La Françafrique sta scomparendo: la relazione speciale dal sapore neocolonialista stabilita da Parigi negli anni ‘60 va sgretolandosi a suon di proteste in terra africana, come quella organizzata lo scorso marzo nella Repubblica Democratica del Congo, dove una folla di giovani ha manifestato davanti all’ambasciata francese scandendo slogan anti-Eliseo. A Parigi, le ex colonie e gli Stati francofoni preferiscono sempre più spesso nuovi partenariati con Cina e Russia. Un cambio di passo che ripercorre quanto avvenne dopo la seconda guerra mondiale, quando molte colonie inglesi e francesi si liberarono avvicinandosi alla sfera dell’allora Unione Sovietica. Poi, con la caduta dell’URSS e l’illusione del mondo unipolare dominato dall’Occidente, il riavvicinamento forzato (e spesso forzoso). Una relazione che sempre più Stati stanno tornando a recidere, volgendo lo sguardo verso le opportunità – anche queste non certo disinteressate – offerte da Mosca e Pechino. «Riteniamo che l’Africa sia forse il più grande campo di manovra della competizione su scala mondiale fra il blocco comunista e il mondo non-comunista» ebbe a dire il presidente statunitense John F. Kennedy nel 1962. In riferimento ai cambiamenti degli ultimi mesi nello status quo africano, Giambattista Vico parlerebbe di corsi e ricorsi storici, mentre gli analisti geopolitici preferiscono usare l’espressione nuova guerra fredda. Ciò che è certo è che in questo conflitto, non-ideologico ma preda delle mire espansionistiche su petrolio, gas e minerali preziosi, l’Europa – e in particolar modo la Francia – è ormai alle corde.
La caduta della maschera

Dopo decenni di promesse mancate, con oggetto la stabilità e la sicurezza del continente africano, la popolazione locale ha smascherato i reali intenti dei vecchi coloni, intrisi di tornaconti personali e orientati a mantenere uno stretto dominio sul territorio. Con l’obiettivo di contrastare l’offensiva nel nord del Mali del movimento separatista Tuareg, affiliato di al-Qaeda, la Francia aveva inviato nel 2014 un contingente di 5000 di soldati (missione Barkhane). Otto anni dopo, il 17 febbraio 2022, il presidente Emmanuel Macron ha annunciato il ritiro delle truppe francesi dal Mali. Tre settimane prima, i militari maliani (al potere dal 2020) avevano invitato, con 72 ore di preavviso, l’ambasciatore francese a lasciare il Paese. La decisione era giunta a furor di popolo, al culmine di settimane di mobilitazioni contro l’ex colonizzatore. Così, nell’agosto del 2022 le truppe di Parigi hanno lasciato definitivamente il Mali: in quasi dieci anni di presenza francese sul territorio, l’attività terroristica è aumentata notevolmente; in particolare, gli attacchi contro la popolazione militare e civile sono quintuplicati dal 2016. L’incapacità delle forze straniere di riportare la stabilità nelle regioni del nord ha fatto crescere, nella popolazione locale, un forte risentimento nei confronti della loro presenza, sfociato spesso in manifestazioni e proteste con tanto di tricolore francese dato alle fiamme.
La giunta militare al governo ha così iniziato a cercare soluzioni alternative al problema del terrorismo, richiedendo ad esempio supporto alla Russia e al gruppo paramilitare Wagner. «Dopo che sono arrivati i francesi, abbiamo pensato che avremmo avuto la pace. Se si ritirano oggi, tra sei mesi o un anno, soffriremo, ma è meglio soffrire che restare nelle loro mani per sempre», commentò Hamidou Cissé, appartenente al gruppo Patriots of Mali, l’inizio della ritirata francese. Il sentimento di odio nei confronti di Parigi non è figlio esclusivamente del passato coloniale ma anche delle numerose denunce relative agli abusi commessi dai militari della missione Barkhane. Si pensi alla recente indagine delle Nazioni Unite che ha stabilito la responsabilità diretta della Francia per la morte di 19 civili durante un attacco aereo nel gennaio 2021. Il vento del cambiamento è arrivato anche nel confinante Burkina Faso, colonia francese fino al 1960, che ha deciso di estinguere l’accordo militare raggiunto nel 2018 con Parigi. L’intesa autorizzava la presenza di circa 400 militari francesi sul territorio burkinabé, con il compito di affiancare l’esercito nazionale nella lotta ai militari jihadisti, particolarmente attivi nel Paese dell’Africa occidentale dal 2015. In una manifestazione svoltasi lo scorso gennaio nella capitale Ouagadougou, migliaia di persone hanno sventolato bandiere russe e cartelli che recitavano “No alla Francia/Ladro d’Africa”, seguendo dunque le orme del vicino Mali.
La nuova guerra fredda

A causa del risentimento nei confronti di Parigi e dunque del clima teso nelle ex colonie africane, l’Eliseo è stato costretto a rivedere le proprie politiche, soprattutto in vista del viaggio diplomatico che ha portato Macron in Africa centrale lo scorso marzo. Così il 27 febbraio, durante una conferenza stampa, il presidente francese ha presentato la nuova politica di Parigi in Gabon, Angola, Congo-Brazzaville e Repubblica democratica del Congo (RDC), dove la manifestazione popolare è stata più dura. Macron ha dichiarato che il nuovo obiettivo è approcciare al mondo francofono con «profonda umiltà», riducendo il supporto militare (presente ancora in diversi Paesi africani, come il Niger) per puntare tutto su un rinnovato partenariato economico. In Gabon, il presidente francese ha affermato esplicitamente che «l’epoca della Françafrique è finita». L’inquilino dell’Eliseo ha aggiunto che Parigi porrà più attenzione alle questioni ambientali e sociali e meno a quelle securitarie, alla luce di un nuovo rapporto «equilibrato, reciproco e responsabile». Parole impegnative, dettate dalla necessità di non perdere ulteriore terreno nei confronti di Russia e Cina nella nuova guerra fredda.
Nel 2009, Pechino ha superato Washington ed è diventato il principale partner commerciale dell’Africa. Da allora gli scambi di beni e servizi sono aumentati di anno in anno, fino a raggiungere nel 2022 un valore di 282 miliardi di dollari, tra esportazioni e importazioni. Nel frattempo, sono cresciuti anche gli Investimenti diretti esteri (IDE) cinesi verso la regione. Una fetta molto consistente degli IDE di Pechino è dedicata a progetti infrastrutturali che contribuiscono allo sviluppo socioeconomico delle nazioni interessate. Si tratta di un modus operandi inedito, in netto contrasto con l’atteggiamento delle potenze europee, tanto che nel mondo geopolitico si è ormai fatta strada l’espressione lezione cinese. L’azione di Pechino, che nell’Africa vede un imponente estrattore di risorse minerarie nonché un nuovo sbocco di mercato, non è mal vista dalla popolazione locale la quale crede allo schema di scambio offerto dalla Cina, vedendone i risultati. Oltre alle migliorie infrastrutturali, i diretti interessati scorgono a est la possibilità di un dialogo tra pari, vista l’appartenenza di Pechino ai cosiddetti Paesi del Sud del mondo (nonostante non sia più un Paese emergente). Un’opportunità che invece non vedono con i vecchi interlocutori.
Se il Nord del mondo ha principalmente rivolto i propri investimenti infrastrutturali ai progetti che ne avrebbero agevolato il mantenimento degli interessi, come i collegamenti ferroviari tra i luoghi di estrazione mineraria e le città portuali, senza però considerare il miglioramento generale delle condizioni locali, la Cina ha battuto la strada opposta, mettendo a disposizione dei partner lo stesso pacchetto di conoscenze che ha condotto il gigante asiatico allo sviluppo. Le promesse di Macron riguardo la svolta economica e ambientale devono fare i conti con un passato e un presente ancora militarista. Secondo l’inquilino dell’Eliseo, la Francia deve abbandonare le interferenze nelle regioni dell’Africa che un tempo governava come potenza coloniale, dato che il continente non è più il suo cortile di casa. D’altro canto, il presidente ha dichiarato che le basi militari francesi non saranno chiuse ma trasformate in base alle esigenze espresse dai partner africani, sottolineando che «domani la nostra presenza passerà attraverso basi, scuole, accademie, che saranno gestite congiuntamente da personale francese e africano». A ricordare il passato recente al presidente Macron è stato l’omologo della Repubblica Democratica del Congo, Félix Tshisekedi, durante l’ultimo tour diplomatico in Africa. Nel dibattito è infatti emerso il tema del genocidio in Ruanda, su cui di recente si è attivata la giustizia parigina. Secondo le ultime ricostruzioni, la banca francese BNP Paribas avrebbe concesso un finanziamento utile all’acquisto di 80 tonnellate di armi da parte dei combattenti hutu, violando così l’embargo imposto dalle Nazioni Unite.
Il franco CFA come braccio economico del (neo)colonialismo di Parigi

Al termine della Seconda Guerra Mondiale, il governo parigino decise di creare due nuove valute: il franco e il franco CFA, una per il proprio territorio e l’altra per le sue colonie. Ciò significava facilitare il drenaggio delle risorse africane verso la Francia e alimentare anche un certo controllo economico sui possedimenti. Al momento della sua creazione, l’acronimo CFA significava “Franco delle Colonie francesi d’Africa”. Oggi invece si parla di “Franco della Comunità finanziaria dell’UEMOA” e di “Franco della Cooperazione finanziaria dei Paesi CEMAC”. La moneta gode di una certa stabilità visto l’ancoraggio all’euro secondo una parità fissa decisa dalla Francia, dove viene stampata prima di essere trasferita alle banche centrali delle due organizzazioni, all’interno delle quali l’ex madrepatria mantiene comunque una rappresentanza permanente. I 14 Paesi che hanno adottato il franco CFA sono obbligati a depositare il 50% delle loro riserve valutarie presso il Tesoro di Parigi. L’Eliseo difende l’operazione ricordando il versamento triennale degli interessi maturati da parte della banca centrale francese ai Paesi contribuenti. Al riguardo, l’economista del Benin Kako Nubukpo ha invece parlato senza mezzi termini di «schiavitù valutaria», sostenendo che l’obbligo del trasferimento «impedisce le trasformazioni strutturali che sarebbero necessarie nel continente» e che «è per questo che la questione della sovranità monetaria è cruciale».
Sovranità limitata anche dall’imposizione della disciplina di bilancio in vigore nell’Unione europea, ovvero il tetto del 3% nel rapporto deficit/PIL, seguito da un meccanismo di sanzioni economiche in caso di sforamento. Tale vincolo frena ancor di più gli esigui finanziamenti alle politiche governative e limita la spesa pubblica, riducendo il peso politico, economico e sociale delle istituzioni africane. S’intende come il franco CFA, al di là dei tecnicismi, abbia assunto negli ultimi anni un valore simbolico dirompente all’interno dell’immaginario collettivo, soprattutto giovanile, diventando uno dei perni delle proteste popolari. La moneta nata sul finire dell’epoca coloniale è ormai considerata il catalizzatore delle istanze di emancipazione e del crescente sentimento antifrancese. Diversi attivisti africani hanno invitato i propri governi a tagliare il cordone ombelicale con Parigi, in modo da conquistare la piena sovranità economico-monetaria a oltre sessant’anni dalle indipendenze.
La palla passa dunque agli Stati, che possono decidere in qualsiasi momento di abbandonare il franco CFA, come ripetuto più volte da Parigi in quello che sembra essere ormai un bluff scoperto più che un’arrogante certezza. Una storia che ancora deve veder scritta la propria fine, ma nella quale Parigi è ormai rassegnata all’idea che il miglior risultato possibile sia limitare i danni. Già nel 1957 l’ex presidente francese Mitterrand profetizzava che «senza l’Africa, la Francia non avrà storia nel ventunesimo secolo». Il momento è ormai arrivato: Parigi un futuro dovrà reinventarselo senza pretendere di dominare quella che ancora si ostina a chiamare Françafrique (Francia d’Africa), ma che non lo è più.
[di Salvatore Toscano]



