martedì 10 Febbraio 2026
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OMS: in autunno dose di vaccino aggiornato per tutti, anche senza dati

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Secondo quanto riferito dal pool di esperti del Gruppo di Consulenza Tecnica per il Covid-19 dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), il virus del Covid-19 continuerà a circolare nei prossimi mesi, provocando l’insorgere di nuove varianti. Le modalità in cui questo avverrà e le caratteristiche delle varianti rimangono al momento incerte, tuttavia basandosi sui dati della protezione offerta dal virus originale, il Gruppo ha raccomandato la somministrazione di dosi booster di vaccino contenente la variante Omicron, in quanto potrebbe «probabilmente» generare una risposta anticorporale.

La protezione offerta dai vaccini, sostengono gli esperti, mira a ridurre i ricoveri e i decessi e contenere la gravità del decorso della malattia. Tuttavia, tutti i dati sino ad ora a disposizione riguardano la vaccinazione contro il virus «che è stato identificato dai primi casi di COVID-19 nel dicembre 2019». Proprio l’incertezza dell’evoluzione del virus porterebbe, secondo il Gruppo di Consulenza, alla necessità di una protezione più ampia nei confronti delle varianti in circolo. Così, l’inclusione della variante Omicron in una nuova composizione aggiornata del vaccino potrebbe essere, a loro parere, utile da somministrare come dose booster. Sono gli stessi esperti, tuttavia, a dichiarare che non vi siano dati sufficienti per sancire la certezza dell’efficacia di un vaccino del genere. La risposta anticorporale attivata da Omicron potrebbe essere probabile, ma non certa.

A maggior ragione, i dati sul funzionamento di vaccini contro ulteriori varianti costituiscono al momento solamente delle ipotesi. Per quanto l’efficacia di simili vaccinazioni sia solo presunta, il gruppo «incoraggia fortemente la generazione di dati clinici sulle risposte immunitarie nell’uomo a una serie primaria e/o a una dose di richiamo di vaccini specifici per Omicron, attraverso diverse piattaforme vaccinali».

L’amministratore delegato e fondatore della tedesca BioNTech, la quale produce il vaccino Pfizer, avrebbe inoltre sostenuto la necessità di lanciare una campagna vaccinale di vaccini contro le sottovarianti di Omicron già in autunno, vista la loro rapida diffusione. A suo parere, dilungarsi in una fase sperimentale a questo punto sarebbe del tutto inutile, vista la somiglianza dei nuovi vaccini con quelli già somministrati. Per effettuare studi clinici sui nuovi vaccini, sarebbero necessari infatti fino a 7 mesi.

Insomma il vaccino non c’è, i dati sul suo funzionamento costituiscono solamente ipotesi ma c’è già chi prevede una campagna autunnale di massa che non passi nemmeno per la sperimentazione clinica. Il tutto nonostante le dosi booster già esistenti siano state rifiutate da un numero sempre maggiore di cittadini, motivo per il quale l’Europa già cercava una via d’uscita per limitare le forniture.

[di Valeria Casolaro]

 

USA, Senato verso approvazione legge per stretta su armi da fuoco

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Il Senato degli Stati Uniti ha votato martedì per accelerare l’approvazione di un pacchetto di misure che inasprisca le leggi federali sulle armi e che potrebbe avvenire già in settimana. Il disegno di legge non accontenta tutte le richieste avanzate dai democratici, ma costituisce comunque l’azione più significativa emersa dal Congresso negli ultimi 30 anni. Tra le misure approvate, il divieto di vendita di armi a soggetti considerati potenzialmente pericolosi per sé stessi o per gli altri e a coloro che hanno abusato dei propri partner non sposati.

La Germania dovrà risarcire le vittime della strage nazista di Marzabotto

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La Repubblica Federale Tedesca dovrà risarcire le vittime degli eccidi compiuti nel 1944 a Monte Sole – meglio conosciuti come la “strage di Marzabotto” – dalle “Waffen SS”: è quanto ha stabilito una sentenza del Tribunale di Bologna firmata dal giudice Alessandra Arcieri ed arrivata in seguito ad un procedimento promosso in sede civile da 33 familiari ed eredi di alcune delle tante vittime della strage, che hanno chiesto alla Germania di pagare per i crimini di guerra ed i massacri perpetrati dai propri soldati. Ebbene, questi ultimi secondo quanto disposto con la sentenza “agirono seguendo l’ordine di ‘uccidere tutti e distruggere tutto'”, conle atrocità compiute” che “non dipendevano da scelte individuali dei militari impegnati sul campo, bensì erano parte integrante di un preciso disegno strategico ideato al vertice del Reich”.

A niente sono serviti i tentativi di opporsi alla richiesta da parte della Germania, che puntando su una serie di questioni tecniche di diritto, come la prescrizione del diritto al risarcimento, ha cercato di evitare tale decisione. Molto più rilevanti evidentemente le motivazioni del team di legali dei familiari, il quale è riuscito ad ottenere una sentenza di grande importanza, che non si attiene al principio dell’immunità degli Stati rispetto ai risarcimenti per i crimini di guerra commessi dai propri militari, stabilito nel 2012 da una pronuncia della Corte internazionale dell’Aja. Con il provvedimento, infatti, è stato sancito il diritto delle vittime a chiedere giustizia non solo sul piano penale – nell’ambito del quale, tra gli altri, già vi è stato negli scorsi anni un processo che ha portato alla condanna all’ergastolo di 10 militari delle SS – ma anche su quello civile, con la possibilità di chiamare in causa i governi alle spalle degli eserciti. Del resto, però, bisogna ricordare che le iniziative prese dal nostro Paese per recepire i precetti sanciti dalla Corte internazionale dell’Aja si sono arenate per motivi costituzionali. Di conseguenza, quando a breve verrà quantificato il risarcimento in questione, i familiari delle vittime ne beneficeranno grazie a fondi messi a disposizione dall’Italia, che probabilmente poi tenterà di rivalersi sulla Germania.

La sentenza, poi, risulta essere importante anche poiché potrebbe fare da apripista giudiziario e portare a decisioni simili anche per altri massacri. «Si tratta di un monito per i fatti del passato, ma anche per i crimini di guerra e per i crimini di lesa umanità che affliggono il mondo contemporaneo», hanno infatti spiegato i legali dei 33 familiari delle vittime al quotidiano la Repubblica. In tal senso, come precisato dall’avvocato Andrea Speranzoni, «la sentenza contiene una sua straordinaria modernità anche se affronta fatti ed azioni lontane nel tempo», modernità rilevante dato che «i crimini di guerra ed i crimini di massa sono continuati ben oltre il 1945 ed ancora continuano in molti luoghi del mondo».

A prescindere dal modo in cui la sentenza potrebbe influenzare le decisioni future su casi simili, però, ad essere certo è il fatto che dopo oltre 70 anni è stata fatta giustizia nei confronti della strage di Marzabotto, il cui nome deriva dal maggiore dei comuni colpiti. Si tratta infatti di un insieme di stragi che vennero compiute dalle truppe nazifasciste in Italia, tra il 29 settembre e il 5 ottobre 1944, nei comuni di Marzabotto, Grizzana Morandi e Monzuno, che comprendono le pendici di Monte Sole in provincia di Bologna. Fu un crimine contro l’umanità nonché uno dei più gravi crimini di guerra compiuti contro la popolazione civile, istigati da Albert Kesselring, il massimo responsabile della conduzione della guerra antipartigiana in Italia ed eseguiti dalla Wehrmacht, dalle SS e da militari fascisti travestiti da truppa tedesca. La strage, infatti, provocò 775 morti accertate.

[di Raffaele De Luca]

Afghanistan, terremoto al confine col Pakistan: 280 morti

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In Afghanistan nelle prime ore di mercoledì mattina un terremoto di magnitudo 6,1 ha causato la morte di almeno 280 persone e il ferimento di alcune centinaia. Il bilancio è destinato a salire rapidamente, secondo le autorità locali, poiché molti villaggi colpiti si trovano in mezzo alle montagne e sarà necessario del tempo per raccogliere i dati. Il terremoto ha colpito a 44 km dalla città di Khost, vicino al confine con il Pakistan. La scossa è stata sentita da 119 milioni di persone in Afghanistan, Pakistan e India.

Martedì 21 giugno

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10.00 – Arabia Saudita, il principe ereditario Bin Salman inizia il viaggio politico che lo porterà in Egitto, Turchia e Giordania.

11.30 – David Castillo, ex alto dirigente d’azienda, viene condannato a 22 anni e mezzo di carcere per l’assassinio della leader indigena honduregna Berta Caceres.

12.00 – Regno Unito, va in scena il più grande sciopero delle ferrovie degli ultimi 30 anni: stipendi e posti di lavoro i temi caldi.

13.00 – Germania, il governo ha reso pubblica la lista di armamenti inviati a Kiev: verrà aggiornata regolarmente.

14.40 – Enac: “Il sistema del trasporto aereo italiano, al momento, sta reggendo bene la ripresa del traffico”.

17.00 – Iniziata la raccolta firme per creare un nuovo gruppo parlamentare guidato da Luigi di Maio.

18.50 – Kaliningrad, le restrizioni imposte dalla Lituania al transito dei treni merci si estende anche ai camion.

19.00 – Senato, terminate le comunicazioni di Draghi: la maggioranza approva risoluzione che non cambia nella sostanza la libertà dell’esecutivo in materia di invio di armi a Kiev.

Estonia: spazio aereo violato da elicottero russo

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Lo spazio aereo estone sarebbe stato violato da un elicottero russo responsabile della protezione delle frontiere. A denunciarlo è stato nella giornata di oggi l’esercito del Paese baltico, secondo il quale si tratterebbe di un elicottero di tipo Mi-8, che sarebbe entrato nello spazio aereo estone lo scorso 18 giugno senza autorizzazione. Per questo motivo, il ministero degli Esteri di Tallinn ha deciso di convocare l’ambasciatore russo.

Il M5S non va fino in fondo e la sfida sulle armi si conclude con l’ennesima sconfitta

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Il presidente del Consiglio Mario Draghi si è presentato oggi, alle ore 15, in Senato per le comunicazioni riguardanti il Consiglio europeo di giovedì prossimo, incentrato sulla guerra in Ucraina e sulle future azioni comunitarie, tra cui la concessione dello status di candidato a Ucraina, Moldavia e Georgia e «gli aiuti a famiglie e imprese colpite dalla crisi». Proprio sullo sviluppo del conflitto, è nata una particolare richiesta supportata dall’attuale leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte e osteggiata dal ministro degli Esteri – nonché capo politico del M5S dal 2017 al 2020 – Luigi di Maio, che per giorni ha alimentato gli spettri della scissione, fino a concretizzarli in occasione delle comunicazioni di Draghi in Senato con la raccolta firme necessaria a formare un nuovo gruppo nell’Aula, che secondo le indiscrezioni si chiamerà “Insieme per il Futuro”. La mela della discordia di via di Campo Marzio è stata la richiesta di subordinare le decisioni dell’esecutivo in materia di invio di armi a Kiev al Parlamento.

A marzo sia la Camera dei Deputati sia il Senato della Repubblica (dove il M5S è la prima forza politica) hanno approvato la conversione in legge del decreto-legge “Ucraina”, contenente – tra le altre misure – l’invio di “mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari” a Kiev fino al 31 dicembre 2022, data in cui è prevista la cessazione dello stato di emergenza legato al conflitto in Ucraina. In sostanza, il Parlamento ha autorizzato il governo a fornire armamenti a Kiev senza ulteriori e futuri passaggi legislativi, che avrebbero potuto vincolare l’esecutivo all’Aula, ricorrendo a un elemento tipico di una democrazia parlamentare. A questo punto, il governo non solo non ha chiesto più autorizzazioni per l’invio di armi ma ha anche secretato le liste che dettagliano le forniture, tagliando fuori i parlamentari da qualsiasi valutazione e sottolineando – attraverso le parole di Mario Draghi rivolte al Senato – «che l’Italia continuerà a sostenere l’Ucraina come fatto finora. Come il Parlamento ci ha già detto di fare, come ci avete chiesto voi».

La riflessione riguardante la strada intrapresa a marzo dalla Repubblica italiana dura poco: delegare all’esecutivo un aspetto così importante delle relazioni esteri del paese non era l’unica opzione, soprattutto alla luce degli strumenti legislativi in capo alle Camere. Da notare come le modifiche al decreto-legge avanzato dal governo Draghi ci siano state, ma non relativamente ai futuri consensi da parte del Parlamento in materia di invio di armi. Un Parlamento composto da 232 funzionari pentastellati (155 alla Camera e 72 al Senato) che non si sono opposti alla misura e che soltanto dopo mesi hanno iniziato ad alzare la voce, nemmeno fino in fondo, dal momento in cui hanno preso parte alla risoluzione (approvata) di maggioranza alle comunicazioni di Mario Draghi, che prevede un “ampio coinvolgimento delle Camere riguardo le misure di sostegno alle istituzioni ucraine, comprese le cessioni di forniture militari” ma che continua a fare riferimento alle modalità tracciate dal decreto-legge n.14 del 2022 e quindi all’invio di armi senza votazione parlamentare.

La non incisività e le vicende interne delle ultime settimane segnano la rapida parabola del Movimento 5 Stelle, presentatosi come il partito dell’innovazione e finito per adeguarsi a quegli aspetti politici – tra cui i diktat europei e le politiche di austerità – tanto criticati in campagna elettorale. La spinta “rivoluzionaria” si è esaurita, i cittadini hanno scoperto l’inganno e inevitabilmente il partito si è avviato verso percentuali di consenso minime, come evidenziato alle ultime amministrative. Così, al culmine di una irrepetibile legislatura, il M5S si sfalda, seguendo il profilo tipico dei partiti “personali” inaugurati con l’avvento di Silvio Berlusconi sulla scena politica italiana. Alla crescita della scala, per effetto delle difficoltà di contenimento delle sue componenti interne e per le contraddizioni pratico-ideologiche, questa tipologia di partito tende a scindersi in nuove e più piccole entità che assumeranno a loro volta forma personalizzata, alimentando le tentazioni dei capi-gruppo di fare partito a sé e l’instabilità politica.

[di Salvatore Toscano]

La battaglia di un contadino peruviano sta facendo tremare il colosso tedesco dell’energia

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Per la prima volta un’azienda responsabile del cambiamento climatico è stata chiamata ad affrontare delle accuse legali in Europa, dopo che il Tribunale Regionale Superiore di Hamm, in Germania, ha accettato la causa intentata dal peruviano Saúl Luciano Lliuya contro la multinazionale tedesca RWE che ora dovrà rispondere per i danni ambientali causati in anni di inquinamento indisturbato. Con una politica ambientale pressoché inesistente, la RWE è ritenuta responsabile dello scioglimento dei ghiacciai che ha interessato la Cordillera Blanca (Perù). Da tempo il lago di Palcacocha rischia di straripare e inondare la cittadina di Huaraz, dove l’agricoltore e la guida alpina Saúl Luciano Lliuya vive. Il 41enne peruviano chiede dunque un risarcimento in un momento decisivo per la causa per la giustizia climatica iniziata sei anni fa e che ha preso il nome di “caso Huaraz”. La società tedesca non è la prima tantomeno l’unica grande azienda responsabile di danni irreparabili agli ecosistemi, motivo per cui la novità che interessa il “caso Huaraz” potrebbe avere influenza per ristabilire le troppe ingiustizie sociali, figlie dei colossi dei combustibili fossili nel mondo.

Dopo anni di battaglie portate avanti da Lliuya con il sostegno di ONG come German Watch e diverse associazioni, la RWE potrebbe pagare per il proprio avverso contributo nel cambiamento climatico. Basti pensare al report di Greenpeace dello scorso anno, in cui la compagnia elettrica tedesca è stata classificata come la più inquinante d’Europa: la RWE detiene il record europeo di emissioni di CO2 (ben 89 milioni di tonnellate). Nel 2019, le emissioni delle centrali dell’azienda sono state quasi il doppio rispetto alla media delle altre società elettriche e non sorprende come la RWE sia stata riconosciuta responsabile dello 0,47 percento di tutte le emissioni storiche della Terra. Per quanto Saúl Luciano Lliuya si sia mosso fin dal 2015, anno in cui il Tribunale distrettuale di Essen classificò la causa come “Una questione di fondamentale importanza”, è solo dal 2017 che sono iniziate le indagini legali volte ad attestare la responsabilità della RWE sulle inondazioni e frane già avvenute e quelle che minacciano di svilupparsi, che potrebbero cancellare del tutto la città di Huaraz.

Il livello del lago di Palcacocha è aumentato in maniera smisurata, ingrossandosi di 34 volte negli ultimi anni, dopo che il riscaldamento climatico dovuto perlopiù dalle emissioni dell’azienda ha causato lo scioglimento dei ghiacciai delle Ande, con veri e propri costoni caduti nelle acque. Eppure il Tribunale di Essen nel 2016 ha respinto la causa civile contro la RWE, portando Lliuya a presentare ricorso dinanzi al Tribunale Regionale Superiore di Hamm. La prima importante svolta nel caso è giunta nel 2018, quando l’Alta corte Regionale di Hamm ha riconosciuto che i danni climatici potessero essere responsabilità della società elettrica, dando il via alle lunghe indagini, rallentate dalla pandemia. Ora c’è speranza che le immense emissioni dell’azienda energetica possano essere ridimensionate, dopo anni di minacce al luogo dove Lliuya vive con la famiglia e in cui sono presenti 50mila persone, in pericolo di vita.

[di Francesca Naima]

La Commissione europea vara una nuova stretta sulla “disinformazione”

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La Commissione europea ha recentemente pubblicato un nuovo codice di condotta contro la disinformazione, sottoscritto da 34 firmatari, tra cui – oltre alle big tech come Meta, Google, Twitter, TikTok e Microsoft – compaiono anche esponenti della società civile, i cosiddetti “factchekers” e le imprese operanti nel settore pubblicitario. L’iniziativa non è di certo nuova: fin dal 2018, la Commissione europea ha in cantiere un progetto per limitare quelle che vengono definite “fake news” e per combattere in particolar modo la disinformazione online. A tale scopo, aveva già convocato alcuni “esperti” per mettere a punto i principali cardini che avrebbero dovuto contenere il fenomeno in questione: tra gli italiani figuravano personalità quali Federico Fubini, Gina Nieri, Gianni Riotta e Oreste Pollicino. Tuttavia, il codice del 2018 era risultato del tutto insufficiente a realizzare gli obiettivi per cui era stato pensato, in quanto caratterizzato da vaghezza circa gli obblighi assunti  e dall’assenza di criteri per la verificabilità e misurabilità degli impegni presi. Quello del 2018 si ridusse dunque, di fatto, ad un codice di autoregolamentazione da parte delle principali piattaforme che ospitano l’informazione online.

La necessità di un cambio di paradigma e della riformulazione di un codice maggiormente strutturato e vincolante è diventata decisamente più impellente a partire dalla crisi pandemica, prima, e dagli scenari bellici in est Europa, dopo. Le istituzioni e i principali organi di stampa nazionali e internazionali, infatti, hanno cominciato – a partire da questi avvenimenti – a mal tollerare o non tollerare affatto chiunque sollevasse dubbi o differisse anche solo parzialmente da quella che era ritenuta la verità ufficiale dei fatti: il risultato è stato lo scatenarsi di una caccia alle fake news e al silenziamento di tutti coloro che divergevano, in quanto a opinioni e narrazione dei fatti, dalla “versione dominante”. In questo contesto va collocata la decisione di scrivere un nuovo codice di condotta contro la disinformazione anche a partire dalle linee guida della Commissione stabilite nel maggio 2021.

Rispetto a quello del 2018, il nuovo codice è caratterizzato, oltre che da un numero e una varietà più ampia di firmatari, anche dalla prossima entrata in vigore del Digital Service Act che farà delle regole di condotta strumenti di co-regolamentazione e non più solo di autoregolamentazione: il che significa che, in caso di inadempimento da parte dei firmatari degli impegni assunti, ci potranno essere delle sanzioni da parte delle istituzioni europee.

A partire da queste premesse, alcuni dei punti più rilevanti del nuovo codice riguardano innanzitutto l’innalzamento del livello di sicurezza – soprattutto negli spazi online ospitati dai giganti del web – contro tecniche, procedure e strategie di disinformazione. Di conseguenza, è prevista la demonetizzazione di tutti quei canali informativi, presenti sui social o su piattaforme come YouTube, considerati divulgatori di notizie false. A tal fine, è indispensabile, secondo gli esperti che hanno redatto il codice, un costante dialogo tra le piattaforme e i “factcheckers”, ossia quegli individui o siti d’informazione che si occupano esclusivamente di monitorare le notizie decretandone la verità o la falsità, su basi e presupposti tuttavia spesso alquanto aleatori e non privi di interessi politico-economici. È prevista quindi anche una particolare attenzione a quel tipo di pubblicità in rete che, oltre a perseguire fini commerciali, nasconde messaggi politici e non mancheranno maggiori strumenti  a disposizione degli utenti per permettergli di riconoscere e segnalare con maggiore facilità i siti o i contenuti disinformativi.

Inoltre, ci sarà una sorta di task force permanente che dovrà monitorare i risultati del nuovo codice di condotta e i firmatari avranno sei mesi per attuare gli impegni assunti: all’inizio del 2023 saranno fornite alla Commissione le prime relazioni sui risultati dell’attuazione, anche con il supporto del Gruppo dei regolatori europei per i servizi di media audiovisivi (ERGA) e dell’Osservatorio europeo dei media digitali (EDMO).

Risulta evidente che una simile iniziativa rende opachi i confini tra quello che potrebbe essere un effettivo contrasto alla disinformazione e una volontà di censura mascherata che si adatta bene alle esigenze di un sistema che ha la necessità di mantenere, almeno sulla carta, strumenti e modalità democratiche: nella complessità che caratterizza i problemi contemporanei, infatti, pretendere che esista qualcuno in grado di stabilire con certezza esclusiva la verità assoluta pare quantomeno inverosimile. Anche considerato che gli stessi “esperti” hanno dato prova di essere non di rado in disaccordo tra loro.

Se da un lato, dunque, il nuovo codice potrebbe servire a ridurre la disinformazione, dall’altro, potrebbe certamente anche limitare la libera circolazione di idee, opinioni e fatti contrastanti rispetto a quelli stabiliti dalle “autorità”. Il che mal si addice a una società – quella genericamente definita “occidentale” – che fa della democrazia e della libertà d’espressione il suo stendardo e il suo principale elemento di superiorità rispetto ad altre civiltà a cui pretende – peraltro – di impartire lezioni.

[di Giorgia Audiello]

Patrick Zaki: processo aggiornato al 27 settembre

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In seguito alla nuova udienza tenutasi in mattinata a Mansura, in Egitto, il processo nei confronti di Patrick Zaki è stato aggiornato al 27 settembre: lo ha comunicato all’agenzia di stampa Ansa lo stesso studente egiziano dell’università di Bologna. Quest’ultimo, è a piede libero dopo la scarcerazione disposta l’8 dicembre ed arrivata al termine di 22 mesi di custodia cautelare, ma ad oggi non può tornare in Italia proprio a causa del processo in corso per “diffusione di notizie false dentro e fuori il Paese”.