L’inflazione all’interno dell’area euro ha raggiunto il massimo da tre anni

La crisi energetica continua a erodere il potere d’acquisto degli europei. A maggio, nell’eurozona, l’inflazione annua è stata del 3,2%, registrando il valore più alto dal settembre 2023. Si tratta di un valore medio, che nasconde cioè picchi relativi a determinati beni e servizi, a partire da quelli energetici. Secondo i dati rilasciati ieri da Eurostat, l’ufficio di statistica dell’UE, l’inflazione annua dell’energia è schizzata al 10,9%, alla luce della chiusura dello Stretto di Hormuz e della crisi in Asia Occidentale innescate dalla guerra israelo-statunitense contro l’Iran. In Italia, invece, l’inflazione dovrebbe attestarsi al 3,3%, in aumento dal 2,8% di aprile, con picchi interni del 12% proprio relativi ai costi dell’energia.

Con il raggiungimento del 3,2%, l’inflazione nell’eurozona supera per la seconda volta consecutiva la barriera del 3%, che, secondo i dati Eurostat, non veniva toccata da settembre del 2023, quando l’inflazione si attestò al 4,4%; anche in Italia il dato di maggio è il maggiore degli ultimi tre anni, e rappresenta la prima volta in cui viene sfondata la soglia del 3% da settembre 2023, quando toccò quota 5,6%. Come prevedibile, il dato maggiormente in aumento è quello dell’energia: per quanto riguarda l’eurozona, l’11% di maggio 2026 costituisce il dato più elevato da febbraio 2023, quando l’aumento tendenziale (quello relativo allo stesso mese dell’anno precedente) dell’energia toccò il 13,6%; per l’Italia, invece, i numeri dello scorso mese sono i maggiori da aprile 2023, quando l’energia segnò un aumento del 16,4%. Anche nel caso dell’aumento dei costi dell’energia, per l’eurozona si tratta del secondo mese consecutivo – e della prima volta in oltre tre anni – in cui viene sfondata la barriera del 10%, mentre l’Italia non toccava il 10% da maggio del 2023. L’aumento dei prezzi su base mensile (ossia rispetto al mese precedente), invece, è dello 0,1% per l’eurozona e dello 0,4% per l’Italia. Altri aumenti significativi sono stati registrati per gli alimenti non trasformati (del 4,2% nell’eurozona, e del 5,9% in Italia).

I dati di maggio, insomma, consolidano un generale aumento dei prezzi trainato dai costi dell’energia, tanto in Italia quanto nella zona euro. Già lo scorso aprile, un’analisi Assoutenti, basata sui dati Istat, aveva certificato una eco dei rincari anche nel settore dell’alimentazione, con punte del 21,5% per le melanzane; è l’effetto della guerra israelo-statunitense in Asia Occidentale e del conseguente blocco dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran, che sta avendo ripercussioni generali sull’intera economia. La crisi del carburante ha danneggiato anche il settore dell’aviazione, che ha reagito cancellando voli a causa della mancanza di cherosene e ipotizzando possibili ripercussioni sulle programmazioni estive, che risultano ancora in bilico. A guadagnare, piuttosto, sono le cosiddette “Big Oil” – i colossi dell’industria petrolifera – che con l’aumento del prezzo del petrolio sono state al centro di una selvaggia speculazione sul lato finanziario raggiungendo incrementi stellari nelle azioni; assieme a esse, anche le aziende belliche, cresciute grazie al contesto geopolitico instabile; grandi ricavi infine anche per le banche, per le quali la guerra risulta uno dei maggiori ambiti di investimento.

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Dario Lucisano

Laureato con lode in Scienze Filosofiche presso l’Università di Milano, collabora come redattore per L’Indipendente dal 2024.

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