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Il Gabon è il primo Paese africano ricompensato per tutelare le sue foreste

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Il Gabon è diventato il primo Paese africano a ricevere una ricompensa per aver protetto la sua foresta pluviale ed aver conseguentemente ridotto le emissioni di carbonio: allo Stato sono infatti stati consegnati 17 milioni di dollari dall’iniziativa per le foreste dell’Africa centrale (Cafi), un partenariato di collaborazione tra una coalizione di Paesi donatori e sei Paesi africani il cui obiettivo è appunto quello di preservare le foreste per mitigare i cambiamenti climatici. Nello specifico, i 17 milioni sono stati ricevuti dal Gabon poiché esso è riuscito a dimostrare che nel 2016 e nel 2017 sia stata ridotta la deforestazione rispetto al decennio precedente. E precisamente il denaro da consegnare è stato quantificato sulla base del calcolo del numero di tonnellate di carbonio che altrimenti sarebbero state rilasciate. Inoltre, la cifra consegnata costituisce solo la prima parte di un accordo da 150 milioni di dollari, che verranno corrisposti al Gabon nei prossimi anni se continuerà a preservare le foreste.

Queste ultime ricoprono quasi il 90% del suo territorio e catturano più carbonio di quanto il paese ne emetta. Di conseguenza esse sono vitali per assorbire le emissioni e compensare così la CO2 emessa dai paesi industrializzati. Per questo, il contributo pattuito è necessario e doveroso, così come fondamentale è in generale l’iniziativa per le foreste dell’Africa centrale. In questo modo, infatti, si darà la possibilità ai Paesi africani di perseguire uno sviluppo economico che non comprometta, però, la salvaguardia delle foresta.

[di Raffaele De Luca]

La strana storia di John McAfee e del suo suicidio

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John McAfee

Ieri, mercoledì 23 giugno 2021, il settantacinquenne John David McAfee si è tolto la vita in un carcere spagnolo, in risposta alla notizia della sua estradizione. O almeno così sostiene il suo avvocato, Javier Villalba, tuttavia l’esistenza di McAfee si è da sempre mossa a cavallo tra realtà e mitizzazione e molti in Rete lo stanno eleggendo a ultima vittima dei poteri occulti statunitensi. Un martire che, paradossalmente, incarnerebbe allo stesso tempo i valori controculturali di Julian Assange e l’infausto destino del trafficante di minorenni Jeffrey Epstein.

McAfee è stato innegabilmente un personaggio controverso sin dagli albori: reduce da una vita familiare dissestata, si è lanciato nel lavoro, occupando ruoli presso la General Electric, la Siemens, la Lockheed Martin e persino la NASA. L’uomo è però divenuto celebre in tutto il mondo nel 1987, quando ha lanciato l’antivirus commerciale a cui ancora oggi presta il nome.

Dal 1994, ovvero da che ha venduto la sua creatura a Intel, McAfee ha adottato un atteggiamento eccentrico e scenografico, finendo più o meno consapevolmente all’interno di dinamiche torbide e scandalose che lo hanno portato tra le altre a essere accusato da parte del Governo del Belize di omicidio, narcotraffico e istituzione di milizie militari.

Le numerose eccentricità e l’egocentrismo del noto informatico avrebbero infatti fomentato alcuni attriti con il vicino dell’epoca, Greg Faull, il quale avrebbe reagito avvelenandogli i cani. Stando ad alcune ricostruzioni, mai ufficializzate in via definitiva, McAfee avrebbe dunque assoldato un sicario per far torturare e uccidere il dirimpettaio.

Ad avergli garantito l’arresto non sono stati tuttavia i complicati anni passati in Sudamerica, quanto l’evasione delle tasse statunitensi, mancanza aggravata a sua volta dalla presunta manipolazione del mercato delle criptovalute. Accuse peraltro verosimili, visto che lo stesso McAfee ha ammesso rabbiosamente di non pagare le tasse, giudicandole un’imposizione da considerarsi illegale. Quel genere di approccio imprenditoriale del è “moralmente giustificato evadere”, insomma.

Stando al suo legale, l’uomo si sarebbe tolto la vita per il timore – o meglio, la certezza – di dover passare gli ultimi anni della sua esistenza chiuso in una delle famigerate prigioni a stelle e strisce. Una prospettiva che McAfee voleva evitare a ogni costo e che sarebbe la giustificazione del suo atto estremo.

Il condizionale è però d’obbligo, poiché il personaggio ha avuto molteplici occasioni per promuovere la narrazione che lo dipingeva come vittima di persecuzione politica, una persecuzione che sarebbe nata, a suo dire, in concomitanza con il suo essersi presentato nel 2015 come candidato libertariano. Un’ipotesi alternativa potrebbe essere riscontrata nel tentativo dell’imprenditore di spingere Cuba verso le criptovalute, strategia utile a evitare le sanzioni statunitensi.

Molti su internet hanno accolto l’idea che l’uomo sia stato eliminato direttamente dalle autorità, prospettive che sono non poco fomentate dal fatto che McAfee avesse dichiarato sui social la sua volontà di resistere al suicidio in prigione, ovvero che avesse denunciato a priori la sua eventuale morte come una forma di insabbiamento strategico. Non aiuta il fatto che l’ultimo post del suo profilo Instagram, probabilmente postumo, invochi tra le righe le filosofie di QAnon, il dibattuto movimento dell’alt-right USA.

La situazione sarà sicuramente motivo di indagine, ma è difficile credere che le eventuali risposte ufficiali potranno sfatare le teorie alternative che stanno velocemente prendendo piede. Piuttosto vale la pena approfittare della situazione per riflettere su di un dato oggettivo evidenziato anche da Edward Snowden, ovvero che il sistema detentivo statunitense sia motivo di sofferenza per molti e che necessiti di una riforma profonda.

[di Walter Ferri]

 

Gb verso stop a pubblicità su cibo spazzatura in tv prima delle 21

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Il governo britannico ha presentato nella giornata di oggi un progetto di legge che prevede di vietare, a partire dal 2023, la pubblicità televisiva dei prodotti alimentari e delle bevande più caloriche prima delle 21:00. Tale provvedimento, che potrebbe comportare perdite da 600 milioni di sterline all’anno per le industrie operanti all’interno del settore, si inserisce nell’ambito della battaglia contro l’obesità, soprattutto infantile, che è sempre più presente nel Regno Unito.

Sanitari non vaccinati, in Alto Adige interi reparti a rischio chiusura

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In Trentino Alto Adige, interi reparti sono a rischio chiusura in quanto molti operatori sanitari rifiutano di sottoporsi al vaccino anti-Covid. Per questi ultimi infatti è stato introdotto l‘obbligo di vaccinazione, e per coloro che non lo rispettano sono previste sanzioni che possono andare dallo svolgimento di lavori differenti (che non determinano il rischio di contagio) alla sospensione dall’attività lavorativa. E tali misure si avvicinano sempre più per centinaia di operatori non vaccinati in servizio nelle strutture sanitarie dell’Alto Adige, lo si apprende da un recente servizio del TG3 regionale. Nello specifico, esso ha reso noto che circa 330 dipendenti non presentatisi all’appuntamento fissato dall’Azienda sanitaria per la somministrazione saranno obbligati a rimanere a casa senza stipendio fino a fine anno o saranno spostati ad altra mansione. A tal proposito, il servizio parla delle lettere da inviare a loro: venticinque di esse sono già in fase di notifica e altre 300 seguiranno nei prossimi giorni.

Detto ciò, gli operatori che a breve riceveranno la lettera non sembrano essere gli unici a non essersi vaccinati, infatti secondo le stime dell’azienda sanitaria sono circa 900, in totale, i dipendenti che non si sono sottoposti al siero. Per questo, non solo i colleghi vaccinati temono che l’ondata di sospensioni abbia inevitabili ripercussioni su ferie e riposi ma, in più, vi è il concreto rischio che ciò possa gravare sulle adeguate prestazioni sanitarie in interi reparti, in maniera particolare all’interno degli ospedali periferici. Si tratta, però, di un’ovvia conseguenza: come abbiamo recentemente sottolineato, portare a termine la sospensione dei sanitari non vaccinati significherebbe, inevitabilmente, andare a danneggiare ulteriormente il sistema sanitario pubblico.

[di Raffaele De Luca]

Tumori tra gli agricoltori: la Bayer-Monsanto subisce una nuova sconfitta in tribunale

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Altro colpo giudiziario a danno di Monsanto, ormai di proprietà di Bayer. La multinazionale aveva proposto un accordo economico per mettere fine a circa 3.000 cause in corso, intentante da contadini esposti al Roundup, contenente il glifosato. Il giudice distrettuale di San Francisco, Vince Chhabria, ha definito non adeguata la proposta conciliativa di Bayer di 2 miliardi di dollari. Infatti l’accordo darebbe – in media – circa 66 mila dollari a persona. Il giudice distrettuale di San Francisco aveva suggerito di inserire sull’etichetta la dicitura che “il glifosato è probabilmente cancerogeno per gli esseri umani”, come sostenuto da IARC – l’Agenzia per la ricerca sul cancro dell’Organizzazione mondiale della Sanità. E le cause in corso contro la multinazionale sono tantissime nei vari stati degli USA ma anche nel resto del mondo.

Nel giugno dello scorso anno, Bayer aveva speso quasi 10 miliardi di dollari per estinguere quasi 100.000 cause intentate da agricoltori utilizzatori di Roundup a cui il pesticida avrebbe causato loro il linfoma non-Hodgkin. Due anni fa, una sentenza di una giuria di Oakland, in California, ha condannato Bayer al pagamento di 2 miliardi di dollari ai coniugi Pilliod, entrambi ultrasettantenni, che hanno usato per 30 anni l’erbicida Roundup nella loro proprietà nelle vicinanze di San Francisco. Il linfoma non-Hodgkin è un tumore maligno che origina dai linfociti (B e T), cellule principali del sistema immunitario presenti nel sangue, nel tessuto linfatico di linfonodi, milza, timo e midollo osseo.

Lo studio legale Grant & Eisenhofer ha presentato ricorso in tribunale in California contro Monsanto Co., produttore dell’erbicida Roundup, per conto di Michael Langford che afferma che il linfoma non-Hodgkin e altri tumori sono stati causati da un’esposizione decennale agli ingredienti chimici di Roundup. L’azione in California segue una causa che Grant & Eisenhofer ha presentato all’inizio di giugno contro Monsanto presso la Corte Superiore del Delaware per conto di una residente dell’Ohio che ritiene che il linfoma di non-Hodgkin sia stato il risultato di molti anni di esposizione a Roundup. Grant & Eisenhofer, in collaborazione con il Moore Law Group di Louisville, Ky., sostiene la negligenza e l’omissione di avvertimento e travisamento negligente e/o frode, a carico di Monsanto. Oltre a Monsanto/Bayer, la causa del signor Langford nomina Wilbur-Ellis, azienda di prodotti agricoli con sede a San Francisco, distributore di lunga data di Roundup e altri erbicidi in tutta la California.

Secondo la denuncia, il successo globale del Roundup di Monsanto è dovuto a una massiccia campagna di marketing ingannevole, volta a deviare e minare le relazioni scientifiche secondo cui l’erbicida era un pericolo per l’uomo e gli animali e che, contrariamente alle affermazioni dell’azienda, si sarebbe accumulato nel suolo e nelle acque sotterranee. La denuncia afferma che Monsanto sponsorizzava presunti test indipendenti di Roundup che trovavano sempre esito positivo: in almeno due casi, i dirigenti di quei laboratori sono stati incriminati e condannati per frode e/o falsificazione dei dati nei loro test di prodotti agrochimici.

Il glifosato è un inibitore enzimatico del Gruppo 2A che è stato etichettato come cancerogeno per l’uomo e l’animale dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e da altri organismi regolatori globali e nazionali, oltre a essere accusato del drastico declino di impollinatori come le api. In Europa ha recentemente fatto parlare la proposta lanciata da Francia, Olanda, Svezia e Ungheria che – sostenendo che il glifosato è non cancerogeno, non mutageno né tossico per la riproduzione – ne propongono la riammissione tra gli erbicidi in commercio, mentre in base alle direttive comunitarie attualmente vigenti esso dovrebbe essere del tutto messo al bando entro il 2022.

[di Michele Manfrin]

 

Miami: crolla un palazzo condominiale, si temono molte vittime

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Il Miami Herald ha riferito che un palazzo condominiale di 12 piani è parzialmente crollato nel Surfside, vicino a Miami. Non è ancora chiaro il numero delle persone coinvolte nel crollo ma si temono molte vittime. Massiccio l’intervento dei soccorsi

Haiti: liberato l’imprenditore italiano

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L’imprenditore italiano Giovanni Calì, dopo oltre tre settimane di prigionia ad Haiti, ostaggio di una banda criminale, è stato rilasciato. Ne ha dato notizia la Farnesina, che nella nota diramata ha ricordato che “il nostro connazionale era stato prelevato presso il cantiere dove lavorava”. Calì era ad Haiti con la ditta di costruzioni Bonifica Spa, con sede a Roma, e si stava occupando della costruzione di una strada.

Come la mancanza dei microchip sta riplasmando il mondo che conosciamo

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microchip

Quest’anno, molti di coloro che speravano di trovare una PlayStation 5 o un computer di ultimissima generazione sotto l’albero di Natale han dovuto subire una cocente delusione: le loro aspettative sono state frustrate da una piaga tecnologica che ha preso piede in coda al 2020, ovvero la gravosa carenza di semiconduttori e microchip. Questo il modo in cui molti si sono accorti della questione, apparentemente una piccola inezia, tuttavia questi intoppi non sono che gli esempi più evidenti di un problema profondo e che sta velocemente plasmando le aziende e le economie di tutto il mondo, foment...

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Spagna, morto il creatore dell’antivirus McAfee

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John McAfee, creatore dell’antivirus McAfee, è stato trovato morto nella cella del carcere di Barcellona in cui era detenuto. A quanto si apprende dai media spagnoli, l’uomo si sarebbe suicidato. McAfee era stato tratto in arresto all’aeroporto di Barcellona lo scorso ottobre, poiché ricercato dalle autorità statunitensi per sospetta evasione fiscale. Proprio quest’oggi, il tribunale spagnolo dell’Audiencia Nacional aveva dato l’assenso all’estradizione di McAfee negli Stati Uniti.

Tensione nel Mar Nero: governo russo convoca ambasciatrice Gb

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In seguito all’incidente denunciato nel Mar Nero, riguardante il presunto sconfinamento del cacciatorpediniere britannico “Defender” in acque russe, il governo della Russia ha convocato oltre all’attache militare britannico anche l’ambasciatrice di Londra a Mosca, Deborah Bronnert. La conferma è arrivata da parte di Ben Wallace, ministro della Difesa del Regno Unito, durante un’audizione in commissione parlamentare alla Camera dei Comuni. A quanto pare, però, sono anche stati sparati dei colpi dalle forze russe: lo ha testimoniato Jonathan Beale, giornalista della Bbc che si trova a bordo della nave da guerra.