martedì 10 Febbraio 2026
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Giornalisti o influencer?

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Nell’ultima classifica dei 15 giornalisti italiani più attivi sui social, l’unico che ha davvero a che fare con le notizie e che fa davvero il giornalista è al terzo posto: Gianluca Di Marzio, guru del calcio mercato e cane da tartufo dei segreti del pallone. 

Tutti gli altri, dal primo all’ultimo, fanno felicemente e serenamente un altro mestiere. Sono influencer, opinionisti o “opinion makers”, scrittori, cacciatori di fake news, ospiti televisivi, perfino giudici di programmi televisivi. Sono, soprattutto, grandi surfisti dell’onda social, come appunto dimostrano una volta di più queste statistiche pubblicate da Primaonline, la Bibbia dei media italiani.

Dal primo per distacco, Andrea Scanzi, a tutti gli altri, è un fiorire e un florilegio di click – interazioni, per dirla bene – che ruotano attorno alla capacità di bucare il video, o lo schermo dello smartphone e del notebook, con tutto il repertorio di chi del giornalismo prende l’etichetta, per poi mettere tutt’altro nel barattolo. 

La classifica delle dieci “Best perfoming”, la Top 10 del mese, è eloquente: riguarda opinioni e interventi sugli interventi più disparati, dal Green Pass ai principali temi di attualità, sui quali i nostri fantastici quindici (anzi, dieci) hanno fornito appunto opinioni, suggestioni e punti di vista.

Questo è il ruolo del giornalista all’alba avanzata del Terzo millennio? E’ questo il Frankestein uscito dal laboratorio della modernità, forgiato a misura dei social e dei like? A quanto pare, sì. A quanto pare la parola “giornalista” è sempre più incollata e sovrapposta a quello che di giornalistico ha ormai poco o nulla. Fanno ondeggiare i contatori dei social, fanno impennare le statistiche delle interazioni e fanno la gioia degli inserzionisti e dei rilevatori, ma stanno al giornalismo come Caino stava al diritto di famiglia. 

I social, queste classifiche e queste dinamiche, confermano che Lavoisier ha sempre ragione: nulla si crea e nulla si distrugge, è solo il giornalismo che (forse) si trasforma. Si è trasformato in modo forse irreversibile. Era il cane da guardia della società, il faro della democrazia, così almeno veniva descritto e percepito. Produceva fatti, analizzava la realtà con strumenti oggettivi, fattuali, “facta” e domande sui quali le persone potevano riflettere e crearsi opinioni, consapevolezze, feritoie della coscienza da cui la luce poteva entrare e diffondersi. I primi 15 giornalisti italiani “social” del mese, salvo qualche eccezione di cui sopra, confermano che tutto questo non è più necessario. Non serve più, forse è addirittura obsoleto. 

Classifica dei 10 post “giornalistici” a maggior circolazione sui social stilata da Sensemakers per Primaonline sulla base dei dati di Shareablee

I fatti, le domande, l’osservazione della realtà, i ferri del mestiere che servivano prima ad un giornalista, sono stati sostituiti brutalmente da altri strumenti. Per essere “social”, bisogna essere al centro di qualcosa. Bisogna catalizzare l’attenzione, diventare centrale di interesse, produrre da sé le notizie, non limitarsi a cercarle o scavarle. Bisogna essere se stessi notizia, in buona sostanza. Se il numero di click che ci riportano queste statistiche sono attendibili, molto meno che reali, significa che apparire su un un canale della rete può produrre molto più interesse di qualsiasi, sudato e sudatissimo articolo scritto nero su bianco. Milioni di interazioni e un numero enorme di follower testimoniano che l’etichetta di “giornalisti” è perfino riduttiva. Forse è un’epoca che semplicemente cercava voci che si stagliassero sul nulla dei suoi orizzonti, e le ha trovate in chi ha saputo meglio e più velocemente degli altri diventare un guru di qualcosa, sia esso un punto di vista, una crociata ideologica, un sostegno a qualche causa friendly o semplicemente il mettere il timbro su tutto quello che passa e che succede.

Questa Top 15, questa e altre classifiche dei tempi nostri, sono la prova che il giornalista che forniva spunti, suggeriva chiavi di lettura e tirava fuori pezzi di verità in qualche complicato puzzle ha lasciato il campo – con qualche strenua e febbricitante resistenza, in direzione ostinata e contraria – al “giornalista” che in realtà ha risposte, non domande. Che non si interroga, ma risponde. Che produce notizie, non le cerca e tantomeno le approfondisce. Che ha più verità che dubbi, e che ha una parola per tutto, ha da dire su tutto e sempre, non conosce zone d’ombra, pause o (in altri tempi) dignitosi silenzi. Non ci sono più cani da guardia della democrazia e dei governati, ci sono al massimo animali da tastiera. E conta solo quello che il giornalista-personaggio scrive o dice, o meglio quello che “posta” o “twitta”, conta che ci sia e batta un colpo. Sempre e comunque, sette giorni su sette, festivi compresi. Conta che muova la classifica dei click, li titilli e li provochi incessantemente. Conta il fatturato, bellezza.

 [di Salvatore Maria Righi]

Sciopero di otto ore, oggi Cgil e Uil in piazza

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Sono previste cinque manifestazioni per la giornata di oggi, a Roma, Milano, Bari, Cagliari e Palermo, insieme a uno sciopero lavorativo di 8 ore, il tutto promosso da Cgil e Uil. Esonerato il settore della sanità, in ragione dell’emergenza sanitaria. I sindacati criticano la legge di Bilancio, in particolare per quanto riguarda fisco, pensioni, politiche industriali, precarietà e delocalizzazioni. Si dissociano Cisl, che scenderà in piazza sabato 18, e Confindustria. Da parte del Governo “c’è volontà di colloquio, confronto e ascolto” assicura Draghi, che ha convocato una tavola rotonda con i sindacati lunedì 20 per discutere delle pensioni e avviare la riforma della legge Fornero.

Cattura del carbonio, cinquanta scienziati si appellano a Draghi

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Cinquanta scienziati e accademici italiani hanno scritto una lettera, al presidente della Repubblica e al premier Mario Draghi, per contestare l’ipotesi di destinare 150 milioni della legge di Bilancio 2022 agli impianti di Cattura e Stoccaggio del carbonio (Ccs), situati a Ravenna, di proprietà Eni. Una tecnologia immatura, criticata su più fronti e delle cui conseguenze a lungo termine si sa poco o nulla. Varrebbe la pena correre il rischio se solo si avesse la certezza che possa essere realmente risolutiva. Ma così non è. Anzi, “rappresenta – come ribadiscono i firmatari della lettera – un alibi straordinario per continuare a produrre anidride carbonica contribuendo all’attuale trend di crescita esponenziale del disastro ambientale”. Impianti costosi destinati quindi esclusivamente a prolungare la vita del comparto fossile. Non a caso, tutte le grandi compagnie petrolifere premono affinché il Ccs venga adottato su larga scala.

“L’uso e lo stoccaggio della CO2 è realmente una tecnologia socialmente accettabile?”, così gli scienziati hanno aperto la missiva indirizzata ai vertici della Repubblica. La risposta è no. E le ragioni le hanno spiegate in cinque punti. In primo luogo – secondo gli accademici – è inaccettabile che le compagnie petrolifere, tra le principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti, pretendano che i loro progetti Ccs siano pagati dallo Stato, quindi dalle collettività. Collettività che già paga, in termini di decessi, spesa sanitaria, perdite di raccolti e di giornate di lavoro, le conseguenze della crisi climatica, la cui genesi è ampiamente attribuibile all’industria fossile. Nel secondo punto spiegano, invece, che “l’iniezione e lo stoccaggio della CO2 nei pozzi in via di esaurimento o già esauriti daranno nuova linfa alle attività estrattive di gas e petrolio”. Inoltre – aggiungono nel terzo – “finanziare il Ccs di Ravenna vorrebbe dire dare la stura alla produzione di idrogeno blu e, di conseguenza, all’estrazione ed al consumo di gas in un orizzonte temporale che si spinge fino al 2050, ben oltre, quindi, il punto di non ritorno”. Infine – sottolineano negli ultimi punti – l’avvio del progetto significherebbe riconvertire le 138 piattaforme che Eni possiede a largo della costa romagnola, evitando così alla multinazionale i costi che dovrebbe affrontare per il ripristino ambientale una volta esauriti i pozzi. E che, in ultimo, tali impianti rischiano di sostituire il mercato dei crediti di carbonio, recentemente migliorato dalla Cop26. Nessuna azienda, infatti, acquisterebbe quote di anidride carbonica alla luce della possibilità di seppellire quest’ultima nel sottosuolo.

Non dovrebbe sorprendere quindi che il Cane a sei zampe le tenti tutte pur di veder finanziato l’impianto. Ci ha provato con il Recovery Plan e poi, di nuovo senza successo, con il Fondo Europeo per l’Innovazione. A detta degli scienziati ricorsi all’appello, le motivazioni per bloccare progetti simili ci sono eccome. Non si tratta, infatti, solo di una tecnologia potenzialmente inutile ma, addirittura, irrimediabilmente dannosa. Certo è che si tratta di una ghiotta occasione per sviluppare un nuovo mercato, dalle potenzialità e profittabilità come pochi altri. Nulla di più. D’altronde, in questo senso, già l’oggetto della lettera è abbastanza esplicito: “l’inganno della decarbonizzazione basata sulla cattura, stoccaggio e uso della CO2”. Tuttavia, nonostante tra i più autorevoli firmatari spicchino chimici ed esperti del settore energetico, nessuno è pronto a scommettere che il presidente del Consiglio vi dia ascolto.

[di Simone Valeri]

Il Politecnico ignora le proteste e conferma gli accordi con Frontex

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Si è tenuta ieri presso il Politecnico di Torino la seduta straordinaria del Senato accademico che ha deliberato in materia di accordi tra il Politecnico e Frontex, agenzia europea fondata nel 2004 per la protezione delle frontiere esterne europee. Al termine della seduta è stato deliberato il via libera alla sottoscrizione degli accordi, ma con la condizione vincolante per il personale coinvolto di procedere “in osservanza del rispetto dei diritti umani e fondamentali delle persone, oltre che dei principi dell’integrità della ricerca”. Nel frattempo, al di fuori dell’Ateneo, un sit in composto da studenti e varie associazioni chiedeva a gran voce la revoca di accordi definiti “vergognosi”.

È  pari a quattro milioni di euro la cifra che Frontex ha messo a disposizione per l’elaborazione di “mappe di riferimento (politiche, topografiche, di trasporto, economiche, geologiche, fisiche, climatiche ecc), mappe tematiche (migrazione, criminalità, nazionalità, operazioni, ricerca e soccorso ecc), mappe infografiche (immagini, grafici e testo su una mappa tematica) e libri di mappe”. Il bando è stato vinto da un consorzio composto dal Politecnico di Torino e l’associazione Ithaca, centro di eccellenza di ricerca applicata che fornisce servizi “a valore aggiunto” in risposta a calamità naturali e opera in diversi contesti quali quelli agricoli, ambientali, della mobilità e così via.

Nulla di male sin qui, non fosse che l’attività di Frontex è da anni nel mirino delle associazioni per la difesa dei diritti umani, tra le quali Amnesty, Human Rights Watch e molte altre, in quanto accusata di operare respingimenti violenti e indiscriminati alle frontiere, negando il diritto dei rifugiati a richiedere asilo in Europa, o di voltarsi dall’altra parte quando testimone di palesi abusi dei diritti umani. La relazione finale di un gruppo di controllo del Parlamento europeo, istituito a seguito del numero sempre maggiore denunce contro gli atteggiamenti di Frontex, ha accusato l’Agenzia di un generale disinteresse di fronte al numero crescente di denunce di violenze nelle zone in cui operava, e di aver ignorato anche le segnalazioni dei propri commissari interni. Non senza ironia, la relazione è stata pubblicata il 14 luglio 2021, lo stesso giorno nel quale il Politecnico comunicava i neonati accordi con Frontex.

Nella giornata di ieri 14 dicembre, per protestare contro le decisioni del Politecnico, un sit in di studenti e varie associazioni si è radunato di fronte all’ingresso principale del Politecnico, chiedendo che gli accordi venissero immediatamente rescissi. Quando il rettore Guido Saracco ha raggiunto i manifestanti, che chiedevano una assunzione della responsabilità politica degli accordi, le risposte sono state mal accolte dalla folla.

«Il Politecnico di Torino è una delle poche università che ha un regolamento di Research Integrity, che prevede una serie di cose che non possiamo fare. Ai sensi di quel regolamento abbiamo poi delle misure di attuazione che sono state seguite» ha dichiarato il rettore, che ha poi proseguito «C’è un Ateneo che è all’avanguardia dal punto di vista della tutela dei principi morali con cui si fa ricerca». Alla folla che lo ha accusato di nascondersi dietro le maglie della burocrazia, basando su di questa le scelte di dubbia etica dell’Ateneo, è seguito un melodrammatico «Se questa è una lapidazione del rettore del Politecnico di Torino prestatevi pure, avanti, fate pure».

Una folta schiera di poliziotti in tenuta antisommossa ha cercato di bloccare l’accesso all’Ateneo agli studenti che stavano manifestando, per poi lasciarli passare e presidiare l’ingresso al Rettorato. Un’applicazione del “prisma securitario” che, insomma, vale un po’ in tutti gli ambiti della società.

Quando Altreconomia, che ha condotto per prima l’inchiesta, ha domandato a Frontex di visionare tutti i documenti relativi alla candidatura del Politecnico e di Ithaca, l’Agenzia ha risposto negativamente in quanto non vi sarebbe stato “nessun interesse pubblico preponderante”, e che anzi “la loro divulgazione potrebbe minare la protezione degli interessi commerciali delle persone giuridiche compresa la proprietà intellettuale”. Poca trasparenza, quindi, che si va ad unire ad un atteggiamento ambiguo dell’Ateneo. «Nel consiglio di amministrazione si dice che stiamo facendo solo mappe e non si può demonizzare chi ci chiede questo servizio» spiega Bruno Codispoti, rappresentante degli studenti nel CDA del Politecnico, durante un’assemblea tenutasi il 1° dicembre. «Ma non è così ovviamente, dobbiamo guardare a chi le diamo e cosa fa, perché stiamo concorrendo a sua azione. Non è una questione di soldi, ma di etica e morale, di come il Politecnico si esprime in riferimento a questa vicenda». Per ora, la risposta dell’Ateneo sembra più che chiara.

[di Valeria Casolaro]

Mali, Francia ritira truppe da Timbuktu dopo 8 anni

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Dopo più di otto anni le forze militari francesi hanno lasciato la città di Timbuktu, in Mali, dopo che nel 2013 l’ex presidente Hollande aveva iniziato nello Stato l’offensiva militare. Il generale du Peyroux ha dichiarato che lo scopo era aiutare il Mali a raggiungere un certo livello di autonomia, “sempre in un clima di collaborazione”. L’intento della Francia è infatti rafforzare gli eserciti locali per poter ritirare buona parte del proprio contingente militare. La presenza francese rimane nella zona di Gao, ancora molto instabile. Nel frattempo, la comunità internazionale sta esercitando pressioni affinchà il Mali porti a termine nuove elezioni democratiche entro febbraio 2022.

Gli USA non giudicheranno i soldati autori della strage di civili a Kabul

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Il New York Times ha riportato lunedì scorso, che il segretario del Dipartimento della difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, avrebbe deciso di non intraprendere nessuna azione disciplinare nei confronti dei due soldati americani responsabili per l’attacco con un drone all’aeroporto di Kabul lo scorso 29 agosto. Attacco che portò alla morte di 10 civili afgani, di cui 7 bambini. Secondo un’indagine interna del Pentagono, l’attacco con il drone non avrebbe violato alcuna legge di guerra internazionale e non sarebbe il risultato di negligenza o di cattiva condotta

Austin si sarebbe infatti raccomandato per garantire che i due militari americani, responsabili dell’attacco, non fossero soggetti ad alcuna azione disciplinare. Nonostante il fatto che poche settimane dopo l‘accaduto, l’amministrazione Biden avesse riconosciuto il proprio errore. Il Generale Frank McKenzie, a capo del Commando Centrale dell’esercito statunitense, aveva dichiarato che “era improbabile” che le persone uccise fossero associate allo Stato Islamico nella provincia di Khorasan, (ISKP). In contrasto con quanto invece venne originariamente affermato dall’esercito americano subito dopo l’attacco. Il generale McKenzie aveva inoltre offerto condoglianze ai famigliari delle vittime, dicendo che l’attacco con il drone era stato effettuato a seguito della “quasi certezza” che avrebbe impedito un imminente attacco all’aeroporto dove le forze americane stavano evacuando i civili. A seguito di indagini interne, lo scorso 3 novembre, Sami Said, alto ufficiale dell’aviazione militare americana, aveva affermato che l’attacco con il drone sarebbe stato un “honest mistake” (errore in buona fede) causato da una serie di errori di esecuzione, a seguito dell’interruzione delle comunicazioni tra le truppe. Secondo una stima effettuata dalla ONG britannica AirWays, che analizza gli attacchi aerei dichiarati dagli Stati Uniti dal 2001 ad oggi (circa 91.000 in 7 maggiori aree di conflitto, Siria, Afghanistan, Iraq, Libia, Yemen, Pakistan e Somalia), questi “errori in buona fede” avrebbero portato alla morte di almeno 22.679 civili, ma che potenzialmente la cifra potrebbe essere molto più altra arrivando fino a 48.308

Ancora una volta il pentagono, nonostante abbia ammesso le proprie responsabilità per l’attacco, si è trincerato utilizzando il “segreto militare” e la “sicurezza nazionale” come scusa per non rendere pubbliche le indagini. Gli USA negli anni hanno aumentato significativamente l’utilizzo di droni per operazioni militari e antiterroristiche. Durante la presidenza di Barack Obama, a seguito delle richieste di maggior trasparenza da parte dell’opinione pubblica, era stata introdotta una legge che obbligava gli ufficiali dell’intelligence a pubblicare una lista dei civili uccisi negli attacchi con i droni al di fuori delle zone di conflitto. L’obbligo di pubblicare una lista dei civili uccisi, considerato come “superfluo e inutile” venne tolto nel 2019 durante la presidenza di Donald Trump. In quegli anni, venne inoltre modificata la legge che regolamentava gli attacchi con i droni, ampliandone significativamente la possibilità di utilizzo. In breve, le nuove regole di Trump garantivano agli Stati Uniti la possibilità di uccidere praticamente chiunque venisse considerato come una “minaccia terrorista”, in qualsiasi parte del mondo, senza dover far riferimento alle norme che vietano l’uccisione extragiudiziale ai sensi delle leggi sui diritti umani

Le modifiche apportate da Trump, di fatto hanno semplificato il programma di uccisioni extragiudiziali degli Stati Uniti, che dal 2001 in avanti, era stato utilizzato in maniera più o meno intensiva da tutti i presidenti in carica come mezzo principale della “guerra al terrorismo”. Nel primo giorno del suo mandato, il 20 gennaio 2021, il neoeletto Presidente Biden aveva sospeso la legge di Trump promettendo di modificarla in modo restrittivo. Dopo quasi un anno, appare evidente come l’utilizzo di questi droni da parte degli stati uniti non sia in alcun modo diminuito. Allo stesso modo, risulta chiaro che anche l’assunzione di responsabilità (liability) in caso di errori continui ad essere tranquillamente evasa. 

[di Enrico Phelipon]

UE, sentenza storica per coppia stesso sesso con figli: è nucleo famigliare

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La Corte di Giustizia Europea, con una sentenza storica, ha riconosciuto il diritto a genitori dello stesso sesso e ai loro figli di costituire nucleo famigliare in tutti gli Stati membri dell’Unione. In particolare, se la relazione tra un genitore e un figlio è riconosciuta in uno Stato dell’UE allora questo dovrebbe avvenire in ogni Stato membro, per permettere la libera circolazione del bambino. La sentenza ha riguardato il caso di Sara, nata a Gibilterra da una coppia di donne registrate entrambe in Spagna come madri, di origine bulgara e inglese. Nessuno di questi Paesi avrebbe concesso la cittadinanza alla bambina, che quindi rischiava l’apolidia. La Corte Europea ha stabilito che gli Stati membri riconoscano la relazione genitore-figlio, affinchè le madri possano avere un documento che permetta loro di viaggiare con la bambina.

Il Governo proroga nuovamente lo stato di emergenza

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«Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Presidente Mario Draghi e del Ministro della salute Roberto Speranza, ha approvato un decreto-legge che prevede la proroga dello stato di emergenza nazionale e delle misure per il contenimento dell’epidemia da Covid-19 fino al 31 marzo 2022»: è quanto si legge in un comunicato stampa proprio del Consiglio dei Ministri, riunitosi nella giornata di ieri. Tale estensione permetterà di continuare ad autorizzare tutta una serie di misure eccezionali, come il mantenimento della struttura e dei relativi poteri del Commissario straordinario per l’emergenza Covid nonché gli ampi poteri conferiti al Capo del Dipartimento della Protezione Civile. Quest’ultimi – si legge infatti nella bozza pubblicata dal sito OrizzonteScuola.it – «adottano anche ordinanze finalizzate alla programmazione della prosecuzione in via ordinaria delle attività necessarie al contrasto e al contenimento del fenomeno epidemiologico da Covid-19».

Ad ogni modo, però, non  sono di certo solo queste le misure previste dal decreto in questione: a restare in vigore, infatti, sono anche le norme relative all’impiego del Green Pass e del Super Green Pass. Riguardo quest’ultimo, inoltre, il testo prevede l’estensione sino al 31 marzo 2022 della norma secondo cui esso debba essere utilizzato anche in zona bianca per lo svolgimento delle attività che altrimenti sarebbero oggetto di restrizioni in zona gialla. Ciò, in pratica, vuol dire che resteranno precluse ai non vaccinati attività come i ristoranti al chiuso, i cinema, gli stadi e le discoteche. Da segnalare poi anche la creazione di una nuova infrastruttura, per la quale saranno messi a disposizione 6 milioni di euro nel 2022, che servirà allo «stoccaggio ed alla conservazione delle dosi vaccinali per le esigenze nazionali». Il tutto con il fine di assicurare il potenziamento delle infrastrutture strategiche per fronteggiare le esigenze connesse all’emergenza e garantire una capacità adeguata per le «eventuali emergenze sanitarie future». Infine, sono stati prolungati anche i congedi parentali al 50% per i genitori con figli in quarantena causa Covid nonché la possibilità di smart working per i lavoratori fragili.

Detto ciò, bisogna ricordare che il decreto entrerà in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica e dovrà essere presentato alle Camere per la conversione in legge. La durata dello stato di emergenza nazionale, come previsto dal Codice della Protezione civile del 2018, non può infatti «superare i 12 mesi, ed è prorogabile per non più di ulteriori 12 mesi». Proprio per tale motivo il governo per prolungarlo è dovuto intervenire con una norma primaria, ossia appunto un decreto ad hoc da convertire successivamente in legge, non potendo più prorogare lo stato di emergenza originario. Sulle motivazioni di tale scelta, poi, va ricordata l’ipotesi secondo cui con la fine dello stato di emergenza buona parte della normativa prodotta dall’inizio della pandemia potrebbe essere messa in discussione: si tratta di un rischio contenuto ma da tenere in considerazione, dato che molte misure anti Covid stabilite in Italia sono state imposte da decreti legge che citano lo stato di emergenza come loro presupposto.

Oltre a tutto questo, poi, ieri in Italia sono state introdotte anche altre misure relative all’emergenza sanitaria: il ministro della Salute, Roberto Speranza, ha infatti firmato una nuova ordinanza che prevede l’obbligo – valido dal 16 dicembre al 31 gennaio – di test negativo in partenza per le persone che arrivano in Italia dai Paesi dell’Unione Europea, anche se vaccinate. Per quelle non vaccinate, inoltre, è prevista anche la quarantena di 5 giorni. Si tratta di una decisione che ha però prodotto una dura reazione da parte dell’Ue, con la vicepresidente della Commissione europea Vera Jourova che ha affermato che «quando gli Stati membri introducono misure aggiuntive per rendere le condizioni più stringenti devono giustificarlo sulla base della situazione reale», aggiungendo altresì che «queste decisioni individuali degli Stati membri riducono la fiducia delle persone sulla presenza di condizioni uguali ovunque in Europa».

[di Raffaele De Luca]

Il Sudafrica si mobilita contro le multinazionali dell’energia fossile

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In Sudafrica l’indignazione pubblica continua a sfociare in numerose proteste e manifestazioni. Migliaia di sudafricani e decine di comunità indigene si stanno mobilitando contro l’ennesimo progetto di estrazione di energia fossile, in questo caso l’indagine sismica pianificata dalla multinazionale britannica Shell. L’obiettivo dell’azienda è cercare al largo della Wild Coast sudafricana, lungo un’area di 6.000 chilometri quadrati, giacimenti di petrolio e gas.

Simulare onde sismiche per cercare giacimenti minerari o gas naturale è un metodo molto più economico e rapido delle trivellazioni. Ma c’è un enorme rovescio della medaglia. Secondo il parere degli scienziati, il rumore emesso dai fucili ad aria compressa ha effetti devastanti sulla vita marina. Nonostante le evidenze scientifiche, e nonostante il ricorso in tribunale, non sarà facile per i manifestanti rivendicare il loro diritto costituzionale a vivere in un ambiente sano e sicuro.

Giovedì, infatti, il Ministro delle risorse minerarie e dell’energia ha apertamente dichiarato, a nome del Governo, di sostenere l’esplorazione petrolifera.

Gli attivisti temono che acconsentire ad una pratica così invasiva non solo accrescerà il deterioramento della vita marina, inquinando gli ecosistemi costieri. Ma avrà delle ripercussioni sulla vita degli indigeni Xhosa e di altre comunità, la cui cultura, tradizione e sostentamento si basa proprio sull’oceano.

Zukulu, membro della comunità di Mpondo, è stato protagonista nei giorni scorsi di una delle due richieste di interdizione presentata contro diversi ministeri sudafricani e contro la multinazionale Shell. E che avrà esito il 17 dicembre. L’accusa principale che gli rivolge è quella di agire in violazione dei diritti delle popolazioni indigene “al consenso libero, preventivo e informato”. I presagi non sono buoni, dal momento che la prima domanda di interdizione, presentata da associazioni locali e organizzazioni per la giustizia ambientale, ha già visto il declino il 3 dicembre.

La posta in gioco però è davvero alta. “La maggior parte degli animali sott’acqua si affida al suono per comunicare, accoppiarsi ed evitare i predatori”, riferisce Lorien Pichegru, direttore ad interim dell’Istituto per la ricerca costiera e marina della Nelson Mandela University di Port Elizabeth durante un’intervista con Mongabay. “Un alto livello di rumore li influenzerà”, così come è già accaduto per un gruppo di pinguini a seguito dei test sismici nel 2013.

Al momento l’indagine è prevista tra dicembre 2021 e primavera 2022 e consisterà, “in onde d’urto simili a esplosioni che verranno inviate attraverso il fondale marino a intervalli di 10 secondi per 24 ore al giorno”. In merito alla pericolosità dell’intervento Shell si è detta sufficientemente esperta ed attenta a ridurre al minimo l’impatto sulla vita marina.

Però, con tutte le precauzioni possibili, rimane pur vero che sostenere e portare avanti progetti per scovare nuove fonti di combustibili fossili non è in linea con quanto promesso dal governo sudafricano durante la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP26) del 2021.

[di Gloria Ferrari]

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