Tutti conoscono bene il capitalismo, o credono di conoscerlo. Gli intellettuali che coltivano ed esibiscono il dubbio in materia di fede religiosa o di convinzioni che non condividono, rispetto al capitalismo non hanno nessuna esitazione. Identificato con il male assoluto, con la deriva inesorabile prodotta dallo sfruttamento e dal profitto, il capitalismo sta inevitabilmente dalla parte del diavolo: il capitalismo beninteso dei potentati economici occidentali non quello gestito da un potere statale accentratore, ad esempio al modo cinese. D’altronde i cinesi, dovendo combattere il capitalismo autentico cercano di superarlo sul suo stesso terreno, con qualche richiamo esotico all’antico Egitto e alla Mesopotamia: gli schiavi al lavoro e le grandi opere, monumenti ammirabili di intelligenza costruttiva che, nel loro caso, competono con gli allevamenti intensivi di maiali ficcati in monocamere di due metri quadri come i proletari più sfortunati. E che dire poi della sfida alla qualità del prodotto finale che, non più garantendo una consistente durata, va ad alimentare in modo indiscriminato produzione di residui, rifiuti e spazzatura.
In realtà che cosa si è smarrito con l’avvento della produzione industriale, nel mondo delle macchine e delle automazioni, nel dominio delle energie fossili, nel consumismo indiscriminato, nell’occupazione cognitiva di qualsiasi minuscolo angolo di pensiero soggettivo, nella efficienza incontrastata dei mezzi informatici, nella concezione occupazionista del mondo alla maniera dei grandi imperi e dei domini coloniali del passato che allarga tale modello estensivo al controllo degli individui umani assimilati a territori da occupare?
Che cosa si è smarrito e che cosa le nuove intelligenze ecologiche cercano di sollecitare, parlando ad esempio di prosperità al posto di sviluppo, immaginando nuove forme di condivisione e di felicità pubblica, sentendo quasi il desiderio di manipolare la realtà per una concreta buona riuscita, senza porsi chissà quali obiettivi a lungo termine? Di che cosa abbiamo davvero bisogno per ripristinare un’idea di umanità accogliente e sensibile, pronta a servire piuttosto che a puntare esclusivamente a profitti economici?
Che cosa si è oscurato, che cosa potremmo ripristinare come orizzonte remoto da raggiungere al di là di ogni credo personale, quasi come terapia per guarire da sentimenti estremi come l’odio? E ancora: perché il pensiero bellicista e armigero non è soltanto una minaccia permanente alla pace ma ancor di più un insulto programmatico alle forme dialogiche, alla ricerca di una verità condivisa, ai valori fondanti, semplici e immensi, dell’umanità. Quale ‘perché’ hanno le scorciatoie violente che devono crearsi continuamente nemici e dunque nuove vittime all’insegna di vendette storiche tanto imponenti quanto devastanti, contrarie a una qualsiasi tolleranza e dignità di vita?
Un guasto difficilmente riparabile ma che dobbiamo arginare è rappresentato dal pensiero finalizzato: il fatto che tutto debba avere una funzione e soltanto quella, come se la realtà fosse una gigantesca app che ammette soltanto una procedura, il fatto di intendere la vita insomma come una “conquista laboriosa” (F. Gros) che ci vede sempre occupati: perfino il linguaggio è “impegnato nella fabbricazione quotidiana del mondo”, dello stesso ordine delle tabelle, dei bilanci, delle proiezioni, dei rapporti, degli algoritmi. Non sono ammessi errori. Non è forse per questo che sta avendo successo la poesia grazie al suo vago determinismo, alla sua assenza di finalità programmate?
Abbiamo una necessità vitale di imprecisione, di tolleranza degli errori, di fantasie alternative, di preghiera riconoscente, di sguardo alla vaghezza artistica del cielo più che al controllo delle situazioni atmosferiche.
Bricolage e adattamento creativo, dunque. Un grande antropologo culturale, Clade Lévi Strauss, e un grande etologo, Konrad Lorenz, richiamavano a queste due attività cognitive e relazionali. Il bricolage come forma di interazione con il mondo, le cose e le persone, ricorrendo non a strumentazioni tassative, a perfetti utensili predisposti ma a una incessante creatività mitologica e compositiva che mira a risolvere le situazioni perfino con espedienti e non con programmate procedure costrittive.
Queste capacità di rispondere brillantemente all’insorgere dei problemi l’ha sperimentata e la sperimenta ad esempio il cinema, il concorrere di risorse disparate per arrivare al risultato, la capacità di superare le difficoltà che si presentano nel via via e nel viavai della produzione.
Scrivo queste righe dichiarando una immensa nostalgia, anzi meglio un grande amore per il pensiero selvaggio, per lo stupore generato dal ripetersi spontaneo dell’identico, per la straordinaria novità che è insita in ciascun essere umano, per la voglia di mettere da parte le costrizioni derivanti da un sistema di attese soffocanti.
Fatemi chiudere a mio modo con due esempi lontanissimi tra di loro ma espressivi. Il giocoliere al semaforo e il chirurgo d’urgenza. Lévi Strauss avrebbe parlato dell’opposizione tra gioco e rituale, tra sfida e adesione, tra creatività e obbedienza, tra attenzione e automatismi, tra competenza e contesto.
Il nostro mondo rischia di dimenticare i margini, compresi quelli di tolleranza, di applicare la stupidità alle relazioni umane, come se gli altri ci dovessero per forza assomigliare, per esasperare la competizione invece della collaborazione.
Rischia di parlare di massimi sistemi dimenticando che la verità è un mosaico di piccole cose e che il più grande bricoleur è Dio stesso. Altro che l’imperialismo sordo e cieco, altro che il riarmo che confonde necessariamente difesa e sopraffazione, altro che piani di occupazione del mondo. E davanti a noi sempre gli stessi che propugnano solidarietà ed ecologia e prendono il jet privato per andare a comprare le sigarette.




