Una risoluzione storica ed attesa così a lungo che molti delegati dopo l’approvazione si sono abbandonati a scene di esultanza e pianti liberatori come raramente se ne vedono nei palazzi istituzionali. All’assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEA-5), riunitasi a Nairobi dal 28 febbraio al 2 marzo 2022, sono state poste le basi per combattere realmente, a livello globale, l’inquinamento da plastica, giungendo a un accordo che sia giuridicamente vincolante per tutti entro il prossimo anno. L’incontro avvenuto in Kenya ha visto l’approvazione da parte dei diversi Capi di Stato, ministri e rappresentati di 175 Stati membri delle Nazioni Unite. Approvata la risoluzione intitolata End Plastic Pollution: Towards an International legally binding instrument. È stato istituito un Comitato Intergovernativo di Negoziazione (INC) che a breve si impegnerà per presentare una tabella di marcia efficacie per contrastare realmente il problema della plastica. Non solo, ma la risoluzione approvata a Nairobi pone l’attenzione sull’intero ciclo di vita della plastica (produzione, progettazione, smaltimento).
Dalle tre bozze iniziali di risoluzione delle varie nazioni coinvolte, lo storico accordo ha fatto dell’INC un mezzo efficace e centrale per ottenere un piano in cui esista una cooperazione internazionale sempre maggiore. Un accordo ambientale multilaterale tanto importante non si vedeva dall’Accordo di Parigi e il recente incontro non è che il primo step. Per la prima sessione dell’INC infatti, l’UNEP (ovvero il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) ha dichiarato di volere convocare un forum entro la fine del 2022. In questo modo, qualsiasi parte interessata potrà dare il proprio contributo col fine di condividere quante conoscenze possibili, migliorando le pratiche per passare a un’economia circolare in ogni parte del mondo, grazie a un genuino interscambio. L’UNEP sarà in prima linea per appoggiare e finanziare qualsiasi governo o impresa che mostrerà vere intenzioni per liberarsi dalla plastica monouso.
Una dichiarazione importante ma necessaria, visto l’esponenziale aumento della produzione di plastica. Basti pensare che se nel 1950 ne venivano prodotte circa 2 milioni di tonnellate, nel 2017 si è arrivati a ben 348 milioni di tonnellate. Di pari passo, il valore dell’industria ha raggiunto i 522,6 miliardi di dollari e le previsioni attestano un ulteriore pericoloso aumento entro il 2040. Non solo, nella stessa data ci sarà una triplicazione dei rifiuti di plastica negli oceani, che già arrivano a circa 11 milioni di tonnellate ogni anno. Ma con un provvedimento che abbia a cuore l’ambiente, dati tanto spaventosi potrebbero diminuire fino all’80% entro il 2040. Senza parlare di quanto un’economia circolare ridurrebbe la produzione di plastica vergine (55%), facendo risparmiare ai governi fino a 70 miliardi di dollari, mentre si verrebbero a creare 700.000 nuovi posti di lavoro. Continuando a vivere la situazione odierna, le emissioni di gas serra associate alla produzione, all’uso e allo smaltimento della plastica rappresenterebbero il 15% delle emissioni consentite entro il 2050 (il famoso limite di 1,5 gradi centigradi). Le emissioni potranno invece ridursi del 25%, se le scelte prese all’UNEA-5 saranno davvero rispettate e applicate.
In Georgia il partito al governo ha annunciato l’intenzione di “presentare immediatamente” la richiesta per entrare a far parte dell’Unione europea, definendola come un’operazione che “aumenterebbe la sicurezza dei suoi cittadini”. Irakli Kobakhidze, leader del Georgian Dream, mercoledì ha detto alla stampa che la decisione del suo partito è “basata sul complessivo contesto politico e sulla nuova realtà” degli ultimi giorni, aggiungendo poi che “la richiesta dovrebbe essere avanzata giovedì”, quindi nelle prossime ore.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione con cui chiede alla Russia di mettere fine alla guerra in Ucraina e di ritirare tutte le sue truppe. I paesi che hanno votato a favore sono stati 141, mentre 5 hanno votato contro e 35 si sono astenuti, tra cui la Cina.
Documentario di 95 minuti, (Visibile sulla piattaforma streaming MUBI), considerato tra i migliori film della 13esima edizione del Rome Independent Film Festival, manifestazione attenta alla complessità del cinema indipendente, diretto dal regista svizzero Pierre-Yves Borgeaud, giornalista e musicista egli stesso che, in pieno stile reportage, segue, camera in spalla, Gilberto Gil, musicista brasiliano e politico che ebbe grande influenza nella corrente musicale del Tropicalismo, vero e proprio movimento teso a “invertire la rotta” di un regime soffocante e oscurantista, attraverso una musica rivoluzionaria che si ispira e trae nutrimento tanto dai ritmi africani quanto dal reggae e dal rock americano contaminando la musica popolare brasiliana tradizionale e dando vita ad una moderna concezione del samba che ha fatto da colonna sonora alla ribellione giovanile del 68. Il Tropicalismo influenzò molto anche il cinema, il teatro e la letteratura e il coinvolgimento come attivista di Gil fu la causa, nel 69, del suo esilio dal Brasile, dove fece poi ritorno nel 1972. Dal 2003 al 2008, durante la presidenza di Luiz Inazio Lula da Silva, è stato il primo uomo di colore nominato ministro della Cultura nel suo paese. Gilberto Gil dopo decenni di concerti, decide di intraprendere un lungo viaggio musicale a contatto con la natura e con popoli ed etnie diverse, condividendo e lasciandosi ispirare dalla contaminazione delle varie culture, per un futuro dove le diversità siano sempre più unite tra loro.
Il viaggio si svolge attraverso tre continenti dell’emisfero sud del pianeta. Parte dalla sua città natale Salvador De Bahia con i ritmi, i colori e la vitalità di ogni carnevale brasiliano, ma con un evento, tipico del luogo, che rimarca il suo risaputo orgoglio nero con la parata del gruppo “Filhos de Gandhi” (I figli di Gandhi) una eccezionale dichiarazione secondo gli ideali di pace, libertà e fratellanza del Mahatma. Vola poi in Australia dove partecipa a riti tribali nelle terre degli aborigeni che continuano nonostante le emarginazioni a mantenere solide le loro tradizioni e la loro cultura territoriale. In Sudafrica a Johannesburg incontra gli artisti nelle township, baraccopoli particolarmente oppresse dall’apartheid, e si esibisce con la MAGI, Orchestra che mescola persone e culture diverse mantenendo il principio di Africa unita e di nazione-arcobaleno, idealizzato e sostenuto da Nelson Mandela. Il viaggio si conclude con il ritorno in Brasile a Sao Gabriel de Cachoeira con un incontro commovente presso le tribù degli indios dell’Amazzonia in lotta per difendere non solo la loro entità culturale ma anche la loro terra.
Uno documentario a tempo di Samba, reggae e musica folkloristica, allegro, suggestivo e allo stesso tempo malinconico che può ridare un po’ di fiducia nel genere umano, usando come veicolo la musica e le emozioni, con idee e valori che si mescolano ad etnie e culture, riuscendo ad ottenere un forte arricchimento reciproco in contrapposizione alla globalizzazione che tutto uniforma e appiattisce in maniera così veloce e incontrollata da creare nuovi scenari politici, sociali e togliendo ogni certezza. Gilberto Gil prova a trasmettere una sua speranza con “A Raça Humana”la canzone che chiude il documentario.
1,7 miliardi di tonnellate: questa la quantità di CO2 rilasciata dall’1% più ricco della popolazione mondiale in poco più di 100 giorni. Una cifra superiore a quella emessa dall’intero continente africano nello stesso periodo. A denunciare questa ingiustizia l’organizzazione internazionale Oxfam, in occasione della diffusione del nuovo rapporto del Gruppo Intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC). Una stima dal forte impatto che sottolinea l’ipocrisia politica sulla questione climatica. Sono infatti trascorsi 100 giorni dalla COP26, il summit a cui ha partecipato buona parte di quel 1%, in certi casi persino raggiungendo la sede a Glasgow a bordo di jet privati altamente inquinanti.
Il divario si fa sentire. Nel complesso, le popolazioni dei paesi in via di sviluppo – quelle in assoluto meno responsabili dell’attuale crisi climatica – sono le stesse che ne subiscono gli effetti più devastanti. Al contrario, il più ricco Nord del mondo – cui è attribuibile gran parte della responsabilità – continua ad inquinare ed emettere gas climalteranti in relazione a degli stili di vita insostenibili ma ormai consolidati. Per queste ragioni, proprio alla COP26, i rappresentanti dei paesi più poveri hanno ribadito la necessità che fossero quelli benestanti a pagare i costi del cambiamenti climatico, ottenendo, tuttavia, dei magri risultati. Ad oggi, solo un quarto di tutte le risorse per il clima destinate ai paesi vulnerabili riguarda l’adattamento. L’accordo di Glasgow, sebbene preveda che vengano raddoppiate fino a 40 miliardi di dollari entro il 2025, non ha ancora incassato risultati sufficienti. L’Onu, infatti, stima che per rendere resilienti i paesi in via di sviluppo servano almeno 70 miliardi l’anno.
«Le persone che vivono nei paesi più colpiti dai cambiamenti climatici – ha dichiarato Nafkote Dabi, portavoce di Oxfam sui cambiamenti climatici – non avevano bisogno del report dell’IPCC per rendersi conto di quanto stia accadendo nella loro vita. A pagare il prezzo più alto sono per esempio i piccoli allevatori della Somalia che hanno visto morire di sete le loro greggi, le famiglie nelle Filippine che hanno perso la loro casa, spazzata via da un ciclone poco prima di Natale». E l’Africa, in particolare, oggi abitata da 1,4 miliardi di persone, è in questo momento una delle aree del mondo più colpite e meno preparate a resistere all’impatto dei cambiamenti climatici. «Le immani sofferenze denunciate nel report dell’IPCC – ha concluso Dabi – devono essere un campanello d’allarme per tutti. Per questo, i paesi ricchi devono farsi carico morale ed economico di sostenere l’adattamento delle comunità più vulnerabili a eventi climatici sempre ormai più estremi e imprevedibili».
Nel 2009 il grande pubblico italiano scoprì, quasi all’improvviso, di essere considerato dagli altri membri dell’Unione Europea, come uno stato in perenne crisi, incapace di onorare gli accordi e economicamente inefficiente, non un partner alla pari, bensì una zavorra di cui liberarsi, come il tono di molti articoli dell’epoca ben testimonia. In questo giudizio l’Italia non era sola, ma accompagnata da altri paesi: Grecia, Spagna e Portogallo, chiamati assieme con l’acronimo PIGS. Se aggiungiamo le loro difficoltà istituzionali e la successiva esplosione della crisi migratoria che ha destabilizzato tutta l’UE, deteriorandone i costrutti fondamentali (con la parziale sospensione di uno dei suoi fondamenti, la libera circolazione), non sorprende allora che il Sud Europa e il bacino del Mediterraneo vengano considerati l’epicentro del problema, se non proprio la principale e forse unica causa delle difficoltà europee. Questa non è però una verità fattuale, bensì ideologica che crea una contrapposizione etica e morale tra due realtà percepite come davvero distinte: un’Europa continentale affidabile, produttiva e ordinata, e un mondo mediterraneo caotico, improduttivo e, ça va sans dire, assolutamente inaffidabile.
La stessa etichetta di PIGS non è neutra, ma ha un chiaro valore negativo e discriminatorio verso quei paesi, i quali ne hanno più volte contestato l’uso. La scelta dei PIGS non era né casuale, né dettata da motivi solo economici. Identificando infatti il ventre molle d’Europa con gli stati del Sud (tutti alle prese con evidenti difficoltà ma non necessariamente più gravi di alcuni paesi centro-europei), puntava a sottolinearne la loro diversità dal resto – virtuoso – dell’Unione. I paesi meridionali erano raccontati come maiali, cioè moralmente riprovevoli, untori volontari e consapevoli della crisi economica per le loro inaffidabilità tipicamente mediterranea. Ma che cos’è l’identità mediterranea e come si definisce? E poi, quando quest’area geografica è diventata sinonimo di sottosviluppo, fragilità economica ed insolvenza, in altre parole di problema? Sono state le crisi finanziarie e migratorie, o queste hanno solo evidenziato una narrazione già esistente?
Come è grande il Mare
Per rispondere è necessario chiedersi cosa sia il Mediterraneo, geograficamente e idealmente, così da capire cosa si intenda per civiltà mediterranea, se sia corretto parlarne e, in definitiva, cosa la caratterizzi. Innanzitutto definire con precisione i confini dell’area mediterranea non è così semplice come potrebbe sembrare. Se per molti questa dovrebbe essere limitata ai paesi che geograficamente vi si affacciano, e nemmeno tutti, visto che, ad esempio, la Francia spesso rifiuta di essere collocata tra i paesi mediterranei, lo storico francese Braudel parla invece di Mediterraneo ingrandito, una zona ben più ampia del bacino marino, e che comprende tutte le terre “dove cresce l’ulivo e il pino”. Definizione empirica, ma sufficientemente chiara, che ha il merito di collocare all’interno della mediterraneità terre come il Portogallo, il Marocco atlantico, ma anche il Vicino Oriente e le coste del Mar Rosso e del Mar Nero, tutte profondamente interconnesse con il Mediterraneo. E negli anni ’30 fa lo stesso il capitano di vascello Francesco Bertonelli, che teorizzava un Mediterraneo allargato,i cui confini strategico-commerciali vanno dal Golfo di Guinea a Ovest, dal Mar Nero a Nord, dalle coste settentrionali del Madagascar al Golfo Persico a Sud-Est.
È evidente quindi che l’area mediterranea non può essere limitata né storicamente né geograficamente alle sole terre che si affacciano sul Grande Mare, ma comprende anche quelle regioni limitrofe simili che proiettano il loro baricentro verso di lui, che riconoscevano e riconoscono il Mediterraneo fondamentale nel loro sviluppo politico-amministrativo e come risorsa economica privilegiata. Del resto si tratta di uno dei mari più pescosi, abitato dal 7,5% delle specie marine mondiali. La sua centralità non è però data solo dalla mitezza del clima o dalla pescosità delle sue acque, ma da un altro fattore, forse il più importante: la facilità di navigazione che lo caratterizza per buona parte dell’anno l’ha reso infatti più che un confine, uno straordinario vettore di comunicazione, sul quale popoli, idee, fedi, conoscenze e ricchezze hanno viaggiato ininterrottamente per secoli. Ed è proprio pensando al Mediterraneo e all’effervescenza dei suoi scambi che Bakunin teorizzerà la lontananza dal mare come la principale causa della stagnazione culturale di un popolo.
Un mare di città
Partendo dall’Egitto e dal Vicino Oriente sorge e fiorisce sulle rive del Grande Mare un reticolo di civiltà che competono e si mescolano tra loro in un ciclo quasi infinito. Diverse per lingua e religione, tendono però a condividere tra loro molti aspetti comuni, e cioè l’organizzazione in città. Bisogna fare attenzione però quando nel mondo antico si parla di città, perché non si tratta solo di insediamenti abitativi, come i villaggi, ma dei luoghi di aggregazione sociale dove si esercita il potere politico, amministrativo, ma anche simbolico e sacrale sul territorio circostante. Per quasi tutti i popoli mediterranei, dalla Mesopotamia a Roma, città e civiltà erano assolutamente sinonimi. Chi non si conformava a questa visione del mondo era percepito come estraneo, e più spesso come primitivo e barbaro. E queste città esistevano e potevano esistere perché erano collegate tra loro attraverso il mare e nell’entroterra attraverso la ragnatela dei fiumi, una fitta rete di relazioni che le manteneva collegate tra loro. Non è un caso infatti che le città si diradino man mano che ci si inoltra lontano dalle coste, lontano dai fiumi che sfociano nel Mediterraneo, fino a scomparire del tutto. Né è un caso che la maggior parte delle città continentali antiche apparirà soltanto per volontà romana, sempre come centri amministrativi delle nuove conquiste, collegati al Mare attraverso una nuova rete comunicativa: le strade. È attraverso questa arteria di strade e rotte navali che in seguito alla Diaspora il popolo ebraico si insedierà in tutte le terre allora conosciute, come sarà sempre grazie a queste direttrici che Roma adotterà la cultura greco-ellenistica e, successivamente, si diffonderà il Cristianesimo.
La nascita dell’Europa
L’implosione dell’Impero Romano d’Occidente a causa delle invasioni barbariche del V secolo cambierà però questo assetto, almeno per quanto concerne l’Europa occidentale: se infatti nel Mediterraneo Orientale la rete di scambi culturali ed economici non si interrompe, anzi sembra rifiorire dopo le invasioni arabe del VII-VIII secolo, l’Occidente subisce un profondo processo di ruralizzazione. La civiltà cittadina importata da Roma in buona parte del continente si ritirerà drammaticamente, con la parziale eccezione dell’Italia, spingendolo quindi inesorabilmente alla periferia del mondo civile, a quest’epoca ancora centrato nel Mediterraneo allargato. È però proprio in quest’epoca di marginalizzazione che si comincia ad elaborare l’idea di un’identità europea continentale, condivisa, pur con tutte le differenze, a tutti i popoli del continente e il cui primo nucleo, quello che da molti è stato identificato come il vero cuore europeo, è riconoscibile nell’impero di Carlo Magno: Francia, Germania e Italia Centro-settentrionale. Anche se queste due identità sono per certi versi contrapposte, molte aree geografiche – come il Sud della Francia, la Spagna o l’Italia del Nord – si sentiranno (e verranno a loro volta percepite dagli altri) come più affini ora all’una, ora all’altra.
Questa nuova identità continentale è la base di ciò che oggi chiamiamo impropriamente Occidente, ma in quest’epoca non ha ancora nessun giudizio di merito. Per i successivi otto-nove secoli sarà sempre il Mediterraneo il cuore ideale della civiltà: è lì che si trovano gli imperi più floridi e le città più ricche, è lì dove avvengono i principali scambi economici e culturali. Il resto del continente ne beneficia quando riesce ad inserirsi in questo intenso sistema di traffici, e le città italiane si arricchiscono oltre misura proprio facendo da cerniera tra questi due mondi. Ma dal XVI secolo la situazione cambia. L’affermarsi dell’egemonia ottomana e il diffondersi della Riforma Protestante rafforzano il senso di distacco e diversità centro-europeo nei confronti del Mediterraneo: mondo cristiano vs. mondo musulmano, mediterranei cattolici vs. protestanti. Se a ciò si aggiunge anche il progressivo slittamento del baricentro economico e politico verso l’Oceano Atlantico a seguito delle grandi scoperte geografiche, si vede facilmente come da culla di civiltà il Mediterraneo lentamente venga percepito come un confine, come la periferia del “mondo civile”.
Se ancora nel 1610 Maria de’ Medici, appena incoronata Regina di Francia, può lamentarsi del palazzo reale del Louvre, dicendo che non ci avrebbe fatto vivere nemmeno i suoi servi, un secolo dopo il rapporto si è completamente invertito, il Mediterraneo non è più culla di civiltà, ma una zona sottosviluppata, i paesi del Sud sono decadenti, spesso caotici e sporchi, come noteranno a più riprese molti viaggiatori del ‘700 e dell’800, soprattutto con l’affermarsi dell’industrializzazione. Si affermano gli stereotipi sugli abitanti: furbi, amanti della bella vita, irascibili, passionali, orgogliosi, caratteristiche che, a prima vista sembrerebbero neutre, ma che in realtà esprimono un giudizio di superiorità nei loro confronti: l’uomo civile è compassato, flemmatico come direbbero gli Inglesi dell’epoca, cioè capace di filtrare attraverso la propria ragione la sua parte istintuale, di conseguenza i mediterranei, che non sono in grado di farlo, sono primitivi, uomini a metà, inaffidabili perché poco razionali, e che vivono tra le gloriose rovine greche e romane senza capirle, senza poterle ereditare, visto che la civiltà, la tecnologia, la ricchezza ed il progresso ora sono a Nord.
Dallo stereotipo alla formulazione razzista il passo poi è breve, e infatti nell’Ottocento pensatori come Ripley e Gobineau teorizzarono la razza mediterranea come inferiore, proprio per quel suo carattere di mescolanza e di continuo scambio propiziata dalla navigabilità del Grande Mare. Ideologia questa che ha poi sostenuto, incentivato e giustificato il colonialismo – soprattutto francese – nel Nord Africa. Nonostante l’apertura del Canale di Suez abbia ricollocato il Mediterraneo come uno dei principali vettori di scambi economici, la sua percezione ancora oggi non di discosta molto dall’immagine di periferia della civiltà occidentale maturata nel XVIII secolo. Anzi, l’affermarsi negli ultimi 30 anni della dottrina del Greater Middle Eastpromossa dagli Usa e dalla Nato, che nell’antagonismo al cosiddetto radicalismo terrorista islamico riconosce un’unica area di intervento che va dal Marocco all’Asia Centrale, non ha fatto che acuire l’idea che la zona mediterranea fosse un confine, e non una zona di scambi. Né è riuscita a intervenire l’Unione Europea che dopo aver promosso nel ’98 il Partenariato euro-mediterraneo e dieci anni dopo l’Unione per il Mediterraneo per impulso francese (pensate nelle intenzioni originarie per portare alla creazione di un mercato comune e alla stabilità della regione), sostanzialmente se ne è lavata le mani, preferendo volgere l’attenzione all’Est del continente.
È arrivato l’ok definitivo del Senato alla conversione in legge del decreto Covid che prevede l’obbligo del vaccino anti-Covid per gli over 50. Il provvedimento, su cui il governo ha posto la questione di fiducia tramite il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà, è stato approvato con 193 voti favorevoli, 35 contrari e nessun astenuto.
L’Italia si risveglia oggi con un paradosso: come rispondere alle decisioni e alle mosse di Putin? Con la censura nel proprio Paese. È ciò che è successo al professor Paolo Nori e al suo corso sul celebre romanziere russo Fëdor Michajlovič Dostoevskij, cancellato dall’Università Bicocca di Milano per “evitare ogni forma di polemica dato il momento di forte tensione attuale”. Una scelta che testimonia un clima tutt’altro che democratico, dove si ritiene evidentemente giusto non solo trasmettere una realtà a senso unico sui media, ma addirittura recidere con la censura qualsiasi legame con la Russia, anche culturale come nel caso di uno scrittore di fama mondiale. «Non solo essere un russo vivente è una colpa oggi in Italia, ma lo è anche essere morto» ha commentato il professor Nori, per poi aggiungere: «Ciò che sta succedendo in Ucraina è una cosa orribile, ma parte di quello che sta accadendo di conseguenza in Italia è ridicolo», tra cui censurare un corso su un autore «condannato a morte nel 1849 per aver letto qualcosa di proibito».
Paolo Nori non trattiene le lacrime di fronte a questa decisione assurda e paradossale, che non assume un senso da qualsiasi punto di vista venga osservata. «Che una università italiana proibisca una corso su un autore come Dostoevskij è una cosa che io non posso credere», ha infine aggiunto. Almeno, guardando al bicchiere mezzo pieno, dalla Bicocca sembrerebbe appena arrivata una retromarcia sulla decisione, mentre centinaia di persone hanno espresso nelle scorse ore la loro solidarietà al professore, tra cui si annoverano diversi profili politici, da Pier Luigi Bersani a Matteo Renzi. Tornando, invece, al bicchiere mezzo vuoto c’è da ricordare come la stessa politica, e in particolare il Pd, abbia fortemente protestato in Commissione di Vigilanza RAI per le parole del giornalista corrispondente da Mosca, Marc Innaro, colpevole di aver ricordato quanto segue nel suo intervento in diretta al Tg2: «Basta guardare la cartina geografica per capire che, negli ultimi 30 anni, chi si è allargato non è stata la Russia, ma la Nato». Il giornalista è stato prontamente bollato come filo-russo e adesso rischia ripercussioni sul proprio lavoro: quanto ha detto è una ovvietà che non può essere smentita, ma evidentemente politicamente scorretta in un momento in cui i media si arroccano nella comunicazione a senso unico che deve forzare gli spettatori non a riflettere ma a scegliere acriticamente da che parte stare.
I due episodi non possono far altro che spingere alla riflessione, perché cancellare un corso su un autore “colpevole” del fatto che la sua patria, 150 anni dopo la sua morte, abbia attaccato uno Stato o attivare una procedura di vigilanza nei confronti di un giornalista che riporta in maniera obiettiva dei dati sono sintomi di una malattia che un Paese che si professa come difensore della democrazia e della libertà non può permettersi. Una narrazione a senso unico che nei giorni scorsi ha oltretutto fatto abbondante uso di fake news.
Il settore del turismo italiano, già pesantemente danneggiato dall'emergenza sanitaria degli ultimi due anni, ora rischia di essere definitivamente messo al tappeto dalla nuova emergenza che preoccupa il mondo intero: la guerra tra Russia ed Ucraina. In reazione ad essa, infatti, l'Italia ha deciso nella giornata di domenica di chiudere lo spazio aereo alla Russia sostanzialmente anticipando di poche ore la decisione dell'Ue, che successivamente ha annunciato la medesima misura a livello europeo: una decisione potenzialmente letale per il turismo italiano, dato che, come denunciato proprio dal...
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