Un documentario del 2009 della durata di 87 minuti diretto dal regista, produttore e giornalista svedese Fredrik Gertten. Il film è stato insignito del Fuf-award, un premio annuale che la Svezia assegna alle iniziative particolarmente significative che sostengono e promuovono lo sviluppo globale sostenibile. Bananas! Racconta lo sfruttamento dei lavoratori nelle piantagioni di bananee quanto l’uso di pesticidi dannosi ed illegali viene massicciamente impiegato soprattutto in Nicaragua e in tutta l’America Latina, nei Caraibi, in Asia e in Africa, dove le multinazionali della coltivazione delle banane investono i loro capitali, in un clima di «capitalismo predatorio» strutturato principalmente sul profitto ad ogni costo. La coltivazione delle banane nel Centro America può essere ormai considerata la prima forma di colonizzazione economica nella storia del capitalismo moderno.
Attraverso la storia del primo processo ad una grande multinazionale per l’uso irresponsabile di prodotti estremamente dannosi come il Dibromo-Cloro-Propano (DBCP), prodotto dalla statunitense Dow Chemical Company e conosciuto anche come Negamon, che causa tumori, malattie renali e infertilità. Vietato negli Stati Uniti dal 1977 se ne permette però, la sua fabbricazione solo per l’esportazione e l’utilizzo principalmente nei paesi del Terzo Mondo. Dopo aver visto un servizio giornalistico della CNN su Chinandega in Nicaragua, l’avvocato Juan José Dominguez, specializzato in cause su infortuni e incidenti sul lavoro, per lo più “pro bono” a favore di clienti svantaggiati e non in grado di pagare un avvocato, sottolineando il suo intervento con uno slogan “made in USA”: «Se non vinciamo non pagherai nulla. E’ giusto cosi!», decide di recarsi sul posto organizzando una vera e propria campagna informativa contattando e riunendo lavoratori ed ex lavoratori per dare voce e giustizia ai migliaia di coltivatori di banane nicaraguensi battendosi in un processo lungo più di 5 anni.
Il regista Fredrik Gertten segue l’avvocato Domínguez, americano di origini cubane, mentre rappresenta 12 lavoratori di una piantagione di banane del Nicaragua in una causa per danni contro il loro datore di lavoro, la Dole Food. I lavoratori accusano Dole di aver loro causato nel 1982, gravi patologie attraverso l’uso del pesticida DBCP usato per proteggere le colture di banane. I comprovati effetti nocivi di questa sostanza chimica, vietata già 5 anni prima negli Stati Uniti, di cui la Dole era ben consapevole, sono stati completamente ignorati e si è continuato ad esporre i dipendenti al pesticida. In un classico scenario alla David e Golia, nonostante l’avvocato di Dole cerchi di screditare i lavoratori definendoli analfabeti, alcolisti e bugiardi, Golia sarà alla fine abbattuto: la giuria riconoscerà che la Dole aveva agito con dolo e sconsiderata indifferenza e la condannerà al pagamento dei danni per 2,5 milioni di Dollari.
Nel 2011, Gertten ha poi diretto il film Big Boys Gone Bananas! Basato esclusivamente sulla controversia con Dole. Presentato in anteprima al Sundance Film Festival e proiettato anche ai festival cinematografici di Toronto, IDFA e Berlinale, ha raggiunto ormai un pubblico in più di 80 paesi, ma quanto ancora non facciamo per capire veramente cosa nascondono quelle accattivanti cataste di banane ben allineate nel reparto frutta dei supermercati? Nascondono le condizioni di vita di operai per lo più semi analfabeti, sfruttati e costretti a lavorare in condizioni non molto diverse da quelle degli schiavi nelle famigerate piantagioni di cotone. Continuamente a contatto diretto con i pericolosissimi pesticidi, si stima che oltre 10.000 lavoratori del solo Nicaragua siano stati danneggiati gravemente da questa continua esposizione..
Gli eventi successivi al completamento del film e i preparativi per la sua uscita nel circuito dei festival sarebbero di per sé degni di un documentario. Dole Food ha cercato di impedire la proiezione del film accusando Gertten di diffamazione. Il regista ha rivendicato il suo diritto alla libertà di espressione, ma ciò non ha impedito a Dole di intraprendere un’azione legale. Solo dopo che il parlamento svedese ha espresso preoccupazione per i tentativi dell’azienda frutticola di imporre la censura ha ritirato la denuncia. Il documentario è disponibile su Netflix.
A causa dell’aggravarsi della siccità nel nord Italia, diversi comuni hanno già dato il via al razionamento dell’acqua, mentre sembra essere sempre più vicina la dichiarazione dello stato di emergenza nazionale e l’entrata in campo della protezione civile. A chiederlo sono infatti state le Regioni al Governo, durante una conferenza tenutasi nella giornata di ieri alla quale ha partecipato anche il capo del dipartimento della Protezione civile Fabrizio Curcio. «Stiamo ragionando sui parametri tecnici per andare incontro alle richieste del territorio», ha affermato quest’ultimo al termine dell’incontro, sottolineando altresì che siano attesi ancora periodi di siccità non essendo prevista alcuna inversione di tendenza dal punto di vista meteorologico. «Si sta lavorando per definire quali sono le attività che seguono allo stato d’emergenza», che «non è un’idea, ma una serie di azioni che vanno fatte» e per le quali «stiamo lavorando».
Dal canto suo, anche il presidente della Conferenza delle Regioni, Massimiliano Fedriga, ha fatto intendere che la proclamazione dello stato di emergenza sia molto più che un’ipotesi. «Sullo stato di emergenza nazionale ci stiamo confrontando con la Protezione Civile, penso che su questo assieme a Curcio arriveremo a una soluzione nella quale si individuino in modo puntuale i criteri per la dichiarazione dello stesso e soprattutto gli interventi che si possono fare», ha infatti dichiarato Fedriga in seguito all’incontro.
Nel frattempo, tuttavia, come anticipato alcuni comuni del nord sono già corsi ai ripari. Nei giorni scorsi infatti il Comune di La Salle, in Valle d’Aosta, ha disposto fino alla fine dell’emergenza il divieto di utilizzo dell’acqua potabile erogata da “allacciamenti ad uso domestico” in tutto il territorio per “uso diverso da quello alimentare e igienico sanitario”. Inoltre a Ronzo-Chienis, un comune italiano della provincia di Trento, tramite un’ordinanza firmata dal sindaco Gianni Carotta è stata sospesa a decorrere dalla giornata di martedì 21 giugno – e fino a quando non verrà revocato il provvedimento – la fornitura di acqua potabile dalle ore 23.00 alle ore 06.00. Infine, ad essere interessati da provvedimenti del genere sono stati anche alcuni comuni della Valcamonica, tra cui ad esempio quello di Piancogno. Come riportato dai media locali, infatti, il comune già da maggio sta chiudendo i rubinetti dalle ore 24:00 alle ore 7:00 ed al fine di consentire l’accumulo necessario sono stati previsti anche aiuti dalle autobotti dei vigili del fuoco e dal collegamento con l’acquedotto di Ossimo. Del resto, le autobotti negli scorsi giorni sono entrate in azione in diversi Comuni non solo della Lombardia ma anche del Piemonte, tra le regioni più interessate dal fenomeno.
Detto questo, però, è doveroso sottolineare che il consumo delle risorse idriche è legato soprattutto alle attività dell’industria e dell’agricoltura, mentre il settore civile influisce in maniera minore. Come mostrato da un rapporto del Politecnico di Milano del 2018, infatti, in Italia l’agricoltura è responsabile del 43,02% del prelievo di acqua, l’industria del 20,47% ed il settore civile solo del 14,24%. Un ruolo importante tuttavia lo rivestono anche le perdite, responsabili del 22,27% del prelievo, che nel settore civile ammontano all’87% dei consumi.
Il ministro della Difesa ucraino Alexey Reznikov ha affermato nella giornata di oggi che le armi HIMARS (High Mobility Artillery Rocket System) prodotte dagli Stati Uniti sono state consegnate in territorio ucraino. «Gli HIMARS sono arrivati in Ucraina. Grazie al mio omologo e amico [Segretario alla Difesa degli Stati Uniti] Lloyd Austin per questi potenti strumenti» ha scritto su Twitter. I missili HIMARS sono sistemi a razzo in grado di colpire bersagli a una distanza massima di 80 km e rientrano nel nuovo ampio pacchetto di aiuti militari annunciato lo scorso primo giugno dal presidente degli Stati Uniti Joe Biden.
«L’educazione civica si propone di soddisfare l’esigenza che tra Scuola e Vita si creino rapporti di mutua collaborazione. L’opinione pubblica avverte imperiosamente, se pur confusamente, l’esigenza che la Vita venga a fecondare la cultura scolastica, e che la Scuola acquisti nuova virtù espansiva, aprendo verso le forme e le strutture della Vita associata». Si apriva così lo storico Decreto emanato nel giugno del 1958 dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Aldo Moro, che per la prima volta introdusse l’educazione civica nelle scuole medie e superiori del Paese. Nel suo dettato si legge che «ogni insegnante, prima di essere docente della sua materia, ha da essere eccitatore di moti di coscienza morale e sociale; se pure è vero, quindi, che l’educazione civica ha da essere presente in ogni insegnamento, l’opportunità evidente di una sintesi organica consiglia di dare ad essa un quadro didattico, e perciò di indicare orario e programmi». Fu questo l’inizio della lunga e tortuosa storiadella materia più sottovalutata del panorama scolastico italiano.
Una materia a metà
Col Decreto Moro, le due ore mensili di educazione civica vennero affidate al professore di Storia, Italiano e Geografia, conservando comunque un valore interdisciplinare, senza la previsione di una valutazione. Eppure, per ragioni economiche, arrivò molto presto una battuta d’arresto e, nei decenni successivi, la normativa subì svariate modifiche: nel 1979 fu reintrodotta ma soltanto per le scuole medie, mentre approderà sotto il nome di “Studi Sociali” nel programma della Scuola Primaria nel 1985. La Legge 53/2003, poi, sarà declinata come educazione ai principi fondamentali di convivenza civile.
Il vero cambio di marcia, però, si verificò nel 2010/2011, quando, dopo due anni di sperimentazione, l’educazione civica si trasformò in “Cittadinanza e Costituzione” e venne estesa a tutti gli istituti di qualsiasi ordine e grado. Comprendeva cinque filoni fondamentali: l’educazione ambientale, l’educazione stradale, l’educazione sanitaria, l’educazione alimentare e la Costituzione italiana. Per le superiori, il percorso didattico si sviluppava nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale. Eppure, per molti
istituti, essa ha costituito per anni una sorta di impalpabile materia-fantasma.
L’Educazione Civica oggi
La Legge 92/2019 (“Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”) ha reso obbligatoria la materia dell’Educazione Civica in tutti gli ordini scolastici a partire dall’a.s. 2020/21. Le Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica inviate dal Ministero dell’istruzione alle scuole nell’estate del 2020, ne hanno individuato i tre assi portanti: lo studio della Costituzione, lo sviluppo sostenibile e la cittadinanza digitale.
Un passo in avanti rispetto al confuso e incompleto impianto precedente? Sicuramente sì, ma, come molti insegnanti rilevano, permangono macroscopiche perplessità in merito alla sua applicazione pratica. Rappresenta un grande punto di debolezza, in primis, il fatto che l’introduzione obbligatoria della materia, che prevede un voto autonomo in pagella, non sia stata accompagnata dall’istituzione di una cattedra a sé né dall’inserimento di un’ora aggiuntiva ad essa dedicata all’interno del programma settimanale. La sua applicazione è affidata alla discrezionalità del singolo consiglio di classe: la materia entra in maniera trasversale negli insegnamenti e, di caso in caso, si è chiamati a decidere come spalmare le 33 ore previste all’interno di un calendario didattico che resta, di fatto, quello “canonico”. Da questo punto di vista, dunque, non solo ogni indirizzo, ma addirittura ogni classe rappresenta un microcosmo che sceglie in autonomia come affrontare la questione. Un secondo grande problema è costituito, poi, dalla mancanza di formazione per i docenti. I quali, dunque, sono quasi sempre chiamati a ‘tappare i buchi’ sfruttando le loro (eventuali e non richieste) competenze extra-curriculari per toccare le tre macro-aree individuate dalle Linee guida. Molto spesso, a causa di un’auto-percepita inadempienza o, in alternativa, per l’eventuale (e meritevole, se ben sfruttata) propensione ad aprire la scuola alle grandi questioni del mondo esterno, gli insegnanti decidono di avvalersi di collaboratori estranei al circuito scolastico, al fine di sfruttare le loro specifiche competenze. Parliamo di esperti di politiche ambientali, fact-checker, studiosi di terrorismo, criminalità organizzata, politica internazionale e via discorrendo. Con l’ovvia conseguenza che le scuole più ricche, mettendo sul tavolo risorse importanti, possono permettersi di pagare esperti esterni e portarli dietro alle loro cattedre, mentre istituti più poveri devono accontentarsi di “fare di necessità virtù”, sacrificando spesso la trattazione di almeno una delle macro-aree previste (per il cui approfondimento, in ogni caso, le 33 ore individuate dalla norma sembrano davvero poche). Insomma, gli elementi della frammentarietà, della discrezionalità e della iniquità inceppano il meccanismo, disinnescandone i potenziali effetti benefici.
Lotta alla Mafia: assente
“Il contesto storico-sociale nel quale la scuola italiana si trova attualmente ad operare richiede da parte di tutti gli operatori scolastici una sempre più rigorosa e puntuale attenzione per alcuni aspetti assai preoccupanti delle vicende nazionali, che sembrano registrare una obiettiva diminuzione della consapevolezza del valore della legalità”: infatti, “la lotta alla mafia e alle altre forme di criminalità organizzata costituisce un’occasione decisiva per la difesa delle istituzioni democratiche”. Questo il contenuto della Circolare Iervolino del 1993, che afferma che “l’importanza del tema richiede un impegno prioritario da parte dei capi d’istituto volto a promuovere, coordinare e realizzare le iniziative sollecitate” e che “spetta ai docenti arricchirle con l’offerta della loro passione educativa e della loro professionalità”, poiché “al carattere organizzativo della criminalità può rispondersi soltanto con una azione altrettanto organica e continuativa”. A tale finalità, il documento evoca l’organizzazione di “attività centrali e locali di aggiornamento e di formazione dei docenti” al fine di “coinvolgere non soltanto i docenti delle discipline che potrebbero apparire istituzionalmente vocate a specifiche responsabilità educative in questo campo, ma anche tutti i docenti che siano comunque disponibili ad assumere particolari responsabilità promozionali”. I destinatari della circolare furono avvertiti del fatto che sarebbero stati effettuati “interventi, in corso di predisposizione, per realizzare una verifica delle azioni intraprese dalle singole scuole”. Alla prova dei fatti, però, al netto del lodevole impegno di insegnanti “illuminati” e controcorrente, il dettato di questa circolare è stato completamente disatteso.
Nel 2006, poi, furono stilate le Linee di Indirizzo del Ministro Giuseppe Fioroni, presentate il 23 Maggio dell’anno successivo in occasione della ricorrenza della strage di Capaci. Nel programma si legge che, dal momento che “il fenomeno mafioso è presente, anche se in modo diverso, in tutto il Paese”, allora “l’Educazione alla Legalità finalizzata alla lotta alle mafie dovrà offrire strumenti per la comprensione delle loro differenti connotazioni nelle diverse aree geografiche del territorio nazionale”, offrendo “modelli di comportamento e di vita alternativa agli stili mafiosi che hanno presa sul mondo giovanile”. Ottime premesse, che però non sfociarono in nulla di concreto.
Cosa stiamo aspettando?
Ci lamentiamo spesso di come una percentuale importante dei nostri ragazzi, una volta completato il ciclo scolastico, non abbia sviluppato un’adeguata coscienza sociale, istituzionale e politica, né gli strumenti necessari a barcamenarsi con cognizione di causa nell’ibrido e problematico ecosistema mediatico in cui la società odierna è innestata. Ci chiediamo allora se non sia arrivato il momento di imparare dagli errori del passato. Quanto tempo ci vorrà ancora per equiparare qualitativamente l’educazione civica, istituendo per ogni indirizzo scolastico una cattedra ad essa esclusivamente riservata, alle altre materie ufficiali? Quando la sua trattazione potrà essere fruita nella cornice di un monte ore consistente, in modo tale da avere il tempo di condurre organicamente per mano i ragazzi nello sfidante percorso a tappe scandito dai principi fondamentali della costituzione e dai fatti più salienti della storia recente del nostro Paese e del nostro mondo? Siamo stati abituati ad un sistema scolastico che, nel migliore dei casi, formava studenti, spesso anche molto preparati. Ma è giunto il momento di andare oltre: per crescere nei meandri della vita associata, non basta avere buone carte da giocare. Serve, in primis, essere cittadini consapevoli e sviluppare lo spirito critico. Su questo la scuola non può tirarsi indietro: deve, al contrario, giocare il ruolo più importante.
Le amministrazioni locali di alcune grandi città italiane, tra cui Roma, Napoli, Bari, Milano e Torino, hanno dato vita alla “Rete delle città italiane per una politica innovativa sulle droghe”, che già si è dotata di un proprio manifesto che chiede di cambiare l’approccio adottato nei confronti delle sostanze e dei cittadini che le consumano, abbandonando il proibizionismo e un atteggiamento politico che continua a vedere nell’uso di droghe in problema di ordine pubblico piuttosto che una questione sociale.
Quello della dipendenza, secondo la Rete antiproibizionista, è un fenomeno “ampio, diffuso, complesso e radicato”, che più che represso va regolamentato e affrontato rimettendo al centro le persone e le loro fragilità, tornando ad investire nelle pratiche di riduzione del danno.
Il “manifesto”, siglato al momento dalla Consigliera della Città metropolitana di Roma, Tiziana Biolghini, e dagli assessori Lamberto Bertolé (Milano), Francesca Bottalico (Bari), Luca Rizzo Nervo (Bologna), Jacopo Rosatelli (Torino), Luca Trapanese (Napoli), si pone l’obiettivo di “sperimentare modelli di regolazione sociale dei fenomeni del consumo, di mediazione sociale per garantire accessibilità e vivibilità dello spazio urbano per tutti, di politiche centrate sulla promozione della salute e sui diritti”.
Di fatto il senso profondo è, oltre a quello che abbiamo già detto, trattare in modo diverso chi assume le sostanze e differenziare tra loro le diverse sostanze (evitando di accomunare, per esempio, la cannabis agli oppioidi): questo aiuterebbe a trovare una risposta efficace per ogni singolo caso, senza generalizzare o creare stigmi. “La doppia lettura del consumo di droghe, fino ad oggi prevalente, in termini di devianza e patologia si è rivelata del tutto inadeguata a nuova una lettura del fenomeno, che non consente né di comprendere né di gestire”.
Gli amministratori pubblici firmatari sottolineano che non mettono in discussione “il contrasto allo spaccio e alla criminalità, che competono alle forze di polizia” ma chiedono che all’approccio poliziesco si aggiungano “interventi integrati per evitare che chi consuma sostanze entri in un cono d’ombra dove le alternative sono solo o il carcere o l’emarginazione estrema”.
Le “tattiche” utilizzare fino ad ora, infatti, e che spesso hanno previsto una risposta penale e repressiva nei confronti degli utilizzatori di sostanze, non sembrano aver funzionato (anzi, in molti casi ha dato risultati contrari). L’errore è cercare di trattare un fenomeno complesso con una giurisdizione “semplice” e univoca. E in questo le città anti-proibizioniste puntano invece fare da apripista, perché sono loro a dover gestire, prima di tutti, situazioni come “la movida serale e i rave”. Le comunità si evolvono, e con esse l’utilizzo di sostanze. Negli ultimi anni, ad esempio, da una parte si sono moltiplicate sul mercato le sostanze psicoattive, usate tra diverse fasce di cittadini, sin dalla giovane età. Dall’altra, “si è complicata la realtà, e i rischi connessi, delle persone socialmente emarginate che consumano droghe, la cui condizione è segnata dai processi di impoverimento che investono le nostre città”.
Il parlamento europeo oggi ha approvato con 529 voti a favore, 45 contrari e 14 astenuti la relazione in cui chiede di concedere immediatamente lo status di Paese candidato Ue all’Ucraina ed alla Moldavia. Si sta valutando di concedere lo status anche alla Georgia, una volta che avrà completato le riforme necessarie. Secondo i deputati europei, questa decisione darebbe prova di leadership, determinazione e lungimiranza, anche se affermano che «non esiste una procedura accelerata per l’adesione all’Ue», in quanto questa «resta un processo strutturato e basato sul merito». Il capo dell’amministrazione presidenziale ucraina, Andriy Yermak, ha ricordato che «l’obiettivo chiaro è la piena adesione all’Unione europea, una procedura che potrebbe tuttavia richiedere anni».
La Germania attiva l’allarme nel piano di emergenza sul gas, il secondo dei tre livelli di gravità. La decisione, concordata nel governo di Olaf Scholz, è stata comunicata dal ministero dell’Economia e del Clima guidato dal verde Robert Habeck, che ha definito il gas in Germania come una risorsa ormai rara. «Al momento l’approvvigionamento è garantito, ma dobbiamo ridurre l’uso del gas già d’estate, perché l’estate è ingannevole. L’inverno arriva e dobbiamo riempire i depositi, con i prezzi già alti e nuovi aumenti in arrivo. Ci sarà uno sforzo nazionale», ha infine aggiunto.
Da circa dieci giorni, i 33,8 miliardi di euro stanziati dallo stato italiano per il Superbonus del 110% per il periodo 2022/2023 sono terminati, con mesi di anticipo sulla scadenza naturale. Così come la nascita della misura aveva attirato le attenzioni internazionali, anche la sua fine – abbastanza probabile viste le dichiarazioni del presidente del Consiglio Mario Draghi – ha fatto discutere. L’agenzia di stampa britannica Reuters, in un articolo che sta avendo ampia risonanza mediatica nelle ultime ore, ha ribadito ciò che già era nell’aria: la prematura fine del Superbonus potrebbe inceppare definitivamente il complesso sistema di credito d’imposta che coinvolge banche, imprenditori e cittadini, portando a migliaia di fallimenti e licenziamenti. Questo, unitamente all’inflazione e alle scelte restrittive della Banca Centrale Europea (BCE), «potrebbe far precipitare la debole economia italiana verso la recessione».
Il processo del Superbonus aveva subito un rallentamento già nei mesi scorsi, in seguito ai controlli relativi ai casi sospetti di frode che nel frattempo hanno lasciato centinaia di aziende senza retribuzione. A questo punto si è innescato un effetto domino che ha coinvolto in seconda battuta i lavoratori delle imprese e i fornitori. Decine sono state, dunque, le proteste nei confronti del governo, di cui riportiamo una testimonianza.
I segnali di crisi sono già presenti nei dati ufficiali: ad aprile, la produzione riguardante il settore delle costruzioni è scesa per la prima volta in nove mesi. A diminuire a maggio è stata invece la fiducia da parte dei consumatori nel mondo edile. Così, il bonus definito a novembre scorso «una misura di grande successo» dall’Osservatorio del settore delle costruzioni della Commissione europea, è stato bollato da Reuters come «l’ennesima italianissima storia di inventiva, frode e burocrazia». Perdere credibilità all’estero in un settore che l’anno scorso ha contribuito per 0,9 punti percentuali (su un totale di 6,6%) alla crescita economica del paese non può che gravare sulla sua affidabilità. Minore affidabilità si traduce in maggiori rendimenti sui titoli di stato e quindi in maggiori costi per attrarre capitali e far fronte al debito pubblico, che di riflesso cresce.
All’interno del suo articolo, Reuters ha sottolineato come il sospetto frodi per un valore di oltre 2 miliardi di euro fosse legato soltanto in minima parte al Superbonus. L’allarme avrebbe fatto dunque da ponte a Mario Draghi per «criticare aspramente la misura». Il presidente del Consiglio ha affermato che il Superbonus non solo ha generato truffe, ma ha anche aumentato i costi perché i clienti, consci del rimborso, non avevano bisogno di contrattare i prezzi con le aziende. A questo punto, il ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha rincarato la dose, affermando che la misura introdotta dal governo Conte e rinnovata dall’esecutivo Draghi stia «drogando il settore e contribuendo all’inflazione». Tuttavia, tali affermazioni non trovano supporti nei dati Eurostat, secondo cui l’inflazione dei costi di costruzione italiani nel quarto trimestre del 2021 si è attestata al 5,5%, ben al di sotto della media dell’area euro dell’8,9%. Allo stesso tempo, le imprese hanno puntato il dito contro le manovre dell’esecutivo, in particolare contro la decisione di limitare gli scambi e la vendita dei crediti d’imposta da una banca o da un’azienda all’altra, un meccanismo su cui si basava il sistema per ricorrere alla liquidità in caso di bisogno.
Dall’affollamento delle carceri al notevole numero di suicidi, passando per l’incompiutezza del percorso normativo avviato con l’istituzione delle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza), sono diverse le criticità emerse dalla “Relazione al Parlamento 2022” del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, presentata al Senato lo scorso 20 giugno dal Presidente Mauro Palma. In tal senso, innanzitutto non si può non porre la lente d’ingrandimento sulla “analisi numerica del carcere”, in merito alla quale non solo si parla delle problematiche note “dell’affollamento delle strutture“, della “inaccettabilità di molte di esse sia per chi vi è ristretto, sia per chi vi lavora ogni giorno” e della loro “inadeguatezza sul piano spaziale per una esecuzione penale costituzionalmente orientata”, ma altresì della “accentuazione della presenza di minorità sociale in carcere”.
Infatti, nel documento di presentazione si legge che delle 54786 persone registrate (a cui corrispondono 53793 persone effettivamente presenti) e delle 38897 che sono in esecuzione penale, “ben 1319 sono in carcere per esecuzione di una sentenza di condanna a meno di un anno e altre 2473 per una condanna da uno a due anni”. Tralasciando “quale possa essere stato il reato commesso che il giudice ha ritenuto meritevole di una pena detentiva di durata così contenuta”, risulta appunto “importante riscontrare che la sua esecuzione in carcere, pur in un ordinamento quale il nostro che prevede forme alternative per le pene brevi e medie, è sintomo di una minorità sociale che si riflette anche nell’assenza di strumenti di comprensione di tali possibilità, di un sostegno legale effettivo, di una rete di supporto”. Detenzioni alquanto discutibili dunque, concretizzandosi “soltanto in tempo vitale sottratto alla normalità” e trattandosi di “interruzioni di vita destinate probabilmente a ripetersi in una inaccettabile sequenzialità”.
Il documento, inoltre, si concentra su “un disagio molto presente nel sistema di detenzione adulta”, ovverosia i gesti autolesionistici e, soprattutto, i suicidi: 29 ad oggi a cui si aggiungono 17 decessi per cause da accertare. In tal senso, viene sottolineato che l’età e la fragilità, spesso già nota, degli autori di questi gesti definitivi rappresentano “un monito” e “ci interrogano non per attribuire colpe, ma per la doverosa riflessione su cosa apprendere per il futuro da queste imperscrutabili decisioni soggettive, cosa imparare per diminuire il rischio del loro ripetersi”.
Dopodiché, particolare attenzione viene dedicata alle Rems, le strutture sanitarie di accoglienza per gli autori di reato affetti da disturbi mentali e socialmente pericolosi (tema al quale su l’Indipendenteabbiamo dedicato una inchiesta, ndr). “Il Garante nazionale è ben consapevole dell’incompiutezza del percorso normativo e attuativo avviato con la legge che ha previsto tali Residenze“, si legge nel documento, che parla di “un percorso segnato innanzitutto dall’errore concettuale di chi le configura come mere strutture di sostituzione dei dismessi Ospedali psichiatrici giudiziari e non come misura estrema all’interno di un progetto complessivo di presa in carico della persona autrice di reato e dichiarata non penalmente responsabile”. Infatti, “la recente sentenza che ha previsto per un autore di duplice omicidio l’internamento in Rems per trenta anni non può trovare alcuna giustificazione dal punto di vista sanitario perché nessun intervento di cura e recupero può essere attuato in tali termini e sembra richiamare soltanto la logica prognostica della pericolosità sociale”. Ad ogni modo, però, da un lato bisognerebbe “ridefinire” la presenza delle Rems nel territorio, essendo “insufficiente in alcune specifiche aree”, e dall’altro “valutare l’eccesso di ricorso a tale misura”.
Infine, si parla della questione migranti e dei “sovraffollati hotspot”, rispetto ai quali “il dato delle registrazioni è tornato simile a quello del 2017, ma con una prevalenza di presenze a Lampedusa pari a quattro volte quella raggiunta in quell’anno”. Inoltre, “non è cambiata la percentuale dei rimpatri relativamente alla permanenza nei Centri per il rimpatrio (Cpr)”, che “attualmente nei 10 Centri, con una complessiva capienza di 711 posti, si è mantenuta attorno al 49% delle persone che vi sono state ristrette, in media per trentasei giorni”, il che “apre la questione della legittimità di tale trattenimento quando sia già a priori chiaro che il rimpatrio verso quel determinato Paese non sarà possibile”. Ovviamente da sottolineare il fatto che “ai Centri sono stati recentemente aggiunte le cosiddette ‘strutture idonee'”, dove “le persone da rimpatriare possono essere trattenute in assenza di una facile disponibilità dei Centri”. Tuttavia, le criticità per il Presidente stanno alla base, con il tema migratorio che “continua ad essere affrontato, nei suoi miglioramenti e nelle persistenti problematicità, in termini emergenziali e non strutturali: quasi sia ancora un problema nuovo, rispetto al quale deve invece essere sviluppata una politica solida e non congiunturale, a livello italiano ed europeo”.
Il gruppo di ricercatori statunitensi di SentinelOne è incappato in prove capaci di dimostrare che la polizia di Pune, quarta città industriale dell’India, sia direttamente collegata all’hacking dei profili digitali degli attivisti Rona Wilson e Varavara Rao, nonché del professore Hany Babu dell’Università di Delhi University, soggetti che sono stati arrestati tra il 2018 e il 2020 con l’accusa di terrorismo.
I tre accusati fanno parte di un gruppo di sedici arresti, i cosiddetti “Bhima Koregaon 16”. Si tratta di sedicenti estremisti di sinistra che sono stati imprigionati per aver fomentato sommosse violente che hanno portato ad almeno due morti, tuttavia le prove che dimostrerebbero la loro colpevolezza sono state contestate in molteplici occasioni e tutto da a intendere che queste siano state profondamente falsificate.
SentinelOne, ma anche la nonprofit Citizen Lab e Amnesty International hanno fornito negli anni diverse prove del fatto che le detenzioni si appoggino ingiustamente su elementi ricavati attraverso attacchi di phishing, via spyware e utilizzando i software per cui è ormai divenuta celebre l’azienda israeliana NSO Group, Pegasus in primis. La novità non è dunque che attivisti, accademici e giornalisti siano stati colpiti massivamente con questi stratagemmi, quanto il fatto che le manovre incriminate siano ora direttamente collegabili alle autorità locali.
Il come si sia giunti a questa conclusione è allo stesso tempo semplice e disarmante: grazie al sostegno di un’email provider che ha preferito mantenere l’anonimato, i ricercatori si sono resi conto che le caselle di posta di Wilson, Rao e Babu hanno registrato come contatto di backup il medesimo numero di telefono. Il collegare il proprio profilo a un numero di cellulare è sempre utile per accedere alla propria e-mail qualora ci si dimentichino i dati di accesso o nel caso si verifichi un furto d’identità, tuttavia il fatto che i tre avessero optato per un unico riferimento è quantomeno sospetto, soprattutto considerando che il telefono in questione, sostiene lo staff di SentinelOne, è registrato a nome di un ufficiale di polizia coinvolto proprio nel caso dei Bhima Koregaon 16.
«Esiste una connessione dimostrabile tra gli individui che li hanno arrestati e gli individui che hanno piazzato le prove», ha dichiarato Juan Andres Guerrero-Saade, ricercatore dell’azienda statunitense, alla testata Wired. Guerrero-Saade e i suoi colleghi hanno scoperto in passato che la campagna di hacking – battezzata internamente come “Elefante Modificato” – sia stata avviata originariamente nel 2012 e che quindi sia andata a intensificarsi strada facendo, raggiungendo il massimo picco di aggressività nel 2014 per proseguire almeno fino al 2016.
Risulta interessante notare che queste ultime, importanti, rivelazioni non giungano tanto in risposta a investigazioni giornalistiche, né sono la diretta conseguenza di un’analisi informatica particolarmente profonda. La situazione si è sbloccata più che altro per una scelta etica del già menzionato e-mail provider, il quale ha deciso di prendere una posizione netta, per quanto potenzialmente illegale. «Di solito non riveliamo alle persone da chi sono state attaccate», ha riferito un analista dell’azienda coinvolta, «ma sono stufo di stare a guardare. Questi tizi non stanno dando la caccia ai terroristi. Stanno dando la caccia ai difensori dei diritti umani e ai giornalisti. E non è giusto».
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