domenica 3 Luglio 2022

Educazione civica: dove la scuola si tira indietro

«L’educazione civica si propone di soddisfare l’esigenza che tra Scuola e Vita si creino rapporti di mutua collaborazione. L’opinione pubblica avverte imperiosamente, se pur confusamente, l’esigenza che la Vita venga a fecondare la cultura scolastica, e che la Scuola acquisti nuova virtù espansiva, aprendo verso le forme e le strutture della Vita associata». Si apriva così lo storico Decreto emanato nel giugno del 1958 dall’allora Ministro della Pubblica Istruzione Aldo Moro, che per la prima volta introdusse l’educazione civica nelle scuole medie e superiori del Paese. Nel suo dettato si legge che «ogni insegnante, prima di essere docente della sua materia, ha da essere eccitatore di moti di coscienza morale e sociale; se pure è vero, quindi, che l’educazione civica ha da essere presente in ogni insegnamento, l’opportunità evidente di una sintesi organica consiglia di dare ad essa un quadro didattico, e perciò di indicare orario e programmi». Fu questo l’inizio della lunga e tortuosa storiadella materia più sottovalutata del panorama scolastico italiano.

Una materia a metà

Col Decreto Moro, le due ore mensili di educazione civica vennero affidate al professore di Storia, Italiano e Geografia, conservando comunque un valore interdisciplinare, senza la previsione di una valutazione. Eppure, per ragioni economiche, arrivò molto presto una battuta d’arresto e, nei decenni  successivi, la normativa subì svariate modifiche: nel 1979 fu reintrodotta ma soltanto per le scuole medie, mentre approderà sotto il nome di “Studi Sociali” nel programma della Scuola Primaria nel 1985. La Legge 53/2003, poi, sarà declinata come educazione ai principi fondamentali di convivenza civile.

Il vero cambio di marcia, però, si verificò nel 2010/2011, quando, dopo due anni di sperimentazione, l’educazione civica si trasformò in “Cittadinanza e Costituzione” e venne estesa a tutti gli istituti di qualsiasi ordine e grado. Comprendeva cinque filoni fondamentali: l’educazione ambientale, l’educazione stradale, l’educazione sanitaria, l’educazione alimentare e la Costituzione italiana. Per le superiori, il percorso didattico si sviluppava nell’ambito delle aree storico-geografica e storico-sociale. Eppure, per molti
istituti, essa ha costituito per anni una sorta di impalpabile materia-fantasma.

L’Educazione Civica oggi

La Legge 92/2019 (“Introduzione dell’insegnamento scolastico dell’educazione civica”) ha reso obbligatoria la materia dell’Educazione Civica in tutti gli ordini scolastici a partire dall’a.s. 2020/21. Le Linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica inviate dal Ministero dell’istruzione alle scuole nell’estate del 2020, ne hanno individuato i tre assi portanti: lo studio della Costituzione, lo sviluppo sostenibile e la cittadinanza digitale.

Un passo in avanti rispetto al confuso e incompleto impianto precedente? Sicuramente sì, ma, come molti insegnanti rilevano, permangono macroscopiche perplessità in merito alla sua applicazione pratica. Rappresenta un grande punto di debolezza, in primis, il fatto che l’introduzione obbligatoria della materia, che prevede un voto autonomo in pagella, non sia stata accompagnata dall’istituzione di una cattedra a sé né dall’inserimento di un’ora aggiuntiva ad essa dedicata all’interno del programma settimanale. La sua applicazione è affidata alla discrezionalità del singolo consiglio di classe: la materia entra in maniera trasversale negli insegnamenti e, di caso in caso, si è chiamati a decidere come spalmare le 33 ore previste all’interno di un calendario didattico che resta, di fatto, quello “canonico”. Da questo punto di vista, dunque, non solo ogni indirizzo, ma addirittura ogni classe rappresenta un microcosmo che sceglie in autonomia come affrontare la questione. Un secondo grande problema è costituito, poi, dalla mancanza di formazione per i docenti. I quali, dunque, sono quasi sempre chiamati a ‘tappare i buchi’ sfruttando le loro (eventuali e non richieste) competenze extra-curriculari per toccare le tre macro-aree individuate dalle Linee guida. Molto spesso, a causa di un’auto-percepita inadempienza o, in alternativa, per l’eventuale (e meritevole, se ben sfruttata) propensione ad aprire la scuola alle grandi questioni del mondo esterno, gli insegnanti decidono di avvalersi di collaboratori estranei al circuito scolastico, al fine di sfruttare le loro specifiche competenze. Parliamo di esperti di politiche ambientali, fact-checker, studiosi di terrorismo, criminalità organizzata, politica internazionale e via discorrendo. Con l’ovvia conseguenza che le scuole più ricche, mettendo sul tavolo risorse importanti, possono permettersi di pagare esperti esterni e portarli dietro alle loro cattedre, mentre istituti più poveri devono accontentarsi di “fare di necessità virtù”, sacrificando spesso la trattazione di almeno una delle macro-aree previste (per il cui approfondimento, in ogni caso, le 33 ore individuate dalla norma sembrano davvero poche). Insomma, gli elementi della frammentarietà, della discrezionalità e della iniquità inceppano il meccanismo, disinnescandone i potenziali effetti benefici.

Lotta alla Mafia: assente

“Il contesto storico-sociale nel quale la scuola italiana si trova attualmente ad operare richiede da parte di tutti gli operatori scolastici una sempre più rigorosa e puntuale attenzione per alcuni aspetti assai preoccupanti delle vicende nazionali, che sembrano registrare una obiettiva diminuzione della consapevolezza del valore della legalità”: infatti, “la lotta alla mafia e alle altre forme di criminalità organizzata costituisce un’occasione decisiva per la difesa delle istituzioni democratiche”. Questo il contenuto della Circolare Iervolino del 1993, che afferma che “l’importanza del tema richiede un impegno prioritario da parte dei capi d’istituto volto a promuovere, coordinare e realizzare le iniziative sollecitate” e che “spetta ai docenti arricchirle con l’offerta della loro passione educativa e della loro professionalità”, poiché “al carattere organizzativo della criminalità può rispondersi soltanto con una azione altrettanto organica e continuativa”. A tale finalità, il documento evoca l’organizzazione di “attività centrali e locali di aggiornamento e di formazione dei docenti” al fine di “coinvolgere non soltanto i docenti delle discipline che potrebbero apparire istituzionalmente vocate a specifiche responsabilità educative in questo campo, ma anche tutti i docenti che siano comunque disponibili ad assumere particolari responsabilità promozionali”. I destinatari della circolare furono avvertiti del fatto che sarebbero stati effettuati “interventi, in corso di predisposizione, per realizzare una verifica delle azioni intraprese dalle singole scuole”. Alla prova dei fatti, però, al netto del lodevole impegno di insegnanti “illuminati” e controcorrente, il dettato di questa circolare è stato completamente disatteso.

Nel 2006, poi, furono stilate le Linee di Indirizzo del Ministro Giuseppe Fioroni, presentate il 23 Maggio dell’anno successivo in occasione della ricorrenza della strage di Capaci. Nel programma si legge che, dal momento che “il fenomeno mafioso è presente, anche se in modo diverso, in tutto il Paese”, allora “l’Educazione alla Legalità finalizzata alla lotta alle mafie dovrà offrire strumenti per la comprensione delle loro differenti connotazioni nelle diverse aree geografiche del territorio nazionale”, offrendo “modelli di comportamento e di vita alternativa agli stili mafiosi che hanno presa sul mondo giovanile”. Ottime premesse, che però non sfociarono in nulla di concreto.

Cosa stiamo aspettando?

Ci lamentiamo spesso di come una percentuale importante dei nostri ragazzi, una volta completato il ciclo scolastico, non abbia sviluppato un’adeguata coscienza sociale, istituzionale e politica, né gli strumenti necessari a barcamenarsi con cognizione di causa nell’ibrido e problematico ecosistema mediatico in cui la società odierna è innestata. Ci chiediamo allora se non sia arrivato il momento di imparare dagli errori del passato. Quanto tempo ci vorrà ancora per equiparare qualitativamente l’educazione civica, istituendo per ogni indirizzo scolastico una cattedra ad essa esclusivamente riservata, alle altre materie ufficiali? Quando la sua trattazione potrà essere fruita nella cornice di un monte ore consistente, in modo tale da avere il tempo di condurre organicamente per mano i ragazzi nello sfidante percorso a tappe scandito dai principi fondamentali della costituzione e dai fatti più salienti della storia recente del nostro Paese e del nostro mondo? Siamo stati abituati ad un sistema scolastico che, nel migliore dei casi, formava studenti, spesso anche molto preparati. Ma è giunto il momento di andare oltre: per crescere nei meandri della vita associata, non basta avere buone carte da giocare. Serve, in primis, essere cittadini consapevoli e sviluppare lo spirito critico. Su questo la scuola non può tirarsi indietro: deve, al contrario, giocare il ruolo più importante.

[di Stefano Baudino]

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