giovedì 5 Febbraio 2026
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Cos’è la riforma del catasto su cui il governo sta rischiando la crisi

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Draghi

Il governo rischia di cadere sulla riforma del catasto. Fino a pochi giorni fa sarebbe sembrata fantapolitica, invece il messaggio è passato molto chiaramente tra le file dell’esecutivo. Lo ha dichiarato Draghi e lo ha ribadito la sottosegretaria al ministero dell’Economia e delle Finanze, Maria Cecilia Guerra. Queste le sue parole: «Se l’articolo 6 non viene approvato si ritiene conclusa l’esperienza di governo». Si parla appunto dell’articolo 6 delle legge delega sulla riforma fiscale e riguarda la revisione del catasto. Per quanto si tratti di disposizioni ancora poco specifiche, l’intento è la “modernizzazione” dei criteri di rilevazione, una nuova mappatura degli immobili (identificando gli abusivi e i terreni agricoli edificabili) e l’adeguamento dei valori catastali agli attuali prezzi di mercato, così come della rendita patrimoniale, prevedendo meccanismi di adeguamento periodico. L’intervento sarà effettivo a decorrere dal 1° gennaio 2026. Oggi è in programma la riunione della Commissione Finanze alla Camera in cui si affronterà il punto. La Lega è ancora intenzionata a sopprimere l’articolo 6 del progetto di riforma coadiuvata da Fratelli d’Italia, Il Partito Democratico e Italia Viva sono favorevoli, mentre Forza Italia si accolla l’onere di tentare una mediazione dopo aver pensato anche lei inizialmente a un emendamento che eliminasse la parte del catasto. In mezzo al guado, come ormai da copione, il Movimento 5 Stelle.

Cosa prevede la riforma

L’articolo in discussione prevede un nuovo sistema di mappatura degli immobili con nuovi strumenti per Comuni e Agenzia delle Entrate: i dati raccolti dovranno essere disponibili dal primo gennaio 2026. Lo scopo è fare emergere immobili e terreni non accatastati correttamente o “fantasma” (non registrati) e per i quali i proprietari non pagano tasse. Si prevede poi di rideterminare i valori di mercato delle abitazioni tenendo conto anche delle aree in cui sono costruiti, preparando inoltre una nuova mappa con l’aumento delle zone catastali nelle città. Secondo i fautori, insomma, il fine è semplicemente quello di “riattualizzare” le mappe catastali rendendole adeguata alla realtà dei fatti.

Lo zampino del Recovery Plan

Ma perché per il governo è così fondamentale? La questione va legata al Pnrr. I prestiti inizieranno ad essere ripagati nel 2027. La nuova disciplina catastale entrerebbe in vigore l’anno prima. Il documento che illustra il Piano di Ripresa e Resilienza comprende anche, tra le vaste e vincolanti misure di accompagnamento, una riforma fiscale, vista come elemento prioritario per combattere le “debolezze strutturali del paese”. Cosa vuol dire nel concreto? Vuol dire che bisogna assicurarsi entrate fiscali sufficienti a far fronte ai debiti da ripagare. E la ricchezza principale degli italiani risiede nel loro patrimonio immobiliare. Se ce ne sarà bisogno, quindi, le tasse sugli immobili possono salire.

La protesta è dunque in ragione del pericolo di aumenti fiscali sulla casa e il potenziale ritorno dell’Imu sulla prima casa, elemento che da sempre per le destre rappresenta un punto su cui battersi. Discorso che vale più per l’area settentrionale dell’Italia che quella meridionale. Ma il proposito della riforma è anche far emergere gli immobili non censiti, circa 1,2 milioni. Più quelli accatastati ma che non figurano nelle dichiarazioni dei contribuenti, circa 2,1 milioni.

I numeri in ballo

Basandosi sull’ultimo rapporto curato dal Mef e dall’Agenzia delle Entrate, vediamo che gli immobili in Italia sono 64,4 milioni. 34,9 milioni le abitazioni comunemente intese. La somma delle rendite catastali (cioè la somma imponibile dal fisco) degli edifici di gruppo A, esclusi gli uffici, è di 16,9 miliardi di euro, corrispondente a una media di 500 euro annui. Secondo le stime, è il 10-15% in meno in rapporto ai potenziali guadagni di un affitto. C’è poi un’anomalia che il governo vuole sanare, ovvero quel caso in cui due coniugi vivono concretamente nella stessa casa ma sono formalmente residenti in altre. Di fatto, la loro reale abitazione agli occhi del fisco non rappresenta una “prima casa”. Mancherebbero così all’appello circa 1,5-2 milioni di effettive prime case, come abbiamo detto all’inizio, con i benefici fiscali che ciò comporta. Infatti, da qualche anno l’Imu sulla prima casa non è più obbligatorio per tutti ma solo per alcune specificità.

Le prospettive

Bisogna comunque ponderare bene gli effetti di una riforma del genere. Il governo assicura che non influirà sul gettito totale legato agli immobili (40 miliardi, di cui circa 20 l’Imu e gli altri derivanti da altre tasse), ma questo non vuol dire che singolarmente un cittadino non possa pagare di più. In quanto aumenterebbero i parametri Isee, facendo perdere il diritto ad alcune agevolazioni. Si presume anche una revisione delle aliquote, dunque una redistribuzione del carico. Redistribuzione ragionevole per certi versi (pensiamo alle fasce proprietarie di seconde case, su cui l’Imu si paga) ma insidiosa per coloro che potrebbero vedersi dimezzato il valore delle proprietà. Per questo è da scongiurare la conseguenza indiretta degli aumenti dei prezzi degli affitti.

[di Giampiero Cinelli]

Francia: il super green pass sarà sospeso dal 14 marzo

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In Francia il pass vaccinale, ossia l’equivalente del nostro super green pass, sarà sospeso a partire dal 14 marzo: lo ha annunciato oggi il primo ministro del Paese, Jean Castex. Quest’ultimo, ha altresì dichiarato che dal medesimo giorno non sarà più obbligatorio indossare la mascherina al chiuso, precisando però che il dispositivo di protezione individuale dovrà ancora essere utilizzato nei mezzi pubblici. Per poter accedere poi agli ospedali, alle case di riposo o alle strutture per gli adulti con disabilità, Castex ha comunicato che «salvo emergenze» alle persone basterà possedere il pass sanitario, ossia l’equivalente del nostro green pass.

Mentre il mondo guarda all’Ucraina, Israele intensifica le violenze sui palestinesi

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Anche se negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è concentrata sulla guerra tra Ucraina e Russia, le altre guerra non vanno in vacanza. Anzi, in alcune parti del mondo sembra ci si voglia approfittare della scomparsa dei riflettori per intensificare le azioni violente. È il caso della Palestina, un conflitto di cui spesso l’Occidente perde memoria. Negli ultimi giorni tre ragazzi palestinesi sono stati uccisi dall’esercito israeliano a colpi di arma da fuoco. Non sono numeri, anche se i morti a certe latitudini rischiano spesso di diventarlo, quindi meritano di essere citati per nome: Abdullah al-Hosari, 22 anni, e Shadi Khaled Najm, 18 anni, e Ammar Shafiq Abu Afifa, 21 anni.

Non solo: nella notte tra l’1 e il 2 marzo nella parte settentrionale della Cisgiordania, le forze israeliane hanno arrestato 37 palestinesi. Tra loro anche un padre e suo figlio, la cui casa è stata più volte perquisita. E ancora. Il 28 febbraio, 7 palestinesi, tra cui anche bambini e donne, sono rimasti feriti dopo che la polizia è intervenuta per attaccare la zona di Bab al-Amud e quella della Città Vecchia di Gerusalemme. Oltre a loro sono state arrestate altre 24 persone.

 

Queste aggressioni avvengono il più delle volte senza un mandato di perquisizione, e sotto il libero arbitrio delle autorità israeliane. Seppur in territorio palestinese, spesso gli agenti si muovono con disinvoltura, ogni qual volta decidano di fare una rappresaglia.

La lista dei reati, uccisioni, violenza e arresti ai danni dei palestinesi potrebbe continuare all’infinito. Secondo la legge militare israeliana, i comandanti dell’esercito detengono la massima autorità sui palestinesi. In particolare, le forze militari possono apporre decisioni legislative e giudiziarie, che ricadono su oltre 3 milioni di cittadini che vivono in Cisgiordania.

 

Andando a ritroso nel tempo, gli abusi israeliani si fanno sempre più evidenti. Il 5 gennaio, ad esempio, la polizia ha investito un anziano attivista palestinese che tentava di evitare il sequestro di alcune auto del villaggio. Qualche giorno dopo i soldati hanno aggredito un altro uomo, lasciandolo bendato e legato. Questo è morto qualche ora dopo, colpito da un infarto.

Per questo motivo e molti altri, lo scorso martedì i prigionieri palestinesi detenuti nelle carceri israeliane hanno indetto uno sciopero della fame come segno di rifiuto delle punizioni imposte dal Servizio carcerario israeliano. Ad oggi sono detenuti ingiustamente più di 4.500 palestinesi.

Karim Khan, Procuratore capo della Corte penale internazionale, nelle scorse ore ha aperto un’indagine su possibili crimini di guerra e crimini contro l’umanità in Ucraina. Una risoluzione simile è stata applicata l’anno scorso anche per i crimini commessi da Israele ai danni dei palestinesi. Il primo ministro israeliano aveva commentato dicendo che si trattava di «puro antisemitismo». La decisione della Corte potrebbe non essere abbastanza, e arrivare tardi, soprattutto perché, come dicevamo, gli abusi contro i palestinesi vanno avanti da moltissimi anni.

Quanta terra sarà ancora strappata aspettando una sentenza definitiva? Quante case distrutte? E quanti palestinesi uccisi, torturati o ingiustamente imprigionati? Quanta storia sarà ancora cancellata o rimossa dalla memoria delle persone?

[di Gloria Ferrari]

L’Europa avvia la censura di guerra: al bando i media russi RT e Sputnik

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Confronto e comparazione delle fonti sono due pilastri di una lettura obiettiva, di un’analisi critica o di uno studio oggettivo. Porre un filtro alle notizie, decidendo a priori chi possa o non possa svolgere il proprio lavoro, è una scelta che merita particolare attenzione. Ursula Von Der Leyen, Presidente della Commissione europea, ha annunciato di aver compiuto un passo senza precedenti, «sospendendo le licenze per la macchina di propaganda del Cremlino». «Russia Today e Sputnik, di proprietà statale, così come le loro sussidiarie, non saranno più in grado di diffondere le loro bugie per giustificare la guerra di Putin e per dividere la nostra Unione», ha poi aggiunto. Viene così inibito da tutta Europa l’accesso a due media che evidentemente non hanno contravvenuto a nessuna legge, se non quella – non scritta – di non essere allineati alla narrazione dominante. L’accesso a Russia Today (Rt.com) funziona già a singhiozzo e da questa mattina si alternano momenti in cui risulta irraggiungibile ad altri dove funziona correttamente (segno probabile di come il tentativo di messa al bando sia in corso), mentre Spuntnik (Sputnik.com) risulta ancora raggiungibile, almeno nel momento in cui scriviamo.

Partiamo da alcune considerazioni: in un’ipotetica realtà in cui si tenesse conto del parametro “diffusione di bugie” per la creazione e il funzionamento di una testata o di un’emittente, con ogni probabilità le redazioni che resterebbero in vita si conterebbero sulle dita di una mano. La presenza di un gran numero di notizie non verificate, fake news e propaganda mal celata sono ampiamente verificate anche sui media europei ed italiani in merito alla questione ucraina. Credere che questi problemi possano affliggere soltanto le testate al di là del Danubio è quindi decisione puramente politica, soprattutto se non si testa con mano la validità di queste redazioni, attendendosi esclusivamente a ciò che afferma un organo sovranazionale. Dal punto di vista della linea editoriale, infatti, Sputnik e RT (Russia Today) non si discostano molto dai temi affrontati dai media italiani ed europei, fatta eccezione per gli argomenti “sensibili” al governo russo, vista la sua sovvenzione. Ma qui si entra già in un altro discorso, in cui noi crediamo fermamente, legato all’indipendenza degli organi di stampa che soltanto allontanandosi dai rapporti istituzionali e commerciali possono svolgere a pieno il proprio lavoro.

Così, nella terra della democrazia e della libertà, ai cittadini viene negata la possibilità di giudicare da soli cosa sia vero e cosa no, di confrontare versioni e fonti, non fornendo un’alternativa a questo vuoto d’informazione, soprattutto per quello rappresentato da RT, che soltanto in Germania avrebbe raccolto nel 2021 circa 20 milioni di visualizzazioni mensili sul proprio canale YouTube, prima di essere chiuso dalla piattaforma a settembre dello stesso anno. Quindi, come spesso accade, la decisione finale nasconde dei precedenti: la messa al bando di RT e Sputnik da parte dell’Unione europea sembrerebbe parte di una vera e propria guerra mediatica che da anni si combatte fra l’occidente e la Russia, a suon di chiusure, limitazioni e censure. Al 2020 risale, infatti, la decisione del ramo degli affari esteri dell’Ue di avviare un monitoraggio circa le “tattiche di disinformazione presumibilmente utilizzate dallo Stato russo attraverso piattaforme di comunicazione come Telegram e media, tra cui RT e Sputnik”, sul presunto avvelenamento di Alexei Navalny e le continue proteste in Bielorussia. Andando indietro nel tempo, nel 2017, si trovano diverse denunce da parte Google circa la presunta disinformazione delle due emittenti, mentre nello stesso periodo Twitter decideva di bloccare loro la possibilità di pubblicare post sponsorizzati, con l’obiettivo di ostacolare l’allargamento della propria base di utenti.

È interessante, dunque, riflettere su quanto sia in linea la decisione di oscurare dei canali di informazione con i valori occidentali, la cui difesa, accompagnata da una certa fobia anti-russa, è stata tanto propugnata nei giorni scorsi. In democrazia le informazioni false vengono smentite con l’argomentazione e con i dati, non con la censura. Perché così facendo ci si pone sullo stesso livello di chi si dice di voler contrastare, e a questo punto – comunque possa terminare la guerra – di sicuro ci avrà perso ancora una volta la libertà d’informazione dei cittadini.

[Di Salvatore Toscano]

Ucraina: Mosca annuncia pause per evacuare civili

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Mosca ha appena annunciato delle pause nei combattimenti in Ucraina, con l’obiettivo di evacuare i civili residenti nel Paese attraverso dei corridoi umanitari. A diffondere la notizia è stato il ministero della Difesa russo, che si è definito “pronto a creare corridoi umanitari ovunque e in qualsiasi momento”. La notizia arriva in una giornata particolarmente importante per i risvolti futuri del conflitto, visto che a breve si terrà il secondo round di negoziati fra Mosca e Kiev nella città di Brest, al confine bielorusso con la Polonia.

Scuola, proseguono le mobilitazioni: occupati due istituti a Milano

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L’ondata di proteste studentesche che ha preso il via quest’autunno non accenna a fermarsi. Sono due gli istituti occupati questa settimana a Milano, il Liceo Virgilio e l’Istituto Galvani, mentre studenti di altri licei hanno messo in atto altre forme di protesta, come i picchetti all’esterno dei licei Pareto e Lagrange. Le rivendicazioni degli studenti sono in linea con quelle presentate dalla maggior parte dei collettivi a livello nazionale: lo stop definitivo ai percorsi di alternanza scuola-lavoro, l’abolizione della seconda prova all’esame di maturità e un generale maggiore investimento da parte dello Stato nella scuola. Tuttavia vi sono altri aspetti fondamentali che animano le proteste, in particolare il bisogno estremo dei ragazzi di riconquistare uno spazio di socialità e di essere ascoltati dalle istituzioni.

Le proteste studentesche non accennano a volersi fermare. A Milano gli studenti di due istituti hanno occupato le strutture, seguendo l’onda di rivendicazioni che ha coinvolto decine di scuole in tutta Italia. La redazione de L’Indipendente si è recata all’interno del liceo Virgilio, il più grande della città, dove gli studenti per tre giorni hanno occupato la scuola e organizzato attività di autogestione, con laboratori tenuti da rappresentanti esterni di organizzazioni quali Non una di menoFridays For Future ed Extintion Rebellion. Ciò che è emerso con forza dirompente è la necessità dei giovani di riprendersi uno spazio di socialità e di coesistenza, dopo due anni di isolamento sociale e difficoltà nella gestione scolastica che ancora oggi si mostra incerta.

L’isolamento sociale imposto in ragione della pandemia ha avuto effetti importanti su un’altissima percentuale di adolescenti, ma la gravità della problematica e delle eventuali conseguenze sembra essere stata presa alquanto sottogamba dalle istituzioni. Lo stesso ministro Bianchi ha dichiarato che «la DAD non è il male assoluto», di fatto ignorando le problematiche che ha comportato sia a livello organizzativo che di disagio sociale dei giovani. “Vogliamo rivendicare il diritto ad avere i nostri spazi: vogliamo che la presidenza ci ascolti quando diciamo che non poter prendere nemmeno una boccata d’aria in cortile non ci fa bene, che ci ascolti quando diciamo che la socialità è un diritto dell’adolescenza tanto quanto seguire le lezioni, che ci ascolti quando diciamo che i problemi psicologici serpeggiano tra di noi come un’epidemia” affermano con forza gli studenti del Collettivo Autonomo Virgilio (CAV).

Essere ascoltati: ecco cosa la richiesta avanzata dai giovani alle istituzioni, dopo che troppe decisioni sono state prese in questi due anni sulla loro pelle e a scapito della loro salute. «Dalle attività laboratoriali che abbiamo realizzato in questi giorni è emerso un dato preoccupante: almeno un terzo degli studenti e studentesse dell’istituto soffre di problematiche legate all’alimentazione» racconta a L’Indipendente Isabella, rappresentante del CAV. Problematica che viene peraltro riconosciuta dallo stesso vicepreside del Liceo, che afferma di comprendere la rabbia e l’esplosione dei giovani pur esprimendo disaccordo sulle modalità di attuazione.

«Eravamo scuola divisa, ora siamo uniti, ci scambiamo pensieri: solo così è possibile la lotta. Così nessuno ci potrà fermare, nessuno ci potrà più ignorare. Così potremo cambiare il mondo» affermano gli studenti durante l’assemblea plenaria, ad altissima partecipazione, tenutasi al termine dei tre giorni di occupazione che ha visto la partecipazione attiva di circa un migliaio di studenti dell’istituto. Il Collettivo, sui propri social, definisce l’occupazione come “una appassionata scossa di vita“: in effetti, è proprio questo ciò cui abbiamo assistito tra i corridoi del liceo.

[di Valeria Casolaro]

TAV, i cantieri potrebbero causare immenso spreco di acqua

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I lavori delle trivelle per la realizzazione della linea dell’Alta Velocità in Val di Susa potrebbero causare fuoriuscite di acqua pari al fabbisogno di 600 mila persone ogni anno, secondo quanto riportato da Altreconomia. Gli studi sono stari effettuati dal Comitato acqua pubblica di Torino e dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua, che hanno elaborato i dati i dati messi a disposizione da TELT (la ditta italo-francese che si occupa della sezione transfrontaliera del progetto). Se queste proiezioni risultassero veritiere si tratterebbe di un immenso spreco di acqua aggravato dal fatto che il Piemonte sta attraversando uno dei 15 periodi più secchi degli ultimi 63 anni, che ha portato a restrizioni sull’uso dell’acqua in alcuni comuni della Valsesia.

Geopolitica del Mediterraneo: da mare nostrum a mare loro?

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Il Mar Mediterraneo è stato per secoli di vitale importanza per i vari imperi che si sono alternati nel corso della storia in Europa. Gli antichi Romani lo chiamavano, Mare nostrum, ossia “il nostro mare” e, in effetti, la conquista romana toccò tutte le regioni affacciate sul Mediterraneo. Al giorno d’oggi forse la definizione più corretta per il Mediterraneo sarebbe “mare di nessuno” visto che sono in tanti, tantissimi, i paesi interessati ad accrescere la propria influenza su questo specchio d’acqua sulle cui coste vivono circa 450 milioni di persone. 

Il termine Mediterraneo deriva dalla parola latina mediterraneus, che significa in mezzo alle terre. Ed è proprio la sua posizione geografica che ha reso questo mare strategico, dal punto di vista politico, militare ed economico. Il Mediterraneo ha infatti permesso l’incontro, e spesso lo scontro, tra i popoli dell’Europa, dell’Africa e dell’Asia. Nello scacchiere internazionale il Mediterraneo ricopre ancora oggi un ruolo fondamentale. Di particolare rilievo ci sono tre zone: lo Stretto di Gibilterra, il Canale di Suez e lo Stretto dei Dardanelli.

Lo Stretto di Gibilterra: ha un’importanza strategica rilevante, chi lo controlla infatti è in grado di gestire il traffico marittimo in entrata e in uscita tra il Mediterraneo e l’Oceano Atlantico. La Gran Bretagna, grazie al suo passato di potenza marittima, controlla Gibilterra dal 1713. Rendendo di fatto questo “scoglio” l’ultima colonia presente in Europa. Lo Stretto di Gibilterra, ricopre un ruolo fondamentale anche dal punto di vista economico, dato che il 90% delle merci scambiate nel mondo viaggia via mare. Da Gibilterra passano infatti ogni anno circa 17,1 mln di TEU (twenty-foot equivalent unit, misura standard nel trasporto dei container) rendendo questo stretto il quarto chokepoint (ossia passaggi obbligati delle principali rotte commerciali) per termini di volume a livello globale. 

Il Canale di Suez: inaugurato nel 1869, collega il Mar Mediterraneo al Mar Rosso permettendo di navigare direttamente fino all’Oceano Indiano. A causa della delocalizzazione dei centri produttivi verso l’Asia, il canale di Suez sta assumendo un ruolo crescente dal punto di vista commerciale. Il canale è infatti il quinto chokepoint a livello globale da dove passa circa il 12% degli scambi commerciali complessivi. Data l’importanza strategica francesi, inglesi e l’impero Ottomano si sono contesi negli anni il controllo di questo canale fino a che, nel 1956, l’allora presidente egiziano Nasser, decise di nazionalizzarlo. 

Lo Stretto dei Dardanelli: collega il mar di Marmara all’Egeo e, assieme allo stretto del Bosforo, controlla l’accesso del traffico marittimo tra il Mediterraneo e il Mar Nero. Seppure di minore rilievo rispetto a Gibilterra e Suez dal punto di vista commerciale, i Dardanelli hanno una certa rilevanza dal punto di vista politico e militare. Questi stretti controllati dalla Turchia, alleata di Washington, furono una delle prime cause di tensione durante la guerra fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Nel mar Nero, a Sebastopoli vi è una delle più importanti basi della marina militare russa, alla luce delle recenti tensioni tra Mosca e Washington per la questione ucraina, non si può escludere che il governo turco possa, sotto pressione americana, arrivare anche a decidere di chiudere i Dardanelli e il Bosforo alla flotta russa. 

Quali sono i paesi che si contendono il controllo del Mediterraneo?

Francia, Italia, Turchia, Spagna, Grecia, Algeria, Israele, Marocco, Egitto tutti questi paesi hanno almeno una o più basi navali, ed ognuno come è logico che sia  lavora per i propri interessi commerciali e politici. Nel Mediterraneo sono presenti anche basi di paesi, che geograficamente non ci dovrebbero essere, come Russia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Tutti questi stati hanno aspirazioni diverse, chi punta ad avere un ruolo come potenza globale, e chi invece cerca di mantenere o di accrescere il proprio ruolo come potenza regionale o chi semplicemente cerca di tutelare i propri interessi commerciali. 

Stati Uniti: Washington controlla tre basi nel Mediterraneo. Rota  in Spagna, che fornisce supporto logistico alle navi statunitensi e a quelle della NATO (Organizzazione del Trattato Atlantico del Nord). A Napoli, si trova invece il quartiere generale delle forze navali degli Stati Uniti in Europa ossia la Sesta Flotta. Ed infine, la base di Souda nell’isola di Creta, Grecia. A Souda ci sono sia navi della marina greca che delle NATO ed è la più’ grande base navale del Mediterraneo Orientale. Il controllo di tre basi, assieme al fatto che praticamente tutti i paesi che si affacciano sul Mediterraneo sono alleati o comunque “amici” garantisce agli Stati Uniti una posizione di dominio incontrastato su questo mare. Con la sola eccezione di Siria e Libia tutti gli altri paesi fanno parte della NATO o sono partner degli americani. Inoltre lo “zio Sam” può contare anche sulle numerosi basi aeree presenti nei paesi dell’Europa del Sud, che garantiscono oltre che il dominio sul mare anche quello sui cieli. Il Mediterraneo rimane quindi un mare strategico a cui difficilmente gli Stati Uniti vorranno rinunciare, la vicinanza ai ricchi giacimenti di petrolio della penisola Araba, cosi come le recenti scoperte di idrocarburi nel Mediterraneo Orientale, lo rendono importante anche dal punto di vista economico oltre che militare. Inoltre un’eventuale ritirata dal Mediterraneo aprirebbe ulteriormente il campo agli storici nemici russi. La presenza della Russia al momento è limitata alla sola base di Tartus, in Siria. Questa base, costruita negli anni ’70, è di vitale importanza per Mosca garantendogli accesso diretto al Mediterraneo. Senza dubbio uno dei motivi che hanno spinto Mosca a intervenire a fianco del governo di Assad durante in conflitto in Siria è stato proprio il mantenimento di questa base navale. Nel 2017, infatti, è stato siglato un accordo tra Russia e Siria per estendere il controllo di Mosca sulla base di Tartus per altri 50 anni. In questa chiave si può leggere anche l’intervento russo in Libia, ossia la possibilità di ottenere basi militare e influenza in un paese strategico dal punto di vista economico, date le ingenti risorse di petrolio, e geografico, data la posizione al centro del Mediterraneo. Ad oggi la lotta per l’influenza nel Mediterraneo tra questi due paesi che competono per accrescere le loro influenze a livello globale  vede un netto dominio di Washington. Dominio che difficilmente verrà intaccato dalla Russia.

Differenti sono le strategie per il controllo del Mediterraneo dell’altra superpotenza globale, la Cina. Pechino, da anni ha impostato la sua politica estera sul commercio piuttosto che sulla forza militare. I due colossi statali cinesi, Cosco e China Merchants hanno infatti partecipazioni in diversi porti del Mediterraneo, che garantiscono un certo grado di controllo da parte di Pechino su alcuni dei porti principali di questo mare; il porto del Pireo in Grecia, Istanbul, Valencia, Marsiglia e Malta. Nel 2020, il governo cinese è riuscito a mettere le mani anche sul porto di Taranto. Inoltre le mire di Pechino sui porti italiani non si fermano qui, nel mirino sono finiti anche i porti di Genova e Trieste. L’espansione cinese nel Mediterraneo comporta indubbiamente dei rischi a livello politico, dato che i porti sono asset strategici per l’Unione Europea e per gli interessi militari della NATO, appare però difficilmente limitabile l’influenza diretta o indiretta di Pechino. Essendo la Cina il principale produttore di beni al mondo, l’influenza cinese nei porti del Mediterraneo, cosi come in quelli del resto del mondo, appare destinata inevitabilmente ad aumentare.

La Turchia negli ultimi anni ha cercato in ogni modo di incrementare il suo ruolo di potenza regionale. Ankara è infatti attiva a livello politico e militare in diversi contesti, dalla gestione dei flussi di migranti con l’Unione Europea (UE) fino agli interventi militari in Siria e Libia. Se l’intervento in Siria, poteva essere in qualche modo correlato alla spinosa questione curda, l’intervento in Libia è stato probabilmente dettato dalla volontà di accrescere la presenza anche sul Mediterraneo. Non a caso, Israele ed Egitto  hanno valutato la presenza turca in Libia come una possibile minaccia. L’intervento turco in Libia in sostegno alle truppe del generale Haftar è avvenuto in cambio di concessioni per i diritti di sfruttamento delle acque libiche sotto il controllo del generale. Tensioni relative al controllo e allo sfruttamento delle Zona Economica Esclusiva (ZEE)  sono emerse anche con Grecia e Cipro. Per contrastare l’espansione turca nel Mediterraneo l’UE ha infatti sanzionato in due diverse occasioni il governo di Ankara per trivellazione illegale.

La Francia: per capacità militari, economiche e alla luce del suo  passato coloniale Parigi avrebbe tutte le caratteristiche per diventare una potenza regionale nel Mediterraneo, e in parte lo è già. Paese leader, assieme alla Germania, nell’Unione Europea, Parigi ha diversi interessi in gioco in questo mare, il principale è il  mantenimento dei rapporti con le ex colonie in nord Africa.  Algeria, Marocco e Tunisia sono tutte ex colonie che ancora oggi, in modo più o meno diretto, devono fare i conti con il peso politico di Parigi. Oltre al peso politico i cugini d’oltralpe possono contare anche su una delle migliori flotte militari a livello globale, non a caso sono stati l’unico paese europeo ad aver mandato supporto militare alla Grecia durante le dispute con la Turchia. Anche nel conflitto in Siria la Francia non ha fatto mancare il suo peso,  con la portaerei Charles De Gaulle che ha stazionato nelle acque siriane per tutta la durata del conflitto. La presenza francese a largo della Siria è stata facilitata dai buoni rapporti che Parigi ha con Cipro, che le permettono di poter utilizzare i porti di Limassol e Larnaca. Grazie ad un patto siglato con quest’ultimo, Parigi ha infatti ottenuto l’utilizzo di questi porti fino al 2027, che le permettono di incrementare la presenza francese in Medio Oriente. Inoltre questo patto aveva anche lo scopo di tutelare dalle ingerenze turche i diritti estrattivi nelle acque cipriote della compagnia petrolifera francese Total.

Che ruolo ha l’Italia nel Mediterraneo?

Storicamente l’Italia è stata il partner più affidabile degli Stati Uniti nel mare nostrum. Non a caso una delle principali basi della NATO si trova a Napoli. Negli anni della guerra fredda, la politica estera italiana nel Mediterraneo era incentrata sul controllo del mare Adriatico ed in particolare delle attività della marina della Jugoslavia. Ad oggi, gli interessi principali di Roma nel Mediterraneo sono concentrati sul controllo dell’immigrazione illegale e sulla messa in sicurezza delle rotte energetiche e degli interessi economici. I conflitti in Libia e Siria hanno causato diverse ondate di rifugiati verso le coste dello stivale: Italia, Spagna e Grecia sono i paesi che hanno dovuto affrontare in prima linea questi flussi migratori. Ogni anno, per limitare gli sbarchi, Roma mette a bilancio diversi milioni di euro come finanziamento per la guardia costiera libica. La tutela degli interessi energetici per l’Italia ha luogo principalmente in Libia e nel Mediterraneo. Uno dei principali interessi strategici di Roma, sarebbe appunto lo sviluppo del gasdotto Eastmed, che punta a collegare i giacimenti di gas del Mediterraneo orientale alla Grecia per poi arrivare in Italia. Progetto a cui la Turchia si oppone strenuamente poiché ridurrebbe il suo ruolo di ponte tra Europa e Medioriente. In futuro l’Italia, in riguardo al Mediterraneo, dovrà riuscire a mediare tra gli interessi espansionistici di Pechino sui porti della penisola, e quelli che sono invece gli interessi strategici degli americani e della NATO. Quello che una volta era appunto un mare nostrum sta diventando sempre più un mare illi (loro).

[di Enrico Phelipon]

Onu, accordo storico per fermare l’inquinamento da plastica

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Una risoluzione storica ed attesa così a lungo che molti delegati dopo l’approvazione si sono abbandonati a scene di esultanza e pianti liberatori come raramente se ne vedono nei palazzi istituzionali. All’assemblea delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEA-5), riunitasi a Nairobi dal 28 febbraio al 2 marzo 2022, sono state poste le basi per combattere realmente, a livello globale, l’inquinamento da plastica, giungendo a un accordo che sia giuridicamente vincolante per tutti entro il prossimo anno. L’incontro avvenuto in Kenya ha visto l’approvazione da parte dei diversi Capi di Stato, ministri e rappresentati di 175 Stati membri delle Nazioni Unite. Approvata la risoluzione intitolata End Plastic Pollution: Towards an International legally binding instrument. È stato istituito un Comitato Intergovernativo di Negoziazione (INC) che a breve si impegnerà per presentare una tabella di marcia efficacie per contrastare realmente il problema della plastica. Non solo, ma la risoluzione approvata a Nairobi pone l’attenzione sull’intero ciclo di vita della plastica (produzione, progettazione, smaltimento).

Dalle tre bozze iniziali di risoluzione delle varie nazioni coinvolte, lo storico accordo ha fatto dell’INC un mezzo efficace e centrale per ottenere un piano in cui esista una cooperazione internazionale sempre maggiore. Un accordo ambientale multilaterale tanto importante non si vedeva dall’Accordo di Parigi e il recente incontro non è che il primo step. Per la prima sessione dell’INC infatti, l’UNEP (ovvero il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente) ha dichiarato di volere convocare un forum entro la fine del 2022. In questo modo, qualsiasi parte interessata potrà dare il proprio contributo col fine di condividere quante conoscenze possibili, migliorando le pratiche per passare a un’economia circolare in ogni parte del mondo, grazie a un genuino interscambio. L’UNEP sarà in prima linea per appoggiare e finanziare qualsiasi governo o impresa che mostrerà vere intenzioni per liberarsi dalla plastica monouso.

Una dichiarazione importante ma necessaria, visto l’esponenziale aumento della produzione di plastica. Basti pensare che se nel 1950 ne venivano prodotte circa 2 milioni di tonnellate, nel 2017 si è arrivati a ben 348 milioni di tonnellate. Di pari passo, il valore dell’industria ha raggiunto i 522,6 miliardi di dollari e le previsioni attestano un ulteriore pericoloso aumento entro il 2040. Non solo, nella stessa data ci sarà una triplicazione dei rifiuti di plastica negli oceani, che già arrivano a circa 11 milioni di tonnellate ogni anno. Ma con un provvedimento che abbia a cuore l’ambiente, dati tanto spaventosi potrebbero diminuire fino all’80% entro il 2040. Senza parlare di quanto un’economia circolare ridurrebbe la produzione di plastica vergine (55%), facendo risparmiare ai governi fino a 70 miliardi di dollari, mentre si verrebbero a creare 700.000 nuovi posti di lavoro. Continuando a vivere la situazione odierna, le emissioni di gas serra associate alla produzione, all’uso e allo smaltimento della plastica rappresenterebbero il 15% delle emissioni consentite entro il 2050 (il famoso limite di 1,5 gradi centigradi). Le emissioni potranno invece ridursi del 25%, se le scelte prese all’UNEA-5 saranno davvero rispettate e applicate.

[di Francesca Naima]

Georgia: c’è volontà di entrare nell’Ue

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In Georgia il partito al governo ha annunciato l’intenzione di “presentare immediatamente” la richiesta per entrare a far parte dell’Unione europea, definendola come un’operazione che “aumenterebbe la sicurezza dei suoi cittadini”. Irakli Kobakhidze, leader del Georgian Dream, mercoledì ha detto alla stampa che la decisione del suo partito è “basata sul complessivo contesto politico e sulla nuova realtà” degli ultimi giorni, aggiungendo poi che “la richiesta dovrebbe essere avanzata giovedì”, quindi nelle prossime ore.