Cos’è e cosa chiede il movimento No Kings

C’è una frase che circola sui cartelli, sulle magliette e nei profili social di milioni di americani: No Kings. Due parole semplici, quasi elementari che evocano momenti storici come la Rivoluzione americana, i Padri Fondatori, ma soprattutto il rifiuto di qualsiasi forma di potere assoluto. Il riferimento ha un volto preciso, quello di Donald Trump, che alla Casa Bianca è tornato più determinato di prima. In pochi mesi, attorno a quelle due parole, si è costruito uno dei movimenti di protesta tra i più grandi della storia recente degli Stati Uniti. Il 28 marzo 2026 ha raggiunto il suo apice: oltre 8 milioni di persone in strada – secondo gli organizzatori – in più di 3.300 manifestazioni, dai grandi centri urbani fino ai piccoli borghi dell’Idaho e del Wyoming. Un numero che non ha precedenti in un solo giorno di mobilitazione nella storia americana.

Da Reddit alle manifestazioni oceaniche

Questa storia inizia su Reddit, piattaforma social e aggregatore di notizie, con un appello del 2024 per coordinare proteste anti-Trump nei cinquanta stati. L’idea attecchisce e si trasforma in fretta nel 50501 Movement: cinquanta Stati, cinquanta proteste, un solo movimento. È qui che nasce anche il nome No Kings, che attinge direttamente al vocabolario fondativo americano: niente re, per nessuna ragione, mai più. Un messaggio che colpisce anche perché risponde a un immaginario coltivato dallo stesso Trump: quello di un leader che sui social si è più volte ritratto con corone e scettri, evocando un potere esecutivo senza freni né contrappesi, come se il mandato elettorale fosse paragonabile alla sovranità assoluta.

La prima grande uscita pubblica è il 14 giugno 2025, non una data scelta a caso: è il compleanno di Trump e il giorno della parata militare per i 250 anni dell’esercito. Cinque milioni di persone in oltre 2mila città. La seconda ondata arriva il 18 ottobre 2025, con quasi sette milioni di partecipanti in 2.700 posti differenti. All’epoca diventa la più grande protesta di un singolo giorno della storia americana. Poi il 28 marzo 2026: 8 milioni di persone in 3.300 manifestazioni, un nuovo record. L’elemento che sorprende i commentatori è proprio questo: due terzi degli eventi si tengono fuori dalle grandi città progressiste, in piccole e medie comunità di Stati tradizionalmente conservatori. Non si tratta solo di Manhattan e Los Angeles: si manifesta anche in Utah, Montana, South Dakota e Louisiana.

no kings Portland

Sul piano delle rivendicazioni No Kings non è un partito né ha un programma codificato. È una coalizione di cause in espansione: opposizione all’“arroganza” dell’esecutivo dell’amministrazione Trump, contrasto alle operazioni ICE e alle deportazioni di massa, critica alla guerra in Iran, difesa dell’indipendenza della magistratura, del diritto all’aborto, dei diritti LGBTQ+ e dei lavoratori. La piattaforma si allarga a ogni edizione, il che è al tempo stesso la sua forza e la sua debolezza.

Chi c’è dietro il movimento?

Il cuore organizzativo del movimento è composto da 50501 Movement, Indivisible e MoveOn. MoveOn nasce nel 1998 come una petizione online contro l’impeachment di Bill Clinton, diventando uno dei primi esempi di mobilitazione politica digitale di massa. Negli anni si è trasformata in una delle principali organizzazioni progressiste USA, pioniera nell’attivismo online e nelle campagne su guerra, diritti sociali ed elezioni. Indivisible invece fu fondata nel 2016 da Leah Greenberg ed Ezra Levin, due ex assistenti del Congresso, che dopo la prima elezione di Trump scrissero un manuale di resistenza civica di 23 pagine e lo pubblicarono come Google Doc. Da questa pubblicazione, che diventò virale, è nata una delle organizzazioni di attivismo progressista più strutturate degli Stati Uniti.

no kings Atlanta

Secondo i registri delle Open Society Foundations di George Soros, tra il 2017 e il 2023 Indivisible Project ha ricevuto oltre 7,6 milioni di dollari. Il dato è documentato nel database pubblico della fondazione e ripreso in aprile 2025 da The Hill. Questo ha alimentato la narrativa dell’amministrazione Trump — e di buona parte dei media conservatori americani — che il movimento sia fondamentalmente calato dall’alto, finanziato da miliardari progressisti, e quindi non genuinamente popolare. Gli organizzatori respingono la definizione, ricordando che la stragrande maggioranza delle risorse viene da piccole donazioni individuali, e che Indivisible è una delle organizzazioni più ramificate d’America. L’indice di gradimento di Trump al momento della manifestazione di marzo toccava il 36%, il valore più basso da quando è tornato alla presidenza.

Dagli USA all’Europa

Il 28 marzo le piazze si sono riempite anche a Madrid, Parigi, Berlino, Amsterdam, Londra e Roma, con una variazione linguistica significativa: nei paesi con monarchia costituzionale come Regno Unito, Olanda, Spagna, il nome è stato adattato in No Tyrants o No Dictators.

A Roma il corteo è partito alle 14 da Piazza della Repubblica verso Piazza San Giovanni, con diverse organizzazioni aderenti: ANPI, Emergency, Amnesty International, la Rete Italiana Pace e Disarmo, ARCI, CGIL, movimenti studenteschi, gruppi pro-Palestina. La manifestazione si è tenuta a pochi giorni dalla netta sconfitta del governo Meloni al referendum sulla riforma della magistratura. Il movimento americano è stato adottato dalla sinistra italiana come piattaforma doppia: anti-Trump e anti-governo, insieme.

Il caso di Democrats Abroad Italy è rivelatore. L’organizzazione aveva provato a ottenere un permesso per una manifestazione separata a Roma, ma la Questura aveva già esaurito le autorizzazioni disponibili per la giornata. Nel comunicare la notizia ai propri iscritti, Democrats Abroad ha scritto esplicitamente che il No Kings italiano “è focalizzato in parte sulla politica interna italiana, inclusa l’opposizione al governo attuale”, prendendo in parte le distanze da un evento che aveva assorbito il loro brand senza essere del tutto sovrapponibile alla loro agenda.

Il nodo critico più interessante, però, riguarda i politici americani. Sul palco del 28 marzo sono saliti il governatore del Minnesota Tim Walz, candidato vicepresidente nel 2024, Bernie Sanders, Chris Murphy e Letitia James. Tutti volti del Partito Democratico istituzionale. Il problema è evidente: un movimento che ambisce a essere trasversale, capace di intercettare anche elettori di destra scontenti e indipendenti delusi, rischia di essere fagocitato dall’establishment dem, trasformandosi nell’ennesima macchina elettorale sotto mentite spoglie. Una situazione simile a quella italiana post referendum, dove è evidente che abbiano votato migliaia di persone che si erano allontanate dalla politica, con la coalizione di centrosinistra che prova a utilizzare la vittoria referendaria in vista delle prossime elezioni politiche.

No Kings è tante cose insieme, e forse è proprio questa ambiguità la sua forza. È un movimento popolare, costruito dal basso, capace di portare in strada persone che non avevano mai manifestato prima. È anche un’infrastruttura finanziata in parte da fondazioni progressiste di peso, con una rete organizzativa collaudata che risale al 2016. È la resistenza alla deriva autoritaria di Trump.

Ma c’è qualcosa che va oltre la cronaca politica. Quando 8 milioni di persone scendono in strada in un solo giorno, in tutti e cinquanta gli stati di un Paese che aveva eletto il proprio presidente con una maggioranza popolare, significa che nella macchina del consenso qualcosa si è rotto. Non è detto che il movimento sopravviva alla prossima stagione elettorale, né che riesca a mantenere la sua identità trasversale senza essere inghiottito dai partiti. Ma il dato rimane: mai, nella storia americana, così tante persone hanno detto no tutte insieme, in una volta sola. E chissà che il re, per una volta, non dia loro ascolto.

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Mario Catania

Giornalista professionista dal 2011, si occupa di inchieste, reportage e attualità. Ha lavorato per la carta stampata, per l'online e come videoreporter, spaziando dalla cronaca alla politica e tematiche ambientali. Autore di libri e saggi, per L'Indipendente coordina i lavori del mensile.

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1 commento

  1. grazie M.C per l’articolo che partendo dalla rivolta contro l’atteggiamento autocratico, fondato sulla guerra ed il sostegno al genocidio, ci aiuta anche a riflettere anche sulla condizione dell’Italia quale stato satellite degliusa.
    Pur volendo mantenere i migliori rapporti con la sfera occidentale di cui facciamo parte, è consapevolezza diffusa l’assoluta necessità di lavorare per una nostra reale indipendenza (culturale, politica e di sicurezza). A questo scopo, nel quadro di una coscienza europea, è utile prendere in considerazione la liberazione dell’Italia dalla presenza di eserciti stranieri. La chiusura e riconversione delle basiusa presenti in Italia è una questione fondamentale, anche in considerazione dell’esempio della Francia, che pur pienamente attiva nellanato, non ospita basi straniere sul proprio territorio.

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