martedì 9 Agosto 2022

Il governo ha realmente messo fuorilegge la cannabis light?

Nella giornata di ieri 12 gennaio è stato approvato un decreto interministeriale mirato a regolare la produzione di foglie e infiorescenze nelle piante di canapa. A prima lettura, e secondo quanto riportato su diversi media, la norma sembra imporre il divieto al consumo della cosiddetta “cannabis light”, cioè le infiorescenze di canapa a contenuto non psicoattivo di THC, equiparandola alle sostanze stupefacenti e scatenando un certo allarmismo all’interno del settore di produzione. Tuttavia l’analisi dell’avvocato Carlo Zaina, esperto in materia di disciplina delle sostanze stupefacenti, inquadra la vicenda in un’ottica diversa. Secondo la lettura di Zaina, infatti, il decreto, un puro atto amministrativo e quindi privo della valenza giuridica di una legge, evidenzia la poca competenza nel settore da parte degli enti governativi, i quali sembrano solamente voler mirare a rafforzare il potere discrezionale delle Forze dell’Ordine e della magistratura in ambito di sequestri e iniziative giudiziarie.

Il decreto interministeriale approvato ieri dai Ministeri per le politiche agricole, alimentari e forestali, della Transizione Ecologica e della Salute mira a limitare la produzione di foglie e infiorescenze a contenuto legale di THC, il decreto costringerebbe gli agricoltori italiani “a rinunciare alla possibilità di destinare le produzioni di foglie e infiorescenza da varietà a basso THC alla produzione di aromi, sostanze attive non psicotrope, semilavorati per la cosmesi, rinunciando alla parte di pianta in cui risiedono le principali proprietà officinali”. Si tratterebbe inoltre di una misura che muove passi da gigante nella direzione opposta di molti altri Paesi europei, che si sono invece impegnati a legalizzare l’utilizzo di fiori e foglie per l’estrazione della canapa.

Secondo la lettura dell’avvocato Carlo Zaina, tuttavia, la portata delle conseguenze del provvedimento andrebbe decisamente ridimensionata. Come ricorda l’avvocato, la natura in sé di un decreto ministeriale (o interministeriale, come in questo caso, perché afferisce a diversi Ministeri) è puramente amministrativa e non può essere equiparata alla valenza che hanno misure legislative. Di conseguenza il decreto, se considerato illecito, può essere impugnato di fronte al TAR. “In buona sostanza” spiega Zaina “un atto puramente amministrativo non può derogare, quanto al contenuto, alla Costituzione e agli atti aventi forza di legge sovraordinati, né può avere ad oggetto incriminazioni penali, stante la riserva assoluta di legge che vige in detta materia (art. 25 della Costituzione)”. Si tratta quindi di un atto giuridicamente ininfluente, sia nei termini della materia che vuole disciplinare, ovvero l’utilizzo delle piante officinali, sia in quelli di eventuali ricadute penali per i supposti trasgressori.

Detto questo, scendendo nel merito della questione, la bozza del decreto mira a disciplinare l’utilizzo delle piante officinali, ovvero “le piante cosiddette aromatiche, medicinali e da profumo” (art. 1 comma 2 dl 75/2018). Si tratta di piante comunemente utilizzate per la correzione del gusto dei farmaci, per le quali non è necessariamente prevista una coincidenza con la natura medicinale. Le piante medicinali contengono infatti strutturalmente sostanze utili in campo medico o terapeutico.

A parere di Zaina, il decreto è discutibile perché il presunto divieto di coltivazione di foglie e infiorescenze configge con il fatto che proprio in tali parti della pianta siano presenti sostanze cannabinoidi come la CBD, che possono essere destinate a usi officinali. Si tratterebbe di un elemento di grave contraddizione che sarebbe di per sé sufficiente a rendere discutibile la valenza del decreto. Inoltre dal testo non è chiaro se con il termine “Cannabis” si intendano le piante ad alto contenuto di THC e quindi considerate stupefacenti e rese illecite dal decreto presidenziale 309/90 (nel qual caso si tratterebbe di una lapalissiana ripetizione, che priverebbe di valenza il decreto) o di un goffo tentativo di collegare foglie e infiorescenze all’uso medicinale. In quest’ultimo caso, sostiene Zaina, si tratterebbe di una misura che agisce in supporto al procedimento deliberativo tutt’ora in corso che vuole impedire la produzione del CBD al di fuori del circuito delle grandi multinazionali farmaceutiche, dopo che l’AIFA l’ha classificato come cannabinoide farmacologicamente attivo.

“La volontà di criminalizzare la coltivazione delle piante, con specifico riferimento alle foglie e alle infiorescenze, costituisce una scelta governativa, che si fonda su di una spiccata carenza di conoscenze scientifiche specifiche e su una mala applicazione di criteri normativi da parte degli organi governativi emittenti”. Il decreto costituirebbe quindi uno sgraziato tentativo di criminalizzare un intero settore, con l’unica conseguenza di apportare danni economici e morali potenzialmente ingenti per gli imprenditori.

[di Valeria Casolaro]

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