sabato 14 Febbraio 2026
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Afghanistan: attentato in moschea a Kandahar, almeno 32 vittime

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Almeno 32 persone hanno perso la vita ed altre 53 sono rimaste ferite a causa di alcune esplosioni, che precisamente sarebbero state 3, verificatesi in una moschea sciita a Kandahar, in Afghanistan. La notizia è stata riportata dall’agenzia di stampa Ansa, che cita fonti mediche afghane. La strage, avvenuta durante la preghiera del venerdì, secondo quanto riferito dai talebani è stata provocata da un attentatore suicida.

 

Fortezza Europa: il vecchio continente si accoda alla “moda” dei muri anti-migranti

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In una lettera inviata alla Commissione Europea il 7 ottobre scorso, i ministri dell’interno di 12 Stati Membri hanno chiesto all’UE fondi per finanziare la costruzione di muri lungo le proprie frontiere, per arginare l’arrivo di migranti dalla Bielorussia. Gli Stati firmatari sono Austria, Bulgaria, Cipro, Repubblica Ceca, Danimarca, Estonia, Grecia, Ungheria, Lituania, Lettonia, Polonia e Slovacchia.

Nella lettera si legge che la sicurezza delle frontiere esterne di tali Paesi è fondamentale per “l’integrità e il normale funzionamento dell’area Schengen” e che “nessun Paese terzo dovrebbe poter sfruttare le nostre politiche di migrazione e asilo per esercitare una pressione politica e minacciare l’UE e gli Stati Membri, o sfruttare l’attuale situazione in Afghanistan”. Tra le righe si legge la malcelata manovra politica contro lo stato bielorusso di Lukashenko. Questo infatti starebbe utilizzando i migranti come strumento di pressione nei confronti dell’UE, dopo che questa ha imposto dure sanzioni al governo bielorusso in seguito alle elezioni fraudolente del 2020. Si tratta di migranti per lo più iracheni e afghani, mobilitati in gran numero dopo le recenti crisi in Medio Oriente.

Non si tratta del primo esempio di uso politico e strumentale dei richiedenti asilo da parte dei governi. Sono stati diversi i leader che hanno sfruttato il flusso dei migranti verso l’Unione Europea per esercitare pressioni di qualche tipo, da Erdogan a Gheddafi. La debolezza del sistema di accoglienza ha reso l’Unione vulnerabile a tali pressioni, spingendola a chiudersi (letteralmente) sempre più tra le proprie mura, soluzione che si rivela tuttavia inefficace nel lungo periodo. Lo insegna la storia. La Fortezza Europea, fondata su accordi quali la Convenzione di Ginevra del 1951 e il suo imprescindibile principio di non refoulment, segna così sempre più invalicabili linee di demarcazione tra inclusi ed esclusi.

La parola “muro” richiama alla mente la costruzione voluta da Trump al confine tra Stati Uniti e Messico, che ha suscitato non poca indignazione nell’opinione pubblica. Tuttavia l’Europa fa da tempo ricorso a tali strategie lungo i propri confini. A poco più di trent’anni dalla caduta del muro di Berlino, uno dei più importanti eventi del XX secolo, che sembrava segnare la fine della divisione del mondo in due poli opposti, i muri proliferano in Europa più che mai. Sono oltre mille i km di recinzioni e filo spinato che seguono la linea delle frontiere europee. Per citare qualche esempio, la Grecia ne ha costruita una di 40 km lungo il confine con la Turchia, per evitare il possibile ingresso di profughi afghani. La Lituania si prepara alla costruzione di un muro alto 4 metri lungo i 500 km di confine con la Bielorussia, che avrà un costo di circa 150 milioni di euro (in parte stanziati dalla Repubblica Ceca) e sarà terminato per settembre 2022. Ad agosto la Polonia ha iniziato a costruirne uno alto 2.5 metri, con caratteristiche simili a quelle del muro costruito dall’Ungheria al confine con la Serbia nel 2015. Ceuta e Melilla, piccoli avamposti spagnoli sul continente africano, sono separate dal Marocco da alte recinzioni di filo spinato.

La Commissione Europea ha già risposto che non finanzierà la costruzione di muri, seppure i singoli Stati abbiano diritto di erigerli. La Commissione sta inoltre lavorando ad un nuovo patto su asilo e immigrazione, un pacchetto di misure volto a riformare l’attuale sistema di Dublino. Basandosi sull’esternalizzazione e la delocalizzazione della questione migratoria ai Paesi terzi, tale patto sarebbe, a parere della Commissione, una misura più efficace di controllo dei flussi migratori. Si tratta di una soluzione i cui termini devono però ancora essere concordati dalle istituzioni europee, processo che potrebbe protrarsi per diversi anni.

[di Valeria Casolaro]

Caporalato su rider, risarcimento ai rider di 440mila euro

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Si tratta della prima condanna per caporalato sui rider ed è stata emessa dal Tribunale di Milano. L’inchiesta, avviata dal magistrato Paolo Storari, aveva portato al commissariamento della filiale italiana di Uber, poi revocato. La gup Teresa Pascale ha condannato a 3 anni e 4 mesi Giuseppe Moltini, responsabile dell’intermediaria Frce disposto il risarcimento di 10mila euro a testa per i 44 fattorini costituitisi parte civile, pagati con i 500mila euro sequestrati durante le indagini. Secondo le accuse, il rider erano reclutati dalla Frc e mandati poi a lavorare per Uber in condizioni di sfruttamento, con paghe a cottimo di 3 euro ulteriormente decurtate in caso di mancato rispetto degli standard aziendali.

Green Pass: per la prima volta nella storia i militari sono in sciopero

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Davanti ai cancelli della base militare di Sigonella, in Sicilia, si è formato un picchetto di militari in sciopero contro l’introduzione del green pass obbligatorio. Secondo quanto riportato dall’Ansa è la prima volta nella storia repubblicana che una sigla sindacale dell’esercito indice uno sciopero. Il presidio, a cui hanno partecipato alcune decine di soldati, è stato promosso dal Sindacato aeronautica militare (Siam) per chiedere “la libertà di entrare liberamente nel luogo di lavoro senza dover mettere mano al portafoglio e di poter usufruire di tamponi gratuiti, garantiti dallo Stato”.

Omicidio Regeni, annullato rinvio a giudizio dei 4 agenti egiziani

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All’apertura il processo contro il 4 agenti egiziani accusati del sequestro e dell’omicidio di Giulio Regeni subisce una battuta d’arresto. Il processo, che doveva svolgersi in contumacia, è stato sospeso dalla Corte d’Assise in quanto gli imputati sono stati dichiarati “irreperibili” e non “assenti” dai loro legali, non essendo disponibile un indirizzo di domicilio cui notificare l’inizio del processo. Il processo riparte quindi dall’udienza preliminare, che avrà il fine di rintracciare i 4 agenti. La Corte d’Assise ha sottolineato come questo sia da imputare all'”acclarata inerzia dello Stato egiziano a fronte di tali richieste del Ministero della Giustizia italiano”.

No green pass: scioperi in tutta Italia, il Governo cerca una via d’uscita

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Nella giornata di introduzione dell’obbligo del Green-pass sul luogo di lavoro sono diverse le mobilitazioni che stanno avendo luogo in tutta Italia.

L’azienda svedese Electrolux di Susegana, nella provincia di Treviso, ha annunciato uno sciopero di “linea dura” della durata di otto ore, dopo aver già protestato nelle scorse settimane per l’introduzione dell’obbligo di green pass nelle mense. Mentre continuano le proteste al porto di Trieste, al porto di Genova un presidio di lavoratori blocca le operazioni al varco di Etiopia, rendendo nulla l’operatività dello scalo. Camalli della Culmv e dipendenti si sono invece ritrovati alle sei di stamattina al terminal Psa di Genova Prà, per protestare pacificamente contro l’obbligo del pass, scrivendo in un comunicato che non cadranno “nel tranello del tampone gratuito”. Secondo quanto riportato dall’Ansa, i dipendenti hanno presentato una diffida formale all’azienda e coloro che oggi non saranno presenti al lavoro saranno considerati assenti ingiustificati. È stato presidiato anche il porto di Ancona, il cui accesso è stato bloccato.

Su Twitter il SIAM (Sindacato dell’aeronautica militare) indice uno sciopero “per la prima volta nella storia davanti una base militare per manifestare contro il Governo contro il provvedimento scellerato che prevede tamponi a pagamento per il personale militare”. In un comunicato stampa anche i mille docenti universitari che avevano aderito all’iniziativa lanciata il 3 settembre contro le discriminazioni causate dal green pass aderiscono allo sciopero di oggi. “Saremo al fianco di tutti gli altri lavoratori in questa lotta per la libertà, per il lavoro e per la democrazia. Saremo al fianco degli studenti che si stanno impegnando in questa battaglia per i diritti di tutti gli italiani. Senza una serrata lotta politica e sindacale il Green Pass non verrà ritirato. Lo sciopero generale è un primo passo nella giusta direzione”.

I Metalmeccanici (FLMU) hanno indetto uno sciopero nazionale di sei giorni, che terminerà il 20 di ottobre, mentre AL-Cobas e SOA (Sindacato Operai Autorganizzati) lo hanno indetto per tutte le categorie del settore privato, per opporsi al “ricatto occupazionale” possibile grazie al Green pass. La FISI, dal canto suo, ha indetto uno sciopero nazionale dal 15 al 20 ottobre e una protesta continuativa fino al 31 dicembre, termine nel quale decadrà la legge che impone il Green pass. La Commissione di garanzia aveva richiesto una revoca di tali scioperi, rimasta al momento inascoltata. Proteste contro il Green pass stanno inoltre avendo luogo in numerose tra le maggiori piazze italiane.

Che l’introduzione dell’obbligo di green pass avrebbe scatenato il caos lo avevano già annunciato diverse aziende nelle settimane scorse, che segnalavano con preoccupazione come la decisione del Governo avrebbe potuto portare migliaia di lavoratori a trovarsi senza lavoro. Nella giornata di ieri, il premier Mario Draghi ha convocato a riunione i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil per discutere del tema della sicurezza sul posto di lavoro, in previsione del preannunciato venerdì nero di scioperi. Pur non prevedendo di azzerare i costi dei tamponi per le aziende, è stata proposta come soluzione un contenimento del costo dei tamponi e il credito di imposta per le aziende che ne sostengano la spesa: sostanzialmente di un modo per spingere le aziende a offrire il tampone ai propri dipendenti a spese dello Stato senza che il governo si debba assumere la responsabilità politica di una marcia indietro. Il decreto, oggi al vaglio del Cdm, è anche previsto il finanziamento di altre 13 settimane di cig Covid e il blocco dei licenziamenti che, per alcuni settori, scadono il 31 ottobre.

La soluzione dei tamponi gratuiti non sembra però trovare l’accordo dei lavoratori né di diverse aziende, che si sono già dette contrarie a tale misura.

[di Valeria Casolaro]

Thomas Sankara, dopo 30 anni apre il processo per l’omicidio del “fratello giusto”

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È difficile pensare che un omicidio accaduto più di trent’anni fa possa ancora suscitare interesse in chi ne ascolta la storia per la prima o per la decima volta. È più facile convincersi che accada quando quel 15 ottobre del 1987 perse la vita le frère juste, il fratello giusto, come i suoi conterranei chiamavano Thomas Sankara, governatore del Burkina Faso dal 1983 fino al giorno del suo assassinio. Omicidio per cui si è aperto il processo ufficiale solo qualche giorno fa.

Ad alcuni piace ricordarlo come un moderno Che Guevara, ad altri come una figura mitologica, una meteora, che ancora oggi ispira una gioventù africana che lotta contro abusi e soprusi. Ma Sankara era “semplicemente” un uomo che al posto delle limousine presidenziali aveva voluto una flotta di Renault 5 e che aveva cambiato quel nome, Alto Volta, affibbiato al suo paese dalle potenze coloniali, con Burkina Faso, il paese degli uomini integri. Quello stesso paese di cui prese le redini il 4 agosto del 1983, secondo alcuni grazie ad un colpo di stato militare. In realtà Sankara ebbe fin da subito l’appoggio della popolazione, ansiosa di liberarsi dalle pressioni francesi, dagli abusi e innumerevoli sopraffazioni. Ciò che alla fine Sankara fece, a tutti gli effetti, individuando la soluzione più giusta per gli interessi dei suoi “uomini e donne integri”. Se le terre e le miniere erano gestite da compagnie straniere e non portavano ricchezza alla nazione, la risposta era nazionalizzarle e metterle al servizio della ricchezza popolare, ad esempio.

Una missione non facile la sua, che avrebbe nel tempo (se ne avesse avuto di più) cambiato totalmente la mentalità degli abitanti, liberandola dai fantasmi del colonialismo. Parlare di Sankara è un po’ come racchiudere un’intera lotta antimperialista e panafricanista che non accetta la condizione di vita in cui Burkina Faso e l’Africa subsahariana si ritrovano a vivere. Parliamo di una terra che accoglie sette milioni di uomini, il 98% dei quali non sa leggere né scrivere, dove 1 bambino su 5 muore prima di compiere cinque anni, con un solo medico ogni 50mila abitanti e un reddito pro capite che non arriva a 100 dollari l’anno.

Chi l’ha ucciso? Chi gli voleva male? Se le motivazioni che hanno portato al suo assassinio sono più intuibili, individuare un solo colpevole diventa più complicato.

Dopo la sua morte, al suo posto ha preso il potere il capitano Blaise Compaoré, una sorta di vice che Sankara considerava un fratello. Rimasto al potere per 27 anni, il suo regime è stato rovesciato nel 2014 da un’insurrezione popolare. Solo dopo la sua caduta si è aperto l’11 ottobre il processo per l’omicidio dell’ex presidente (subito rinviato al 25 ottobre), a Ouagadougou, in assenza però del principale accusato stesso, Compaoré, in esilio in Costa d’Avorio, dove è riuscito ad ottenere la nazionalità ivoriana. Ma gli eventi suggeriscono che non abbia agito da solo.

È difficile pensare che grandi potenze come l’ex padrone francese e gli Usa potessero permettersi di tollerare un uomo ribelle e pensante, in grado di sovvertire il solito iter che prevede sfruttamento estremo di paesi ricchi di risorse ma svuotati dalle multinazionali; Per questo motivo continuano ad aver ragione di esistere i sospetti del sostegno che Blaise Compaoré ha ricevuto dagli Stati Uniti e della Francia, intenzionati a “far fuori” un individuo “fuori dal gregge”. E non si tratta di sole supposizioni.

“È un uomo un po’ fastidioso, il presidente Sankara. È vero! Ti provoca, pone domande… Con lui non è facile dormire in pace, non ti lascia la coscienza tranquilla!”. Sono le parole con cui il presidente francese dell’epoca, François Mitterrand, aveva definito Sankara durante una visita ufficiale a Ouagadougou. Certo, da qui a dire che la Francia abbia a tutti gli effetti commissionato di far fuori l’ex primo ministro ce ne vuole, ma sono tutti piccoli elementi che vanno a completare un immenso e ingarbugliato puzzle.

Non molto tempo fa Macron aveva annunciato che “tutti i documenti prodotti dalle amministrazioni francesi durante il governo di Sankara e dopo il suo assassinio, coperti dal segreto di difesa nazionale, saranno declassificati per essere consultati in risposta alle richieste della giustizia burkinabé”. Sì, alcuni documenti sono finiti in mano agli avvocati della famiglia. Ma non tutti.

Non possiamo dire come si evolverà il processo ma “Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi”.

[di Gloria Ferrari]

Obbligo Green pass, a Trieste già un migliaio a manifestare

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Davanti al Varco 4 del porto di Trieste si sono già ritrovate circa un migliaio di persone per manifestare contro l’introduzione, a partire da oggi 15 ottobre, dell’obbligo di green pass sul posto di lavoro. Tra di loro anche molti che non sono lavoratori portuali. Il leader della protesta Stefano Puzzer ribadisce che non si tratta di un blocco e chi volesse recarsi sul posto di lavoro è libero di farlo: intanto, però, molti camion giunti al porto invertono la marcia una volta vista la folla. Lo sciopero è stato dichiarato illegittimo dalla Commissione di Garanzia e si configura l’ipotesi di reato per chi vi prenda parte.

L’Europa mette finalmente al bando il biossido di titanio

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Dal 2022 l’Unione Europea bandirà il biossido di titanio dopo che l’EFSA (Autorità europa per la sicurezza alimentare) ha condotto un’indagine sul composto chimico con il coinvolgimento di grandi esperti della nanotecnologia, e ha concluso che questo non può più essere considerato sicuro se usato come additivo alimentare o additivo per mangimi. Salvo obiezioni del Consiglio o del Parlamento europeo, il testo entrerà in vigore all’inizio dell’anno prossimo. Seguirà poi un periodo di graduale eliminazione di sei mesi, dopo il quale si applicherà un divieto totale del colorante venefico nei prodotti alimentari che ancora lo contengono.

Ma perchè il biossido di titanio è pericoloso? La sua nocività è determinata dalla dimensione delle particelle che lo compongono; si tratta di nanoparticelle, anche inferiori a 100 nanometri che, proprio per la loro minuscola dimensione, possono penetrare le barriere protettive naturali del corpo umano e accumularsi nel fegato, nei polmoni e, ovviamente, nell’apparato digerente, con effetti cancerogeni e genotossici, cioè nocivi per il DNA, il materiale genetico delle cellule.

Identificato in Europa con la sigla E171, questo composto chimico viene impiegato da moltissimi anni come colorante in alcuni prodotti – anche di uso quotidiano – quali gomme da masticare, pasticcini, integratori, zuppe, brodi, caramelle, salse, prodotti a base di pesce e formaggio e creme salate. Inoltre, essendo stato inizialmente classificato materiale inerte, il biossido di titanio (autorizzato come additivo alimentare nell’UE dal regolamento 1333 del 2008) ha trovato largamente spazio anche in un’ampia gamma di prodotti farmaceutici e cosmetici quali solari, dentifrici, ciprie e persino nelle creme lenitive per i neonati utilizzate dopo il cambio del pannolino. Già nel 2016, quando l’Efsa aveva fornito rassicurazioni circa i suoi effetti sulla salute, erano state individuate alcune incertezze nei dati. Non solo, l’Agenzia per la Sicurezza Sanitaria e Alimentare francese (Anses), aveva rivelato nel 2017 il potenziale effetto cancerogeno del biossido di titanio sul colon-retto con la pubblicazione di uno studio, le cui informazioni hanno portato la Francia a decidere di vietarne definitivamente l’impiego negli alimenti a partire dal 2020.

[di Eugenia Greco]

Aldo Bianzino, morto dopo l’arresto per cannabis: dopo 14 anni nessuna verità

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La sera del 12 ottobre 2007 Aldo Bianzino e la sua compagna Roberta vengono arrestati e trascinati fuori dal proprio casolare e portati in carcere per possesso illegale di marijuana. 48 ore dopo, Aldo sarà morto. A quattordici anni dalla vicenda, ancora troppe domande fondamentali rimangono senza risposta.

Aldo Bianzino, all’epoca 44 anni, è un falegname ebanista, un pacifista, dedito alle discipline orientali. Vive in un casolare a Pietralunga, sulle colline umbre, insieme alla compagna Roberta Radici, al figlio Rudra e all’anziana madre di Roberta. Qui Aldo coltiva dieci piantine di marijuana, per uso personale e terapeutico: Roberta ha infatti un tumore, che avrà la meglio su di lei nel 2009. Entrambe sono incensurati e lontani da qualunque giro di spaccio.

La sera del 12 ottobre quattro poliziotti e un finanziere bussano alla porta di casa Bianzino: dopo aver ispezionato la casa e rinvenuto la marijuana, gli agenti arrestano Aldo e Roberta e li conducono al carcere Capanne di Perugia. La motivazione della perquisizione, ordinata da un giudice, è ad oggi sconosciuta. In carcere i due vengono separati nelle sezioni maschile e femminile del carcere, e viene loro assegnato un avvocato d’ufficio. 48 ore dopo l’ingresso in carcere, tuttavia, Aldo sarà dichiarato morto.

La notizia sarà data a Roberta dopo l’avviso di scarcerazione e dopo essere stata interrogata sullo stato di salute di Aldo: soffre di svenimenti? Ha problemi di cuore? Il vice-ispettore capo di polizia che formula le domande le dice anche che proprio in quel momento stanno portando Aldo in ospedale e forse è ancora possibile salvarlo. Successivamente si scoprirà che al momento dell’interrogatorio a Roberta, Bianzini si trovava già in obitorio.

Da quel momento per la famiglia di Aldo inizierà il calvario giudiziario e burocratico che, a quattordici anni di distanza, non ha ancora permesso di fare luce sui fatti e portare giustizia. L’autopsia documenta traumi estesi su tutto il corpo, ematomi al cranio, costole rotte e danni agli organi interni: danni compatibili con un pestaggio messo in atto con tecniche militari. Il pm Giuseppe Pietrazzini, tuttavia, scarta quest’ipotesi: Aldo Bianzino è dichiarato morto a causa di un aneurisma, i traumi sul corpo sono le conseguenze della rianimazione messa in atto dagli agenti. Curiosamente, si tratta dello stesso magistrato che aveva richiesto la perquisizione in casa Bianzino.

L’eco di vicende come quella di Stefano Cucchi, Federico Aldovrandi o Giuseppe Uva è assordante. Dopo un processo durato otto anni, arriva la sentenza definitiva: l’agente Cantoro è stato condannato a un anno di carcere per omissione di soccorso, per non aver aiutato Bianzino che, secondo le testimonianze, ha urlato per tutta la notte chiedendo aiuto, prima di essere ritrovato esanime la mattina successiva. In rappresentanza della famiglia Bianzino è subentrato anche l’avvocato Fabio Anselmo, già legale di Cucchi e Aldovrandi.

Nel 2018 Rudra Bianzino, il figlio di Aldo, ha chiesto la riapertura delle indagini a seguito di nuove evidenze, che dimostrano che le lesioni interne di Bianzino sono avvenute due ore prima della morte, contraddicendo l’ipotesi di danni dovuti alla rianimazione. È auspicabile che questo porti finalmente a far chiarezza su tutti i lati rimasti ancora oscuri nella vicenda.

[di Valeria Casolaro]