Lo scorso 10 marzo, Iran e Arabia Saudita hanno annunciato a Pechino, grazie alla mediazione del governo cinese, che avrebbero ripristinato normali relazioni diplomatiche. Una notizia che ha colto di sorpresa la comunità internazionale, dato che i due paesi, storici rivali, da anni si contendevano la supremazia sul Medio Oriente alimentando tensioni e conflitti nei principali scenari caldi della regione, come Siria, Yemen e Iraq. In realtà, colloqui tra Iran e Arabia Saudita erano in corso già da diversi mesi con il supporto di Oman e Iraq, ma senza produrre risultati concreti.
Notes about the "Iran-Saudi Arabia agreement with China's mediation"
1- China needs a carefree presence in the West Asian region, which is free from tension. In fact China wants both the Region's oil and a market for selling its goods.
1/6 pic.twitter.com/CXRkyUHlAJ— Abshar Tasnim (@Abshar_Tasnim2) April 26, 2023
Se gli interessi di Pechino dietro questo sforzo diplomatico sono evidenti (petrolio e crescita d’influenza in una zona strategica del mondo), quelli di Riyad e Teheran invece meritano un analisi più ampia. L’Arabia Saudita aveva interrotto i legami diplomatici con l’Iran nel 2016, dopo che una folla inferocita aveva assaltato la sede diplomatica saudita a Teheran, per protestare contro l’esecuzione da parte del regno saudita di Nimr al-Nimr, eminente religioso sciita e critico del regime. Il punto di non ritorno tra le due potenze sembrava essere stato toccato nel 2019, a seguito dell’attacco con droni e missili alle installazioni petrolifere di Abqaiq e Khurais. L’attacco, inizialmente rivendicato dal movimento Houthi dello Yemen, provocò una serie di incendi che portarono alla chiusura dei due impianti per diversi giorni, tagliando la produzione di petrolio dell’Arabia Saudita di circa la metà – ossia quasi il cinque percento della produzione mondiale di greggio – e causando una certa destabilizzazione dei mercati finanziari globali.

La guerra in Yemen
Lo Yemen è indubbiamente stato uno dei Paesi che ha subito in maniera maggiore gli effetti delle lotte per l’influenza tra le due potenze regionali. Dal 2014, quando le forze Houthi presero il controllo della capitale Sanaa e annunciarono una mobilitazione generale per rovesciare l’allora presidente Abdrabbuh Mansur Hadi, il Paese è piombato in una guerra civile. Le rapide conquiste territoriali dei ribelli, verso lo strategico porto di Aden e nelle regioni ricche di petrolio dell’est, scatenarono la risposta militare di una coalizione guidata dall’Arabia Saudita per restaurare il governo riconosciuto a livello internazionale di Hadi. Quasi 2.000 km di confine dividono la repubblica dello Yemen dal regno saudita: la possibilità che gli Houthi, a maggioranza sciita e vicini all’Iran, potessero conquistare il potere in tutto il territorio yemenita rappresentava una grossa minaccia per la sicurezza dell’Arabia Saudita. E al contempo per Teheran supportare il movimento ribelle in Yemen appariva come un occasione d’oro, da non lasciarsi sfuggire. Repubblica contro monarchia, islam sunnita contro la corrente sciita che caratterizza il regime degli ayatollah in Iran, e in ultimo la vicinanza di Riyad agli Stati Uniti, che invece, al pari d’Israele, sono il principale nemico di Teheran. Differenze significative. La guerra in Yemen, secondo i dati delle Nazioni Unite ha causato negli anni quasi 400.000 morti, di cui la maggioranza non per i combattimenti ma per la crisi umanitaria, che si traduce in malnutrizione e mancanza di accesso ai servizi medici di base. Un maggior dialogo tra Iran e Arabia Saudita, e un prolungamento del cessate il fuoco tra le parti avrebbe sicuramente conseguenze positive per la stremata popolazione dello Yemen. Il problema è che, nonostante le ingerenze delle due potenze, le parti in conflitto in Yemen, incluse quelle supportate dagli Emirati Arabi Uniti, mantengono un ampio grado di indipendenza e saranno quindi loro le prime a voler negoziare un pace duratura.
Iran e Siria: l’Asse della Resistenza
Un altro dei principali scenari regionali dove si sono confrontati Iran e Arabia Saudita è la Siria. Il rapporto tra il governo iraniano e quello siriano viene spesso descritto come l’Asse della Resistenza. La Siria è stata infatti il primo Stato arabo e il terzo in generale, dopo l’Unione Sovietica e il Pakistan, a riconoscere la Repubblica islamica nel 1979. L’Iran è il principale alleato della Siria e del governo del presidente Bashar al-Assad. Un alleanza in chiave anti-israeliana. Non a caso i raid aerei israeliani in Siria, contro le posizioni delle milizie filo-iraniane sono frequenti anche oggi. In questo contesto gia nei primi mesi delle rivolte anti-governative il Regno saudita non ha esitato ad armare e a finanziare gruppi di opposizione, trasformando di fatto le proteste in una guerra civile per procura. Un cambio di regime in Siria, con la salita di nuovo governo amico, era un occasione d’oro per i sauditi che infatti per far cadere Assad senza riuscirci, hanno investito molto. Il conflitto in Siria ha causato un disastro a livello umanitario, ed ha portato alla distruzione di un paese. Ad oggi in Siria, le conseguenze dell’accordo di Pechino, probabilmente avranno un seguito limitato rispetto al resto del Medio Oriente, dato che in questo contesto l’Arabia Saudita pare allontanarsi e sono presenti anche altri importanti attori internazionali, come Russia e Turchia.
Gli interessi in Iraq
L’invasione americana dell’Iraq del 2003, che ha portato al rovesciamento di Saddam Hussein e alla messa al bando del partito Ba’th, ha aperto un altro scenario di contesa tra Iran e Arabia Saudita. Sfruttando il caos in cui era precipitato il Paese, l’Iran era riuscito negli anni ad aumentare in modo significativo la sua influenza sull’Iraq, grazie anche anche alla poca lungimiranza degli Stati Uniti. Tale crescita è stata inoltre indubbiamente favorita dal fatto che la maggioranza della popolazione irachena è sciita, e che negli oltre vent’anni del regime di Saddam Hussein – sunnita – era stata marginalizzata. A questo, si aggiungono importanti fattori economici e il ruolo svolto dall’Iran nella lotta allo Stato Islamico. In un più ampio contesto regionale, un Iraq totalmente sotto l’influenza iraniana avrebbe comportato un grosso problema per la sicurezza saudita considerando che negli stessi anni, le stesse dinamiche erano in atto anche in Yemen. E anche l’Iraq per quasi 1.000 chilometri confina col regno.
Alleanze e rapporti di forza
Le relazioni internazionali tra gli Stati, che idealmente dovrebbe essere regolate dal diritto, sono molto spesso invece una diretta conseguenza dei rapporti di forza tra i contendenti. Anche l’accordo tra l’Iran e l’Arabia Saudita ne è un esempio, anche se in questo caso più che di forza bisognerebbe parlare di debolezza. L’annuncio di Pechino deriva molto probabilmente dalla situazione di relativa debolezza in cui entrambi si trovavano. Teheran, negli ultimi mesi, ha dovuto far fronte ad una serie di proteste e manifestazioni antigovernative come non si vedevano dal 2019. I negoziati con le potenze europee per il ripristino dell’accordo sul nucleare (JCPOA), che avrebbero potuto portare alla sospensione parziale delle sanzioni economiche, si sono arenati a causa del supporto militare che l’Iran ha fornito alla Russia per la sua guerra in Ucraina. L’economia iraniana si trova inoltre ad affrontare una situazione di crescente inflazione, situazione che ha il potenziale di fomentare nuove proteste. Tutta una serie di fattori che hanno spinto il regime iraniano a non disdegnare un accordo, magari temporaneo, con le monarchie del Golfo. Se dal punto di vista economico e interno l’Arabia Saudita appare più solida rispetto all’Iran, dal punto di vista internazionale non si può dire lo stesso. Yemen, Iraq, Siria, Libano e Palestina sono Paesi in cui l’influenza tende dalla parte di Teheran. L’eventualità di uno Yemen sotto controllo degli Houthi avrebbe garantito a Teheran, oltre allo Stretto di Hormuz, anche il controllo sullo strategico stretto di Bab el-Madedeb che collega il Mar Arabo, attraverso il canale di Suez, al Mar Mediterraneo. I due stretti, che interessano molto anche a Pechino, sono vitali per i trasporti marittimi di petrolio e merci verso Europa e Oriente. Un’altra grossa preoccupazione dell’Arabia Saudita è quella relativa alla sicurezza. Se la guerra in Yemen ha mostrato che il governo saudita non si pone problemi a bombardare indiscriminatamente anche zone civili, e che dispone di un esercito moderno, ha mostrato anche che il regno è vulnerabile: numerosi sono stati gli attacchi degli Houthi in territorio saudita, compreso quello a un impianto petrolifero nei pressi di Jeddah a pochi giorni dal Gran Premio di Formula 1. Grosso smacco trasmesso in mondovisione per un Paese che nel solo 2022 ha speso in armamenti 75 miliardi di dollari.
Reports of Houthi strike hitting #Saudi oil giant #Aramco facility in #Jeddah. Formula 1 GP takes place in city on Sunday.
Video reportedly showing aftermath of attack:#F1 #OOTT pic.twitter.com/FkCaTseLhE
— Nawied Jabarkhyl (@NawiedJabarkhyl) March 25, 2022
Probabilmente, invece, con l’aiuto di Pechino il dilemma della sicurezza saudita potrebbe essere risolto facendo in modo che si fermino gli attacchi. Dialogo e compromessi tramite mediazione cinese: un sistema che potrebbe funzionare e che Pechino appare già interessato a replicare. È notizia dello scorso 19 aprile che la Cina sarebbe pronta a mediare anche tra israeliani e palestinesi. Questione spinosa, quella tra Israele e Palestina: le costanti violazioni dei diritti umani che lo stato d’Israele commette ai danni dei palestinesi sono state ampiamente provate, ma vengono ignorate a livello globale anche dall’Occidente che evidentemente di diritti umani parla solo quando fa comodo. Forse sarebbe opportuno, da parte del governo cinese, prendere posizione anche in questo ambito.
[di Enrico Phelipon]




Ottimo articolo. Si evince che la tradizione confuciana e le regole de “L’arte della guerra” intrise di uno statalismo ferreo sono le vie dell’ Impero di Mezzo per il dominio internazionale. L’Europa, l’area più democratica, vivibile e liberale del mondo, ha perso, purtroppo, la propria identità barattandola con quella degli USA e se non si ravvederà presto sarà destinata a diventare una provincia dell’ Impero. Mala tempora currunt.