Topi e bonobo ridono, i pappagalli giocano nella neve: la scienza della gioia negli animali

«Gli animali inferiori, come l’uomo, provano manifestamente piacere e dolore, felicità e infelicità». L’ha scritto Charles Darwin alla fine del 1800 anticipando una tematica che i ricercatori stanno continuando ad indagare. Mentre la sofferenza ha ricevuto molta attenzione scientifica, anche perché molti studi si sono concentrati nello studiarla per alleviarla, ed è più semplice misurare una risposta negativa, come la paralisi da paura, rispetto a segnali più sottili di appagamento, ora uno studio si sta concentrando su come misurarne la felicità.

Agli inizi del 2000 il neuroscienziato estone Jaak Panksepp pubblicò i risultati di uno studio sui ratti: quando venivano solleticati, emettevano vocalizzazioni ultrasoniche — inudibili all’orecchio umano — che lui interpretò come una forma di risata. I colleghi lo accolsero con scetticismo, qualcuno con derisione. «Aveva problemi a pubblicarlo perché tutti pensavano fosse pazzo», ricorda Michael Brecht, neurobiologo alla Humboldt University di Berlino, che poi replicò quegli esperimenti e confermò non solo che i ratti ridevano, ma che erano in grado di saltare di gioia e giocare a nascondino con i ricercatori.

Da qualche anno un gruppo di ricercatori americani, europei e neozelandesi sta lavorando a quello che chiamano un “joy-o-meter”: un insieme di dati per rilevare e misurare le emozioni positive negli animali. Lo studio è finanziato dalla Templeton World Charity Foundation e dall’Università dell’Indiana, e il progetto coinvolge bonobo, pappagalli kea e delfini. I risultati più recenti, pubblicati su Scientific Reports a giugno 2025, suggeriscono che la gioia — o qualcosa di funzionalmente identico — non è un’esclusiva della specie umana. Anzi, potrebbe essere molto più antica di noi.

I bonobo e la risata contagiosa

Sasha Winkler, prima ricercatrice all’UCLA e oggi postdoc a Duke University, aveva un’ipotesi precisa: se i bonobo ridono durante il gioco, e lo fanno, con vocalizzazioni che gli acustici hanno confermato essere evolutivamente imparentate con la risata umana, forse sentire ridere cambia il loro stato d’umore, esattamente come accade a noi.

Per verificarlo ha messo a punto un test di “bias cognitivo”, già usato in psicologia animale per misurare stati d’umore attraverso le aspettative. Ha addestrato quattro bonobo adulti a riconoscere due scatole: una nera che conteneva sempre un’uva, una bianca sempre vuota. Una volta consolidata l’abitudine, ha introdotto una scatola grigia, neutrale, e ha osservato se gli animali si avvicinavano o la ignoravano. Prima del test, faceva ascoltare loro sette minuti e mezzo di risate di un cucciolo di bonobo, oppure un suono di vento come controllo.

Dopo aver sentito le risate, i bonobo avevano oltre tre volte più probabilità di avvicinarsi alla scatola grigia, trattandola come se contenesse il premio. È la prima dimostrazione sperimentale che le grandi scimmie non solo producono risate, ma cambiano emotivamente dopo averle sentite. La gioia, dunque, è contagiosa anche tra i bonobo.

I pappagalli amano la neve (e lo si può dimostrare)

Il progetto attuale si è esteso ai kea, grandi pappagalli verdi delle montagne della Nuova Zelanda. Già nel 2017 uno studio su Current Biology aveva documentato che i kea producono “warble calls” contagiosi durante il gioco: se ne senti uno, ti viene automaticamente voglia di fare la stessa cosa, indipendentemente dall’umore di partenza.

Ximena Nelson, biologa comportamentale all’Università di Canterbury, ha osservato per anni i kea in natura e ha notato che sembrano particolarmente elettrici nelle giornate di sole e neve: fanno palline, le lanciano, scivolano sui tetti dei rifugi alpini. I suoi collaboratori hanno replicato l’esperienza in cattività portando neve artificiale nell’aviario. I dodici pappagalli si sono gettati nella neve con un entusiasmo che, a osservarli, è difficile non definire gioia. Uno ha spinto una palla di neve verso un ricercatore. Per misurare quello che succedeva davvero, il team ha raccolto campioni fecali per analizzare i livelli di cortisolo e ossitocina. I dati sono ancora in elaborazione.

Qualcosa di simile accade con i delfini, che producono un suono chiamato “victory squeal” – una specie di grido di vittoria – quando catturano un pesce o ricevono un premio dal loro addestratore, e talvolta anche nel mare aperto, senza nessun umano nei paraggi. Come se fosse un “ce l’ho fatta” rivolto a se stessi.

Perché ci riguarda

«Le emozioni mediano una vasta gamma di funzioni cognitive, incluse la memoria, l’attenzione e il processo decisionale. Ma la ricerca si è storicamente concentrata sulle emozioni negative, quelle con correlati comportamentali chiari, come la paura e l’aggressività. Volevamo capire meglio il rapporto tra emozioni positive e cognizione nei nostri parenti più prossimi», spiega Erica Cartmill, professoressa di antropologia e scienze cognitive all’Università dell’Indiana che coordina il progetto.

C’è però un’implicazione che va oltre la biologia evolutiva. Migliaia di animali vivono in cattività in zoo, acquari, laboratori. Capire quali situazioni producono emozioni positive – e quali no – potrebbe cambiare radicalmente le condizioni in cui vengono tenuti. Non basta garantire l’assenza di dolore: serve, forse, qualcosa di più difficile da misurare e da costruire. Resta una domanda, quella che in fondo muove tutta la ricerca: cosa rende buona una vita, per un bonobo, per un pappagallo, per un delfino? «Queste», dice il biopsicologo Gordon Burghardt, che studia il gioco animale da quarant’anni, «sono le domande più degne di essere poste».

 

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Mario Catania

Giornalista professionista dal 2011, si occupa di inchieste, reportage e attualità. Ha lavorato per la carta stampata, per l'online e come videoreporter, spaziando dalla cronaca alla politica e tematiche ambientali. Autore di libri e saggi, per L'Indipendente coordina i lavori del mensile.

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