In Italia non si fanno più figli e, come spesso accade quando si tenta di manipolare le persone, si cercano spiegazioni semplici, immediate, d’effetto. L’ultima, che circola nei dibattiti pubblici e nei commenti sui social, è tanto surreale quanto rivelatrice: la colpa sarebbe dei cani. Troppi cani, troppe attenzioni agli animali domestici, troppe energie affettive sprecate sugli animali invece che sui figli sono le cause della denatalità. Un capriccio generazionale, insomma. La colpa cioè è ancora una volta delle nuove generazioni che hanno fallito in tutto e che non sono state in grado di adempiere a una delle funzioni primarie della vita stessa: la sopravvivenza della specie. Sorprendente, vero?
Ecco, qui non siamo di fronte a una semplice semplificazione, ma a una vera e propria manipolazione propagandistica che ha una funzione precisa: depoliticizzare una questione strutturale. Perché se il calo delle nascite viene attribuito a scelte private, allora non c’è più bisogno di mettere in discussione il sistema che lo alimenta. E cosa accade quando una società preferisce costruire bersagli simbolici invece di interrogare le strutture che lo producono?
O meglio, chi ha interesse a spostare il discorso dalle cause reali a bersagli simbolici? Non dovremmo domandarci perché non si fanno figli, ma dovremmo chiederci semmai che tipo di società rende strutturalmente difficile farli. Piccolo spoiler: la nostra. Ma incominciamo dai numeri.
In Italia il numero dei nati continua a diminuire in modo costante da anni. Le famiglie si riducono, l’età media cresce, e la popolazione si contrae in modo continuo e prevedibile. Non è un’anomalia ma una tendenza sistemica. E allora a questo punto bisognerebbe domandarsi: cosa è cambiato così profondamente in questi ultimi decenni da rendere la genitorialità una scelta sempre meno praticabile? Per rispondere a questa domanda bisogna capire innanzitutto perché in passato si facevano più figli.

Se prendiamo in esame la generazione dei nostri nonni, una cosa diventa chiarissima. I figli non erano solo destinatari di cure, ma erano parte attiva dell’economia domestica. Lavoravano nei campi, contribuivano alle attività familiari, partecipavano alla sopravvivenza stessa della famiglia. In quel sistema, che oggi viene spesso compianto o romanticizzato, avere figli significava avere forza lavoro, continuità, sicurezza materiale. Fare figli non dipendeva da una maggiore predisposizione al sacrificio delle generazioni passate, ma era parte di una struttura economica ben precisa.
Con il progressivo miglioramento delle condizioni di vita, l’emergere dei diritti dell’infanzia e con l’eliminazione del lavoro minorile, il figlio ha perduto questa funzione materiale di sostentamento. Il figlio oggi non produce più equilibrio economico, lo assorbe. Non è più un aiuto ma un investimento: un investimento affettivo, educativo, e soprattutto economico. Un figlio costa tempo e soprattutto denaro; un genitore deve potergli garantire istruzione, salute, crescita, sport, deve cioè provvedere alle sue esigenze materiali e non.
È a questo punto che il discorso si intreccia con un secondo elemento, ancora più decisivo: la trasformazione del lavoro e del reddito. Perché se il figlio diventa un investimento totale, la possibilità di avere figli dipende direttamente dalla capacità economica della famiglia. E qui il confronto con il passato diventa inevitabile. In passato, nella struttura familiare tradizionale, un singolo reddito, quello dell’uomo per intenderci, era quasi sempre sufficiente a sostenere un nucleo familiare. L’uomo lavorava, e la donna stava a casa, e poteva perciò dedicarsi alla crescita e alla cura dei figli. Il che, tradotto terra terra, significava: niente babysitter, niente asili nido, niente centri estivi. Con l’entrata della donna nel mondo del lavoro questo equilibrio si è spezzato. Con ciò non voglio assolutamente dire che la donna deve stare a casa, e non lavorare (cosa impossibile oggi, perché mandare avanti una famiglia con un singolo stipendio è un’utopia per la maggior parte degli italiani), ma l’equilibrio che reggeva il mondo dei nostri nonni non esiste più.
Gli stipendi, in molti settori, non hanno seguito l’aumento del costo della vita. La decisione di avere figli, da parte di molte coppie, viene inevitabilmente spostata, rimandata, talvolta esclusa. Non per mancanza di desiderio, ma per necessità materiale. Un altro elemento fondamentale che differenzia il mondo contemporaneo dalle generazioni precedenti è la completa assenza di un contesto, familiare e sociale, di supporto alla maternità. La presenza dei nonni, sempre più rara in un mondo dove molti giovani sono costretti a trasferirsi in altre città o regioni per trovare lavoro, la presenza di una vasta rete familiare che accompagnava le neomamme nella crescita dei figli sono ricordi di un lontano passato. E cosa accade quando alla fragilità economica si somma la fragilità del tempo? Quando non esistono reti sufficienti a sostenere i primi anni di vita di un bambino?
I congedi per la maternità sono limitati, le tutele frammentarie, il ritorno al lavoro rapido e obbligato. Poi c’è il nodo degli asili nido. In molte aree del Paese l’accesso ai servizi per la prima infanzia è limitato, insufficiente o economicamente impegnativo. Questo produce un effetto immediato: la cura del figlio ricade in modo totalizzante sulla famiglia, spesso su un solo genitore. È come se la società riconoscesse (a parole almeno) il valore della nascita, ma non fosse disposta a sostenerne le conseguenze nel tempo.
Infine c’è il tema abitativo. La difficoltà di accedere a una casa in età giovane (cioè in età fertile per le donne) rappresenta uno dei fattori più evidenti ma meno discussi della denatalità contemporanea. Come si costruisce un progetto familiare in un contesto in cui la base materiale dell’esistenza, e della famiglia, la casa, è essa stessa instabile o irrealizzabile?
E allora ritorna la domanda iniziale: davvero tutto questo può essere ridotto alla presenza dei cani nelle case? O forse, ma dico forse, siamo davanti a un sistema in cui la genitorialità è diventata una scelta ad altissimo costo economico, organizzativo ed esistenziale, e quindi progressivamente meno accessibile. Fare o non fare figli non è un problema morale, ma è un problema politico e materiale. E forse la domanda più scomoda è proprio questa: che cosa significa, per una società, arrivare al punto in cui mettere al mondo un figlio non è più una continuità naturale della vita, ma una decisione eccezionale, economicamente fragile, socialmente rischiosa?
Perché alla fine la denatalità non è un mistero culturale, né una deviazione di costume. È il risultato di un insieme di condizioni che hanno ridisegnato il rapporto tra lavoro, tempo, sicurezza e futuro. E quando una società non è più in grado di garantirsi un futuro, non è il futuro a sparire per scelta. È la società stessa che smette di renderlo possibile.




