Lavorare un giorno in meno senza ridurre lo stipendio e senza perdere produttività. Per anni è stato considerato poco più di un esperimento difficile da applicare su larga scala. Oggi, però, le evidenze a favore continuano ad accumularsi. Un nuovo studio realizzato in Australia ha osservato che la settimana lavorativa di quattro giorni non solo non ha prodotto cali di produttività nelle aziende coinvolte, ma in diversi casi è stata associata a risultati migliori e a una riduzione del burnout tra i dipendenti.
Condotto dalla Deakin University, lo studio ha seguito per due anni 15 piccole e medie imprese australiane, impiegate in settori molto diversi tra loro, dalla logistica alla gestione immobiliare, dotate del cosiddetto modello “100:80:100”. La formula prevede che i lavoratori ricevano il 100% dello stipendio, lavorando l’80% del tempo rispetto a prima e impegnandosi a mantenere il 100% della produttività. Tale schema ha portato le aziende a ripensare il modo stesso di organizzare le attività quotidiane. Riunioni considerate poco utili sono state per esempio eliminate, alcuni processi sono stati semplificati e diverse attività amministrative sono state automatizzate. I dati raccolti dicono che nessuna delle 15 aziende ha segnalato una riduzione della produttività, 6 imprese hanno dichiarato di aver registrato un miglioramento, mentre le altre 9 hanno osservato livelli sostanzialmente invariati. In altre parole, anche nei casi in cui non sono emersi benefici evidenti sulle performance, non si sono verificati peggioramenti, come già emerso da un precedente esperimento in Gran Bretagna.
La produttività è stata valutata attraverso indicatori scelti dalle stesse aziende. Alcune hanno considerato fatturato e profitti, altre il rispetto delle scadenze, la soddisfazione dei clienti, il turnover del personale. Pur utilizzando criteri differenti, il quadro generale è risultato sorprendentemente coerente. Le aziende coinvolte hanno inoltre riferito di benefici oltre il semplice rendimento lavorativo. Minore assenteismo, meno giorni di malattia, riduzione delle dimissioni volontarie e un miglior equilibrio tra vita professionale e personale sono stati tra gli effetti più frequentemente segnalati. Quando i ricercatori hanno concluso le interviste, tra il 2023 e il 2024, 14 delle 15 imprese hanno poi deciso di mantenere la settimana lavorativa di quattro giorni, rendendola una modalità organizzativa stabile.
La discussione sul tema resta comunque aperta, considerato soprattutto che non tutte le professioni possono adottare la settimana corta con la stessa facilità. Gli stessi ricercatori continueranno a monitorare le aziende coinvolte per capire se i risultati osservati finora si manterranno nel tempo. Le evidenze raccolte, però, stanno progressivamente spostando il dibattito: più che chiedersi se lavorare meno significhi necessariamente produrre meno, l’attenzione si concentra sempre di più su come organizzare il lavoro affinché produttività, benessere e qualità della vita dei dipendenti e delle persone che gli sono accanto possano procedere insieme, in armonia.



