giovedì 5 Febbraio 2026
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Politiche pandemiche e sanzioni alla Russia: come l’Italia sta devastando il suo turismo

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Il settore del turismo italiano, già pesantemente danneggiato dall'emergenza sanitaria degli ultimi due anni, ora rischia di essere definitivamente messo al tappeto dalla nuova emergenza che preoccupa il mondo intero: la guerra tra Russia ed Ucraina. In reazione ad essa, infatti, l'Italia ha deciso nella giornata di domenica di chiudere lo spazio aereo alla Russia sostanzialmente anticipando di poche ore la decisione dell'Ue, che successivamente ha annunciato la medesima misura a livello europeo: una decisione potenzialmente letale per il turismo italiano, dato che, come denunciato proprio dal...

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Australia: migliaia di sfollati per piogge torrenziali

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Migliaia di australiani sono stati costretti a lasciare le proprie abitazioni a causa delle forti piogge torrenziali che hanno provocato nel sud est del Paese il peggior allagamento dell’ultimo decennio. Secondo le prime stime si contano almeno 13 morti, vittime delle condizioni climatiche estreme che nell’ultima settimana si sono verificate in Australia. Il Bureau of Meteorology, Agenzia del Governo, ha affermato che “i cittadini di Sidney dovrebbero prepararsi a ricevere in poche ore una quantità di pioggia che, in condizioni normali, dovrebbe essere distribuita nell’arco di mesi”.

L’OMS sta lavorando a un passaporto sanitario globale in direzione della “governance 4.0”

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L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è destinata ad assumere un peso crescente nella gestione di eventuali future pandemie, sia coordinando l’introduzione di un passaporto vaccinale globale, sia assumendo un potere decisionale “straordinario” in caso di nuove crisi sanitarie. È quanto riporta Politico in un articolo in cui si spiega che l’organizzazione sta lavorando per uniformare a livello internazionale i diversi certificati vaccinali adottati dalle singole nazioni, dando vita così ad una sorta di certificazione vaccinale “universale”. Un modello unico di certificazione consentirebbe, infatti, una maggiore facilità negli spostamenti internazionali, costruendo così quello che viene definito un “quadro di fiducia” all’interno della comunità internazionale. Attualmente, gli standard di vaccinazione esistenti riguardano solo il certificato Covid digitale dei Paesi dell’Unione Europea, mentre gli Stati Uniti non hanno standard ufficiali, nonostante la predominanza delle “Smart Health Cards” promosse dalla Vaccination Credential Initiative, una coalizione di organizzazioni pubbliche e private che sviluppano il rilascio di credenziali sanitarie verificabili. L’idea è quella di promuovere un’azione coordinata internazionale che associ ad ogni cittadino una certificazione digitale nella forma di “codice QR”, abbinata ad un’identità digitale. Ciò ricalca molto da vicino il programma ID 2020 promosso, tra gli altri, dalla Rockefeller Foundation e da Gavi, l’Alleanza per i vaccini, sebbene non vi siano ancora indicazioni a riguardo, che però – stando alle dichiarazioni dell’OMS – “dovrebbero arrivare presto”.

Nella stessa ottica di fornire soluzioni condivise per i problemi globali rientra anche la volontà, da parte dell’OMS, di istituire un Organo Negoziale Intergovernativo (INB) con l’obiettivo di redigere una convenzione o trattato sulla prevenzione, la preparazione e la risposta alle pandemie, ai sensi dell’articolo 19 della Costituzione dell’organizzazione, che conferisce all’Assemblea mondiale della sanità l’autorità di adottare convenzioni su qualsiasi questione di sua competenza. A tal fine, l’INB terrà la sua prima riunione entro il 1° marzo 2022 – per concordare modalità di lavoro e tempistiche – e la seconda entro il 1° agosto 2022, per discutere i progressi su una bozza di lavoro. Il direttore del Dipartimento della Salute dell’Office of Globale Affaire, Loyce Pace, si è recata a Ginevra per un incontro con l’OMS e gli altri “leader sanitari globali” proprio con l’intento di promuovere tale trattato e aiutare a gettare le basi per una risposta internazionale alla prossima pandemia. Pace ha avanzato proposte di emendamento ai regolamenti sanitari internazionali che conferirebbero all’OMS maggiori poteri in caso di emergenza sanitaria, permettendogli di agire con maggiore rapidità. Gli stessi emendamenti sono stati proposti anche dagli Stati Uniti a gennaio, come riporta Ashleigh Furlong di Politico.

Ciò significa che in caso di ulteriori crisi sanitarie, le decisioni dell’OMS diventerebbero determinanti, soppiantando di fatto quelle degli Stati. Per questo, tale organizzazione rappresenta l’organismo sovranazionale che meglio di altri è in grado di attuare quel nuovo paradigma di governo – denominato dal World Economic Forum (WEF) “governance 4.0” – caratterizzato da una verticalizzazione e concentrazione dei poteri decisionali: questi ultimi dai governi nazionali verrebbero demandati a quelli che spesso vengono definiti “attori transnazionali”, che includono non solo i grandi enti sovranazionali, ma anche le associazioni filantropiche, le associazioni di commercio e tutte le organizzazioni non governative. Poiché, come ha ricordato il fondatore del WEF, Klaus Schwab, “il governo non può più agire come se solo avesse tutte le risposte”, una graduale cessione dei poteri a questi organismi diventa imprescindibile e l’OMS assume da questo punto di vista un ruolo preminente, conferitogli da una condizione emergenziale ormai costante.

Non stupisce, dunque, che – come riporta lo stesso articolo di Politico – il settore privato sia intenzionato a penetrare all’interno delle istituzioni globali per fare pesare maggiormente le sue istanze e conseguire più agevolmente i propri scopi. Proprio con questo proposito, la Global Business Coalition – composta dalla Camera di Commercio degli Stati Uniti, da Business Europe, dalla Confederazione dell’Industria Indiana e da quella di altri sei continenti – ha inviato una lettera all’OMS per chiedere più voce in capitolo nelle decisioni dell’agenzia. È chiaro, dunque, che la direzione intrapresa è quella di una governance globale in cui il ruolo maggiore potrebbe essere assunto oltre che dagli organismi transnazionali proprio dai privati, realizzando un modello di governo tecnocratico, giustificato dall’emergenza, così come auspicato dalle plutocrazie internazionali. In questo scenario, il passaporto sanitario universale diventerebbe uno strumento “simbolo” della nuova governance 4.0, targata OMS.

[di Giorgia Audiello]

Italia, Governo avvisa i camionisti: Non saranno tollerati blocchi stradali

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Nei giorni scorsi vari gruppi di camionisti hanno protestato da nord a sud contro il caro energia e quindi contro l’aumento dei costi del carburante paralizzando il traffico su decine di strade italiane. Diversi presidi si sono registrati soprattutto nel Mezzogiorno, in particolare in Puglia, Campania e Sicilia, dove il 24 febbraio i manifestanti hanno occupato per metà mattinata il porto di Palermo e, qualche ora prima, il casello di San Gregorio a Catania. Sulla questione è tornata il viceministro delle Infrastrutture, Teresa Bellanova, durante un’audizione alla Camera, dove ha affermato l’intenzione di «dare, insieme, una risposta» ai problemi, ma contrastando e impedendo fortemente ogni illegalità.

Regioni e Stato sembrerebbero, almeno fino ad ora, su due lunghezze d’onda differenti: da un lato, ad esempio, il presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci, ha annunciato il proprio sostegno ai camionisti dicendo che: «A voi autotrasportatori abbiamo dato fin dal primo momento il sostegno del governo regionale, anche con lo stanziamento di 10 milioni di euro destinato alla categoria. Le soluzioni in questo settore, però, non possono che arrivare da Roma». Per questo motivo Musumeci ha chiesto al ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini un incontro urgente, ricordando che in caso di una mancanza di risposte tempestive organizzerà una delegazione di funzionari e lavoratori del settore per andare nella capitale ed essere ricevuti. Dall’altro lato, il Governo manifesta la «massima disponibilità» a un confronto con l’obiettivo di «entrare nel merito delle questioni», non proponendo però azioni concrete e immediate sul miglioramento delle condizioni dei lavoratori, nonostante il settore venga definito da Teresa Bellanova, in audizione alla Camera, come «strategico per il Paese». L’unica certezza, secondo lo stesso viceministro delle Infrastrutture, è che oggi «non può essere tollerata alcuna illegalità. Nessuno può permettersi di impedire a un altro di svolgere la propria funzione».

[Di Salvatore Toscano]

Agrofotovoltaico: la tecnologia che sta aiutando le comunità del Kenya

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In Kenya gli scienziati stanno sperimentando dei pannelli solari “speciali” che, grazie alla tecnica agrofotovoltaica, sono in grado sia di generare energia pulita, sia di dare ombra al terreno sottostante il quale, riuscendo a trattenere l’umidità, diventa particolarmente fertile. Questi pannelli, infatti, possono essere posizionati a tre metri da terra, lasciando lo spazio necessario agli agricoltori e ai macchinari agricoli per lavorare. In Africa il sole è quasi sempre garantito, per questo motivo i ricercatori hanno pensato di sperimentare l’agrofotovoltaico in alcune fattorie del Kenya. I risultati sono stati sorprendenti.

I cavoli coltivati sotto i pannelli solari sono un terzo più grandi e “sani”  di quelli coltivati “normalmente” con la stessa quantità di fertilizzante e acqua. Altre verdure, come la melanzana, la lattuga e il mais, hanno riportato caratteristiche molto simili. Gli esperti hanno dichiarato che gli obiettivi erano testare come si sarebbero comportate le coltivazioni all’ombra dei pannelli, cercare di raddoppiare la produzione del terreno e generare energia pulita, in zone africane dalle risorse limitate. La ricerca dimostra che l’agrofotovoltaico può portare svolte significative in un paese come l’Africa. I pannelli, infatti, migliorerebbero la sicurezza alimentare e idrica, rafforzerebbero la resilienza delle persone alla crisi climatica e fornirebbero elettricità a basse emissioni di carbonio. Inoltre, garantirebbero ombra, una minore perdita di acqua nel suolo, e proteggerebbero le colture dalle alte temperature e dai danni dei raggi UV.

Un progetto del genere – il quale prevede l’installazione di 180 pannelli da 345 watt -potrebbe essere replicato in diverse zone del continente, in particolare nell’Africa Orientale, che ben si adatterebbero a ospitare impianti agrofotovoltaici. Le comunità locali, così, godrebbero di preziosi vantaggi, specialmente per quanto concerne il reddito famigliare. Per esempio, in alcune zone remote africane, spesso le donne sono costrette ad acquistare biglietti da 2,50 euro per raggiungere un mercato e procurarsi le verdure. Con i pannelli solari in grado di aumentare la produzione di prodotti vegetali, questo non sarebbe più necessario.

[di Eugenia Greco]

Ucraina: aperti nuovi valichi verso la Polonia

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Nella notte, Ucraina e Polonia hanno aperto due nuovi valichi lungo il confine, in modo da agevolare e velocizzare la fuga dei residenti in Ucraina verso territori più sicuri. Ad annunciarlo è stato il viceministro dell’interno di Kiev, Mary Akopyan, che ai microfoni del Kyiv Independent ha detto: «Ci sono ancora molte macchine ma le code di persone a piedi non sono più così estreme». Secondo l’Agenzia ONU per i rifugiati (UNHCR), sarebbero almeno 660 mila le persone fuggite dall’Ucraina per cercare riparo nei Paesi vicini durante l’ultima settimana.

Rifiuti di plastica, al via i negoziati per un accordo globale

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Nella giornata di ieri i ministri dell’ambiente ed altri rappresentanti di oltre 170 nazioni si sono riuniti a Nairobi, in Kenya, per dare inizio ad una 3 giorni di negoziati nell’ambito della quinta sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente (Unea), un’organo che si occupa di stabilire le priorità in materia di politiche ambientali a livello globale. È quanto si apprende dal sito dell’Unep (il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente), dal quale si evince che tali negoziati si stiano tenendo con l’obiettivo di arrivare ad un accordo globale sull’inquinamento da plastica. Quest’ultimo, nello specifico, dovrebbe avere ad oggetto “l’intero ciclo di vista della plastica”, ovvero la produzione ed il design degli imballaggi nonché la gestione dei rifiuti: a renderlo noto è stata l’agenzia di stampa Reuters, la quale ha fatto sapere che sarebbero questi alcuni dei punti contenuti in una bozza di risoluzione da essa visionata. Nella stessa sarebbe inoltre anche prevista la promozione della progettazione sostenibile degli imballaggi in plastica così da poterli riutilizzare e riciclare, il che vorrebbe dire chiudere definitivamente il capitolo sulla plastica monouso.

Non si hanno invece certezze su un altro aspetto di fondamentale importanza, ovverosia il possibile carattere legalmente vincolante dell’accordo. La bozza, infatti, è enigmatica già a partire dal titolo, nel quale si afferma semplicemente la volontà di dirigersi “verso uno strumento giuridicamente vincolante a livello internazionale”. Tuttavia, sembra comunque probabile l’inserimento della vincolatività nell’accordo dato che, come dichiarato dal direttore esecutivo dell’Unep, Inger Andersen, “un’azione ambiziosa per combattere l’inquinamento da plastica dovrebbe”, tra le altre cose, “essere legalmente vincolante”.

A tal proposito, bisogna ricordare che una settimana di negoziati ha preceduto la creazione della bozza, che solo nelle prime ore della giornata di ieri è stata messa a punto. Ora dunque spetterà ai ministri e rappresentati delle 170 nazioni dare l’ok definitivo all’accordo, cosa che dovrebbe essere fatta nella giornata di mercoledì. Se poi si dovesse raggiungere l’intesa sul documento, quest’ultimo prevedrebbe la formazione di un comitato di negoziazione intergovernativo che dovrebbe limare gli ultimi dettagli con l’obiettivo di avere un accordo pronto per la ratifica nel 2024. Dunque, anche con il raggiungimento di un accordo si dovrebbe comunque aspettare ancora prima che esso diventi realtà, tuttavia ciò non toglie che le riunioni attuali siano di fondamentale importanza dato che con esse si concorderanno i punti fermi dello stesso.

Detto ciò bisogna ricordare che il documento di cui si sta discutendo a Nairobi, che costituirebbe il primo accordo globale per affrontare l’inquinamento da plastica, farebbe seguito ad una direttiva dell’Unione europea recentemente entrata in vigore con cui sono stati messi al bando alcuni oggetti in plastica monouso. Essa però esclude diversi prodotti usa e getta e dunque, seppur rappresenti senza dubbio un primo passo verso la riduzione dell’impatto ambientale della plastica, non costituisce una svolta definitiva. Sarà quindi probabilmente anche per questo che l’Ue, che sta partecipando ai negoziati, propende per un “accordo globale giuridicamente vincolante”, sostenendo inoltre che “solo gli sforzi coordinati a livello mondiale riusciranno a fare fronte all’inquinamento da plastica costituendo esso un problema globale”.

Una posizione ovviamente sostenuta dall’Unep, la quale ricorda che “ogni minuto l’equivalente di un camion della spazzatura pieno di plastica viene scaricato negli oceani”. “Circa 7 miliardi dei 9,2 miliardi di tonnellate di plastica prodotte dal 1950 al 2017 sono diventati rifiuti”, aggiunge l’Unep, sottolineando altresì che l’inquinamento da plastica possa “alterare gli habitat ed i processi naturali, riducendo la capacità degli ecosistemi di adattarsi ai cambiamenti climatici e colpendo direttamente i mezzi di sussistenza di milioni di persone, le capacità di produzione alimentare ed il benessere sociale”.

[di Raffaele De Luca]

Siria: nel mese di febbraio 333 persone uccise in conflitto

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Nel solo mese di febbraio 2022, in Siria, 333 persone sarebbero state uccise nel conflitto armato in corso nel Paese da oltre 10 anni: a renderlo noto è l’Osservatorio siriano per i diritti umani (Sohr), secondo cui tra le vittime vi sarebbero 161 civili, di cui 34 tra bambini e adolescenti ed 11 donne. “Invitiamo ancora una volta la comunità internazionale a lavorare sodo per fermare lo spargimento di sangue in Siria”, si legge a tal proposito sul sito dell’Osservatorio.

La guerra ucraina si svolge anche online

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Le reazioni geopolitiche all’invasione dell’Ucraina sono poste sotto i riflettori globali ormai da giorni, ma parallelamente alle mobilitazioni di truppe c’è una seconda, innovativa, battaglia che sta sconvolgendo il panorama bellico da dietro le quinte, quello della guerra cibernetica (“cyberwarfare”). L’importanza di questa sfera strategica si è dimostrata evidente già nei giorni che hanno preceduto le dichiarazioni indipendiste del Donbass da parte del Cremlino, quando la Computer Emergency Response Team ucraina (CERT-UA) ha segnalato una massiccia manovra di phishing potenzialmente ricollegato a criminali informatici della Bielorussia.

L’assalto non si è fermato però al solo phishing, anzi è presto evoluto in attacchi ransomware che si sono a loro volta tramutati in ondate di data wiping, ovvero nella cancellazione coatta dei dati presenti sui server. In un mondo sempre più digitalizzato, l’hacking si sta dimostrato in questi giorni un mezzo comparabile al sabotaggio di ponti e ferrovie, un mezzo essenziale nel rallentare le capacità di coordinamento degli ingranaggi amministrativi che governano l’Ucraina.

Pensare che il cybercrimine sia stato sfruttato unilateralmente sarebbe però ingenuo. I gruppi hacker, mossi da motivazioni etiche o pecuniarie, si stanno frammentando e ridistribuendo tra le due parti, scatenando un ginepraio digitale che rappresenta un’anticipazione di un possibile futuro fatto di duelli di matrice informatica: gruppi ransomware passati alla Russia si sono visti a loro volta colpiti da colleghi che ne hanno rivelato i dati sensibili, il celebre collettivo di Anonymous sta sfidando la Russia e i politici occidentali che si sono dimostrati accomodanti con il Presidente Vladimir Putin, il gruppo GhostSec sta assalendo le pagine web dei corpi militari russi e lo stesso Governo ucraino ha imbastito uno squadrone di hacker.

Questa “cyber-falange” è stata imbastita in tempi da record da Mykhailo Fedorov, Ministro ucraino della transizione digitale, e coinvolge più di 250mila volontari con sede in ogni angolo del mondo, i quali si coordinano sommariamente attraverso il gruppo Telegram @itarmyofukraine2022. Il plotone si dichiara responsabile dell’abbattimento della webpage del Ministero degli Esteri russo, della borsa valori e di alcune banche direttamente legate alla politica di Mosca. Persino le pagine internettiane di alcune testate giornalistiche russe si sono trovate vittima di attacchi, con il risultato che sono state tramutate per breve periodo in bacheche ricolme di messaggi critici nei confronti di Putin.

Da una parte e dall’altra si registrano insomma centinaia di migliaia di hacker pronti a saggiare le difese avversarie, uno sciame privo di gerarchia che colpisce orizzontalmente giocando la carta dei grandi numeri, un’onda cibernetica che probabilmente è destinata a rimanere per sempre anonima. La guerra in Ucraina sta tuttavia mostrano anche un’altra faccia della guerra dei tempi digitali: quella satellitare. Molti esperti concordano nel suggerire che gli attacchi hacker attribuiti alla Russia siano stati ben al di sotto delle reali possibilità a disposizione del Cremlino, che le forze attaccanti abbiano contenuto per superbia o per strategia la potenza del proprio intervento, una fiacchezza a cui ora, sospettano le Intelligence statunitensi, si cercherà di porre rimedio preparandosi a interferenze satellitari.

Nel caso si tratterebbe della prima dimostrazione concreta dell’esoguerra – ovvero della guerra orbitale – una prospettiva che gli Stati Uniti e gli osservatori terzi stanno temendo. Lo si nota nella scelta di Elon Musk di mettere a disposizione la rete StarLink – soggetta a contratti militari con gli USA – al popolo ucraino qualora le telecomunicazioni dovessero crollare, ma anche nei suggerimenti forniti dal leader di Wikileaks Julian Assange, il quale raccomanda a tutte le persone dell’area di scaricarsi l’app di messaggistica Briar, applicazione che è particolarmente attenta alla privacy e che funziona anche in assenza di wifi grazie a un sistema peer-to-peer in chiave Bluetooth.

Le incertezze in campo sono ancora molte, ma questa sfida globale sta mettendo in scena degli approcci informatici la cui portata era stata fino a ora solamente teorizzata. Considerando l’ampia lista di armi “futuristiche” che ambo le parti hanno raccolto nei reciproci arsenali, non resta che sperare che la situazione non degeneri ulteriormente.

[di Walter Ferri]

Perché l’idea di sostituire il gas russo con le estrazioni in Italia non ha senso

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Nelle scorse settimane il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee (il PiTESAI) ha visto la sua definitiva approvazione dopo 3 anni di attese. A che serve? Si tratta di una specie di documento guida che in più di 200 pagine evidenzia le zone dove in Italia è possibile riprendere a trivellare. Proprio quando si comincia a parlare di fonti rinnovabili e ed energia pulita, il Governo tira fuori con estremo ritardo alcune dritte su come e dove reperire più fonti fossili possibili. Gas in particolare. Un atteggiamento reso ancor più forte dall'inizio della guerra in Ucraina...

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