sabato 7 Febbraio 2026
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L’inquinamento crescente dei “voli fantasma”

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Gli aerei rappresentano uno dei mezzi di trasporto più inquinanti, eppure in Europa i voli fantasma, ovvero quelli che volano vuoti o semivuoti, stanno pericolosamente aumentando. Secondo una stima di Greenpeace verranno effettuati oltre centomila voli fantasma durante l’inverno, con emissioni che supereranno i due milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Non potendo calcolare con precisione la quantità reale delle emissioni di gas serra generate da voli praticamente inutili, Greenpeace è partita da una dichiarazione di Lufthansa, in cui la compagna precisa che sarà costretta a dare il via a circa 18mila voli fantasma. Solo con i dati pervenuti da Lufthansa si arriva a 360 mila tonnellate di CO₂ equivalente (pari alle emissioni annuali di 240 mila auto a diesel e benzina).

I voli fantasma sono in crescita a causa di un calo dei passeggerei, dovuto anche all’emergenza sanitaria. Nonostante i passeggeri in grave diminuzione, gli aerei continuano e continueranno ad effettuare le tratte previste, con ingenti e irragionevoli emissioni di CO₂. Aeroplani che viaggiano completamente vuoti o con dieci, venti passeggeri, quando potrebbero ospitarne duecento. Ma le compagne seguono fedelmente i programmi prestabiliti per le tratte a prescindere dal numero dei passeggeri, anche se equivale a zero, come conseguenza diretta/indiretta di un regolamento dell’Unione Europea che segue la filosofia “use or lose it“. Tradotto e spiegato in parole povere, “usa il tuo slot altrimenti lo affideremo ad altre compagnie aeree e tu lo perderai”. Quando le compagnie aeree non riescono ad effettuare un certo numero di tratte tra quelle programmate, vedono queste assegnate ad altre compagnie, perdendo quindi i propri slot negli aeroporti. La regola europea, del 1993, è contenuta nell’articolo 10, sezione 5 della CE 95/93 e stabilisce una soglia minima: ogni compagnia dovrebbe far decollare almeno l’80 per cento dei voli in programma. All’inizio degli anni ’90 un provvedimento di questo tipo si adattava alle esigenze e alle richieste di un mercato aeronautico molto diverso, dando stabilità alle compagnie e agli aeroporti. Con la crisi aeronautica viene da sé l’esigenza di adattare la direttiva secondo la domanda attuale, ben diversa da quella del 1993. Allora nel 2020, la soglia minima è stata abbassata al 50 per cento.

Una decisione che prende in considerazione le problematiche attuali ma che nella pratica non genera i cambiamenti necessari. Le stime di Greenpeace sono infatti testimonianza dell’inutilità di questi voli, i quali devono ciecamente seguire la regola degli slot, oggi marginale. Un regolamento ancora esistente ma ben poco idoneo al rispetto degli obiettivi europei di riduzione dei gas serra e agli Accordi di Parigi. Già prima della pandemia l’impatto climatico del settore dell’aviazione era preoccupante e ora lo è ancora di più. Eliminare l’ingente inquinamento completamente insensato dei voli fantasma potrebbe essere un importante passo, ma è necessario che la Commissione europea veda la sospensione dell’use it or lose it come un punto di partenza e non di arrivo. Per ridurre davvero l’impatto inquinante del settore aereo, serve investire su soluzioni diverse, già esistenti e limitare il più possibile voli del tutto vuoti e a corto raggio, spesso superflui o facilmente sostituibili, ma tra i più inquinanti.

[di Francesca Naima]

UE, gabinetto Von der Leyen accusato di “cattiva amministrazione”

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Emily O’Reilly, che ricopre il ruolo di Mediatrice europea (carica che collabora con gli organismi europei per raggiungere la conformità delle pratiche amministrative) ha accusato il gabinetto della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen di “cattiva amministrazione”. L’ufficio non avrebbe infatti risposto adeguatamente alle richieste da parte di un giornalista di visualizzare i messaggi di testo tra Von der Leyen e il CEO di Pfizer riguardanti l’acquisto dei vaccini contro il Covid-19. “L’accesso ai documenti dell’UE è un diritto fondamentale” afferma O’Reilly, che ha sottolineato come “Nessun tentativo è stato fatto” da parte del gabinetto per recuperare i messaggi e renderli di pubblico dominio. Come conseguenza, la Mediatrice ha chiesto alla Commissione di avviare indagini più approfondite e recuperare i messaggi pertinenti.

La ricerca del significato

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Europe at night viewed from space with city lights showing human activity in Germany, France, Spain, Italy and other countries, 3d rendering of planet Earth, elements from NASA

Ha scritto Jerome Bruner che “La ricerca del significato” (questo il titolo del suo libro, ed.It. Boringhieri 1992) è seriamente compromessa nella nostra società, governata dall’informatica e dall’intelligenza artificiale. Il significato è assegnato a priori ai messaggi, i margini della interpretazione si sono ridotti, la spiegazione predeterminata oscura la comprensione, la rende inutile.

L’esperienza umana perde il suo potenziale creativo, sperimentale, e si riduce a conferme e disconferme. Procedere per approssimazione, mettere in campo tentativi, rischiare di sbagliare, accettare le sorprese, valorizzare le novità, esprimersi in modo differente se non si è capiti, confrontare le offerte e le soluzioni sembra roba del passato. È come se le leggi del mercato e gli ecosistemi delle persone fossero saltati in favore di soluzioni algoritmiche precostituite, di programmi e pianificazioni decisi altrove.

“La psicologia popolare – scriveva Bruner – non consiste in un insieme di proposizioni logiche ma in un esercizio di narrativa. La sua base è formata da una potente struttura di storie, miti, generi letterari…in base alla quale gli individui organizzano la propria concezione di sé stessi, degli altri e del mondo in cui vivono”.

Luigi Einaudi, futuro presidente della Repubblica, iniziava così il suo corso accademico di economia politica nel 1944: “Siete mai stati in un borgo di campagna in un giorno di fiera? In mezzo al chiasso dei ragazzi, alle gomitate dei contadini e delle contadine le quali vogliono avvicinarsi al banco dove sono le stoffe da osservare, confrontare, toccare con mano ed alle grida dei venditori… Ma perché ci sia vero mercato, occorre che le due parti siano libere di non mettersi d’accordo“.

La comprensione è il vero orizzonte, non l’assenso, l’adeguamento a prescindere. Il mercato, la fiera sono tra le nostre ultime frontiere simboliche, dove l’umanità è necessariamente molteplice, e dove dunque il modello che agisce è quello delle pluralità delle merci, delle lingue, della loro offerta e traduzione. L’umanità, come il linguaggio, esiste solo al plurale, notava il filosofo Paul Ricoeur, non esiste una sola spiegazione dell’uomo, né in senso biologico, né in altro senso. La condizione umana, conclude Bruner, ha senso soltanto se viene interpretata alla luce del mondo simbolico, culturale. La vera rivoluzione rimane la costruzione del significato, di un significato che comunque ci soddisfi, nonostante i condizionamenti.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

Torino: universitari contro il green pass occupano per tre giorni il Rettorato

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È terminata ieri 28 gennaio nel pomeriggio l’occupazione delle aule del Rettorato dell’Università di Torino. Gli studenti hanno dovuto cedere all’ultimatum imposto da Rettore e Forze dell’Ordine: uscite o vi faremo sgomberare. Le loro rivendicazioni, tra le quali spicca la richiesta dell’abolizione del Green Pass obbligatorio per l’ingresso nelle sedi universitarie, non hanno trovato spazio di confronto: nonostante i ripetuti tentativi, infatti, il rettore Stefano Geuna si è rifiutato di aprire un dialogo nonché di manifestare qualsiasi tipo di interesse per le rivendicazioni degli studenti.

L’iniziativa è stata portata avanti da un gruppo di studenti universitari e attivisti di diverse realtà di movimento locali, i quali hanno occupato per tre giorni alcune aule del Rettorato dell’Università di Torino. «All’inizio eravamo una quindicina, poi nei giorni successivi siamo arrivati ad essere una trentina di persone» racconta a L’Indipendente uno degli studenti che hanno preso parte all’iniziativa. La fine dell’azione è arrivata a seguito di un’ultimatum del Rettore giunto nel pomeriggio di giovedì: avete 24 ore per andarvene, altrimenti vi facciamo sgomberare.

L’assemblea degli studenti contro il green pass di Torino – foto di Valeria Casolaro per L’Indipendente

Mercoledì 26 gennaio, prima giornata di occupazione, gli studenti erano riusciti a consegnare al rettore Geuna una lettera con le proprie rivendicazioni. Tra queste vi è la disapplicazione della misura che prevede il controllo del Green Pass all’ingresso di tute le strutture universitarie, comprese biblioteche, aule studio e mense, e che “lezioni ed esami siano garantiti in presenza indiscriminatamente per tutti coloro che lo desiderano”. Inoltre, visto l’ingente costo dei tamponi, gli studenti chiedono che “l’Università garantisca una convenzione con le farmacie affinché studenti, docenti e personale universitario possano usufruire del tampone gratuitamente o a prezzi molto ridotti“. Non da ultimo, gli studenti chiedono un maggior coinvolgimento delle proprie rappresentanze, avanzando la richiesta che “il Rettore si consulti con tutti gli organi collegiali prima di decidere un nuovo periodo in DAD”, dopo che il 3 gennaio 2022 questa è stata reintrodotta senza che il Rettore si consultasse “con nessun organo rappresentativo degli studenti, adducendo come scusa il fatto che la maggior parte degli atenei stesse prendendo misure per il contenimento dei contagi”.

La polizia presidia l’entrata dell’Università dove si svolge l’assemblea – foto di Valeria Casolaro per L’Indipendente

«Io mi rendo conto che non avremmo potuto ottenere quanto richiedevamo subito, ma sarebbe stato bello se il Rettore ci avesse concesso lo spazio di una discussione, di un confronto» ci spiega uno dei ragazzi presenti all’evento. Dopo la consegna della lettera al Rettore sono seguiti tre giorni di silenzio e, ad ora, gli studenti non hanno ricevuto risposte. «Geuna non ci vuole affrontare, ma noi non accetteremo un rifiuto» affermano i ragazzi nel corso di un’assemblea di confronto tenutasi all’interno dell’Università nel pomeriggio. «Non siamo qua per domandare ma per prendere, perché la libertà non è qualcosa che ci viene concesso e poi revocato, soprattutto non da un Rettore di un’Università».

«L’occupazione è finita, ma la nostra lotta non si ferma. Noi è dal 10 gennaio che mettiamo in atto iniziative di disobbedienza civile, sia con l’attacchinaggio [affiggendo manifesti che riportano la loro causa in giro per la città, soprattutto alle fermate dei mezzi pubblici] sia con azioni concrete come i flash mob sui mezzi pubblici» spiega uno studente. Sottolineando con forza che ignorare e intimidire coloro che avanzano delle rivendicazioni non ne placa lo spirito né silenzia le voci.

[di Valeria Casolaro]

Australia, scoperto oggetto mai osservato prima nello spazio

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Un team di astrofisici della Curtis University, in Australia, ha scoperto l’esistenza di una stella dalle caratteristiche mai osservate prima dall’uomo, a 4 mila anni luce dalla Terra. La scoperta è avvenuta grazie alla segnalazione di uno studente, presa poi in esame dalla professoressa Natasha Hurley-Walker e dal suo team. Si tratta di un oggetto roteante che emette impulsi radio regolari di lunga durata ogni 18 minuti, divenendo così in quei momenti una delle fonti di luce più potenti della nostra galassia. L’esistenza di stelle dalle caratteristiche simili è stata ipotizzata dalle teorie astrofisiche, ma fino ad ora non ne era mai stata dimostrata l’esistenza.

RedBull compra un tratto di costa Adriatica: è l’antipasto della direttiva Bolkestein

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La multinazionale delle bibite RedBull ha sborsato nove milioni di euro per mettere le mani su 120.000 metri quadri di litorale nel golfo di Trieste. Il complesso è articolato in 60.000 metri quadri di proprietà privata e 65.000 in concessione, e comprende l’area di Marina Monfalcone (Gorizia) con 300 posti barca sino a 40 metri, un cantiere nautico, uno yacht club, la prestigiosa Scuola Vela Tito Nordio nonché caseggiati, giardini e spiagge. Il tutto è stato rilevato direttamente dal titolare della Redbull, il magnate austriaco Dietrich Mateschitz, e l’acquisto – secondo la stampa specializzata – sarebbe stato portato a termine tramite una holding cinese. Il progetto della multinazionale prevede di trasformare l’Isola dei Bagni a Marina Nova nel nuovo regno della vela e della nautica brandizzati Red Bull. Un’operazione che anticipa una dinamica che presto potrebbe diventare realtà sulle coste di tutta Italia.

Nel dicembre scorso la Commissione europea ha inviato all’Italia una lettera di messa in mora relativa al rinnovo automatico delle concessioni balneari, minacciando la procedura d’infrazione nel caso in cui il governo italiano non proceda ad applicare i dettami contenuti nella direttiva Bolkestein che prevede la liberalizzazione delle concessioni balneari. Si tratta di una direttiva destinata a provocare un terremoto nella geografia dei lidi italiani, obbligando di fatto a mettere a bando le concessioni balneari. La questione è spinosa: se da un lato è vero che le concessioni riscosse dallo Stato sono basse, con stabilimenti balneari del valore di milioni di euro che con i canoni attuali pagano pochi spicci di concessione, dall’altro sono evidenti le possibili conseguenze nefaste della riforma, in particolare quella che vedrebbe gli stabilimenti balneari gestiti da famiglie (che spesso hanno riversato i risparmi per rilevarli) finire nelle mani di grandi imprenditori, fondi finanziarie o multinazionali contro i quali i gestori attuali avrebbero ben poche possibilità di concorrere nelle gare di appalto.

L’Italia fino adesso è stata restia ad applicare la direttiva europea e, pur avendola ratificata nell’ormai lontano 2010, ha provveduto a rinviarne costantemente l’applicazione. L’ultima modifica di legge approvata durante il governo Conte I (la 145/2018) ha disposto l’estensione delle concessioni balneari fino al 31 dicembre 2033, giustificandola come un “periodo transitorio” necessario ad attuare una riforma organica del settore, che l’allora ministro del turismo Gian Marco Centinaio stava concordando con Bruxelles. Poi il primo governo Conte è caduto e i successivi esecutivi non hanno portato a termine il lavoro, di qui la decisione della Commissione europea di aprire una procedura di infrazione all’Italia. Il governo italiano ha risposto con una lettera nella quale rimarca di avere bisogno di più tempo, ma questo stringe: le voci di corridoio danno per imminente l’avvio ufficiale della procedura di infrazione e, lo scorso novembre, è arrivata inoltre la sentenza con la quale il Consiglio di Stato ha annullato la validità della proroga al 2033 e imposto le gare entro due anni. Nel frattempo, mentre il governo italiano cerca una via di uscita, la conquista delle coste italiane da parte delle multinazionali è già cominciata.

Automotive, Bosch e Marelli annunciano centinaia di esuberi in tutta Italia

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Mentre i fari sono puntati sull’elezione del nuovo capo dello Stato, continua la crisi occupazionale nel settore automotive. La Bosch annuncia 700 esuberi nello stabilimento di Bari nei prossimi cinque anni, su un totale di 1.700 persone. La Marelli, invece, rende noto il licenziamento entro giugno di 550 dipendenti su un totale in Italia di 7.700 occupati. Soprattutto gli addetti tra Bologna e Torino.

Le motivazioni sembrano convergere tutte su un punto: una transizione ecologica verso le auto elettriche che parrebbe troppo repentina e deleteria per la stabilità dei lavoratori. Il ministero dello Sviluppo Economico (Mise) afferma di conoscere la situazione e di tenerla in costante monitoraggio, ma dati gli ultimi risultati del dicastero guidato dal leghista Giorgetti i lavoratori non si sentiranno certo in una botte di ferro. Ad ogni modo si assicura che un tavolo verrà convocato a breve e vi si parlerà, com’è prevedibile che sia, di un tema che il Ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti aveva già sottolineato, ovvero la necessità che le esigenze ambientali e di sviluppo non confliggano così fortemente con quelle sociali e occupazionali.

Frattanto i sindacati annunciano battaglia, dichiarando che metteranno in campo tutte le iniziative necessarie e vogliono un tavolo generale sull’automotive al Mise. Uno dei settori messi più a dura prova dalle politiche del governo. Le organizzazioni vogliono mettersi a disposizione per assecondare la transizione, salvaguardando però tutti i diritti.

In questi anni la Bosch ha messo a punto quattro nuovi prodotti e appare pronta a compiere la riconversione. Il contraccolpo però andrebbe mitigato con politiche ad hoc di sostegno predisposte a livello di governo centrale e regionale. “L’Italia è la seconda manifattura d’Europa. La difficile prospettiva rappresentata da Bosch a Bari è conseguenza di questa veloce trasformazione del mercato e di politiche europee drastiche, che penalizzano l’Italia più di altri Paesi”, ha detto la Confindustria pugliese.

Insomma pare che l’auto elettrica corra troppo veloce rispetto a noi. Ma è anche vero che i problemi non possono essere imputati solamente alla volontà europea di correre nella sua direzione. Nel corso della pandemia il settore automobilistico è stato molto penalizzato, al di là dei processi che stavano avvenendo all’interno. Tutti ricordiamo i mesi di stop e cassa integrazione, ovviamente legati al fatto che con le restrizioni le esigenze di spostamento su motore erano divenute secondarie. C’è stato poi l’evidente problema dell’approvvigionamento di materie prime, con la carenza dei semiconduttori. Che ha rallentato parecchio diverse produzioni. E ora l’esplosione dei prezzi dell’energia. Ma anche senza voler contare la pandemia, le tensioni all’interno di alcuni siti produttivi non sono una novità, vista la classica altalena della domanda, sia interna che internazionale. Su tutti questi fattori si attende la risposta delle istituzioni. Ad ogni modo una realtà è evidente: se non verranno messi in campo investimenti e strumenti di protezione per i lavoratori occupati nelle aziende inquinanti la transizione ecologica finirà per essere soprattutto a svantaggio della classe operaia.

[di Giampiero Cinelli]

 

 

Nuovo presidente della Repubblica: altro nulla di fatto

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Anche la quinta votazione per il nuovo presidente della Repubblica italiana si conclude con una fumata nera. Non è riuscito il blitz con il quale il centro-destra ha cercato di fare eleggere ad erede di Matterella la presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. 382 i voti ottenuti dalla candidata, ben lontani dal quorum necessario (505) ed anche ben al di sotto dei voti in teoria a disposizione del centro-destra stesso (stimati in circa 457) segno che, nel segreto dell’urna, non tutti i grandi elettori della coalizione hanno seguito le indicazioni dei propri leader di partito.

Torino: la polizia carica violentemente la manifestazione degli studenti

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Una manifestante colpita alla testa da una manganellata - Foto di Valeria Casolaro per L'Indipendente

Torino – Nella mattinata di oggi 28 gennaio a Torino un corteo composto dai collettivi studenteschi di vari licei di Torino si è ritrovato in piazza Arbarello per protestare contro il modello di alternanza scuola-lavoro che ha causato la morte di Lorenzo Parelli, ragazzo di 18 anni ucciso da una trave di acciaio nello stabilimento Burimec di Lauzacco. Non appena il corteo ha cercato di spostarsi dalla piazza, tuttavia, le Forze dell’Ordine hanno iniziato a caricare i ragazzi (la maggior parte dei quali minorenni) picchiandoli con i manganelli e ferendone gravemente alcuni.

Una manifestante colpita alla testa da una manganellata – Foto di Valeria Casolaro per L’Indipendente

«È una cosa vergognosa: appena i ragazzi si sono avvicinati pacificamente alla polizia per chiedere di poter passare per le strade i poliziotti sono partiti con le cariche, picchiandoli con i manganelli»: è quanto afferma a L’Indipendente Pino Iaria, referente di Cobas, unico sindacato presente alla manifestazione tenutasi questa mattina a Torino, in piazza Arbarello. Numerosi studenti dei licei torinesi appartenenti a vari collettivi della realtà cittadina si sono infatti dati appuntamento questa mattina, per protestare contro il sistema del PCTO (Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento) che portano i ragazzi a dover alternare scuola e lavoro. Un sistema che spesso si traduce nello sfruttamento della forza lavorativa giovane e a bassissimo costo a notevole vantaggio delle aziende e nell’ambito del quale ha trovato la morte Lorenzo Parelli, appena diciottenne.

Un altro manifestante ferito durante la manifestazione di Torino – foto di Valeria Casolaro per L’Indipendente

«Ci siamo trovati qui in piazza stamattina e avevamo intenzione di portare il corteo per le vie del centro, ma la polizia e i carabinieri ce lo hanno impedito. Anzi, quando ci siamo avvicinati al loro cordone hanno iniziato a caricare» ci racconta una giovane studentessa che si trovava sul posto al momento degli scontri. «Ma non è finita qui: una volta capito che non ci avrebbero fatti muovere abbiamo cercato di fare almeno il giro del perimetro della piazza, ma anche in quel caso appena ci siamo mossi la polizia è nuovamente partita con le cariche».

Mentre parliamo, i ragazzi colpiti durante le cariche si scambiano buste di ghiaccio: alcuni hanno i volti ancora coperti di sangue fresco. Sono diversi i giovani che hanno riportato gravi ferite per i colpi dei manganelli, mentre un paio di ragazzi sono stati portati in ospedale dall’ambulanza dopo aver accusato malori durante le cariche della polizia. «Una ragazza è stata portata via priva di sensi, ancora non abbiamo sue notizie» raccontano i ragazzi presenti alla scena. Il presidio è quindi proseguito nella forma di sit-in, mentre le forze dell’ordine sono rimaste a vigilare sino alla fine bloccando tutti gli ingressi della piazza.

Sono numerose le manifestazioni che si stanno svolgendo in tutta Italia contro il controverso sistema del PCTO, che secondo gli studenti porta alla non acquisizione di reali competenze e allo sfruttamento della loro forza lavorativa, senza adeguate garanzie di sicurezza né tantomeno paghe adeguate.

Una immagine della protesta prima delle cariche della polizia – foto di Valeria Casolaro per L’Indipendente

Gli studenti del collettivo hanno fatto sapere che le loro rivendicazioni non si fermeranno qui e che verranno messe in atto diverse iniziative nei prossimi giorni, per portare avanti le proprie rivendicazioni.

[dalla nostra inviata, Valeria Casolaro]

 

Ma alla fine dei conti, il caffè fa bene o fa male?

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Il caffè è la bevanda mattutina preferita da milioni di persone nel mondo, ma in quanti si sono posti il problema se bere caffè sia salutare o meno?

Il caffè è stato oggetto di un lungo dibattito nella comunità scientifica. Nel 1991 il caffè fu inserito dall’OMS, nell’elenco di sostanze probabilmente cancerogene, anche se, nel 2016, venne rimosso dalla lista, poiché la ricerca medico-scientifica, non associò la bevanda ad un aumento del rischio di cancro; al contrario, rilevò una diminuzione del rischio di alcuni tumori nei fumatori che bevono caffè regolarmente. Ulteriori ricerche che si sono susseguite negli ultimi tempi inoltre, suggeriscono che, se consumato con moderazione, il caffè può essere considerato una bevanda salutare.

Il caffè non è cancerogeno, ma c’è un problema

L’OMS lo scagiona nel 2016 dai sospetti dei decenni passati, ma solleva dubbi sulle bevande consumate a temperature molto elevate, che possono causare lesioni sui tessuti molli della bocca e di conseguenza tumori all’esofago. A rimuovere l’etichetta di bevanda “a rischio”, che aveva guadagnato negli anni ’90, è una nuova comunicazione ufficiale della IARC, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro dell’Organizzazione mondiale della Sanità. Gli esperti della IARC hanno condotto una revisione dettagliata di più di 500 studi sugli effetti del caffè sulla salute, concludendo che non ci sono evidenze scientifiche per considerarlo cancerogeno. Nel 1991, l’organizzazione aveva inserito l’espresso nel gruppo di sostanze 2B, quelle potenzialmente cancerogene, perché sospettato di un legame con il cancro alla vescica.

L’agenzia ha anche analizzato la documentazione relativa al mate, una bevanda a infusione consumata calda in Sud America, dove l’incidenza di tumori all’esofago e al cavo orale è più alta che nel resto del mondo. Neanche il mate è cancerogeno, ma sono le temperature a cui è servito che destano timori: la bevanda è consumata a più di 65°C, spesso con una cannuccia metallica che la introduce direttamente in gola. Questi infusi, dicono gli esperti, consumati a temperature così alte, possono causare piccole lesioni e infiammazioni al cavo orale e quindi essere collegate al rischio di tumori all’esofago. Per questo motivo sono state inserite nella categoria 2A, quella degli agenti “probabilmente cancerogeni” (come la carne rossa). Diversi studi hanno dimostrato che nei Paesi occidentali le bevande come tè, caffè e cioccolata, si consumano a temperature comprese tra i 70 e gli 85°C, che la temperatura preferita al palato per il caffè è di 60°C e che la temperatura ottimale per evitare ustioni è di 57 °C circa. 

Un paio di tazzine al giorno sono alleate per la salute

Libero dai sospetti, il caffè può quindi essere giudicato un buon alleato della nostra salute, in persone sane che non soffrono di malattie o disturbi per i quali la caffeina potrebbe essere controindicata (come l’ipertensione) ed evitando gli eccessi (2-3 tazzine al giorno). Sono centinaia le sostanze presenti nella bevanda, che includono molti antiossidanti e composti chimici in grado di prevenire diverse malattie croniche, tra cui i tumori e le malattie cardiovascolari. La caffeina è ritenuta responsabile della diminuzione del senso di fatica, dell’aumento della vigilanza e dell’aumento della motilità intestinale (effetto digestivo). Altri componenti del caffè (tra cui i polifenoli) potrebbero avere effetti preventivi rispetto all’insorgenza di malattie cardiovascolari, della cirrosi epatica e di svariate forme di tumore. In sostanza, consumando un paio di tazzine al giorno, l’individuo sano può godere del piacere di bere un buon caffè senza temere per la propria salute. Non tutte le persone però sono uguali ed è fondamentale capire se si è particolarmente sensibili alla caffeina: l’organismo di alcune persone metabolizza ed elimina la caffeina più lentamente, per cui risente di più e più a lungo dei suoi effetti. E’ il caso di chi sostiene di non dormire bevendo il caffè dopo le 17 o di chi riporta altri effetti collaterali importanti e poco graditi come la tachicardia. È bene che chi non tollera la caffeina si astenga dal consumo di caffè oppure utilizzi il decaffeinato che ne contiene quantità trascurabili.

L’ora migliore per bere il caffè

Nell’arco della giornata, qual è l’orario ideale per assumere caffeina? Dalle 9:30 alle 11:30 del mattino (per chi si sveglia verso le 6:30) ogni istante è quello giusto. Lo affermano le neuroscienze e la crono-farmacologia, un ramo della medicina che mette in relazione l’assunzione di farmaci o sostanze psicoattive con l’andamento del naturale orologio biologico. Il ritmo circadiano – il complesso orologio interno che mantiene l’organismo sincronizzato con i ritmi naturali del susseguirsi del giorno e della notte e delle stagioni – è regolato da gruppi di neuroni specializzati dell’ipotalamo. Queste cellule nervose controllano funzioni basilari come l’alternanza di sonno e veglia e il rilascio di cortisolo, un ormone noto anche come “ormone dello stress”, che attiva il sistema di allerta (in altre parole, ci tiene svegli e in una condizione di vigilanza). Questo meccanismo neuronale lavora in stretta comunicazione con le cellule fotosensibili della retina. Tra le 8:00 e le 9:00 del mattino, quando siamo investiti dalla prima luce del giorno (in estate anche prima), il livello di cortisolo nel sangue raggiunge un picco: è il momento in cui siamo naturalmente più svegli e assumere caffè a quell’ora rischia di non sortire alcun effetto benefico aggiuntivo. Meglio farlo nella fascia oraria tra le 9:30 e le 11:30 quando il livello di questo ormone cala fisiologicamente, per prepararsi al picco successivo (che avverrà tra le 12:00 e le 13:00). Il nostro organismo secerne cortisolo in base a un andamento giornaliero che prevede picchi massimi e picchi minimi: senza considerare particolari situazioni di stress oppure sessioni di intensa attività fisica (in cui se ne produce molto di più), nelle prime ore del mattino abbiamo la produzione massima, che si riduce dalle 9:30 alle 11:30, risale dalle 12:00 alle 13:00, e subisce un’altra riduzione dalle 13:30 alle 17:00. Un ultimo picco massimo si registra dalle 17:30 alle 19:30, infine il livello decresce nelle ore notturne per ricominciare il ciclo il mattino successivo.

Fonte: Enciclopedia Britannica, Andamento giornaliero dei picchi dell’ormone cortisolo

Definendo il cortisolo una sorta di “caffeina endogena”, appare chiaro che i momenti del giorno nei quali il nostro organismo potrebbe avvantaggiarsi maggiormente di una tazzina di caffè sono tra le 9:30 e le 11:30 e a metà pomeriggio. Detto ciò, nessuno potrà mai mettere in discussione il fatto che spesso si beva caffè solo per il piacere di farlo.

[di Gianpaolo Usai]