sabato 25 Giugno 2022

Il Belgio prova a ripulirsi dagli abusi coloniali, con una cerimonia

Ieri, 20 giugno, a Bruxelles si svolta una cerimonia di portata storica, durante la quale il governo belga ha restituito ai rappresentati della Repubblica Democratica del Congo (RDC) un dente di Patrice Lumumba, l’ex presidente indipendentista e antimperialista che rimase in carica nemmeno tre mesi, dal 24 giugno 1960, quando divenne il primo presidente democraticamente eletto della nazione, al 14 settembre dello stesso anno, quando venne arrestato, ucciso, fatto a pezzi e sciolto nell’acido delle batterie da generali golpisti finanziati e supportati dalla potenza coloniale. Una storia ancora oscura e poco conosciuta. Ma come mai i resti del politico congolese si trovano in Belgio?

Il 30 giugno del 1960 re Baldovino, zio dell’attuale re del Belgio Filippo, proclamava a Kinshasa – capitale della RDC, l’indipendenza del Congo proprio dal dominio belga. Durante il discorso che il monarca stava tenendo alla popolazione – congedandosi in modo paternalistico – un uomo – che da quel momento sarà considerato un eroe nazionale – prese parola: il suo intervento non era previsto. Si trattava di Patrice Lumumba, che ricordò al sovrano Baldovino e a tutti i presenti di quanto fosse stato crudele il colonialismo belga. Quel discorso fu, di fatto, la sua condanna a morte, a dimostrazione che in realtà chi detiene il potere su qualcun altro non smette mai di esercitarlo per davvero.

Lumumba, che guidò per primo il paese dopo l’indipendenza dal Belgio, ebbe come previsto poca vita davanti a sé. Il suo spirito anticoloniale morì con lui nel 1961, anno in cui un gruppo di separatisti sostenuti dal Belgio gli tolsero la vita, sciogliendo poi il suo corpo nell’acido. Il dente è tutto ciò che ai congolesi resta di lui: venne recuperato e portato in patria da Gérard Soete, un poliziotto belga che su ordine del commissario Frans Verscheure aveva sciolto il corpo di Lumumba. Sessant’anni dopo quel resto può finalmente tornare a casa, accompagnato dal pentimento del re Filippo e da un’offerta di “pace”.

Il paese, dunque, sta provando a lasciarsi alle spalle il proprio passato coloniale, ripulendo la propria immagine da quell’idea di “sfruttatori e assassini” che gli aveva conferito soprattutto l’operato del Re Leopoldo. Il sovrano ha inizialmente disposto per 23 anni della proprietà del paese come bene personale, e lo governò per anni in maniera brutale e violenta, sfruttando e uccidendo milioni di congolesi. Una brutalità che lasciò colpiti anche gli scrittori dell’epoca, che presero spunto dalle vicende congolesi per scriverci delle opere (come Joseph Conrad). Ad oggi le statue dell’ex “padrone” del Congo, presenti in Belgio, subiscono spesso atti vandalici e finiscono imbrattate con vernici o scritte.

Per questo motivo il pentimento potrebbe non bastare, almeno non finché le azioni del Paese non saranno mosse da sincero dispiacere – che non risarcirebbe comunque il paese dei danni subiti -.

Non è stato facile arrivare fino a qui, e lo stesso governo belga ha cercato più volte di riappacificare gli animi senza esporsi troppo. Lo stesso Re Filippo qualche anno fa, durante il 60esimo dell’indipendenza del Congo, aveva espresso “profondo rammarico per l’era coloniale”, senza tuttavia pronunciare mai delle scuse.

Di cosa avrebbe bisogno la Repubblica centrafricana? Di chiarezza. Nonostante la decisione di restituire il dente di Lumumba, le discussioni attorno alla sua morte – e soprattutto attorno al ruolo che ebbe il governo belga – sono ancora accese.

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Patrice Lumumba

Sull’argomento si è taciuto per anni, tornandone a parlare solo grazie al sociologo belga Ludo De Witte, che nel 1999 scrisse un libro sull’omicidio di Lumumba. Le sue pagine portarono nel 2000 all’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta con il compito di valutare il coinvolgimento del governo belga nella vicenda. Anche i familiari di Lumumba hanno sporto denuncia, ma le indagini procedono a rilento. Non c’è ancora una persona incriminata, ad esempio, e gli intoppi burocratici rendono le ricerche praticamente impossibili. Gli investigatori avevano chiesto al parlamento di belga di poter avere accesso a tutta la documentazione utilizzata dalla commissione d’inchiesta del 2001: inutile dire che non è andata a buon fine. Il rischio è, che alla fine, non ci sia più nessuno da incriminare. Il tempo passa, e nel frattempo 10 delle 12 persone denunciate sono già morte.

In ogni caso, quella della restituzione del dente è visto dalla Repubblica Democratica del Congo – e in realtà dall’intera Africa – come un piccolo passo avanti verso la riappropriazione della propria cultura e una riscoperta di un passato che non deve essere dimenticato: ha bisogno piuttosto di giustizia.

[di Gloria Ferrari]

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