Il Senato ha approvato una norma che stravolge regole e controlli sulla caccia

Con 80 voti a favore, 56 contrari e 2 astenuti, il Senato ha approvato il disegno di legge n. 1552, varando una riforma della disciplina venatoria che stravolge la legge 157/1992 sulla tutela della fauna selvatica. I punti principali riguardano l’ampliamento delle specie cacciabili, la possibilità di estendere ulteriormente l’attività venatoria e l’allentamento dei vincoli territoriali. La decisione ha immediatamente innescato un’ondata di proteste da parte del mondo ambientalista e scientifico, che denunciano concessioni ritenute ingiustificabili e dannose per la biodiversità, un bene costituzionalmente protetto. La mobilitazione è partita con un sit-in a Roma in Piazza della Rotonda; nel frattempo, la petizione del WWF Stop caccia selvaggia, che prende di mira proprio il provvedimento dell’esecutivo Meloni, ha superato le 250mila firme, ottenendo l’esplicita adesione di numerose personalità del mondo accademico.

La riforma, fortemente voluta dalla maggioranza di centrodestra, prende il nome del Senatore di FDI Lucio Malan. Arriva a pochi mesi dalla scadenza della legislatura, rappresentando il punto d’arrivo di una strategia normativa iniziata nel 2023, che ha già visto modifiche della legge sulla caccia in 23 punti attraverso decreti-legge e leggi di bilancio. Durante il dibattito in Aula, caratterizzato da toni duri e da due sospensioni per mancanza di numero legale, sono state respinte tutte le proposte di modifica delle opposizioni, comprese quelle che chiedevano il richiamo esplicito ai principi costituzionali di tutela della biodiversità.

Con il nuovo provvedimento, la stagione di caccia viene allungata, con il rischio di colpire il periodo della migrazione prenuziale e della nidificazione, mentre si riducono gli spazi destinati alla protezione. Molto discussa anche la liberalizzazione dei richiami vivi, il via libera a una maggiore mobilità dei cacciatori e il depotenziamento del ruolo scientifico dell’ISPRA, a vantaggio di un assetto più politico e vicino agli interessi della filiera venatoria. In questo quadro si inserisce pure la questione delle munizioni al piombo nelle zone umide, su cui il governo ha dovuto correggere la rotta dopo le pressioni europee. Le associazioni affermano inoltre come l’impianto della legge non rafforzi davvero il contrasto al bracconaggio, finendo anzi per attenuare la certezza della pena.

A contestare il provvedimento non sono soltanto le associazioni ambientaliste e animaliste, ma anche una consistente parte dell’opinione pubblica. La petizione Stop caccia selvaggia promossa dal WWF ha infatti superato quota 250mila adesioni, diventando uno dei principali strumenti di mobilitazione contro la riforma. Secondo gli organizzatori, il numero delle firme testimonia una crescente preoccupazione per le possibili conseguenze del ddl sulla tutela della fauna e degli ecosistemi. Alla protesta dei cittadini si è affiancata quella del mondo scientifico, con l’adesione di numerosi studiosi e rappresentanti delle principali società scientifiche italiane attive nei campi della zoologia, dell’etologia, della biologia marina, dell’ornitologia, della botanica e delle scienze naturali.

Tale presa di posizione richiama i risultati dell’ultimo Eurobarometro sulla biodiversità diffuso dalla Commissione europea, secondo cui il 97% degli italiani ritiene che una natura in buona salute sia essenziale per la prosperità economica nel lungo periodo e riconosce il ruolo fondamentale della biodiversità per il benessere e la salute delle persone. Inoltre, oltre un cittadino su due considera il ripristino della natura e della biodiversità una priorità per l’azione dell’Unione europea. Numeri che, secondo i promotori della mobilitazione, evidenziano una distanza significativa tra l’indirizzo scelto dal governo e la sensibilità prevalente nel Paese sui temi della tutela ambientale.

Il cammino della riforma ha dovuto incassare anche durissimi richiami sul fronte internazionale. La Commissione Europea, agendo tramite la Direzione generale Ambiente, ha formalizzato una missiva indirizzata al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), evidenziando in modo inequivocabile come le nuove norme minaccino di violare i parametri comunitari stabiliti dalle Direttive Habitat e Uccelli, esponendo l’Italia al rischio concreto di una nuova procedura d’infrazione. A questa presa di posizione si è aggiunto un secondo e altrettanto autorevole monito proveniente dal Consiglio d’Europa: il Comitato permanente della Convenzione di Berna ha infatti recapitato al MASE una formale richiesta di chiarimenti. Nello specifico, si richiede all’esecutivo di dimostrare, sul piano giuridico e scientifico, che tale provvedimento sia compatibile con gli obblighi assunti dall’Italia con la Convenzione di Berna.

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Stefano Baudino

Laureato in Mass Media e Politica, autore di dieci saggi su criminalità mafiosa e terrorismo. Interviene come esperto esterno in scuole e università con un modulo didattico sulla storia di Cosa nostra. Per L’Indipendente scrive di attualità, politica e mafia.

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