Vietare completamente l’uso dell’intelligenza artificiale per gli studenti più giovani e al contempo immaginare una legge che stabilisca che le scuole dell’obbligo debbano avere accesso a materiali didattici a stampa: sono le due misure messe in campo dal governo norvegese per invertire la rotta che, di recente, ha visto il peggioramento delle competenze degli studenti.
L’annuncio è arrivato nei giorni scorsi, durante la conferenza stampa semestrale del premier laburista Jonas Gahr Støre. Dall’autunno gli alunni dal primo al settimo anno non potranno più usare l’intelligenza artificiale in autonomia durante le ore di lezione. Nella scuola secondaria di primo grado l’uso sarà consentito, ma solo in modo graduale e sotto la supervisione degli insegnanti, mentre nelle superiori gli studenti dovranno imparare a usarla in modo efficace, in vista del mondo del lavoro. Non si tratta di un divieto sancito per legge, ma di una raccomandazione nazionale che il governo ha chiesto alla Direzione per l’istruzione (Utdanningsdirektoratet) di tradurre in linee guida operative prima della riapertura delle scuole di fine agosto. Diverso è lo status dell’altra misura, quella sui libri: qui il governo intende muoversi con un vero disegno di legge, che obblighi le scuole a garantire l’accesso a materiali didattici stampati, oggi spesso messi in secondo piano rispetto ai dispositivi digitali per ragioni di budget o scelte locali.
«La cosa più importante, nella scuola, è che i nostri bambini imparino a leggere, scrivere e fare calcoli», ha detto Støre, aggiungendo che «la ricerca dimostra che un uso acritico dell’intelligenza artificiale generativa aumenta il rischio di saltare passaggi fondamentali nell’apprendimento». Il premier ha collegato la decisione al calo dei risultati scolastici: secondo diversi cicli di indagini internazionali come PISA e PIRLS – che valutano e confrontano i sistemi scolastici a livello globale – uno studente norvegese su quattro legge sotto la soglia minima fissata dall’OCSE per accedere a ulteriori percorsi di studio o al lavoro.
Sulla stessa linea la ministra dell’Istruzione Kari Nessa Nordtun: «Non dobbiamo commettere lo stesso errore fatto quando i dispositivi digitali sono stati introdotti in modo acritico tra gli alunni più piccoli». Il riferimento è ai tablet, entrati nelle scuole norvegesi a partire dal 2014, prima in alcuni comuni pilota come Bærum e poi, in pochi anni, in tutto il Paese: già dalla prima elementare gli studenti ricevevano un dispositivo personale, spesso in sostituzione di libri di testo, quaderni e penna. Nordtun ha comunque lasciato una porta aperta: gli studenti che per ragioni specifiche hanno bisogno di strumenti basati sull’IA, ad esempio per l’apprendimento linguistico o per percorsi personalizzati, continueranno ad averne accesso.
Le reazioni non sono state tutte allineate. Gli insegnanti, da tempo, chiedevano regole più chiare: già a dicembre il sindacato Utdanningsforbundet era intervenuto per sollecitare linee guida nazionali, mentre il Lektorlaget denunciava da gennaio che il fenomeno fosse stato lasciato crescere troppo a lungo senza un intervento delle autorità centrali. Più dura l’opposizione, secondo cui il governo si limiterebbe a riproporre misure già approvate in Parlamento.
Il provvedimento si inserisce in un disegno più ampio sulla sicurezza digitale dei più giovani: a fine aprile l’esecutivo aveva già annunciato l’intenzione di presentare, entro fine anno, una legge che vieterà l’iscrizione ai social network sotto i sedici anni, alzando il limite rispetto al tentativo precedente, fermo a quindici. La particolarità della proposta sta nel rovesciamento di responsabilità: a dover verificare l’età reale degli utenti non saranno più le famiglie, ma le piattaforme, pena sanzioni.
Ma la Norvegia non è la sola, in Europa, a muoversi in questa direzione. La Svezia, altro Paese scandinavo tra i più avanzati sul piano tecnologico, ha intrapreso un percorso simile dopo anni passati a spingere sulla digitalizzazione delle aule: dal 2025 le scuole dell’infanzia non sono più obbligate a utilizzare strumenti digitali, è previsto un divieto progressivo dei cellulari in classe, e sono stati stanziati oltre 170 milioni di euro per libri e materiali tradizionali. Anche a Stoccolma, a pesare sono stati i test PISA: nel 2022 quasi un quarto dei quindicenni svedesi non raggiungeva il livello minimo di comprensione del testo.
Il quadro è agli antipodi rispetto a quello italiano, dove il governo investe sull’introduzione dell’IA nella didattica, non la limita. Si tratta di due provvedimenti distinti, con perimetri diversi. Il primo, già attuato, è il decreto n. 34 del Ministero dell’Istruzione del 19 maggio: ha distribuito quasi 100 milioni di euro di fondi PNRR a 2.100 istituti statali e paritari, ma non per gli studenti, perché il finanziamento copre percorsi di formazione rivolti a docenti, personale ATA e dirigenti, con contributi fino a 50 mila euro per progetto. Il secondo è invece appena approvato, ed è di segno diverso: il decreto Infrastrutture, varato dal Consiglio dei ministri il 22 giugno, modifica la legge 132/2025 e autorizza un nuovo stanziamento fino a 100 milioni di euro, da destinare anche a percorsi di alfabetizzazione digitale per gli studenti, oltre che per i docenti e il personale scolastico.




