ll Nepal è prossimo a spostare il campo base dell’Everest perché il riscaldamento globale lo sta rendendo sempre meno sicuro. Il campo, utilizzato da 1.500 persone durante la stagione di arrampicata primaverile, si trova sul ghiacciaio del Khumbu, il quale si sta rapidamente assottigliando. L’acqua di fusione destabilizza poi ulteriormente la struttura naturale e la formazione di crepacci è così sempre più frequente. Le autorità affermano che verrà individuato un nuovo sito a un’altitudine inferiore, dove non c’è ghiaccio per tutto l’anno.
Mercoledì 22 giugno
6.30 – Usa, il Senato approva con un primo voto procedurale la proposta di legge bipartisan per una stretta sulle armi: attesa l’approvazione definitiva entro sabato.
8.30 – Terremoto magnitudo 5.9 tra Afghanistan e Pakistan: oltre 1000 morti e quasi 600 feriti.
9.20 – Camera, il presidente Fico annuncia la nascita del gruppo Insieme per il Futuro guidato da Luigi di Maio: la Lega è il primo partito in Parlamento.
11.50 – Cisgiordania, Israele avvia la costruzione di “una nuova barriera di sicurezza”.
12.20 – Senato, approvata la mozione sul supporto all’attività della Corte penale internazionale sui casi di donne vittime di violenza durante le guerre.
13.30 – Ambiente, la Commissione europea propone il divieto di uso di pesticidi nei parchi e degli obiettivi vincolanti a livello comunitario per dimezzarne l’uso entro il 2030.
14.30 – Mariupol, nave mercantile turca lascia il porto ucraino di Mariupol dopo i colloqui tra le delegazioni turca e russa a Mosca.
15.00 – Ecuador, continuano le proteste contro il governo: registrata la prima morte fra i manifestanti.
17.00 – Finlandia: “se la Russia attaccherà saremo pronti a combattere”.
18.15 – La Camera approva la delega fiscale con 322 favorevoli, 43 contrari e 5 astenuti: il testo passa al Senato.
18.30 – Bulgaria, il governo crolla in seguito a un voto di sfiducia.
Iea: Europa deve prepararsi a stop totale forniture gas russo
L’Europa deve prepararsi ad un eventuale stop totale delle forniture di gas russo per questo inverno: è ciò che sostanzialmente ha affermato, in un’intervista rilasciata al Financial Times, il capo dell’Agenzia internazionale per l’energia (Iea), Fatih Birol. «Più ci avviciniamo all’inverno, più comprendiamo le intenzioni della Russia», ha affermato Birol, sottolineando che in seguito alla decisione della Russia di ridurre le forniture di gas ai paesi europei della scorsa settimana, potrebbero esserci ulteriori tagli.
Le Maldive studiano una città galleggiante per fare fronte all’innalzamento dei mari
Alle Maldive sta per nascere una grande città galleggiante pensata per ospitare chi sarà costretto a lasciare le isole a causa dell’innalzamento del livello del mare. L’ottanta per cento del territorio del paese tropicale, il quale si trova a meno di un metro sopra il livello delle acque, è considerato da tempo una delle aree più esposte alle conseguenze del cambiamento climatico. Questa, infatti, potrebbe essere completamente sommersa entro la fine del secolo, e la costruzione di una città galleggiante in grado di ospitare fino a 20mila residenti, sembra essere la soluzione. Maldives Floating City è un progetto creato dallo sviluppatore immobiliare olandese Dutch Docklands e il governo del paese, e sorgerà a soli dieci minuti di barca dalla capitale Malé.

La città galleggiante è stata progettata secondo uno schema che ricorda il corallo cerebrale e prevede 5mila unità sull’acqua – tra case colorate con ampi balconi, ristoranti, negozi e scuole -, collegate da un sistema di ponti, canali e banchine. I residenti potranno spostarsi in barca ma anche a piedi, in bicicletta o con scooter elettrici sulle strade sabbiose, non sono ammesse automobili. I prezzi delle abitazioni partiranno dai 250mila dollari. L’obiettivo è creare una città autosufficiente e sostenibile, dotata di tutte le funzionalità di una città terrestre: l’elettricità sarà alimentata prevalentemente da energia solare generata in loco, e le acque reflue verranno trattate localmente per essere riutilizzate. In alternativa all’aria condizionata, verrà impiegato il pompaggio di acqua fredda dalle profondità marine, contribuendo al risparmio energetico. Maldives Floating City contribuirà ad “alleggerire” la capitale Malé, una delle città più densamente popolate al mondo.

L’impatto ambientale della futura città galleggiante è stato rigorosamente valutato da biologi marini e approvato dalle autorità governative prima dell’inizio dei lavori. Questa, infatti, è fondata su tecnologie innovative e sostenibili al fine di preservare l’ecosistema marino: banchi di corallo artificiale saranno impiantati sotto la città così da stimolarne la crescita. In questo modo le barriere coralline non solo saranno protette ma fungeranno da ammortizzatori naturali dalle onde. Maldives Floating City sta prendendo forma e alcune unità sono in via di completamento, tanto che le persone potranno iniziare a trasferirvisi all’inizio del 2024, mentre il tutto dovrebbe essere completato entro il 2027. Si tratta di un vero e proprio progetto – non di un esperimento – il quale mira a creare un’area abitabile per 20mila persone in meno di cinque anni. Nonostante ci siano altri piani riguardanti città galleggianti, come Oceanix a Busan (in Corea del Sud), la città sulle acque alle Maldive è unica nel suo genere, anche per dimensioni e tempistiche di costruzione.
[di Eugenia Greco]
Cannabis: la Commissione Giustizia approva la coltivazione domestica
Il disegno di legge Magi-Licantini che depenalizza la coltivazione domestica della cannabis a uso personale è stato approvato dalla Commissione Giustizia della Camera. Il testo emendato dovrebbe essere discusso dall’Aula il prossimo 24 giugno, a meno di slittamenti decisi dai capigruppo. L’obiettivo della misura è quello di depenalizzare la coltivazione domestica di 4 piantine di marijuana, in modo da «sostenere chi ne fa un uso terapeutico e per togliere terreno allo spaccio», ha spiegato il presidente della Commissione Giustizia Mario Perantoni. La conclusione positiva dell’iter sembra tuttavia lontana, soprattutto considerando la posizione contraria del centrodestra, espressa anche attraverso i numerosi emendamenti presentati alla proposta originaria con l’obiettivo di boicottarla.
«Con tutti i problemi che hanno gli italiani, ci sono parlamentari che pensano alle canne», ha dichiarato Salvini, contrario alla legge Magi-Licantini che – oltre alla depenalizzazione della coltivazione domestica – ridurrebbe le pene per i “reati di lieve entità” riguardanti la cannabis. Il testo distingue, infatti, il piccolo spaccio di hashish e marijuana da quello delle altre sostanze, riducendo solo per la cannabis la pena detentiva minima a 2 mesi (dai 6 attuali) e quella massima a 2 anni (dai 4 vigenti). La misura non riguarda, dunque, il piccolo spaccio di altre droghe, per cui la pena resta nella forbice 6 mesi-4 anni. Dopo la discussione prevista per il 24 giugno, potrebbe arrivare il turno della votazione già a fine luglio, anche a seconda degli altri lavori previsti e calendarizzati. L’obiettivo dei promotori della legge è quello di arrivare a una votazione alla Camera entro la pausa estiva, così da riprendere l’iter al Senato a settembre per approvarla nei termini della XVIII legislatura.
[di Salvatore Toscano]
Camera: approvata la risoluzione di maggioranza sull’Ucraina
È arrivato l’ok da parte dell’Aula della Camera alla risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del presidente del Consiglio Mario Draghi in vista del Consiglio europeo del 23 e 24 giugno, nel quale si discuterà della guerra in Ucraina e del sostegno europeo a Kiev. La risoluzione di maggioranza, che ieri aveva ricevuto il via libera del Senato, è stata approvata a Montecitorio con 410 voti a favore, 29 contrari e 34 astenuti. «Il Governo italiano, insieme ai partner dell’Ue e del G7, intende continuare a sostenere l’Ucraina così come questo Parlamento ci ha dato mandato di fare», ha affermato il premier Mario Draghi.
L’Italia diserta il summit mondiale sull’abolizione delle armi atomiche
È iniziata ieri la prima Conferenza degli Stati parti del Trattato per l’abolizione delle armi nucleari (Tpnw), prevista dal 21 al 23 giugno a Vienna e a cui parteciperanno esponenti di oltre cento nazioni, tra cui Germania, Olanda e Belgio, presenti come Stati osservatori insieme ad Australia e Norvegia, anch’essi Paesi Nato. Grande assente risulta, invece, l’Italia che, nonostante possieda basi militari nucleari straniere sul suo territorio, non ha inviato nessun rappresentante ufficiale del governo. Il nostro Paese, infatti, fa parte del cosiddetto “nuclear sharing”, ossia quel gruppo di nazioni che pur non disponendo di una propria tecnologia nucleare, ospitano testate di Stati alleati.
Il Tpnw è stato inizialmente ratificato da 61 Paesi – ora saliti a 65 – e promosso da Ican (International Campaign to abolish nuclear weapon – Campagna internazionale per abolire le armi nucleari), comitato che ha organizzato la Nuclear ban week e vincitore nel 2017 del Premio Nobel per la pace. Proprio nel 2017, il Trattato è stato negoziato e approvato presso le Nazioni Unite, senza la partecipazione al voto, tra gli altri, di Italia, Francia, Germania, Stati Uniti, Russia e Ucraina, ed è entrato in vigore il 22 gennaio 2021 come strumento di diritto internazionale. Con esso i Paesi firmatari si impegnano, tra l’altro, a non sviluppare, acquisire, immagazzinare e utilizzare armi nucleari e comunque a non minacciare con ordigni atomici.
L’Italia è l’unico Paese europeo che ospita testate nucleari americane a non partecipare ufficialmente all’evento. Una decisione che ha suscitato una critica piuttosto dura da parte del presidente del comitato Ican Daniele Santi che ha affermato che «la scelta di non partecipare alla conferenza di Vienna dimostra una mancanza di coraggio politico», con un chiaro riferimento alle posizioni di politica estera italiana sempre più schiacciate su quelle statunitensi. Oltre all’Italia sono assenti anche, per ragioni evidenti, la Nato e le grandi potenze atomiche, mentre hanno preso parte all’evento i delegati di più di 80 Paesi, alcuni sopravvissuti ai test nucleari, rappresentanti della società civile e parlamentari a titolo personale, tra cui Laura Boldrini.
Ad aggravare ulteriormente la posizione italiana, oltre alla non partecipazione al summit in questione, vi è anche il fatto che Roma sta compiendo ulteriori passi avanti verso la proliferazione di armi nucleari: il 16 giugno, infatti, alla base militare di Ghedi è stato consegnato il primo cacciabombardiere F-35, in grado di bombardare con la nuova versione di bombe nucleari B61-12 e che l’Aeronautica Militare ha deciso di dare in dotazione al gruppo dei Diavoli Rossi. Si tratta di un ulteriore elemento che rende l’Italia uno degli obiettivi più sensibili nel caso si dovesse ampliare il conflitto in est Europa. Proprio quest’ultima questione dovrebbe indurre le grandi potenze ad abbassare i toni dello scontro e a trovare un’intesa sulla riduzione degli armamenti, considerate le forti tensioni che potrebbero esplodere in ogni momento, conducendo a una catastrofe umanitaria senza precedenti.
Inoltre, la scelta di non partecipare alla Conferenza sottolinea, una volta di più, la giravolta politica del M5S e in particolare del suo (ormai ex) leader politico Luigi di Maio, il quale nel 2017 aveva sottoscritto proprio il Parliamentary Pledge dell’Ican impegnandosi, dunque, a favore della non proliferazione di armi nucleari: ora, invece, fa parte – come Ministro degli esteri – di un governo che si sta muovendo nella direzione contraria. Di conseguenza, anche la volontà di giungere alla pace in Ucraina, esternata spesso dal governo e dal Premier Mario Draghi appare una volontà solo di facciata.
Nel Tpnw sono previste, inoltre, anche procedure per i Paesi con armi nucleari che vogliono aderire al Trattato, finalizzate ad uno smantellamento degli arsenali. Tuttavia, come prevedibile, nessuna potenza nucleare ha aderito e a firmare sono stati solo Stati con scarso peso geopolitico come Giamaica, Botswana e Uruguay. Tuttavia, particolarmente grave resta la non adesione di Roma che subisce fin dal dopoguerra una vera e propria occupazione militare straniera che non di rado incide negativamente sugli interessi nazionali e alla quale – ormai – dopo più di settant’anni sarebbe ora di porre fine.
[di Giorgia Audiello]
L’Uganda scopre ingenti riserve di oro e petrolio, e vuole nazionalizzarle
Nuovi e ricchi giacimenti minerari di oro sono stati trovati in Uganda. Il Presidente della Repubblica, Yoweri Museveni, in carica dal 1986, ha annunciato la scoperta durante il discorso sullo stato della nazione. Il volume delle riserve è stimato in 31 milioni di tonnellate di minerale d’oro. Annunciato, inoltre, l’inizio della massiccia trasformazione dell’oro in patria in modo che non sia più venduto, nella gran parte, allo stato grezzo. Un obiettivo con il quale il Paese punta ad aumentare i propri introiti, senza lasciare il business della raffinazione in mano alle industrie straniere.
Il portavoce del Ministro dell’Energia e dello Sviluppo Minerario, Solomon Muyita, ha riferito che le nuove scoperte di giacimenti di oro riguardano Busia e Karamoja, nell’Uganda orientale, oltre a Kameleng, Kisita e Ngugo, nella regione centrale, e l’area di Tiira di Bushenyi nell’Uganda occidentale. Le stime del governo parlano di un volume totale di 31 milioni di tonnellate di minerale d’oro, con circa 320.000 tonnellate nette di oro puro, per un valore di circa 120 miliardi di dollari. Negli ultimi due anni l’esplorazione aerea è stata fatta in tutto il Paese, con indagini e analisi geofisiche e geochimiche, ha spiegato Muyita.
In occasione dell’annuncio pubblico, il Presidente Museveni ha dichiarato che il tempo per l’Uganda di spedire esportazioni non trasformate è finito e che il Paese deve incrementare enormemente la raffinazione locale, aumentando quindi il valore delle esportazioni. Durante la dichiarazione ha citato le sei raffinerie d’oro locali, tra cui l’Africa Gold Refinery che gli Stati Uniti hanno sanzionato a marzo scorso per la “fonte illecita” del suo oro. Il governo del presidente Yoweri Museveni ha cercato di aumentare gli investimenti nell’estrazione mineraria di oro, rame, ferro, cobalto e fosfati. All’inizio di quest’anno, il Parlamento ha promulgato una nuova legge per il settore minerario che, una volta firmata dal Presidente, aprirà la strada alla creazione di una società mineraria statale. La legge prevede che la società statale acquisirà obbligatoriamente una partecipazione del 15% in ogni operazione mineraria nel Paese e gli investitori saranno tenuti a firmare un accordo di condivisione della produzione con il governo.
Muyita, portavoce del Ministro dell’Energia e dello Sviluppo Minerario, ha detto che una società cinese, Wagagai Mining si aspetta, entro la fine di quest’anno, di estrarre e iniziare a raffinare almeno 5.000 chilogrammi di oro al giorno a Busia. Wagagai Mining, nel marzo scorso, ha ottenuto una concessione della durata di 21 anni. L’azienda cinese ha già investito 200 milioni di dollari in infrastrutture utili all’estrazione del minerale d’oro. Non è dato sapere se anche l’accordo siglato da Wagagai Mining sarà sottoposto alla nuova legge ugandese.
Se i calcoli risulteranno accurati, la scoperta di giacimenti petroliferi avvenuta nel Paese non molto tempo fa risulterà essere poca cosa a confronto con le nuove scoperte in campo minerario. Comunque sia, dal 2025, l’Uganda inizierà anche l’estrazione di petrolio. Fondamentale per l’esportazione del greggio ugandese sarà l’oleodotto chiamato Eacop (East African crude oil project pipeline) che permetterebbe all’oro nero di arrivare sulle coste della Tanzania, quindi all’Oceano Indiano. Una volta terminato, Eacop sarà una potenziale bomba ecologica lunga 1.400 chilometri che attraverserà riserve naturali e costeggerà vari laghi, tra cui il più grande e importante, il lago Vittoria. Attraverso SACE, l’agenzia pubblica italiana per il credito all’esportazione, l’Italia, in barba a tutti i vuoti proclami “green”, assicura il progetto dell’oleodotto. Tra i finanziatori del progetto troviamo Total, China National Offshore Oil Corporation, Uganda National Pipeline Company, Tanzania Petroleum Development Corporation.
In conclusione, una nota a margine. Lo scorso 15 giugno, durante una visita del Presidente Museveni presso la base aerea di Entebbe, sono stati ripresi tre elicotteri Mi-28NE (Codice NATO “Havoc”) di recente fabbricazione russa. Non è ancora chiaro quanti Mi-28 NE siano stati acquistati dall’Uganda e quando sia stato firmato il contratto e quando questi siano stati poi consegnati.
[di Michele Manfrin]
Scissione M5S, ora è Lega primo partito in Parlamento
In seguito allo scontro con Conte e alla scissione varata da Di Maio, cui ha fatto seguito la fondazione del gruppo “Insieme per il futuro”, il Movimento 5 Stelle lascia il posto di primo partito in Parlamento alla Lega. Il sorpasso più evidente è alla Camera, con i deputati 5 Stelle che passano dai 277 di inizio legislatura a 105, contro i 132 della Lega. Al Senato, se gli annunci saranno confermati, i deputati del Movimento passano da 72 a 61, al parti di quelli leghisti.








