La lotta francese è molto di più di una protesta sindacale

Milioni e milioni di persone nelle piazze. Scioperi, manifestazioni. Blocchi ai porti e ai centri logistici. Cortei notturni. Sabotaggi. Scontri con le forze di polizia. Queste sono le cartoline che ci arrivano incessantemente da Oltralpe, dove con il primo maggio si è conclusa la tredicesima giornata di mobilitazione unitaria contro la riforma delle pensioni imposta dal governo di Macron attraverso il 49.3 (l’articolo che consente l’adozione del progetto senza il voto in Assemblea Nazionale, che può solo presentare mozione di sfiducia) e approvata nella sostanza dal Consiglio Costituzionale il 14 aprile. Nonostante sia stata pubblicata nella notte, il presidente Emmanuel Macron non è riuscito a fermare l’esplosione delle proteste, che hanno incendiato sempre di più le strade francesi da quel giorno fino ad oggi. Questa riforma infatti continua a essere fortemente contestata dalla stragrande maggioranza della popolazione. Anche perché la proteste dei francesi hanno ragioni e obiettivi molto più profondi di quella che sui media viene solitamente semplificata come una protesta contro la riforma delle pensioni.

1° maggio 2023: una data storica

È stato un primo maggio storico dal punto di vista della partecipazione di piazza. Secondo la CGT sono 2,3 milioni le persone scese in strada a manifestare, numeri che non si vedevano dal 2002. Secondo la polizia invece, si parla di 800mila manifestanti. Le mobilitazioni sono state forti in tutto il Paese, con scontri con le forze dell’ordine in varie città e blocchi diffusi. “Nous ne battrons pas en retraite!” (“Noi non ci ritireremo!”) “Augmentez les salaires, pas l’age de retraite” (“Aumentate i salari, non l’età pensionabile”) sono solo alcuni tra le centinaia di slogan e cartelli sfoggiati nei cortei.

Per Frédéric Souillot, segretario generale di Force Ouvrière (FO), «questa mobilitazione massiccia e determinata obbliga i sindacati a continuare nell’unità sindacale per combattere questa legge», anche se è stata sostanzialmente convalidata dal Consiglio costituzionale e dovrebbe entrare progressivamente in vigore da settembre. La riforma aumenta l’età pensionabile di due anni, spostandola da 62 a 64 anni, aumentando gli anni di contributi da 42 a 43.

L’Intersindacale (l’unione dei sindacati, una piattaforma nata contro la riforma e mai vista prima) ha chiamato a una nuova mobilitazione generale il 6 giugno. Due giorni prima della discussione in Parlamento della proposta di legge lanciata del gruppo di deputati LIOT (Libertés, indépendants, outre-mer et territoires) che punta ad abrogare la riforma pensionistica. Una data piuttosto lontana, che sembra rallentare l’intensità e la cadenza delle forti mobilitazioni di questi mesi, ma che – sperano i sindacati – riuscirà a chiamare di nuovo le masse per strada e allo sciopero, e che punta a fare pressioni ai deputati che saranno chiamati a esprimersi sull’abrogazione l’8 giugno. L’altra scadenza a cui guardavano i sindacati era quella del 3 maggio. Si attendeva infatti la decisione del Consiglio costituzionale sul PIR, il referendum di iniziativa popolare che è stato chiesto per la seconda volta nel giro di un mese. Dopo la bocciatura della prima richiesta di PIR da parte del Consiglio costituzionale il 14 aprile, nessuno aveva molte aspettative. Infatti la richiesta è stata nuovamente respinta.

Ora tutto si gioca per le strade e, l’8 giugno, in Parlamento. Per Sophie Binet, segretaria generale della CGT, dopo che la mozione di censura è fallita «per soli nove voti» dopo il ricorso al 49,3, i deputati hanno ora, l’8 giugno, «la via d’uscita dal conflitto è nelle loro mani». Un voto favorevole sarebbe solo l’inizio di un percorso parlamentare, ma sarebbe uno schiaffo all’esecutivo. «C’è necessariamente un rischio perché siamo in maggioranza relativa», ha riconosciuto il ministro del Lavoro, Olivier Dussopt, a LCI lunedì sera.

Nonostante le centrali sindacali non siano gli unici soggetti mobilitati, tenerli insieme sarà una delle sfide da affrontare: il governo, infatti, cerca di rompere questa unione sindacale, sperando anche di far dimenticare la riforma sulle pensioni attraverso pressanti inviti dell’esecutivo a riprendere il dialogo su un’agenda che spazia dalla riforma di France Travail (la trasformazione del Pôle emploi), alle RSA e alla scuola professionale, fino ai negoziati sull’impiego degli anziani e sulle condizioni di lavoro. Insomma, qualsiasi cosa e qualsiasi argomento per dividere le piazze e passare oltre la crisi che il governo sta vivendo. E alcuni dei sindacati più riformisti (la CFDT, la CFCT e la CFE-CGT), hanno negli ultimi giorni annunciato che parteciperanno alle riunioni proposte dall’esecutivo.

Alle radici del movimento

Le piazze e le strade della Francia sono tornate a riempirsi di persone e di azioni il 5 dicembre scorso. Il movimento sociale che si è sviluppato in questi mesi è effettivamente nato per opporsi alla riforma delle pensioni voluta da Macron. Ma nel corso del tempo è cresciuto, è mutato ed è diventato qualcosa che va molto al di là dell’opposizione alla nuova legge. Ora mette insieme tutta una serie di questioni, rivendicazioni e tematiche nelle piazze, sui picchetti, sui blocchi. È una rivolta contro il sovrano, contro l’autorità di un capo di stato e un esecutivo che in molti non riconoscono più. È una sollevazione che pretende redistribuzione e giustizia sociale, che si oppone alla precarietà e alle condizioni sempre peggiori di lavoro. Che si rifiuta di vivere solo per lavorare. Che unisce giovani, vecchi, lavoratori, studenti, disoccupati. Che non vede nei sindacati gli organizzatori di niente, ma una componente del movimento.

L’utilizzo del 49.3 non è stato ben accolto dalla maggior parte della popolazione. Una buona parte dei manifestanti sarebbe contenta di veder crollare la V Repubblica, per la nascita di qualcosa di nuovo. È qualcosa di storico ed importante quello che sta accadendo, qualcosa che non si era mai visto. Ma che arriva da un lungo percorso di lotte e esperienza che animano le piazze francesi da vari anni.

Gli scioperi degli spazzini. I blocchi delle vie di comunicazione, aerei, treni, autostrade. I picchetti che hanno fatto chiudere i porti del nord-ovest. Le centrali elettriche ai minimi storici, gli scioperi nelle raffinerie e nel petrolchimico. Le scuole e le università occupate.

E ancora. Le manifestazioni spontanee, i cortei improvvisati nella notte; i fuochi per le strade di Parigi, dove l’immondizia si è accumulata per settimane nei quartieri centrali della città grazie allo sciopero degli spazzini. Gli attacchi ai centri del potere; gli scontri con la polizia; gli espropri dei negozi nelle vie del centro durante le manifestazioni.

I sindacati non hanno più l’egemonia nelle piazze francesi ormai da qualche anno. Se prima tutto sembrava dettato dalle centrali sindacali, le cose sono cambiate. Almeno dal 2016.

Loi travail, il jobs act alla francese. François Hollande al governo. Il movimento che nasce contro quella legge è forse il primo che cambia le regole del gioco delle mobilitazioni contro il potere. Si rompe il rituale della manifestazione sindacale. Iniziano a essere presenti blocchi di giovani più o meno organizzati pronti ad affrontare la polizia, che rifiutano di seguire gli ordini dei sindacati, che iniziano a prendersi la testa del corteo. Nasce il cortège de tête, il blocco di manifestanti autonomi che si ritrovano davanti alle centrali sindacali e arrivano anche a confrontarsi con le forze di polizia, a bloccare le stazioni, a rompere i soliti schemi di rappresentazione del conflitto. In Italia è quello che chiameremmo spezzone sociale in un corteo.

Se all’inizio i sindacati, come la CGT, cercarono di mantenere la loro egemonia nella contestazione al governo, si ritrovarono presto sorpassati dalle migliaia di giovani che nei cortei erano attivi e propositivi, e sempre più accettati dal resto delle componenti della mobilitazione. Il movimento prende forza anche in risposta alla pratica del governo socialista dell’epoca di rifiuto della negoziazione coi sindacati, associata alla criminalizzazione del conflitto e all’aumento della repressione poliziesca. Una pratica che è ancora più evidente oggi con Macron.

Il 2016 è anche il periodo della Nuit Debout, il movimento sociale che cerca di costruire una convergenza di lotte occupando centinaia di piazze francesi, basandosi su assemblee generali senza leader né rappresentanti, seguendo i principi della democrazia diretta. Infinite le ore di discussione, di dibattiti e confronti aperti che tentavano di costruire una democrazia dal basso.

Poi, i Gilets Jaunes. I gilet gialli. Il movimento massivo nato nel novembre del 2018 dalla protesta contro l’aumento dei prezzi del carburante e l’elevato costo della vita. In quell’occasione, le rivendicazioni si allargarono rapidamente, fino a includere l’introduzione di una tassa sulla ricchezza, l’attuazione dei referendum di iniziativa popolare, le dimissioni del Presidente, il miglioramento del livello di vita delle classi sociali più basse e medie. Ma a essere veramente innovative, furono le pratiche. Le mobilitazioni, gli atti, erano tutti i sabati, in decine e decine di città, spesso improvvisate e non autorizzate. Il movimento inizia a organizzarsi e a prendere forma nei blocchi permanenti delle rotonde e delle strade, per poi estendersi per le strade e nei centri cittadini. Scontri con la polizia, blocchi spettacolari dei flussi di merci e di persone, danneggiamenti dei negozi di lusso nelle strade più centrali di Parigi e di tutte le città importanti francesi.

Un movimento che non aveva leader e la cui nascita è stata attraverso il web e i social network. Inizialmente i sindacati non avevano appoggiato questo nuovo movimento, che non era strutturato come un movimento politico, sindacale, o associativo.

Era la fine dei percorsi negoziati con la prefettura. Saltarono gli schemi classici di ogni mobilitazione. Basta cortei concordati lontani dai palazzi del potere e dai quartieri borghesi. Basta marce pacifiche e inquadrate da strutture specifiche. In molti iniziarono a pensare che senza offensiva, che fosse quella dei blocchi stradali, o delle occupazioni di piazza, o degli scontri, non avesse più senso manifestare. Perché senza creare qualche problema, il potere non retrocede. Si arrivò ad assediare i centri del potere, con le immagini che hanno fatto il giro del mondo dei negozi in fiamme sugli Champs Elysée mentre Macron fuggiva in elicottero.

La violenza della polizia contro i manifestanti raggiunse i suoi massimi storici in questo periodo. Decine e decine le persone che rimasero con lesioni permanenti e amputazioni a causa delle ferite inflitte da flash-ball, dalle granate stordenti, dai lacrimogeni sparati ad altezza uomo che la polizia in antisommossa lanciava in mezzo ai cortei.

Nel 2022 ci furono le elezioni, con la scelta obbligata tra l’odiato presidente dei ricchi, Emmanuel Macron, e Marine Le Pen, la Meloni francese. In un’unione contro l’estrema destra, vinse Macron. Che oggi si trova stretto in una maggioranza relativa, in un Parlamento strutturato in tre blocchi contrapposti tra loro. Per approvare la riforma delle pensioni, ha rifiutato ogni dialogo anche coi sindacati più riformisti e ha scelto un’altra via: quella della repressione, dell’uso della forza legislativa, con il 49.3, e della violenza di piazza. Ciò ha scatenato una rabbia popolare che ha fatto scendere milioni di persone per strada. E anche per questo è nata l’Intersindacale, una struttura che non si era mai vista in 30 anni ma che ha unito sindacati tra loro molto diversi sia per contenuti che per pratiche.

Il presidente francese Emmanuel Macron

Il 7 marzo, dopo due mesi di manifestazioni massive, cominciarono i primi scioperi a oltranza. Dopo l’adozione del 49.3 infatti, inizia una seconda fase della mobilitazione, che segue quella delle manifestazioni massive ma tendenzialmente pacifiche e coordinate dei mesi precedenti.

Spazzini e lavoratori delle raffinerie in prima linea. Ma di fronte al rischio di penuria di benzina – e quindi al blocco dei flussi economici – e alle immagini dei quartieri ricchi di Parigi ricoperti di immondizia, il governo ha imposto di fatto l’obbligo lavorativo per alcuni settori strategici. La polizia andava a cercare i lavoratori a casa loro, trasportandoli di forza sui luoghi di lavoro, e seguendoli per assicurarsi che facessero il proprio mestiere. A Parigi si vedevano volanti della polizia che seguivano i camion degli spazzini, obbligati a lavorare per pulire i quartieri più borghesi dall’immondizia, spesso alleata alle centinaia di giovani che di notte partivano in cortei selvaggi per la città, dando fuoco ai mucchi di rifiuti in ogni strada. Gli spazzini erano aiutati dai blocchi mattutini ai cancelli dei depositi dei camion o degli inceneritori; dai giovani che di notte legavano i cassonetti tra loro; dai solidali che contestavano i crumiri che lavoravano normalmente.

L’indurimento della linea repressiva del governo e della polizia, che ha iniziato a intervenire pesantemente nei cortei, arrestando centinaia di giovani, caricando i picchetti, sparando granate e lacrimogeni che di nuovo hanno portato a lesioni permanenti e risvegliando nelle persone la violenza già subita durante le rivolte dei gilets jaunes, ha portato a una nuova estensione del conflitto.

Il punto oggi: la terza fase 

Ora si è quindi passati a una sorta di terza fase, legata anche alla risposta della repressione poliziesca. Ancora si deve capire in che direzione si andrà. Stiamo assistendo a un’unione delle pratiche, dei metodi, delle rivendicazioni che hanno alimentato e cambiato il volto delle mobilitazioni sociali francesi negli ultimi sette anni. L’accettazione e l’unione di parti sociali diverse, nella diversità delle pratiche, nella diversa radicalità dei discorsi, è ciò che ha permesso la crescita del movimento francese fino ad arrivare a essere una minaccia per il governo. Sotto intenti comuni, andare uniti contro nemici comuni.

A respirare i lacrimogeni nelle piazze ci sono tutti. Giovani e vecchi, sindacati e movimenti sociali, militanti e cani sciolti, organizzati e anarchici. A resistere contro la polizia, a venire feriti dalle armi assassine delle forze dell’ordine francesi, ci sono tutti. E a colpire è l’unità della piazza, nonostante le differenze. Nessuno va a bloccare chi rompe la vetrina di una banca, così come nessuno interrompe i discorsi della maggior parte dei sindacalisti in piazza. Certo è che i sindacati francesi sono molto diversi da quelli in terra nostrana, che invece hanno perso quasi completamente la loro conflittualità di classe.

Una pluralità che ha richiesto anni per arrivare alla sua maturità. Se agli inizi del movimento contro la Loi Travail, nel 2016, c’erano scontri tra tra i servizi d’ordine dei sindacati e i gruppi di giovani determinati a manifestare in un altro modo, con il tempo, l’esperienza e la comune repressione poliziesca, si è arrivati a un’unione in grado di mettere in difficoltà il potere.

Qualcosa che, forse, in Italia dobbiamo ancora cominciare a imparare.

[di Monica Cillerai]

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6 Commenti

  1. Ottimo, grazie. Ognuno ha imparato qualcosa. Occorre usare i social per fare conoscere che non è morta la lotta di classe. Dipende da che cosa trasmettono le segreterie sindacali e come coinvolgono i lavoratori.
    Non posso azzardare un confronto con l’Italia.a Cgil non è Cgt e un Melenchon non esiste. Concertazione su tutto.

  2. Probabilmente è un problema di mentalità. Infatti la Rivoluzione fu Francese così come il Maggio del ’68. Però, anche grazie alla stampa “indipendente”, ai lock down inutili e dannosi, alla sperimentazione vaccinale obbligatoria, ai fallimenti della scienza ufficiale, alle promesse mai mantenute di qualunque nuovo governo ed all’aumento dell’entropia del sistema, si percepisce anche in Italia un sentore di ribellione. Chi vivrà vedrà…

  3. Bell’articolo. Vivo in Francia e alcuni aspetti mi erano sconosciuti, perché anche qui l’informazione seria te la devi andare a cercare.

    Ho proposto per ben due volte a L’INDIPENDENTE di pubblicare una breve biografia degli autori degli articoli, ma non ho mai ricevuto risposta. Del resto siamo in Italia; io sono io e voi siete un ……..

    • Ci mancherebbe Massimo, se non rispondiamo a tutti e perché le domande sono tante e alcune sfuggono. Ad ogni modo su questo presto ci saranno novità.
      Un saluto, Andrea Legni (direttore de L’Indipendente)

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