lunedì 23 Maggio 2022

Uso illegittimo dei dati biometrici: il Texas porta Meta in tribunale

Anche il Texas, nazione simbolo della deregulation, si sta muovendo contro la Big Tech Meta avviando una crociata l’estrazione di profitto dall’uso incontrollato dei dati degli utenti. Il 14 febbraio il Procuratore Generale Ken Paxton ha infatti consegnato ai giudici tutte le carte necessarie a intentare causa contro l’azienda un tempo nota come Facebook, la quale è accusata di aver raccolto i dati biometrici dei texani per ricavarne un tornaconto economico. I documenti fanno riferimento al sistema di riconoscimento facciale della piattaforma, ovvero citano quell’algoritmo che ha lungamente permesso al sistema di scansionare automaticamente le foto caricate sul portale social per identificare i soggetti immortalati negli scatti. Si trattava di una funzione tanto controversa e invasiva che l’UE ne ha imposto la rimozione nel 2012 e che persino gli USA ve ne sono infine ribellati, con il risultato che Meta ne ha annunciato l’abbandono definitivo nel 2021.

Il Texas propone dunque una soluzione tardiva nel reagire all’abuso, tuttavia ha buone possibilità di ricavarne comunque risultati positivi. Paxton ha infatti formalizzato le sue accuse affidandosi alle leggi CUBI che il Governo texano ha passato nel 2009, leggi che prevedevano già allora che le aziende chiedessero esplicitamente il consenso informato da parte di tutti coloro che vengono assoggettati al riconoscimento facciale. Non solo, a inizio 2021 il tanto criticato sistema di tag fotografiche si è già meritato da parte dell’Illinois una class action da 650 milioni di dollari, generando un precedente che ha fatto storia.

Basta leggere tra le righe della nuova causa per capire che chi se ne è fatto autore sta ben pensando di batter cassa: per quanto non sia stata formalizzata una cifra definitiva, vengono richiesti 25.000 dollari per ogni violazione di CUBI e altri 10.000 dollari per ciascun caso riconosciuto di pratica commerciale ingannevole. Le carte stimano che dal 2011 al 2021 gli utenti texani siano aumentati da 12 a 20,5 milioni, quindi tra le righe si evince che un conteggio minuzioso delle violazioni porterebbe a una multa potenziale da centinaia di miliardi di dollari.

Facendo affidamento alla storia, è facile prevedere che un simile traguardo non sarà raggiunto e che piuttosto la causa sia destinata a concludersi con un patteggiamento che rimpinguerà le casse texane senza danneggiare eccessivamente gli interessi di Meta. Anzi, è molto facile che l’accordo si riesca a trovare in tempi relativamente celeri, visto che l’azienda sta passando un periodo orribile a Wall Street e non vede l’ora di levarsi di torno i problemi passati per ricominciare di fresco nel cosiddetto “metaverse”.

La contestazione mossa da Paxton non è certamente rivoluzionaria, tuttavia stranisce notare che anche l’accomodante Texas si stia muovendo contro gli eccessi speculativi delle grandi aziende tecnologiche. O, perlomeno, che lo stia facendo nei confronti di quelle Big Tech che non hanno le loro sedi legali-amministrative all’interno della sfera d’influenza di Austin.

Non solo, un’eventuale, ennesima, multa a Meta potrebbe contribuire a tenere a bada le mire commerciali del social, le quali si stanno progressivamente muovendo verso l’integrazione di realtà virtuali da fruire attraverso visori. Visori che saranno in grado di scansionare ogni elemento degli ambienti che inquadrano, offrendo a chi si occupa di raccolta e vendita dati una vera e propria miniera d’oro di informazioni non ancora debitamente sondate.

[di Walter Ferri]

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