martedì 17 Febbraio 2026
Home Blog Pagina 1553

Il lato oscuro degli yogurt in vendita al supermercato

5

Proprio perché ha la buona nomea di essere un alimento sano, lo yogurt viene sfruttato abilmente dall’industria alimentare, la quale riesce a vendere prodotti col nome di yogurt che in realtà sono delle preparazioni dolciarie con zucchero aggiunto in grandi quantità (in alcuni casi ne contengono più della Coca-Cola), aromi, coloranti, addensanti, sciroppi, purea di frutta sciroppata, amido, ecc.

Da prodotto sano e utile per la dieta quotidiana (lo yogurt naturale), il nostro alimento può diventare un boomerang per il consumatore, in particolare in questa versione “truccata” dall’industria favorisce sovrappeso e obesità, diabete, dipendenza dallo zucchero e alterazione della flora batterica. L’industria ci fa credere con la pubblicità che si tratti sempre di un prodotto salutare, gli spot affermano che lo yogurt “riduce i livelli di colesterolo nel sangue”, “aiuta il benessere intestinale”, ma in realtà questo è completamente falso per tutti i preparati definiti yogurt che sono diversi dallo yogurt naturale.

Lo yogurt naturale è certamente un alimento salutare, che può rientrare nella dieta di tutti anche per un uso quotidiano, dal momento che il suo contenuto di grassi è molto basso (al massimo 4 grammi di grassi su 100g di alimento, rispetto ad altri latticini come per esempio i formaggi che hanno una media di 20g di grassi su 100g) e soprattutto perché apporta sostanze probiotiche (fermenti lattici) in grado di potenziare e ricostruire la nostra flora batterica intestinale (microbiota). Il microbiota è considerato un vero e proprio organo ed è la sede del nostro sistema immunitario, si colloca lungo tutto l’apparato digerente dalla bocca fino al colon-retto. Qualità importanti che però non si trovano in gran parte dei vasetti in vendita presso la grande distribuzione.

Perché bisogna stare attenti allo zucchero contenuto nello yogurt?

Spesso erroneamente consideriamo yogurt dei prodotti che non lo sono. In commercio si trovano 3 categorie di prodotti apparentemente simili: lo yogurt, i latti fermentati e i probiotici. La legge italiana definisce yogurt soltanto il “latte vaccino fermentato con due specifici batteri, il Lactobacillus bulgaricus e lo Streptococcus thermophilus”. Mentre nello yogurt per essere definito tale devono essere presenti unicamente questi due batteri specifici, nei latti fermentati possono essere presenti altri fermenti oltre a questi, oppure possono essere prodotti attraverso dei microrganismi differenti. Il vero yogurt, quello naturale e anche legale, è dunque costituito soltanto da 2 ingredienti: latte e fermenti lattici. La legge parla di latte vaccino, ma non cambia la sostanza col latte di capra o di pecora.

Secondo un’indagine del 2018 pubblicata sul British Medical Journal (rivista medico-scientifica tra le più autorevoli al mondo) alcuni yogurt contengono molto zucchero. Alcuni prodotti denominati yogurt sono in realtà dei finti yogurt perché contengono un enorme quantitativo di zucchero, aromi, conservanti e amidi che li rendono dei veri e propri dessert ricchi di calorie e di zuccheri. Bisogna stare attenti a questi finti yogurt perché non si possono assumere con regolarità come si può fare con uno yogurt naturale. Alcuni yogurt al supermercato contengono un quantitativo di zucchero che è fino a 5 volte superiore a quello di uno yogurt bianco naturale.

Yogurt Muller 12,9 grammi di zucchero per 100g di prodotto (pari a circa 3 cucchiaini di zucchero)

Nello yogurt bianco naturale intero e in quello bianco magro ci sono rispettivamente 4 e 4,5 grammi di zucchero per vasetto. Per rendere meglio l’idea parliamo del quantitativo di un cucchiaino di zucchero circa. E si tratta dello zucchero naturale del latte, il lattosio. Durante la trasformazione da latte a yogurt, per l’azione dei batteri il lattosio si scinde in 2 zuccheri differenti chiamati glucosio e galattosio, facilmente digeribili anche per le persone che soffrono di intolleranza al lattosio. Questo è il motivo per cui lo yogurt è più digeribile del latte. Restano sempre 4 grammi di zuccheri in tutto, ad ogni modo, che anziché essere 4g di lattosio sono 4g di glucosio e galattosio. I valori nutrizionali del latte e di un vasetto di yogurt sono infatti esattamente gli stessi, se lo yogurt viene fatto solo col latte senza aggiunta di altri ingredienti. Attenzione quindi all’etichetta. Se sull’etichetta del prodotto la quantità di zucchero è superiore a questi parametri di riferimento (dai 4 ai 4,5 grammi) significa che c’è stata un’aggiunta di zucchero per addolcire ulteriormente il prodotto.

Anche in questo caso abbiamo lo zucchero aggiunto in un quantitativo totale di oltre 16 grammi per 100 grammi: pari a circa 4 cucchiaini di zucchero

Più zucchero della Coca-Cola

Come accennato in precedenza, alcuni yogurt in vendita al supermercato hanno una quota di zuccheri aggiunti superiore addirittura a quella presente in una bibita dolce come la coca-cola. Qualcuno non vedrà un nesso tra i due prodotti, dal momento che si tratta in fondo di due categorie merceologiche diverse. Questo è corretto, ma utilizzo spesso deliberatamente questo paragone perché consente una riflessione che diversamente fa fatica ad emergere nella mente dei consumatori. Il punto è che mentre quasi tutti sono consapevoli del fatto che la coca-cola non è una bevanda salutare e quando la si consuma lo si fa limitandosi, e con ogni probabilità solo saltuariamente, quando acquistiamo invece uno yogurt pieno di zuccheri e aromi non abbiamo la stessa percezione e quindi ne facciamo un uso frequente, quasi quotidiano per molte persone, ignorandone gli aspetti deleteri o nocivi che un quantitativo così elevato di zuccheri comporta per la salute.

Stesso discorso vale per molti yogurt della Granarolo: nell’esempio mostrato qui ci sono 14 grammi di zucchero, quindi più dei 10,6 grammi della Coca-Cola

Consapevolezza dunque, o meglio spesa consapevole, per un beneficio indubbio sulla nostra salute. Deve essere chiaro che possiamo certamente acquistare e consumare saltuariamente i “finti yogurt”, ma è bene considerarli esattamente per quello che sono: dei dessert ricchi di zucchero e calorie! E’ come se mangiassimo una porzione di dolce al cucchiaio, non uno yogurt. Guardate nelle foto qui illustrate i quantitativi di zuccheri e di additivi presenti in alcuni cosiddetti yogurt in commercio e capirete meglio questo concetto. Si noti bene che la dicitura in etichetta è quella di “yogurt” e non di “crema di yogurt”, che denoterebbe più correttamente la natura di dessert in alcuni tipi di yogurt in vendita.

[di Gianpaolo Usai]

Mense aziendali, senza green pass non si mangia: protestano i sindacati di polizia

4

Dopo giorni di discussione a segnare il punto è stata una breve nota pubblicata nella sezione FAQ (domande e risposte) del sito della presidenza del Consiglio: “Sì, per la consumazione al tavolo al chiuso i lavoratori possono accedere nella mensa aziendale o nei locali adibiti alla somministrazione di servizi di ristorazione ai dipendenti, solo se muniti di certificazione verde COVID-19, analogamente a quanto avviene nei ristoranti”. In pratica i lavoratori non vaccinati verranno privati del diritto ad accedere alla mensa aziendale.

Una decisione che va a smentire quanto avevano affermato fino al giorno prima le amministrazioni locali, ad esempio la Regione Piemonte che aveva specificato che le mense dei lavoratori non andassero intese come ristoranti e quindi non vi dovesse essere obbligo del pass per accedere. Una decisione che appare inoltre di difficile comprensione, specie considerando il fatto che lo stesso sito della presidenza del Consiglio specifica che i clienti di un albergo possono accedere al ristorante della struttura ricettiva “anche in caso di consumo al tavolo in un locale al chiuso, senza mostrare una certificazione verde COVID-19”. Una distinzione che pare quantomeno arduo motivare con argomentazioni scientifiche.

A farlo notare è anche il presidente del CNEL (Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro) ed ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu, che in una intervista, specifica: «L’obbligo di Green Pass nelle mense, che sembra confermato seppur in modo irrituale dalle Faq del governo, è francamente contraddittorio e paradossale: non si capisce perché persone che lavorano insieme non possano mangiare insieme, con le regole di sicurezza che sappiamo».

A protestare contro la nota di Mario Draghi sono anche le forze di polizia. Il sindacato FSP (Federazione Sindacale di Polizia) ha inviato una lettera di protesta al ministro dell’Interno nella quale si denuncia l’utilizzo del certificato verde «come una clava anche su questioni attinenti allo svolgimento del servizio obbligatorio». I rappresentanti delle forze dell’ordine denunciano anche i cortocircuiti logici del provvedimento. «Non è dato sapere se, prima e dopo il famigerato pasto in mensa, i colleghi vaccinati e non per i più svariati motivi, potranno continuare, come al solito, a prendere sassate insieme, a lavorare nei centri ammassati con migliaia di persone sprovviste di green pass e se, come sempre, potranno continuare a viaggiare sullo stesso blindato privo di aerazione idonea».

Scontri in Cisgiordania: polizia israeliana uccide 4 palestinesi

0

Almeno quattro palestinesi sono stati uccisi all’interno del campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania occupata. Ad ucciderli le forze armate israeliane in uno scontro a fuoco avvenuto all’alba. Al momento mancano ricostruzioni imparziali sull’accaduto, secondo quanto riportato dal governo israeliano: “la polizia di frontiera israeliana conduceva una operazione a Jenin volta ad arrestare una persona implicata in attività terroristiche quando è stata bersaglio di spari. Fuoco pesante è stato aperto sulla forza a distanza ravvicinata e da un gran numero di persone. Le forze di infiltrazione della polizia di frontiera hanno risposto al fuoco e hanno neutralizzato i terroristi”. Difficile ovviamente stabilire se si tratta di una ricostruzione fedele dei fatti, visto che proviene dalle stesse forze di occupazione israeliane. Di certo tra i poliziotti israeliani non vi sono stati feriti.

Haiti: almeno 300 morti nel terremoto

0

Almeno 300 vittime, in una conta assolutamente parziale e che pare destinata a salire, queste le notizie che arrivano da Haiti dopo che un terremoto di magnitudo 7,2 ha colpito il paese alle 13:30 (ora italiana) di ieri con epicentro a 120 km dalla capitale Port-au-Prince. Il terremoto è stato addirittura più forte di quello che nel 2010 causò 220.000 vittime, ma fortunatamente l’epicentro è stato più distante dalla popolatissima capitale. I dispersi sono migliaia e secondo quanto riportato dai media si attende anche l’arrivo di un uragano.

Afghanistan: governo verso dimissioni con mandato di governo ai talebani

0

Afghanistan, atto finale. I talebani sono a un passo dalla conquista del governo. Secondo quanto riferito dal ministro dell’Interno, Abdul Sattar Mirzakwal: «I talebani hanno iniziato a entrare a Kabul e avanzano da ogni lato». Secondo l’Associated Press i negoziatori talebani sono diretti verso il palazzo presidenziale per preparare il “trasferimento” di potere. Mentre il media arabo Al Arabia, citando due fonti del governo, sostiene che “il presidente Ashraf Ghani, nelle prossime ore si dimetterà lasciando a un governo ad interim che sarà guidato dai talebani”. Prosegue intanto la fuga del personale internazionale, per stasera sarebbe previsto il volo di rimpatrio per gli italiani.

L’insostenibile e insensato business dell’acqua in bottiglia

4

Se tutti gli abitanti di Barcellona scegliessero di bere acqua in bottiglia anziché quella del rubinetto l’impatto ambientale sarebbe migliaia di volte superiore. In termini di uso delle risorse, per la precisione, 3500 volte in più. È quanto ha dimostrato uno studio dell’Universitat Pompeu Fabra di Barcellona. L’analisi è stata condotta attraverso due modelli. Il primo, il Life Cycle Assessment, riguarda la valutazione dell'impatto ambientale del ciclo di vita di un prodotto: dall’estrazione delle materie prime allo smaltimento, passando per la lavorazione, il trasporto, la distribuzione e l’...

Questo è un articolo di approfondimento riservato ai nostri abbonati.
Scegli l'abbonamento che preferisci 
(al costo di un caffè la settimana) e prosegui con la lettura dell'articolo.

Se sei già abbonato effettua l'accesso qui sotto o utilizza il pulsante "accedi" in alto a destra.

ABBONATI / SOSTIENI

L'Indipendente non ha alcuna pubblicità né riceve alcun contributo pubblico. E nemmeno alcun contatto con partiti politici. Esiste solo grazie ai suoi abbonati. Solo così possiamo garantire ai nostri lettori un'informazione veramente libera, imparziale ma soprattutto senza padroni.
Grazie se vorrai aiutarci in questo progetto ambizioso.

Afghanistan: talebani alle porte di Kabul, Usa evacuano il personale

0

Non si ferma la rapida offensiva dei ribelli talebani in Afghanistan. Poche ore fa è caduta nelle loro mani anche la città di Jalalabad, conquistata senza combattere. I talebani controllano ora almeno 25 delle 34 province del Paese. Si trovano alle porte di Kabul e sono già penetrati nella sua provincia, conquistando nella notte il distretto di Sarobi, alla periferia della capitale. A rendere evidente la gravità della situazione il fatto che – secondo quanto riportato da Al Jazeera – questa mattina alle 7:30 ora italiana gli Usa hanno iniziato l’evacuazione del loro personale rimasto a Kabul con degli elicotteri. I talebani, secondo quanto riportato anche da membri del governo, stanno concedendo corridoi sicuri non solo ai civili, ma anche a funzionari governativi e delle forze di sicurezza. Tuttavia si teme un disastro umanitario e già centinaia di civili sarebbero in fuga

Haiti: terremoto di magnitudo 7.2, si temono molte vittime

0

Ad Haiti si è verificato un terremoto di magnitudo 7.2 con epicentro a circa 120 km dalla capitale Port-au-Prince. Lo si apprende dal servizio di monitoraggio geologico statunitense (Usgs), che stima un ipocentro ad una profondità di 10 km. Il sisma è stato avvertito alle 8:30 ora locale (le 13:30 italiane) e, in base alle immagini diffuse dai testimoni, sembra aver prodotto danni materiali nelle località di Jérémie e Les Cayes. Inoltre, il direttore della protezione civile, Jerry Chandler, ha dichiarato: «Ci sono delle vittime, ma non ho ancora il bilancio preciso». A tal proposito, però, l’Usgs prevede un elevato numero di morti.

Idrogeno blu: la falsa soluzione climatica che piace ai petrolieri

1

Il cosiddetto idrogeno blu viene generalmente presentato come un’ottima soluzione alla crisi climatica in quanto, seppur esso sia estratto da idrocarburi fossili, è caratterizzato da un sistema di cattura e di stoccaggio permanente dell’anidride carbonica derivante dal processo. Tuttavia, in realtà ci si potrebbe trovare davanti ad una fonte di energia non veramente pulita: un recente studio, pubblicato sulla rivista Energy Science and Engineering, ha infatti fornito la prima «valutazione completa del ciclo di vita delle emissioni derivanti dalla produzione di tale tipo di idrogeno», dalla quale è emerso che esso sia responsabile di «un’impronta di gas serra maggiore rispetto a quella di qualsiasi altro combustibile fossile». In tal senso i ricercatori, dopo aver sottolineato che le emissioni di gas serra analizzate, derivanti dall’intera catena di approvvigionamento dell’idrogeno blu, siano rappresentate sia dall’anidride carbonica che dal metano incombusto, hanno precisato come l’inquinamento prodotto sia rilevante in particolare a causa del rilascio di quest’ultimo.

In tal senso, l’inquinamento generato dall’idrogeno blu viene paragonato a quello derivante dall’idrogeno grigio (che rappresenta gran parte di quello oggi prodotto) la cui fabbricazione deriva dallo “steam reforming”, un processo con cui facendo reagire il metano ed il vapore acqueo si ottiene una miscela costituita essenzialmente da monossido di carbonio e idrogeno. Ebbene, dalla ricerca è emerso che, seppur le emissioni di anidride carbonica dell’idrogeno blu siano inferiori del 9%-12% rispetto al grigio, le emissioni di metano derivanti dalla produzione dell’idrogeno blu sono superiori a quelle dell’idrogeno grigio a causa di un maggiore uso di gas naturale per alimentare il sistema di cattura del carbonio. Si tratta di un dato importante, dato che il metano «causa un riscaldamento climatico 86 volte superiore a quello dell’anidride carbonica se si prende in considerazione un periodo integrato di 20 anni in cui vi è stata un’emissione pulsata dei due gas».

Inoltre, nello studio si legge che «l’impronta di gas serra dell’idrogeno blu è superiore di oltre il 20% rispetto alla combustione del gas naturale o del carbone per il riscaldamento e di circa il 60% rispetto a quella del diesel». Va detto, però, che tali risultati si basano su una ipotesi avanzata dai ricercatori: essi hanno infatti ipotizzato un tasso di emissione di metano del 3,5% dal gas naturale. Tuttavia, anche volendo prendere in considerazione un tasso di emissione di metano pari all’1,54%, «le emissioni di gas serra dell’idrogeno blu sono ancora superiori rispetto alla semplice combustione del gas naturale, e sono solo del 18%-25% inferiori all’idrogeno grigio».  A tutto ciò si aggiunga che l’analisi «presuppone che l’anidride carbonica catturata possa essere immagazzinata indefinitamente, un’ipotesi ottimistica e non dimostrata». Ma a prescindere da ciò, «l’uso dell’idrogeno blu sembra difficile da giustificare a livello climatico».

Eppure, come anticipato precedentemente, l’idrogeno blu finora è stato dipinto come un’ottima soluzione per affrontare il cambiamento climatico o quantomeno come un’alternativa più pulita rispetto a quello grigio. In tal senso, soprattutto le aziende petrolifere si sono schierate a favore di tale tipo di idrogeno: basterà ricordare che tra i progetti dell’Eni legati all’idrogeno c’é anche quello avente ad oggetto l’idrogeno blu, che in Italia la multinazionale vorrebbe produrre a Ravenna. La sua fabbricazione, secondo Eni, sarebbe utile in ottica «decarbonizzazione dei nostri prodotti energetici». Tuttavia, se fino ad oggi la produzione dell’idrogeno blu poteva essere giustificata in tal modo, adesso le evidenze emerse dallo studio potrebbero rendere futili delle motivazioni del genere. I risultati ottenuti, infatti, senza dubbio modificano la concezione finora avuta del peso ecologico dell’idrogeno blu, motivo per cui non possono che far sperare in un cambiamento di rotta da parte delle aziende petrolifere.

[di Raffaele De Luca]

In memoria di Gino Strada: medico degli ultimi, oppositore dell’imperialismo

3

È morto la mattina del 13 agosto Gino Strada, medico, attivista e fondatore di Emergency. Si trovava nella città di Rouen, in Normandia, per una breve vacanza. Anche se soffriva di cuore, la sua morte è stata un evento inaspettato, e per chi conosceva il suo lavoro, scioccante.

Strada è stato un lottatore. Ha dedicato la sua intera vita agli ultimi della terra, per attutire come possibile i danni causati dalla guerra e dal nostro sistema finanziario rapace. Sempre rifiutando di voltare le spalle ai sofferenti, per quanto piccolo potesse essere il contributo – e nel suo caso non lo è stato, visto che ha salvato la vita di centinaia di migliaia di persone.

“Quel che facciamo per loro, noi e altri, quel che possiamo fare con le nostre forze, è forse meno di una gocciolina nell’oceano. Ma resto dell’idea che è meglio che ci sia, quella gocciolina, perché se non ci fosse sarebbe peggio per tutti. Tutto qui. È un lavoro faticoso, quello del chirurgo di guerra. Ma è anche, per me, un grande onore.” GINO STRADA

Gino Strada era nato nel comune operaio di Sesto San Giovanni, appena fuori Milano, e aveva presto aderito al comunismo, all’università e presso attivisti umanitari cattolici. Medico chirurgo (con specializzazione in chirurgia di urgenza), aveva lavorato con la Croce Rossa in zone di conflitto tra cui la Bosnia, il Pakistan, l’Afghanistan e la Somalia.

Nel 1994 aveva fondato con la moglie Teresa Sarti e con alcuni colleghi l’associazione Emergency, che ha fornito supporto medico gratuito e di qualità alle vittime di guerra, delle mine antiuomo e della povertà per quasi tre decenni. Lo scopo, costruire strutture sanitarie consone che potessero poi essere lasciate alla popolazione locale.

È stato un personaggio divisivo perché radicale, coerente nella sua opposizione alla guerra e al sistema, il capitalismo, che la nutre. Quando non era sul campo, in luoghi devastati dai conflitti, era comunque una voce critica instancabile – è rimasto nel ricordo di molti come un pessimista, un uomo eternamente arrabbiato. «Io non sono pacifista, io sono contro la guerra», ripeteva spesso. La sua era un’opposizione intransigente, non solo contro la guerra, ma contro la mala gestione della sanità, dell’immigrazione, contro le industrie avide e approfittatrici e contro gli interessi economici, che scavalcano i diritti umani.

Profondo è stato il suo legame con l’Afghanistan, paese in cui visse 7 anni e in cui costruì un ospedale. Soprattutto, Gino Strada non smise mai di parlare dell’Afghanistan, paese invaso dagli Stati Uniti e dal resto dell’Occidente nella piena illegalità internazionale. E proprio in corrispondenza della sua morte, la questione afghana sta tornando a divenire pressante, con la rivalsa talebana seguita al ritiro formale delle truppe USA e NATO. Come ha dichiarato il portavoce di Amnesty International in un tweet,

A ridosso della morte, il pensiero di Gino Strada andava proprio all’Afghanistan. Aveva scritto un articolo, pubblicato il 13 agosto stesso da La Stampa, in cui ancora una volta biasimava la cieca politica occidentale, responsabile di aver devastato un paese, privandolo di ogni possibilità di sviluppo. Una guerra, quella in Afghanistan, che è stata un totale fallimento sotto ogni punto di vista: i paesi aggressori hanno speso miliardi di dollari, per poi di fatto essere sconfitti e scappare a gambe levate. Miliardi di dollari che poi hanno riempito le tasche dell’industria delle armi, che, come scrive Strada nell’articolo, «se quel fiume di denaro fosse andato all’Afghanistan, adesso il Paese sarebbe una grande Svizzera».

[di Anita Ishaq]