Israele bombarda il Libano, poi sigla la tregua, poi bombarda ancora: 47 morti

Il fragile accordo per il Medio Oriente rischia di naufragare sotto le bombe. Nonostante una tregua mediata da Qatar, Stati Uniti e Iran sia scattata venerdì alle ore 16.00, infatti, l’aviazione e l’artiglieria di Israele non hanno mai interrotto le operazioni militari, martellando il sud del Libano e la valle della Beqa’a. Nelle sole 24 ore di venerdì, si sono verificati oltre 150 attacchi, i quali hanno causato 47 morti e 97 feriti. Una spirale caotica di ordini contrastanti e ondate di esodo che mette a dura prova la popolazione civile, mentre i vertici politici e militari israeliani confermano l’intenzione di mantenere l’occupazione di terra a tempo indeterminato. Una dinamica che, oltre a segnare il territorio libanese, rischia di mettere in crisi il più ampio percorso negoziale tra Washington e Teheran per una stabilizzazione regionale.

I residenti del sud del Paese si trovano intrappolati in un vicolo cieco: famiglie che tentavano il rientro a casa sono state costrette a fare inversione di marcia a causa della pioggia di missili. L’offensiva di Tel Aviv è ripresa quasi subito dopo l’orario stabilito per il cessate il fuoco, concentrandosi in particolare nell’area strategica e sulle alture di Nabatieh. Proprio in queste ore convulse avrebbe dovuto concretizzarsi l’intesa in base alla quale «la Repubblica islamica dell’Iran e gli Stati Uniti (che), insieme ai loro alleati coinvolti nell’attuale guerra, dichiarano (…) la cessazione immediata e permanente della guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». Con l’arrivo dell’alba di oggi, sabato 20 giugno, l’agenzia Reuters ha dato notizia di ulteriori raid, tra cui un attacco aereo nella zona sud di Rihan Heights.

Questa prassi israeliana di continuare a colpire anche dopo gli accordi di tregua è ormai consolidata: una logica volta a dimostrare di essere sempre e comunque al di sopra delle regole, di poter spingere oltre il limite appena stabilito senza subire conseguenze. Prima del blocco delle ostilità, la morte di quattro militari di Tel Aviv in un’imboscata tesa da Hezbollah a Nabatieh aveva innescato la durissima reazione verbale della destra ultra-nazionalista al governo. Il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, aveva chiesto apertamente con un post su X una devastazione totale, affermando che «tutto il Libano deve bruciare» e che «per ogni lacrima versata da una madre israeliana, mille madri libanesi devono piangere». Dichiarazioni a cui sono seguite quelle del titolare delle Finanze, Smotrich, il quale sosteneva fosse arrivato il momento di «aprire le porte dell’inferno». Dal punto di vista diplomatico, i canali bilaterali tra Washington e Teheran in Svizzera hanno subito una brusca battuta d’arresto: la delegazione iraniana ha congelato i colloqui esigendo garanzie reali sulla fine dei raid terrestri e aerei.

Dal fronte militare, tuttavia, i segnali indicano una permanenza a lungo termine. Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu e i portavoce dell’esercito hanno chiarito che le truppe rimarranno posizionate nella fascia meridionale. Attualmente i soldati israeliani occupano circa un decimo del territorio libanese all’interno della cosiddetta Linea Gialla. In questa striscia di sicurezza profonda dieci chilometri, decine di villaggi sono stati rasi al suolo dal 2023 a oggi. La regione è considerata strategica sia per la presenza di importanti risorse idriche sia perché il prolungamento della linea verso il Mediterraneo interessa aree vicine ai giacimenti offshore di gas naturale, alimentando accuse libanesi di un tentativo israeliano di consolidare il proprio controllo su risorse energetiche contese.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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