricordano lo stigma dell’HIV, a lungo ritenuto erroneamente il “virus degli omosessuali”.
Secondo gli esperti non si tratta di un virus particolarmente insidioso, particolare testimoniato dal fatto che anche precedenti focolai riscontrati in occidente si sono esauriti rapidamente. Inoltre le modalità di trasmissione non sono virali come nel caso dei coronavirus, necessitando di scambi di fluidi corporei o grandi gocce di saliva. Inoltre il vaccino contro il vaiolo, che in Italia è stato obbligatorio fino ai nati nel 1981, protegge anche contro la variante in questione garantendo l’immunità ai nati dopo quella data, inclusi gli anziani che sarebbero più a rischio in caso di infezione.
Particolari rassicuranti che non hanno frenato alcune istituzioni dal valutare già campagne di vaccinazione. Perché un vaccino contro il virus delle scimmie esiste già, approvato per la prima volta negli Usa nel 2019 e poi in Europa dove ha assunto il nome commerciale di IMVANEX, produttrice un’azienda farmaceutica danese di nome Bavarian Nordic. Il Centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha già raccomandato che “la vaccinazione dei contatti stretti ad alto rischio dovrebbe essere presa in considerazione dopo una valutazione del rapporto rischio-beneficio”. E i primi stati europei si sono già mossi. La stessa Bavarian Nordic, società quotata in borsa nel listino NASDAQ di Copenaghen, ieri 19 maggio si è affrettata a rilasciare agli investitori un comunicato nel quale annuncia di essersi già “assicurata un contratto con un paese europeo non divulgato per la fornitura del suo vaccino contro il vaiolo IMVANEX® in risposta ai nuovi casi di vaiolo delle scimmie che si sono evoluti nel mese di maggio 2022″. Nello stesso comunicato Paul Chaplin, Presidente e CEO della società, afferma che “Il controllo delle infezioni è stata una priorità assoluta per le società durante il COVID-19 e questa situazione ci ricorda che non possiamo abbassare la guardia, ma dobbiamo continuare a costruire e rafforzare la nostra preparazione alle malattie infettive per mantenere il mondo aperto”. E fuori dall’Unione Europea ha già ordinato dosi di IMVANEX anche il Regno Unito: secondo quanto riportato dal Telegraph, il governo Johnson ne ha già ordinate 20.000 dosi.
L’Italia avrebbe proposto un piano in 4 fasi per risolvere la crisi in Ucraina
Un piano di pace in 4 passaggi che porti gradualmente alla risoluzione del conflitto in Ucraina: questo il contenuto del progetto tutto italiano presentato dal ministro degli Esteri Luigi di Maio al segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, nel corso di un vertice svoltosi a New York lo scorso 18 maggio. I vari passaggi sarebbero supervisionati e gestiti da un Gruppo internazionale di facilitazione (GIF) e consterebbero di un cessate il fuoco seguito da un’ipotesi di neutralità dell’Ucraina, lo scioglimento delle questioni territoriali e infine la stipula di un nuovo patto di sicurezza internazionale.
“È la diplomazia a poter mettere fine alle guerre” ha dichiarato il ministro di Maio: sulla base di questo presupposto è stato elaborato il piano italiano in 4 fasi per porre fine al conflitto ucraino. Il primo e fondamentale passo da compiere per poter passare agli step successivi sarebbe il cessate il fuoco, unito alla smilitarizzazione della linea del fronte. Una volta ottenuto questo si potrebbe passare a discutere, nell’ambito di una conferenza di pace, della posizione di Kiev nel panorama internazionale, ipotizzandone la neutralità ma garantendone la possibilità di ingresso nell’Unione europea. A questo punto si potrebbe procedere con il dirimere le questioni territoriali ancora in sospeso tra Russia e Ucraina, in primo luogo Crimea e Donbass, tramite la definizione di un accordo bilaterale. La proposta italiana sarebbe di concedere l’autonomia pressoché totale alle zone contese senza mettere in dubbio la sovranità territoriale di Kiev. Infine, come quarto e ultimo passaggio, si dovrebbe discutere della formazione di un nuovo accordo multilaterale su pace e sicurezza in Europa, le cui priorità dovrebbero essere la stabilità strategica, il disarmo e il controllo degli armamenti, la prevenzione dei conflitti e le misure di rafforzamento della fiducia. Condizione imprescindibile sarebbe il ritiro progressivo della Russia dai territori occupati, cui seguirebbe una progressiva (e condizionata) revoca delle sanzioni occidentali.
Il contenuto del piano è stato anticipato da Repubblica dopo essere stato discusso con i diplomatici del Quint, il gruppo internazionale composto da USA e G4. A supervisionare i vari passaggi sarà il GIF il quale, secondo il parere italiano, dovrebbe essere composto da Paesi e organizzazioni internazionali, in particolare Onu e Ue. Tra gli Stati ritenuti idonei sono già stati inseriti Francia, Germania, Italia, Turchia, Stati Uniti, Cina, Canada, Regno Unito, Polonia, Israele.
[di Valeria Casolaro]
Mali, tre italiani rapiti da “uomini armati”
Tre cittadini italiani e un togolese sarebbero stati rapiti in Mali da “uomini armati”, secondo quanto dichiarato da fonti locali, citate dall’agenzia di stampa internazionale Agence France Press. Il ministero degli Esteri italiano ha confermato il rapimento e attivato l’Unità di crisi. Si tratterebbe di un gruppo di missionari dei Testimoni di Geova. I fatti sarebbero avvenuti nel distretto di Koutiala, a est della capitale Bamako.
Lo Sri Lanka ha dichiarato ufficialmente bancarotta
La crisi economica e finanziaria che lo Sri Lanka si porta dietro ormai da diversi mesi, è arrivata ad un epilogo: la banca centrale del paese ha ufficialmente annunciato il default, che si traduce con l’impossibilità di un Governo di ripagare il proprio debito pubblico (sia le obbligazioni che i prestiti concessi da Governi e istituzioni internazionali). Negli ultimi 15 anni lo Sri Lanka ha contratto debiti per il 65% del PIL, e nel 2022 ha in scadenza circa 4 miliardi di dollari di oneri.
D’altronde non poteva andare molto diversamente da così, con un tasso di inflazione che ha superato il 20% (e che ha portato i prezzi di beni essenziali alle stelle), con il governo a corto di riserve di moneta estera (necessarie per pagare le importazioni), carenza di beni primari come cibo, o di carburante e medicinali. La valuta locale, la rupia, si è deprezzata del 60% nell’ultimo anno.
Nella storia del Paese, da quando cioè ha dichiarato l’indipendenza dal Regno Unito nel 1948, non era mai successo che si arrivasse al default. La commistione di diversi fattori e il fatto che siano capitati nello stesso periodo (pandemia, inflazione più alta di 10 volte rispetto alla percentuale consigliata dall’UE e guerra in Ucraina) ha strozzato completamente l’economia, portandola a soffocare nei suoi stessi debiti.
Alla lista dei “colpevoli” se ne aggiunge un altro, giudicato tale dalla popolazione locale: il Governo. La gente ha accusato la dinastia Rajapaksa – a capo del paese da ormai 20 anni- di essere la principale causa del tracollo economico e finanziario che sta mettendo in ginocchio tutto il territorio. Corruzione e disinteresse sarebbero alla base, secondo i cittadini, della politica della famiglia, a cui frega poco della salute del paese. La popolazione, per protesta, ha manifestato per le strade, dando alle fiamme veicoli e abitazioni dei rappresentanti del governo in tutta l’isola, costringendo di fatto il Primo Ministro Mahinda Rajapaksa a presentare le dimissioni. In totale sono state date alle fiamme le case di 40 politici pro-Rajapaksa.
«Il paese non ha più carburante e neanche i soldi per comprarne di nuovo», ha detto il neo-primo ministro Ranil Wickremesinghe nel suo primo discorso alla nazione. «I prossimi due mesi saranno i più difficili della nostra vita».
Gli economisti temono che queste parole possano essere pronunciate da più del 60% dei paesi a basso reddito, ad oggi costretti ad affrontare una forte crisi del debito simile a quella dello Sri Lanka. E se dovesse succedere davvero? «La comunità internazionale non è preparata ad affrontare un incombente problema del debito. Il sistema può affrontare questi problemi solo un paese alla volta» dicono le Nazioni Unite.
Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) ha avviato trattative di salvataggio (oltre che con lo Sri Lanka) anche con Egitto e Tunisia, che dipendono fortemente da Russia Ucraina per il grano e con il Pakistan, che non riesce più a pagare l’import dell’energia. Ma come abbiamo ribadito più volte, questi sistemi non vanno visti come ancore di salvataggio. È bene sottolineare che il denaro concesso dal Fondo monetario non è a costo zero. I paesi che ricevono aiuti dal FMI devono accettare delle clausole molto rigide all’insegna del neoliberismo, compresi tagli ai settori dell’educazione, della sanità e dei servizi pubblici.
In pratica, i paesi debitori sottoscrivono dei “piani di aggiustamento strutturale”, impegnandosi a intervenire duramente sulle proprie politiche economiche con privatizzazioni e riforme di stampo liberista. Delle condizioni che in altri paesi non solo non hanno risolto strutturalmente il problema del debito, ma hanno anzi alla lunga aggravato le condizioni economiche dei paesi interessati.
[di Gloria Ferrari]
Ucraina, scioperi in tutta Italia contro “politica ed economia di guerra”
I sindacati di base hanno indetto per la giornata di oggi uno sciopero nazionale contro “una politica e un’economia di guerra” che “taglia salari e diritti”. Tra le principali richieste vi sono il cessate il fuoco in Ucraina e la smilitarizzazione dei territori con ritiro immediato di tutti gli eserciti, oltre al congelamento dei prezzi dei beni primari e lo stop alle spese militari dirette e indirette per destinare i fondi a scuola e sanità. Tra le città interessate da manifestazioni e mobilitazioni vi sono Milano, Roma, Messina, Palermo, Catania, Cagliari, Torino, Bologna, Venezia, Firenze, Pisa, Torino, Genova, La Spezia, Reggio Emilia, Trieste, Bergamo, e Taranto.
Starlink e la nuova guerra ibrida del capitalismo tecnologico
La componente tecnologica è diventata ormai essenziale in qualunque conflitto militare, in quanto la guerra convenzionale non è più sufficiente a prevalere sull’avversario ed è stata, dunque, sostituita dalla cosiddetta “guerra ibrida” che include attacchi cibernetici e l’uso di tecnologie satellitari. Per questo motivo, sin dagli inizi di marzo, il governo di Kiev si è rivolto a otto aziende ipertecnologiche internazionali per chiedere sostegno satellitare contro l’esercito russo. Tra queste appare anche la Starlink del magnate americano Elon Musk che ha inviato in Ucraina migliaia di kit satellitari per la connessione a Internet con la scritta, sulle scatole, “Ci uniamo per la vittoria”: l’azienda del CEO di Tesla e Space X assicura un’ottima connessione di banda e consente, dunque, di guidare i droni di Kiev contro gli obiettivi russi.
Ciò spiega anche l’inaspettata resistenza dell’esercito ucraino che senza il supporto tecnologico e militare dei Paesi NATO sarebbe riuscito a colpire ben poche postazioni avversarie. Infatti, attraverso il supporto satellitare ha potuto ottenere immagini in tempo reale – con uno scarto di poche decine di minuti – oltreché l’analisi e la condivisione immediata dei dati attraverso il sistema cloud.
Non si è fatta attendere, dunque, la risposta di Mosca che, attraverso i suoi informatici, già alla fine di febbraio ha attaccato la rete satellitare KA-SAT di Viasat, mettendo fuori uso la rete Internet usata dall’esercito ucraino, con l’obiettivo di interrompere le linee di comunicazione. L’attacco russo ha avuto ripercussioni pesanti, in quanto non è stato semplice ripristinare i modem e i problemi di connessione Internet hanno coinvolto anche Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada, Estonia e Unione Europea. Successivamente, anche i modem di Starlink sono stati colpiti, ma hanno resistito. Tuttavia, Musk non ha nascosto una certa apprensione, dichiarando su Twitter che “Finora Starlink ha resistito ai tentativi di disturbo e hacking della guerra informatica russa, ma i russi stanno aumentando i loro sforzi”.
Da tutto questo emerge ancora una volta come gli USA e i Paesi NATO abbiano preso indirettamente parte al conflitto, diventando così di fatto cobelligeranti e amplificando enormemente il rischio di estensione delle ostilità. In base alla testimonianza del comandante della trentaseiesima brigata dei marines delle forze armate ucraine – catturato dai russi – risulta, infatti, che le attrezzature Starlink per la connessione satellitare a Internet siano state consegnate con elicotteri militari a Mariupol sotto il coordinamento del Pentagono. Lo ha affermato su Telegram il direttore dell’Agenzia spaziale russa Roscosmos, Dmitry Rogozin, il quale si è anche rivolto direttamente a Musk: “Secondo le nostre informazioni, la consegna e il trasferimento alle Forze armate dell’Ucraina dei terminali Internet per la ricezione e la trasmissione da Starlink è stata effettuata dal Pentagono. Elon Musk è quindi coinvolto nella fornitura di comunicazioni militari alle forze fasciste in Ucraina. E per questo dovrai rispondere in modo adulto, Elon, non importa quanto farai lo stupido”. Poco prima, Musk, sempre su Twitter, aveva scritto: “Se muoio in circostanze strane, è stato un piacere conoscervi”.
Quello russo-ucraino si può considerare il primo conflitto in cui i satelliti hanno svolto e svolgono un ruolo centrale, non solo nel fornire le coordinate e i dati per colpire basi militari o mezzi corazzati, ma anche per alterare le immagini elaborate dai satelliti e smentire così il racconto dei fatti dei russi prima ancora che tali fatti avvengano, proiettandoci in un mondo virtuale in cui la “post-verità” la fa da padrona. La tecnologia ha, dunque, ridefinito il modo di fare la guerra sul campo, ma ha anche potenziato le possibilità della guerra di propaganda e dell’informazione, presenti da sempre in ogni conflitto. La capacità attraverso i satelliti di manipolare le immagini, spiare il nemico e anticiparne le mosse mostra ancora una volta come la tecnologia sia il migliore strumento di controllo e manipolazione della realtà. E in questo scenario, le società ipertecnologiche guidate dai privati come quella di Musk si apprestano a svolgere un ruolo di primo piano. Quello tecnologico, infatti, è già diventato un ambito determinante per il primato militare e geostrategico, nonché, dunque, il vero strumento egemonico contemporaneo. E, non a caso, è l’ambito prediletto dagli esponenti del liberal-capitalismo occidentale, il quale ha investito e continua a investire milioni di dollari in questo settore con lo scopo di riformare il paradigma bellico. Tuttavia, potenze come Russia e Cina non sono state a guardare e hanno anch’esse incrementato la ricerca e sviluppo in questo campo, affermando così compiutamente l’epoca della guerra ibrida combattuta non più solo sul campo a colpi di artiglieria, ma anche attraverso i satelliti e nello spazio cibernetico a colpi di attacchi informatici.
[di Giorgia Audiello]
Le bioplastiche sono molto meno “green” di quanto pensiamo, almeno in Italia
Per la svolta green italiana centrale è stato l’argomento sulle plastiche cosiddette compostabili, erroneamente considerate materiali a “impatto zero”. Una nuova indagine dell’Unità Investigativa di Greenpeace Italia ha messo in evidenza la cattiva gestione dei rifiuti derivanti da prodotti in plastica compostabile, in Italia per legge raccolti nell’organico mentre nella maggior parte dei Paesi europei considerati indifferenziati. Il report di Greenpeace spiega nel dettaglio il ciclo vitale delle compostabili, di cui circa il 63 percento finisce in impianti in cui l’effettiva degradazione è solo che teorica. Non a caso in ogni struttura italiana analizzata dai ricercatori sono emerse svariate problematiche nel trattamento dei rifiuti a questo punto solo apparentemente green. Oppure le compostabili possono arrivare in siti dove non è detto esse rimangano tutto il tempo realmente necessario a degradarsi.
Così alla fine invece della prevista decomposizione, le plastiche compostabili vanno nelle discariche o bruciano negli inceneritori. Viene da sé come i prodotti – solo a parole – “a impatto zero” siano “riciclati” in maniera sbagliata. Un’altra incongruenza del tanto osannato Governo della Transizione ecologica? Eppure anche se con ancora molta strada da fare, il Bel Paese pareva in prima linea per rendere la raccolta differenziata il più possibile efficace, specialmente dopo l’obbligo ufficiale.
Intanto i consumatori sono ignari sia del vero ciclo dei materiali considerati del tutto rispettosi per l’ambiente, che dell’importanza di tagliare i rifiuti compostabili prima di gettarli nell’umido cosicché essi siano delle dimensioni necessarie per la successiva decomposizione. Senza parlare dei test di laboratorio volti a misurare la compostabilità della plastica, i quali ipotizzano che questa costituisca l’1 percento del rifiuto umido. Ma dall’ultimo studio CIC-Corepla (ente che raggruppa le imprese della filiera del packaging) è invece emersa la reale incidenza della plastica green presente nella raccolta dell’organico, di quasi 4 volte maggiore di quanto calcolato (circa il 3,7 percengo nel 2020).
Il report di Greenpeace dal titolo “Altro che compost” spiega poi cosa siano davvero i materiali presi in esame, ovvero “Plastiche certificate conformi allo standard europeo EN 134321 relativo agli imballaggi, o allo standard europeo EN 14995 per gli altri manufatti diversi dagli imballaggi2”. Certificazioni che assicurano un “Materiale biodegradabile e compostabile in un dato tempo in impianti di compostaggio industriale”. Nello specifico, mentre un prodotto biodegradabile si degrada sotto l’azione di microrganismi e in presenza di ossigeno, un prodotto compostabile non può decomporsi in ambienti completamente naturali. I prodotti compostabili completano invece il loro ciclo solo in appositi impianti di trattamento, senza in teoria creare alcun problema alla struttura e assicurando un compost finale di qualità.
Ecco perché l’Italia della “Transizione ecologica” ha scelto di puntare sulle compostabili, ma lo ha fatto in modo poco onesto, confermandosi come uno dei pochi Paesi in Europa ad avere “Inserito una deroga alle limitazioni di Bruxelles sulle plastiche monouso” (la Direttiva SUP – Single Use Plastic16). Nel Paese sono stati messi al bando alcuni prodotti in plastica monouso da cui però stati esclusi gli articoli realizzati in plastica biodegradabile e compostabile18, che invece nella Direttiva comunitaria sono al pari delle plastiche tradizionali. In parole povere, un modo molto sottile che permette di aggirare la direttiva.
Le etichette “Posate biodegradabili e compostabili”, “Piatti green”, “Imballaggio da gettare nella raccolta dell’umido” della “plastica ecologica” hanno in un certo senso illuso i consumatori, facendo credere loro che fosse possibile utilizzare determinati prodotti finalmente senza conseguenze dannose per l’ambiente. E sarebbe così, se questi una volta diventati rifiuti, venissero gestiti correttamente. Se i materiali usa e getta in plastica compostabile creati appositamente per decomporsi, finiscono in impianti progettati precedentemente per i rifiuti biodegradabili (che come sottolineato si decompongono differentemente dai primi) non completano il processo di riciclaggio, come chiarisce Utilitalia (Federazione di aziende operanti nei servizi pubblici della gestione di rifiuti, acqua, ambiente, energia elettrica e gas).
Ecco anche spiegato come nella maggior parte dell’Europa sia normale gettare i prodotti in plastica compostabile nell’indifferenziato. In Italia invece si è diffuso quello che Greenpeace ha denunciato come un “Greenwashing di Stato”, perché i prodotti in plastica compostabile gettati nell’umido diventano dannosi per l’ambiente al contrario di ciò che è stato fatto credere, e proprio per il modo in cui vengono trattati una volta diventati rifiuti.
[di Francesca Naima]









