sabato 14 Febbraio 2026
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Usa e Uk di nuovo all’attacco della Russia, questa volta sui ransomware

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Martedì scorso, la donna alla testa del National Cyber Security Centre (NCSC) britannico, Lindy Cameron, ha fondamentalmente scaricato sulla Russia e sui Paesi a lei confinanti la responsabilità di tutti i principali attacchi ransomware subiti dal Regno Unito, ovvero i sequestri e danneggiamenti di server di aziende ed enti nazionali tramite virus seguiti da richieste di riscatto per riconsegnare il maltolto. Il giorno dopo, l’Amministrazione statunitense ha manifestato una posizione del tutto omologa, chiedendo a Vladimir Putin un intervento solerte che vada a castrare le manovre degli hacker attivi nei territori post-sovietici.

UK e USA concordano sul fatto che sia necessario risolvere questo genere di insidia passando attraverso il Cremlino, tuttavia non sembrano poi così interessati a creare un dialogo con la parte in questione. La Casa Bianca ha infatti fatto sapere che la Russia non sarà invitata a un summit promosso proprio da Washington, un summit in cui si parlerà proprio di ransomware, e Londra non ha avuto nulla da ribattere.

Si tratta di una manovra diplomatica che mira ad assicurarsi che il canale di confronto tra Russia e Stati Uniti non possa venire aperto ad altri partecipanti, così che nessuno possa effettivamente ridimensionare le richieste americane e che Putin non abbia occasione di portare avanti le sue strategie politiche. In assenza di mediatori, gli obiettivi delle due parti sembrano inconciliabili, soprattutto su piano ideologico.

Gli USA vorrebbero che gli hacker russi possano essere estradati in America, ma allo stesso tempo non sembrano propensi a riconoscere i medesimi diritti a Mosca. Dal suo, la Russia sarebbe ben contenta di assecondare le richieste giustizialiste della controparte occidentale, almeno a patto che la cosa sia subordinata a una stesura di accordi internazionali che le siano utili a imbastire il concetto di “sovranità internettiana”.

La definizione di “cybersicurezza” del Governo russo è decisamente più ampia e capillare di quella che è solitamente adottata nel gergo comune, con il risultato che un’eventuale risoluzione condivisa potrebbe giocare in suo favore, concedendole i mezzi con cui oscurare i propri avversari senza incorrere in alcun tipo di sanzioni estere. Una situazione complessa che difficilmente potrà essere risolta a parole, soprattutto perché nessuno si sta effettivamente interessando ad aprire un dialogo.

[di Walter Ferri]

 

Beirut, scontri a fuoco durante protesta: almeno 5 morti

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Cinque persone sono rimaste uccise e almeno altre 25 ferite durante una protesta a Beirut, secondo quanto riportato dalla Croce rossa libanese ad Al Jazeera. La protesta è stata indetta dai sostenitori di Hezbollah contro il giudice Tarek Bitar, che guida le indagini sull’esplosione nel porto di Beirut dell’agosto 2020 che ha causato più di 200 vittime. Secondo i manifestanti, Tarek Bitar starebbe prendendo delle decisioni sulla base di interessi di parte. Gli spari giungono dal quartiere di Tayyoune. L’esercito è intervenuto e ha arrestato uno di coloro che aveva aperto il fuoco, ma non è ancora chiaro se appartenga a qualche gruppo in particolare.

Caso Regeni, al via oggi il processo agli agenti egiziani

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Al via oggi 14 ottobre il processo contro 4 agenti dell’NSA, l’Agenzia di Sicurezza Nazionale Egiziana, indagati per l’omicidio di Giulio Regeni. Per tre di loro l’accusa è di rapimento, mentre solamente uno, il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, è accusato di gravi danni fisici e omicidio aggravato. Il processo avverrà in contumacia per tutti e 4: nonostante le diverse richieste fatte dall’Italia, infatti, l’Egitto non ha mai voluto rilasciare gli indirizzi degli agenti. Il giudice dell’Alta Corte dovrà ora valutare la questione e stabilire se l’Egitto abbia così cercato di ostacolare lo svolgimento del processo.

La moneta fiscale per riportare Keynes nell’economia: ma l’Europa fa muro

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L’economia del nostro paese si caratterizza da tempo per bassa crescita e scarso potere d’acquisto di alcune fasce sociali. Come possibile rimedio, ci sono una strada conservatrice e una progressista. Da una parte la consueta ricetta liberista applicata negli ultimi 30 anni: rigore dei bilanci e mano libera alle imprese, con agevolazioni e possibilità di rendere il mercato del lavoro più flessibile; dall’altra l’intervento dello Stato che investe e rimodula le sue risorse, facendo fronte a un debito temporaneo che però dà spinta all’attività economica e ai redditi dei cittadini.
Il dibattito s...

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Taiwan, edificio in fiamme: almeno 46 le vittime

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Il bilancio temporaneo è di 46 morti e 44 feriti dopo che un edificio è andato a fuoco a Kaohsiung, nel sud di Taiwan. L’incendio si sarebbe sviluppato a partire dal primo piano e si sarebbe poi sviluppato ai livelli superiori. 377 soccorritori sono impegnati nelle operazioni di salvataggio, secondo quanto riportato dalla CNN. L’edificio, costruito negli anni ’80, conta in tutto 13 piani ed ospitava appartamenti ed attività commerciali, al momento però chiusi. È ancora incerto cosa abbia provocato l’innescarsi delle fiamme, ma la polizia locale sta analizzando i video di sorveglianza della zona.

La pandemia cambia tutto tranne il liberismo: Draghi taglia 6 miliardi alla sanità

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Il governo Draghi è pronto ad indebolire ulteriormente la sanità con quasi 6 miliardi di tagli: è quanto emerge dalla Nadef, la Nota di Aggiornamento del Def (Documento di Economia e Finanza) che è stata recentemente approvata dal Parlamento con una risoluzione di maggioranza. In tal senso, se da un lato il documento della maggioranza prevede che il Governo si impegni a consolidare la crescita del Pil e ad utilizzare le risorse di bilancio anche per la sanità, dall’altro leggendo la Nadef si nota che in questi anni (tra il 2022 ed il 2023) si andrà a danneggiare ulteriormente il sistema sanitario con una diminuzione della spesa prevista per quest’ultimo.

Dopo aver accresciuto le spese sanitarie di 6 miliardi nel 2021, con una spesa prevista di 129 miliardi, per il 2022 la cifra indicata è di 125 miliardi, mentre nel 2023 si prevede di sborsare 123 miliardi. In pratica, la spesa diminuirà di 4 miliardi l’anno prossimo e di altri 2 miliardi fra due anni: ciò significa che nell’arco di 2 anni saranno messi a disposizione della sanità 6 miliardi in meno. A poco servirà il leggero aumento di spesa messo in conto per il 2024, anno in cui si prevede di spendere 124 miliardi.

Nello specifico nel documento si legge che «nel biennio 2022-2023 la spesa sanitaria a legislazione vigente calerà del -2,3 per cento medio annuo per via dei minori oneri connessi alla gestione dell’emergenza epidemiologica» e che «a fine periodo è prevista una crescita limitata, dello 0,7 per cento, ed il ritorno ad un livello del 6,1 per cento del PIL». Insomma, con l’emergenza pandemica che presumibilmente volgerà al termine caleranno i fondi previsti per la sanità. Il governo italiano, dunque, dimostra di aver scelto di non comprendere la lezione fornita dalla pandemia, che il sistema sanitario nazionale, proprio a causa dei tagli effettuati negli ultimi 10 anni, non è stato in grado di fronteggiare senza trascurare altre patologie.

In tal senso, come sottolineato dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom), bisogna tornare a «investire ed a promuovere la lotta contro il cancro» poiché in Italia la situazione risulta molto difficile per gli oltre 3 milioni di persone che hanno un tumore: si stima che nel 2020, rispetto al 2019, le nuove diagnosi di tumore sono diminuite dell’11%, i nuovi trattamenti farmacologici si sono ridotti del 13% e gli interventi chirurgici del 18%. Per quanto riguarda gli screening, poi, il Presidente Eletto Aiom Saverio Cinieri ha dichiarato che «lo scorso anno abbiamo avuto oltre due milioni e mezzo di esami di screening in meno rispetto al 2019». Inoltre il Presidente Nazionale Aiom, Giordano Beretta, ha dal canto suo affermato che il numero di decessi che si registrano annualmente per le patologie oncologiche (180mila) «potrebbe aumentare anche per colpa del Covid-19 e delle sue conseguenze nefaste sull’intero sistema sanitario nazionale». Anche per questo, dunque, Beretta ha chiesto «un intervento delle istituzioni per continuare a poter erogare i livelli d’assistenza precedenti all’avvento del Covid-19».

Ancor più netto Carlo Palermo, segretario nazionale dell’Annao Assomed (sindacato dei medici ospedalieri), recentemente ha parlato delle pessime condizioni in cui versa la sanità italiana concentrandosi in particolare sui dipendenti pubblici, i quali «sono schiacciati da una macchina che esige troppo e non li ascolta» e che, con l’inizio della pandemia, ha prodotto sofferenze ancora maggiori per i medici. Sono infatti «aumentati carichi di lavoro, complessità assistenziale, stress fisico e psichico», motivo per cui «i medici fuggono dagli ospedali». Proprio per questo, dunque, Palermo crede sia ora di cambiare e di «assumere personale, riconoscere ai medici e ai dirigenti sanitari un ruolo decisionale nella governance delle aziende e valorizzare economicamente le professioni».

Il governo Draghi, però, si muove in direzione opposta, la medesima dei tagli alla sanità pubblica che hanno caratterizzato gli ultimi vent’anni. Per ora nessuna presa di posizione dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che non più di tre mesi fa ancora parlava del Recovery Fund come della grande occasione per «rilanciare il Servizio sanitario nazionale» e per «chiudere per sempre la stagione dei tagli alla sanità».

[di Raffaele De Luca]

Norvegia, uomo armato di arco e frecce uccide cinque passanti

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Un uomo di 37 anni, di origine danese, ha ucciso cinque persone armato di arco e frecce nella piccola città di Kongsberg, nel sud-est della Norvegia. L’attacco ha avuto luogo in diverse parti della città. La polizia sospetta che l’uomo abbia agito da solo, ma non ha parlato delle possibili motivazioni. Non è quindi conformabile se si sia trattato o meno di un attentato terroristico. I poliziotti norvegesi, normalmente disarmati, sono stati autorizzati a portare con loro delle armi come misura precauzionale straordinaria.

Un rapporto dell’Onu denuncia il sistema del caporalato in Italia

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Lavoratore campi

“Siamo rimasti impressionati dalla situazione di sfruttamento dei lavoratori che esiste in alcune zone, ancor più perché ci troviamo in un paese europeo con normative avanzate come l’Italia”. Ha parlato in questi termini il professor Surya Deva, presidente del gruppo di lavoro Onu su Business and Human right, al termine dalla missione Onu su diritti umani e attività d’impresa portata avanti nel nostro paese.

Dieci giorni in cui l’Onu ha rilevato gravi e persistenti abusi in molte attività imprenditoriali italiane, tra cui condizioni di lavoro e di vita disumane per migliaia di lavoratori migranti, scarsa sicurezza sul lavoro e inquinamento ambientale estremamente pericoloso per la salute pubblica. Non sono sufficienti, dunque, gli sforzi e le iniziative del Governo italiano per rispettare obblighi e responsabilità in materia di diritti umani, secondo i Principi guida delle Nazioni Unite. La commissione ha visitato Lazio, Campania, Puglia, Basilicata, Lombardia e Toscana e alcune zone cruciali dei loro territori. Tra queste Prato, Taranto, Avellino, la zona estrattiva della Val D’Agri, in Basilicata e diverse zone del foggiano, luoghi in cui ha ascoltato le testimonianze di ministeri, autorità regionali, società civile, sindacati e imprese.

Sono molti i documenti raccolti, comprese le denunce depositate negli anni. “La sicurezza e la salute dei lavoratori rappresentano una grande preoccupazione, per via dell’alto numero di incidenti sul lavoro, ma ancora più importante e sorprendente è la portata dello sfruttamento, in particolare dei lavoratori migranti”, ha aggiunto Deva, focalizzandosi in particolare sui settori della logistica, dell’agroalimentare e del tessile, quelli in cui è più facile trovare lavoratori migranti provenienti in particolare da paesi africani e asiatici. Ma per l’Onu l’area di interesse potrebbe essere molto più vasta. Sono molti, infatti, gli individui ancora piegati dal caporalato, che continuano a vivere in condizioni disumane senza possibilità di prospettive future migliori. Secondo le stime sono 400 mila, l’80 per cento sono stranieri e con un salario giornaliero pari a circa la metà di quello stabilito dai contratti nazionali. Una condizione che si verifica maggiormente nel Mezzogiorno, ma è in aumento anche nel Nord e nel Centro del Paese. I distretti agricoli in cui è ancora presente il caporalato sono 80 (almeno, quelli conosciuti). Fra questi, in 33 sono state riscontrate condizioni di lavoro “indecenti” e in 22 “di grave sfruttamento”.

Per questo motivo gli esperti delle Nazioni Unite hanno esortato il Governo italiano a intraprendere azioni più concrete, perché “In quanto economia altamente sviluppata dell’Unione europea, l’Italia dovrebbe creare al più presto un’istituzione nazionale per i diritti umani forte e indipendente, investita di un mandato esplicito che le permetta di intervenire su questioni relative a abusi dei diritti umani legati alle attività delle imprese”. Basti pensare che il nostro è uno dei pochi paesi europei che ancora non ha un suo organismo nazionale che si occupi di diritti umani. Sarebbe opportuno, invece, intervenire per rendere le imprese italiane legalmente responsabili in caso di violazioni dei diritti umani e dell’ambiente, frutto delle attività produttive da loro compiute.

Lo stesso sforzo e lo stesso intervento che servirebbe in termini di disuguaglianze di genere. Anche se è leggermente in aumento il numero di donne che ricopre cariche dirigenziali, c’è ancora un abisso da colmare su parità salariale e di opportunità. Fattori aggravati da molestie sessuali sia sui luoghi di lavoro che nello spazio pubblico.

Anche se il report Onu definitivo sarà pubblicato nel giugno 2022 e consegnato al Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni unite, il quadro generale non è soddisfacente. Si può e si deve fare di più, molto di più.

[di Gloria Ferrari]

Caos a Genova: allo sciopero dei portuali si aggiunge la protesta dei camionisti

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Da ieri, allo sciopero sul contratto integrativo dei lavoratori del terminal portuale Psa di Genova, dichiarato fino a venerdì sera, si è affiancata la protesta dei camionisti. Questi ultimi infatti, essendosi stufati di dover rimanere in attesa per poter completare le procedure di carico e scarico merci, hanno deciso di bloccare i loro mezzi all’ingresso del terminal fino a quando non verrà trovata una soluzione in tal senso. A testimoniare il tutto è stata la piattaforma Local Team, che ha documentato la vicenda tramite una serie di video.

Ex capo del Pentagono: la Cina ha vinto la guerra delle intelligenze artificiali

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L’opinione di Nicolas Chaillan, ex-capo programmatore del Pentagono, è esplicita e diretta: la Cina ha vinto la battaglia delle intelligenze artificiali, cosa che a sua volta scatenerà un effetto domino che permetterà al gigante asiatico di dominare l’intero settore tech. Il tecnico lo ha confessato al Financial Times in un’intervista dal tono bilioso che segue a distanza di poche settimane la sua scelta di rassegnare le dimissioni come atto di protesta.

Chaillan ha abbandonato il suo ruolo governativo a causa di quella che reputa una mala gestione dello sviluppo tecnico e tecnologico dell’esercito a stelle e strisce. La ricerca statunitense sarebbe infatti appesantita da Big Tech che non si dimostrano adeguatamente collaborative con la Difesa, nonché dai reiterati dibattiti di natura etica che orbitano attorno al settore del machine learning. Gli USA non sono abbastanza autoritari, insomma.

La posizione di Chaillan è condivisa peraltro da molti professionisti in seno alla Difesa, con il risultato che progressivamente si stia sollevando nel Pentagono un coro di voci intento a promuovere un profondo cambiamento culturale. Un cambiamento che, ribadiamo, vorrebbe che la Casa Bianca fosse in grado di sottomettere le aziende private e annichilire ogni dubbio ideologico sul cosa sia o non sia lecito sfruttare in contesto bellico.

Sul piano puramente pragmatico, il panico e la frustrazione degli informatici militari statunitensi è però comprensibile: il mondo si sta sempre più muovendo verso l’uso/abuso delle intelligenze artificiali, quindi le nazioni che hanno maggiormente sviluppato questo genere di strumento sono anche quelle che hanno più possibilità di esercitare dominanza su di un sistema economico altamente digitalizzato. Il fatto che la cybersicurezza statunitense sia stata profondamente violata dagli hacker di tutto il mondo non aiuta certamente a sedare tali preoccupazioni.

Lo spaccato tech del Pentagono solleva per l’ennesima volta uno scontento che riflette un dubbio profondo riguardante la nostra società, ovvero se la democrazia rappresenti o meno una strada politica effettivamente percorribile nel prossimo futuro. L’Occidente sta perdendo il suo ruolo monopolistico globale e il potere defluisce verso nazioni che manifestano atteggiamenti amministrativi che, seppur illiberali, si dimostrano apparentemente efficaci, cosa che sta sviluppando in alcuni un’invidia che accende i fuochi del dissapore.

[di Walter Ferri]