sabato 10 Dicembre 2022

Aviaria, 48 milioni di volatili abbattuti dimostrano l’insostenibilità degli allevamenti intensivi

Lontano dai riflettori c’è una epidemia che sta colpendo in numeri mai registrati, è quella del virus dell’aviaria che colpisce i volatili. 2.467 i focolai identificati e 48 milioni di uccelli morti. Non a causa del virus però, si tratta di 48 milioni di esseri viventi uccisi preventivamente, senza nemmeno verificare se fossero o meno infetti, per evitare che il contagio si propagasse e per scongiurare le possibilità che esso potesse trasmettersi all’uomo. Quest’ultima è una possibilità teoricamente esistente, ma molto bassa, al punto che seppur di fronte a una epidemia dai numeri inediti, non si riscontrano attualmente casi di contagio umano. Quel che è certo è invece come il caso in questione dimostri una volta di più l’insostenibilità degli allevamenti intensivi, che sono causa di sofferenza animale, impatto ecologicamente insostenibile e possibili malattie.

Il virus dell’influenza aviaria, nato nel 1996 in Asia e diffusosi in Europa negli anni 2000, può trasmettersi in alcuni casi anche agli esseri umani, causando infezioni che possono risultare sia lievi che gravi. La direttrice del centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie in Europa (ECDC) Andrea Ammon ha infatti dichiarato che «Questi virus possono potenzialmente incidere gravemente sulla salute pubblica», come già successo in passato con le epidemie di aviaria H5N1 in Egitto o l’H7N9 in Cina. Le malattie più pericolose che hanno colpito la popolazione umana negli ultimi anni sono dovute a zoonosi (trasmissione dall’animale all’uomo), inoltre il 60% degli agenti patogeni conosciti dalla medicina ha origine animale. Dall’ECDC sottolinea infatti l’importanza delle misure di sicurezza da adottare per la salute sul lavoro nei luoghi in cui il contatto con gli animali è necessario, e da rafforzarlo nei luoghi in cui l’influenza zoonotica è stato identificata. Le misure previste dal rapporto includono la prevenzione di aerosol e polvere, una ventilazione adeguata, la separazione del lavoro e degli indumenti personali e la sanificazione per prevenire la contaminazione degli alloggi dei lavoratori.

L’ECDC ha stilato un rapporto congiunto con l’Autorità europea per la sicurezza alimentare nel quale ha diffuso dati riguardanti 37 paesi, in cui si parla di «187 rilevamenti in uccelli in cattività, 3.573 eventi di influenza aviaria ad alta patogenicità negli uccelli selvatici», dichiarando che si tratta della «più grande epidemia di influenza aviaria di sempre» in Europa, quella della stagione 2021-2022. L’abbattimento di centinaia di migliaia di animali negli allevamenti intensivi è un dato importante per comprendere l’entità del problema, che va a ripercuotersi non solo sulla salute umana ma anche e soprattutto su quella animale. Negli ultimi due anni il mondo dell’allevamento ha effettuato l’abbattimento, tra gli altri, di 17 milioni di animali in Danimarca, 215.000 galline in Olanda, più di 400.000 anatre in Francia, dove l’abbattimento preventivo non sarà più eseguito solo entro un raggio di tre chilometri, ma di cinque. Nella sola stagione 2021-2022 si sono verificati 2500 focolai nel pollame, che hanno portato all’abbattimento di 47,7 milioni di volatili negli allevamenti colpiti.

Ciò che l’ECDC evita di analizzare è la causa di questi focolai. Essa risiede infatti principalmente negli allevamenti intensivi, per definizione ambienti ad alto rischio di trasmissione del virus. Con animali geneticamente simili costretti a vivere a stretto contatto, spesso in piccole gabbie ravvicinate l’una all’altra, che oltre ad essere eticamente ed umanamente problematiche, creano una condizione ideale per la diffusione delle epidemie e di conseguenza anche maggiori possibilità di abbattimento degli animali per puro scopo precauzionale. Gli allevamenti intensivi creano di fatto un habitat ideale per gli agenti patogeni, infatti, il rapporto dell’EFSA, tra le misure consigliate per contrastare il virus indica la riduzione della densità negli allevamenti. Ad incidere sulla trasmissione è anche il trasporto animali vivi, che nel percorrere lunghe distanze aumentano la possibilità di contagio.

Le mobilitazioni contro gli allevamenti intensivi non sono mai mancate, dall’Italia, alla Germania, alla Francia, al Regno Unito. Da ricordare ad esempio le proteste degli agricoltori olandesi contro il piano del governo per ridimensionare gli allevamenti intensivi, al fine di dimezzare le emissioni di azoto e proteggere l’ambiente.

[di Marina Lombardi]

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1 commento

  1. Forse eravamo avanti e non lo sapevamo,mio nonno fino al 2000 aveva nel giardinetto sotto casa le galline. Una volta un mio compagno mi raccontò che suo nonno per una settimana si era alimentato solo con i prodotti della terra,e questi avevano una bottega, come dire dò agli altri le schifezze ed Io mangio sano. Era un’ altra Italia ,altra gente. Calabria,piccolo borgo di mare.

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