Si è concluso senza giungere a una decisione il capitolo riguardante l’energia all’interno del summit dei leader UE di ieri. “Le divergenze sul tavolo che hanno reso impossibile adottare conclusioni sull’energia” ha comunicato il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel. I punti di scontro sono stati tanti: il ricorso al carbone in seguito agli aumenti del prezzo del gas e alla crisi delle forniture di questa settimana, l’inserimento di nucleare e gas nella “tassonomia verde” europea, le quote ETS e molto altro. Non avendo individuato una linea comune è stato impossobile concordare più di una dozzina di atti legislativi progettati per tagliare le emissioni di CO2 nei prossimi 30 anni. “Torneremo sull’argomento in un prossimo Consiglio” ha comunicato Michel.
In Canada nasce il primo santuario al mondo per la protezione dei cetacei
In Nuova Scozia (Canada) sta per essere realizzato il Whale Sanctuary Project, un enorme santuario marino per restituire a orche, balene e delfini che per anni hanno vissuto in cattività, una vita il più possibile simile a quella che avrebbero condotto nel loro habitat naturale. Si tratta di uno spazio dove, finalmente, i cetacei salvati dai parchi acquatici, potranno trascorrere un’esistenza dignitosa e priva di violenza.
La domanda che sorge spontanea è: perché non rimettere semplicemente questi animali in libertà? Perché non sarebbe possibile, in quanto fare una cosa del genere con esemplari che hanno vissuto per moltissimo tempo – la maggior parte delle volte dalla loro nascita – in una realtà confinata, vorrebbe dire ucciderli. Strappati alle loro famiglie da cuccioli, tanti non imparano a cacciare e quindi a sopravvivere, e trovarsi liberi in mare senza un branco, sarebbe sinonimo di morte. Questo è il motivo principale che ha spinto un gruppo di ricercatori e ambientalisti canadesi a creare per loro uno ambiente sicuro.
Il nuovo santuario – si parla di 484mila metri quadrati – sta prendendo forma facendo leva sull’approvazione della legge canadese che, nel 2019, ha vietato la detenzione in cattività di delfini, balene e foche. Sorgerà a Sud di Port Hilford, nelle acque dell’Oceano Atlantico, e sarà uno spazio molto grande, pensato per ospitare fino a otto Beluga, meglio conosciuti come “balene bianche”. Il prossimo passo consiste quindi nell’ottenimento di tutti i permessi necessari, per arrivare all’obiettivo di accogliere i primi cetacei a partire dal 2023.
Questi mammiferi acquatici sono organismi importantissimi poiché proteggendo loro, si contribuisce alla tutela del resto dell’ambiente marino. Prima di tutto, sono essenziali per la lotta ai cambiamenti climatici, perché tra i primi a percepire la nascita o l’intensificazione di problemi ambientali. Inoltre, nello specifico, le balene vengono definite specie “ombrello”, in quanto la loro esistenza è fondamentale per l’esistenza dell’enorme e complessa rete ecosistemica in cui si inseriscono, dove ogni organismo dipende da altri organismi e questi, a loro volta, da altri ancora.
Un altro aspetto significativo di questi animali è l’importanza delle loro feci per la vita marina, poiché ricche di ferro e azoto. I mammiferi marini, balene e delfini, sono i soli animali dell’oceano a defecare in superficie e, a differenza delle altre specie, le loro feci sono liquide e non affondano. Questo fa in modo che le sostanze nutrienti restino alla portata del fitoplancton, organismi microscopici di cui si nutrono molti piccoli pesci e, per questo, alla base della catena alimentare degli oceani. Un processo che confuta tanti modelli scientifici, i quali hanno sempre affermato come le balene avessero un effetto negativo sulla produttività marina per via delle grandi quantità di sostanze nutritive da loro consumate, eccessivamente maggiori rispetto a quello restituite. Infine, i cetacei svolgono un ruolo fondamentale nella riduzione del carbonio, in quanto vere e proprie spugne di CO2. Questi, infatti, sono in grado di immagazzinare fino a 33 tonnellate di anidride carbonica.
[di Eugenia Greco]
Lo scandalo del caporalato arriva fin dentro il ministero dell’Interno
Tra le persone indagate in un’inchiesta per caporalato dei Carabinieri e della procura di Foggia vi è anche Rosalba Livrerio Bisceglia, la moglie di Michele di Bari, già prefetto di Reggio Calabria nonché ormai ex capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale. Quest’ultimo dopo aver appreso la notizia ha infatti abbandonato tale incarico dando le sue dimissioni – che sono state accettate dal ministro dell’Interno Luciana Lamorgese – ed ha affermato di essere «dispiaciuto moltissimo» per la vicenda legata alla moglie ma altresì certo della sua «totale estraneità ai fatti contestati». Al momento però Livrerio Bisceglia, socia amministratrice di una delle dieci aziende agricole coinvolte nell’indagine, è indagata per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, accusa ipotizzata a vario titolo per tutti i 16 individui al centro dell’inchiesta. Tra questi, 5 sono stati arrestati (due in carcere e 3 ai domiciliari) mentre per i restanti 11 – tra cui appunto Livrerio Bisceglia – è scattato l’obbligo di firma.
A finire in galera sono stati precisamente due cittadini stranieri, un 33enne gambiano e un 32enne senegalese, secondo gli investigatori colpevoli di essere l’anello di congiunzione tra i rappresentanti delle aziende e i braccianti. I due infatti vivevano nel ghetto di Borgo Mezzanone (Foggia) – dove si trova un accampamento che ospita circa 2000 persone – e grazie a loro veniva reclutata la manodopera per le aziende del territorio, che l’avrebbero successivamente impiegata nei campi del Foggiano. Si tratta di attività svolte tra luglio ed ottobre 2020, che venivano portate a termine grazie ad un modus operandi ben collaudato. Secondo gli investigatori, non appena le aziende richiedevano di trovare lavoratori i due si attivavano selezionando i braccianti, trasportandoli presso i terreni e sorvegliandoli poi durante il lavoro. Chiedevano inoltre 5 euro per il trasporto e 5 euro da ogni lavoratore per aver fatto da tramite. Per quanto riguarda le buste paga riservate ai braccianti, invece, esse sono risultate non veritiere: al loro interno, infatti, venivano indicate un numero di giornate lavorative inferiori a quelle realmente effettuate, senza tener conto dei riposi e delle altre giornate di ferie spettanti. A tutto ciò si aggiunga che i lavoratori non venivano nemmeno sottoposti alla prevista visita medica.
Insomma, un sistema ben dettagliato in cui sarebbe coinvolta Rosalba Livrerio Bisceglia, «consapevole delle modalità delle condotta di reclutamento e sfruttamento». È questo ciò che, come riportato dall’agenzia di stampa Ansa, è stato scritto dal gip di Foggia nell’ordinanza nei confronti degli indagati per l’inchiesta sul caporalato. La moglie del ex capo del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Viminale secondo gli inquirenti impiegava nella sua azienda «manodopera costituita da decine di lavoratori di varie etnie» per la coltivazione dei campi, «sottoponendoli alle condizioni di sfruttamento» desumibili anche «dalle condizioni di lavoro (retributive, di igiene, di sicurezza, di salubrità del luogo di lavoro)» ed «approfittando del loro stato di bisogno derivante dalle condizioni di vita precarie». Non solo, secondo quanto emerso dall’ordinanza Bisceglia trattava direttamente con Bakary Saidy – uno dei due caporali sopracitati – il quale si occupava di condurre nei campi i braccianti dopo averli selezionati «in seguito alla richiesta di manodopera di Livrerio Bisceglia, che comunicava telefonicamente il numero di lavoratori necessari sui campi». Questi ultimi, venivano «assunti tramite documenti forniti dal Saidy» che per tale motivo «riceveva il compenso da Livrerio Bisceglia».
[di Raffaele De Luca]
Blitz antimafia nel Messinese: sequestrati beni per 100 milioni di euro
Nella giornata di oggi un’operazione antimafia condotta dalla polizia di Messina ha determinato il sequestro di beni per un valore complessivo di 100 milioni di euro. Ad essere colpiti dallo stesso, nello specifico, sono state società, aziende agricolo-faunistiche, cooperative sociali, locali di pubblico intrattenimento, hotel e immobili nelle aree di Milazzo e dei Nebrodi. Sono state congelate, inoltre, anche somme di denaro in Paesi esteri. Si tratta dunque di un vero e proprio impero creato dall’imprenditore messinese Giuseppe Busacca, il quale è accusato di aver reinvestito soldi illeciti provenienti dal clan mafioso di Barcellona Pozzo di Gotto.
Le scorie nucleari italiane sono sotto attacco hacker
Domenica 12 dicembre, sono comparsi sugli anfratti loschi della Rete alcuni file sensibili che riguardano l’Italia. Un utente noto solamente con il nom de guerre zerox296 ha infatti pubblicato sui forum Raidforum e Xss dei documenti riguardanti la Sogin, documenti che riguardano perlopiù dei carteggi relativi al progetto Cemex dell’Eurex di Saluggia. Si trattava di un piano che mirava a creare dalle parti di Vercelli un vascone di cemento da 230 metri cubi in cui depositare scorie radioattive liquide, piano che è stato poi rivisto a causa della lentezza dei lavori.
Non una lettura particolarmente accattivante agli occhi delle masse, ma ciò che è stato esibito può comunque risultare utile nella macrosfera dello spionaggio industriale/governativo, inoltre non è che un assaggio di quello che hanno in mano i cybercriminali. I documenti non erano che un piccolo esempio con cui dimostrare che i contenuti trafugati sono “legittimi” e affidabili, così da invogliare i papabili acquirenti a farsi avanti con una proposta d’acquisto. Quello che si può consultare in chiaro non è dunque che la punta dell’iceberg, un iceberg la cui portata è stimata sui 800 GB e per cui gli hacker chiedono circa 250mila dollari sotto forma di criptovalute.
Sogin, vale la pena ricordare, è l’azienda statale che si occupa di decommissioning – ovvero di smantellare gli impianti nucleari – e di gestione dei rifiuti radioattivi, una realtà che opera innegabilmente in un contesto sensibile, soprattutto ora che il discorso nazionale è tornato a propagandare l’importanza “green” ed economica della rivalutazione delle opzioni energetiche di origine nucleare, le quali sembravano ormai state accantonate dal referendum del 2011. La società con partecipazione diretta del Ministero dell’Economia e delle Finanze ha altresì commentato la situazione con una lapidaria nota stampa in cui si limita a riconoscere l’esistenza dell’attacco hacker e a segnalare che l’operatività e la sicurezza degli impianti sia garantita.
Lo scarno comunicato non offre nessuna lettura sugli elementi più importanti della faccenda, ovvero come questa fuga di dati sia avvenuta e quale sia la portata del danno. Sappiamo grosso modo che i criminali hanno messo le mani su dati sensibili quali contratti, curriculum vitae dei collaboratori, cartografie e certificazioni di sicurezza, ma non è dato sapere se le informazioni siano state raccolte con un vero e proprio attacco, attraverso il cosiddetto data scraping, se siano state intercettate in un Cloud o, per assurdo, se qualche malintenzionato sia incappato in una memoria esterna custodita troppo goffamente.
Si tratta di un omissis gigantesco, visto che l’Italia, omologandosi all’Occidente intero, si sta tuffando a capofitto nella digitalizzazione, cosa che a sua volta si tradurrà nel tempo in una lievitazione esponenziale delle fughe di dati e degli attacchi informatici. Non solo risulta dunque necessario consolidare in maniera quasi ossessiva la sicurezza informatica delle infrastrutture sensibili, ma si rende indispensabile già da adesso la definizione di un protocollo comunicativo che garantisca al pubblico massima trasparenza sull’effettiva portata dei danni.
Negli 800 GB persi da Sogin ci sono molti contenuti irrilevanti, ma anche password e chiavi d’accesso di cui è difficile intuire la destinazione d’uso. Una simile ignoranza sarebbe già discutibile se stessimo parlando di un qualche servizio di intrattenimento quale potrebbe essere il video-streaming, tuttavia qui stiamo prendendo in analisi un’azienda che tratta materiali dannosi e che collabora gomito a gomito con realtà quali Enel e Leonardo, anche se venisse fuori che le informazioni trafugate sono innocue, questo episodio può essere interpretato come un pragmatico segnale d’allarme che dovrebbe spingere le autorità a intensificare grandemente gli sforzi preventivi e gestionali di una nazione che vuole informatizzare ogni suo minimo aspetto.
[di Walter Ferri]
Google licenzierà i dipendenti non vaccinati
Google ha comunicato al suo personale statunitense che dovrà tassativamente vaccinarsi contro il Covid-19 entro il 18 gennaio. Per coloro che decideranno di continuare ad opporsi – a meno che non siano in possesso di una esenzione medica o religiosa – sono previsti tre livelli di “pena”: prima 30 giorni di aspettativa dal lavoro retribuita, poi sei mesi di sospensione non retribuita ed infine, se non provvederanno, il licenziamento. A riportare la notizia è stata la CNBC, che ha visionato una serie di documenti interni all’azienda statunitense.
Miniere sottomarine: la nuova frontiera “green” della geopolitica
Nell’era della “transizione green” e, soprattutto, dello scontro geopolitico tra i vari imperi mondiali, su tutti USA e Cina, c’è chi crede che la strada sia l’estrazione mineraria sottomarina. Sul fondo dell’Oceano Pacifico giacciono trilioni di rocce grandi come patate composte da metalli quali il litio, il nichel il cobalto e il manganese, tutti elementi necessari per la costruzione di batterie per veicoli elettrici. Gli squali, quelli umani, si sono già mossi e il Codice minerario che l’Autorità internazionale dei fondali marini (ISA) – organizzazione affiliata alle Nazioni Unite – doveva adottare non vedrà la luce prima di due anni.
Mentre cresce l’opposizione di moltissimi Stati contro l’estrazione mineraria sottomarina ce ne sono altri che non vedono l’ora di consentire l’inizio dello sfruttamento in profondità. La lotta per la redazione del Codice minerario presso l’ISA si prende altri due anni di tempo dopo che è saltato l’ordine del giorno inerente presso la riunione mondiale che in questi giorni riunisce virtualmente i 167 Stati membri. L’opposizione del micro-Stato dell’Oceano Pacifico, Nauru, ha fatto saltare le discussioni per l’adozione del Codice minerario chiedendo una fase interlocutoria ulteriore con la redazione di una tabella di marcia.
Nauru, con soli 21 chilometri quadrati, è il terzo paese più piccolo del mondo dietro Città del Vaticano e Principato di Monaco, e la più piccola Repubblica del pianeta, ma dietro la sua decisione c’è qualcosa di più grande. Nauru ha agito per conto di Nauru Ocean Resources Incorporated (NORI), una consociata interamente controllata da The Metals Company, una società registrata in Canada e precedentemente chiamata DeepGreen. «Il futuro verde è metallico», ha detto Gerard Barron, CEO della compagnia canadese, in riferimento alle “patate” da raccogliere ed estrarre dal fondale marino oceanico. «Questi noduli, come quello che tengo in mano, sono il nuovo petrolio», ha affermato il CEO durante un’intervista con The Detroit News, sostenendo che l’estrazione mineraria sottomarina è molto meno impattante rispetto a quella in terraferma.
Douglas McCauley, professore di biologia marina presso l’Università della California-Santa Barbara, ha affermato: «C’è una base abbastanza chiara della scienza che sappiamo che ci saranno alcune gravi ripercussioni negative per l’estrazione mineraria sulla biodiversità oceanica». Nella lettera che più di 600 scienziati ed esperti di politica hanno firmato, in cui si esortano le Nazioni Unite a mettere un blocco su qualsiasi licenza mineraria, si legge che «la perdita di biodiversità e il funzionamento dell’ecosistema che sarebbe irreversibile su scale temporali multigenerazionale».
La decisione adottata da Nauru, oltre a riflettere la traiettoria industriale e tecnologica impressa al mondo, con la fantomatica “transizione green”, nasconde lotte geopolitiche di enormi proporzioni ove i contendenti principali sono gli Stati Uniti e la Cina.
Mentre sale a livello globale la richiesta dei metalli utili alla costruzione di batterie per veicoli elettrici, la Cina dispone del 75% di tutta la capacità di produzione di batterie e circa l’80% della capacità di raffinazione globale dei metalli inizialmente citati. «Non possiamo semplicemente ridistribuire la torta lontano dai cinesi e da altri paesi», ha detto Duncan Wood, specialista in politica nordamericana presso il Wilson Center, il quale ha proseguito dicendo: «Semplicemente non c’è abbastanza prodotto in questo momento per soddisfare la domanda». La catena di approvvigionamento globale, con la crisi pandemica, ha palesato le criticità della centralità della Cina nella produzione mondiale e il Wilson Center spiega, nel documento The Mosaic Approach: a Multidimensional Strategy for Strengthening America’s Critical Minerals Supply Chain, quale debba essere la strategia statunitense nel riposizionamento globale delle economie e delle catene di approvvigionamento, compresa quella delle materie prime frutto dell’estrattivismo.
La compagnia guidata da Barron intende soddisfare questa esigenza dettata dalla nuova agenda globale “transizionista” che vede gli interessi imperiali in competizione per la supremazia mondiale; e The Metals Company non è la sola: sulla “torta” si sono gettati la belga GSR e UK Seabed Resources, una sussidiaria dell’appaltatore della difesa statunitense Lockheed Martin.
[di Michele Manfrin]
Germania espelle due diplomatici russi dopo sentenza caso Kavtarashvili
Dopo il verdetto del Tribunale di Berlino che ha stabilito il ruolo della Russia nell’ordinare l’omicidio di un ex soldato ceceno richiedente asilo a Berlino, la Germania ha espulso due diplomatici russi. L’omicidio era avvenuto nel 2019 in pieno giorno nel parco Tiergarten, nel cuore della capitale tedesca. L’uomo, un ex militante ceceno di nome Tornike Kavtarashvili, si trovava in asilo in Germania dal 2016: la Russia ne aveva richiesto l’estradizione, ma Berlino non la concesse. L’ambasciatore russo ha definito quella tedesca una decisione “faziosa e politicamente motivata” e l’accusa di coinvolgimento della Russia nell’omicidio “assurda”, motivo per cui vi seguirà una “risposta adeguata”.
Giornalisti o influencer?
Nell’ultima classifica dei 15 giornalisti italiani più attivi sui social, l’unico che ha davvero a che fare con le notizie e che fa davvero il giornalista è al terzo posto: Gianluca Di Marzio, guru del calcio mercato e cane da tartufo dei segreti del pallone.
Tutti gli altri, dal primo all’ultimo, fanno felicemente e serenamente un altro mestiere. Sono influencer, opinionisti o “opinion makers”, scrittori, cacciatori di fake news, ospiti televisivi, perfino giudici di programmi televisivi. Sono, soprattutto, grandi surfisti dell’onda social, come appunto dimostrano una volta di più queste statistiche pubblicate da Primaonline, la Bibbia dei media italiani.
Dal primo per distacco, Andrea Scanzi, a tutti gli altri, è un fiorire e un florilegio di click – interazioni, per dirla bene – che ruotano attorno alla capacità di bucare il video, o lo schermo dello smartphone e del notebook, con tutto il repertorio di chi del giornalismo prende l’etichetta, per poi mettere tutt’altro nel barattolo.
La classifica delle dieci “Best perfoming”, la Top 10 del mese, è eloquente: riguarda opinioni e interventi sugli interventi più disparati, dal Green Pass ai principali temi di attualità, sui quali i nostri fantastici quindici (anzi, dieci) hanno fornito appunto opinioni, suggestioni e punti di vista.
Questo è il ruolo del giornalista all’alba avanzata del Terzo millennio? E’ questo il Frankestein uscito dal laboratorio della modernità, forgiato a misura dei social e dei like? A quanto pare, sì. A quanto pare la parola “giornalista” è sempre più incollata e sovrapposta a quello che di giornalistico ha ormai poco o nulla. Fanno ondeggiare i contatori dei social, fanno impennare le statistiche delle interazioni e fanno la gioia degli inserzionisti e dei rilevatori, ma stanno al giornalismo come Caino stava al diritto di famiglia.
I social, queste classifiche e queste dinamiche, confermano che Lavoisier ha sempre ragione: nulla si crea e nulla si distrugge, è solo il giornalismo che (forse) si trasforma. Si è trasformato in modo forse irreversibile. Era il cane da guardia della società, il faro della democrazia, così almeno veniva descritto e percepito. Produceva fatti, analizzava la realtà con strumenti oggettivi, fattuali, “facta” e domande sui quali le persone potevano riflettere e crearsi opinioni, consapevolezze, feritoie della coscienza da cui la luce poteva entrare e diffondersi. I primi 15 giornalisti italiani “social” del mese, salvo qualche eccezione di cui sopra, confermano che tutto questo non è più necessario. Non serve più, forse è addirittura obsoleto.

I fatti, le domande, l’osservazione della realtà, i ferri del mestiere che servivano prima ad un giornalista, sono stati sostituiti brutalmente da altri strumenti. Per essere “social”, bisogna essere al centro di qualcosa. Bisogna catalizzare l’attenzione, diventare centrale di interesse, produrre da sé le notizie, non limitarsi a cercarle o scavarle. Bisogna essere se stessi notizia, in buona sostanza. Se il numero di click che ci riportano queste statistiche sono attendibili, molto meno che reali, significa che apparire su un un canale della rete può produrre molto più interesse di qualsiasi, sudato e sudatissimo articolo scritto nero su bianco. Milioni di interazioni e un numero enorme di follower testimoniano che l’etichetta di “giornalisti” è perfino riduttiva. Forse è un’epoca che semplicemente cercava voci che si stagliassero sul nulla dei suoi orizzonti, e le ha trovate in chi ha saputo meglio e più velocemente degli altri diventare un guru di qualcosa, sia esso un punto di vista, una crociata ideologica, un sostegno a qualche causa friendly o semplicemente il mettere il timbro su tutto quello che passa e che succede.
Questa Top 15, questa e altre classifiche dei tempi nostri, sono la prova che il giornalista che forniva spunti, suggeriva chiavi di lettura e tirava fuori pezzi di verità in qualche complicato puzzle ha lasciato il campo – con qualche strenua e febbricitante resistenza, in direzione ostinata e contraria – al “giornalista” che in realtà ha risposte, non domande. Che non si interroga, ma risponde. Che produce notizie, non le cerca e tantomeno le approfondisce. Che ha più verità che dubbi, e che ha una parola per tutto, ha da dire su tutto e sempre, non conosce zone d’ombra, pause o (in altri tempi) dignitosi silenzi. Non ci sono più cani da guardia della democrazia e dei governati, ci sono al massimo animali da tastiera. E conta solo quello che il giornalista-personaggio scrive o dice, o meglio quello che “posta” o “twitta”, conta che ci sia e batta un colpo. Sempre e comunque, sette giorni su sette, festivi compresi. Conta che muova la classifica dei click, li titilli e li provochi incessantemente. Conta il fatturato, bellezza.
[di Salvatore Maria Righi]









