domenica 22 Marzo 2026
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Mascherine e lockdown: le restrizioni anti-covid, in definitiva, hanno avuto senso?

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Da quando, ad inizio 2020, il mondo ha dovuto fare i conti con il Covid-19, mai un’analisi sulle misure di contrasto largamente messe in campo dai governi è stata condotta. Appare dunque doveroso cercare di rispondere alla seguente domanda: ma, alla fine dei conti, mascherine e lockdown hanno consentito di contrastare efficacemente il virus? Arrivare ad una risposta secca, è d’obbligo anticiparlo, è pressoché impossibile: sono diversi infatti gli studi da cui emerge l’utilità di tali misure, tuttavia sulla base di alcune ricerche scientifiche, di alcune tesi e degli effetti collaterali delle restrizioni, ci si chiede se il modus operandi cui si sono rifatti gran parte dei Paesi fosse l’unico percorribile.

Le mascherine sono state utili?

Le mascherine sembrano essere state efficaci nello svolgere il loro compito, quello di contrastare la trasmissione del virus, con vari studi che hanno posto la lente di ingrandimento sul tema. Da una ricerca pubblicata sul sito ScienceDirect e svolta con l’intento di valutare l’efficacia dell’uso delle mascherine nel prevenire la trasmissione del SARS-CoV-2, è emerso che “indossarle potrebbe ridurre il rischio di infezione”. Sono infatti stati analizzati 6 studi che includevano un totale di 1233 partecipanti, e dagli stessi si è evinto che le mascherine fossero in generale associate a “un rischio significativamente ridotto di infezione da Covid-19” e che negli operatori sanitari – al centro di 5 delle 6 ricerche analizzate – le mascherine avessero diminuito il rischio di “quasi il 70%”.

Da un lavoro pubblicato sul Journal of the Royal Society Interface, invece, si apprende che le mascherine diminuiscano il rischio di contagio diretto, ossia tramite le goccioline di saliva. Grazie ad un nuovo modello teorico in grado di valutare il rischio di contagio associato a queste goccioline, si è infatti arrivati alla conclusione per cui le mascherine forniscano “un’eccellente protezione, limitando efficacemente la trasmissione degli agenti patogeni anche a brevi distanze fisiche, ovvero 1 metro”. Precisamente, “a distanza ravvicinata l’esposizione al virus associata ad una persona infetta che indossa una mascherina chirurgica è di circa tre volte inferiore al suo valore corrispondente senza mascherina” ed indossare correttamente una mascherina N95 (con un’efficacia filtrante del 95%) “potrebbe ridurre ulteriormente l’esposizione a un livello di infezione quasi inesistente”. Tale protezione potrebbe appunto derivare dalla “capacità delle mascherine di bloccare le goccioline più grandi, che caricano più copie del virus rispetto a quelle più piccole”, ma anche dalla “soppressione della velocità del flusso d’aria”, che “si traduce in una minore distanza di propagazione delle goccioline”.

Infine non si può non citare uno studio, pubblicato sulla rivista BMJ Global Health, che ha “fornito la prima prova dell’efficacia dell’uso della mascherina”. Lo studio, condotto dal 28 febbraio al 27 marzo 2020 a Pechino, ha riguardato 124 famiglie con almeno un caso di Covid confermato ed il suo obiettivo era quello di verificare quanto le misure di prevenzione – tra cui l’utilizzo delle mascherine – incidessero sulla trasmissione secondaria del SARS-CoV-2 nelle famiglie. Ne è emerso che “l’utilizzo della mascherina da parte del caso primario e dei contatti familiari prima che il caso primario sviluppasse i sintomi si è rivelato efficace al 79% nel ridurre la trasmissione”.

Un nuovo studio sulle mascherine e le decisioni politiche lasciano perplessi

C’è tuttavia anche un’ipotesi emersa da un recente studio che getta alcune ombre sull’effetto delle mascherine sul decorso della malattia. “Un meccanismo mediante il quale le mascherine contribuiscono al tasso di mortalità Covid-19”: è questo il titolo dello studio pubblicato sulla rivista Medicine, il cui obiettivo era appunto quello di “determinare se l’uso obbligatorio della mascherina avesse influenzato il tasso di mortalità in Kansas, negli Stati Uniti, tra il 1 agosto e il 15 ottobre 2020”. Gli studiosi sono arrivati alla conclusione per cui “indossare mascherine potrebbe comportare un grande rischio per gli individui, che non sarebbe mitigato da una riduzione del tasso di infezione”, e che quindi “il loro utilizzo potrebbe essere inadatto, se non controindicato, come intervento epidemiologico contro il Covid-19”. I ricercatori hanno formulato tale tesi in virtù di un’analisi basata sui dati delle contee del Kansas, dalla quale si è evinto che quelle in cui vi era l’obbligo di indossare la mascherina avessero “tassi di mortalità significativamente più elevati” rispetto a quelle in cui tale imposizione non vi era: “questi risultati suggeriscono fortemente che l’obbligo di indossare la mascherina ha effettivamente causato circa 1,5 volte il numero di decessi o circa il 50% in più di decessi rispetto ai posti in cui non vi era l’obbligo di utilizzare la mascherina”, si legge in tal senso nello studio. I ricercatori hanno ipotizzato che la causa di questa tendenza risieda nell'”effetto Foegen”, ossia nella “reinalazione profonda di goccioline ipercondensate o virioni puri catturati nelle mascherine”, che “possono peggiorare la prognosi e potrebbero essere collegate agli effetti a lungo termine dell’infezione da Covid-19”. Una teoria che tuttavia rappresenta al momento una semplice ipotesi: “sebbene l’effetto Foegen sia stato dimostrato in vivo in un modello animale, sono necessarie ulteriori ricerche per comprenderlo appieno”, si legge infatti nello studio.

A prescindere da ciò, però, non si può non sottolineare che le decisioni politiche adottate in merito alle mascherine lascino comunque perplessi. Nel corso del periodo emergenziale, infatti, in diversi paesi tra cui l’Italia si è insistito sull’obbligo di indossarle anche all’aperto nonostante diverse ricerche avessero dimostrato che non vi fosse una reale necessità di utilizzarle all’esterno. Basterà citare uno studio risalente all’aprile 2021 dell’Health Protection Surveillance Centre (Hpsc), l’ente che monitora la situazione epidemiologica in Irlanda, dal quale era emerso che solo un caso di Covid su mille fosse riconducibile ad un’infezione avvenuta all’aperto. A ciò si aggiunga che esattamente un anno fa il Centers for Disease Control and Prevention (Cdc), l’agenzia governativa di controllo sulla sanità negli Stati Uniti, aveva ammesso che le misure imposte per l’utilizzo delle mascherine all’aperto si fossero basate su studi sbagliati e su stime completamente inesatte, nonché che i dati disponibili supportassero l’ipotesi che il rischio di trasmissione all’esterno fosse alquanto basso.

Il lockdown è stato efficace?

Venendo al lockdown, bisogna precisare che varie ricerche confermino che tale misura abbia salvato la vita delle persone. A tal proposito, non si può non citare uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature con il quale sono stati stimati gli effetti degli “interventi non farmaceutici” – tra cui appunto il lockdown – messi in campo in diversi paesi europei contro il Covid. Dalla ricerca – con cui nello specifico è stato studiato l’effetto di tali misure in 11 paesi europei dal febbraio 2020 al 4 maggio 2020 – è emerso che “i principali interventi non farmaceutici, e in particolare i lockdown, abbiano avuto un grande effetto sulla riduzione della trasmissione”: grazie al lockdown, infatti, quest’ultima è stata ridotta dell’81%. Inoltre, secondo le stime dei ricercatori, grazie agli interventi non farmaceutici 3,1 milioni di decessi sono stati evitati nel periodo preso in considerazione.

Anche secondo un’altra ricerca pubblicata su SpringerLink tale misura restrittiva si è rivelata essere efficace. Con l’intento di valutare a livello internazionale l’effetto del lockdown sul numero di nuovi contagi, i ricercatori hanno analizzato dati provenienti da centinaia di paesi: i risultati emersi hanno suggerito che il lockdown sia “efficace nel ridurre il numero di nuovi casi nei paesi che lo implementano rispetto a quelli che non lo fanno” e che ciò sia “particolarmente vero circa 10 giorni dopo la sua attuazione”, con la sua efficacia che “continua a crescere fino a 20 giorni dall’implementazione”.

Vi sono però anche studi che non giungono a conclusioni totalmente positive. Tra questi va certamente menzionata una ricerca pubblicata sulla rivista European Journal of Medical Research con cui è stato analizzato, in 27 paesi selezionati casualmente, l’impatto del lockdown sulla “prevalenza” del Covid (una misura di frequenza impiegata in epidemiologia per esprimere il rapporto fra il numero di persone malate in una popolazione e il numero totale degli individui) e sulla mortalità legata al virus durante la pandemia del 2020. A finire sotto la lente di ingrandimento dei ricercatori sono stati precisamente i “15 giorni antecedenti, i 15 giorni durante ed i 15 giorni successivi al lockdown”, ed i risultati emersi non sono stati ottimali. Questi ultimi – si legge infatti nella ricerca – hanno evidenziato che “15 giorni dopo il lockdown i casi giornalieri di Covid-19 ed il fattore di crescita della malattia mostrassero un trend in calo” ma che non ci fosse “nessun calo significativo della prevalenza media e del tasso di mortalità medio causato dalla pandemia rispetto ai 15 giorni precedenti ed ai 15 giorni durante il lockdown”.

Esistevano alternative al lockdown?

Alla luce di tali ricerche, la domanda che sorge spontanea è la seguente: esistevano alternative al lockdown? Per rispondere a tale quesito innanzitutto non si può non citare il caso delle Isole Faroe, che scegliendo di percorrere una strada alternativa hanno ottenuto risultati di tutto rispetto. Le Faroe, infatti, non imponendo alcun lockdown generalizzato durante il primo anno pandemico hanno avuto numeri migliori della vicina Islanda, dove la politica sanitaria è stata ben più rigida. Nelle Isole Faroe la lotta al virus si è basata principalmente su delle semplici raccomandazioni del governo, che ha invitato i cittadini a seguire determinate regole anziché imporle, e sull’implementazione di un massiccio regime di test. L’Islanda invece ha attuato misure rigorose con cui sono state chiuse nel mese di marzo 2020, tra l’altro, le università e le scuole secondarie nonché poi anche tutte le piscine, i musei ed i bar. Successivamente, a differenza di quanto fatto nelle Faroe, con la nuova ondata autunnale è stata disposta nuovamente la chiusura di bar, palestre e luoghi di intrattenimento. Eppure, confrontando i numeri sul Covid tra le due nazioni, quelli delle Isole Faroe paiono migliori: al 28 febbraio 2021, infatti, i casi confermati nelle Faroe erano poco meno di 14.000 per milione di persone ed i decessi erano di 20 per milione, mentre in Islanda vi erano circa 16.000 casi e 80 decessi per milione. Certo, alla data del 28 febbraio 2021 nelle Faroe il 5,8% della popolazione era completamente vaccinata ed in Islanda il 3,4%, tuttavia si tratta di una leggera differenza che può aver inciso solo limitatamente. Inoltre, se da un lato il minor numero di abitanti delle Isole Faroe (circa 50.000) rispetto a quello dell’Islanda (circa 366.000) potrebbe far pensare che il paragone sia totalmente fuorviante, la densità di popolazione dimostra che ciò non sia esatto, in quanto quella delle Isole Faroe (34,8 abitanti per chilometro quadrato) è molto più elevata di quella dell’Islanda (3,09 abitanti per chilometro quadrato).

Infine, una risposta a tale quesito potrebbe risiedere nella Dichiarazione di Great Barringtonun documento dell’ottobre 2020 nel quale era stato suggerito un modo di operare differente per contenere la pandemia. A redigerlo erano stati tre autorevoli epidemiologi – il dott. Martin Kulldorff, la dott.ssa Sunetra Gupta ed il dott. Jay Bhattacharya – che avevano proposto un metodo chiamato “Protezione Focalizzata” e  basato sul fatto che l’incidenza della mortalità da Covid fosse “più di mille volte superiore negli anziani e nei malati rispetto ai giovani”. Gli autori avevano consigliato di permettere alle persone meno vulnerabili di “vivere normalmente la loro vita così da costruire l’immunità al virus attraverso l’infezione naturale” e di proteggere, invece, i soggetti più a rischio. Seppur si trattasse di una mera tesi, non si può non sottolineare che essa fosse sostenuta da epidemiologi di spessore e che nonostante ciò non sia stata presa minimamente in considerazione. Per questo, il fatto che il lockdown generalizzato costituisse l’unico nonché il miglior rimedio alla pandemia continua a generare dubbi, soprattutto se si considera che due anni di restrizioni hanno prodotto diversi effetti collaterali tra cui seri problemi psicologici nei bambini. Disturbi da stress post-traumatico, ansia e depressione sono solo alcune delle conseguenze di tali scelte, i cui effetti, evidentemente, sono tutt’altro che esclusivamente positivi.

[di Raffaele De Luca]

G7: impegno a decarbonizzare gran parte produzione elettrica entro 2035

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Il G7 si impegnerà a decarbonizzare la maggior parte della produzione elettrica entro il 2035: è quanto viene affermato all’intero del comunicato relativo alla riunione dei ministri di Energia e Clima tenutasi a Berlino. “Ci impegniamo ulteriormente a raggiungere l’obiettivo di avere settori elettrici prevalentemente decarbonizzati entro il 2035”, si legge nel documento, nel quale viene appunto affermato che verrà data priorità “agli impegni relativi alla transizione nel settore energetico” e che, tra l’altro, i paesi del G7 si impegneranno anche ad “aumentare significativamente” i trasporti “a basse o zero emissioni di carbonio”.

Perugia, in migliaia contro il progetto di superstrada che minaccia un’area protetta

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Sono già oltre 11 mila le firme raccolte dalla petizione Salviamo bosco, collina e borgo medievale di Collestrada! lanciata dall’associazione Colle della Strada sulla piattaforma change.org. Lo scopo: riportare l’attenzione sulla realizzazione del “Nodo di Perugia”, un tratto di strada di 7 km che andrebbe a unire i comuni di Collestrada e Madonna del Piano, in provincia di Perugia. Il rischio, secondo gli ambientalisti, è che la costruzione di gallerie e viadotti, necessaria per completare l’opera, comprometta irreparabilmente la zona boschiva collinare, denominata Sito di Importanza Comunitaria e Zona Speciale di Conservazione e sottoposta a vincolo ministeriale (con Decreto Ministeriale dell 14 novembre 1962).

L’opera verrebbe realizzata per porre una soluzione all’annoso problema del congestionamento del traffico tra i due comuni, ma andrebbe a compromettere un’area di territorio di rilevante interesse naturalistico, per via della vegetazione che vi fiorisce e delle numerose specie di uccelli rapaci e migratori che vi fanno il nido. Simona Cianetti, portavoce del coordinamento Sciogliamo il Nodo, formato da 25 associazioni che si oppongono alla costruzione dell’opera sin dalla sua prima progettazione nel 2003, lo definisce “un’irrimediabile sfregio all’ambiente”, in quanto andrebbe a compromettere non solo l’ecosistema, ma anche il panorama naturale della collina, nonché il patrimonio storico del territorio. Secondo quanto riferito da Cianetti, inoltre, la costruzione della strada comporterebbe la violazione di vincoli e impegni presi con l’UE, che ha in parte finanziato il mantenimento di queste zone imponendo vincoli quali il divieto di modifica del suolo e del sottosuolo.

Riconoscendo la necessità di individuare un’impellente soluzione al problema del traffico, le associazioni chiedono di valutare alternative “dal punto di vista del tracciato stradale, dello sviluppo della rete di trasporto intermodale e della ricerca di sistemi innovativi di comunicazione meno impattanti su territorio, ambiente ed ecosistema”. Tra queste, l’ampliamento delle rampe stradali già esistenti, “più veloce e semplice da realizzare” per Cianetti.

L’assessore alle Infrastrutture e Trasporti della Regione Umbria Enrico Melasecche non ha fino ad ora rilasciato commenti in merito alla realizzazione dell’opera.

[di Valeria Casolaro]

Per la prima volta le cellule dell’occhio umano sono state riportate in vita

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Le cellule dell’occhio umano sono state riattivate dopo la morte. Grazie a un team dell’Università dello Utah, per la prima volta gli occhi di donatori deceduti sono tornati a rispondere alla luce, e questo pone molti interrogativi sulla natura irreversibile della morte del sistema nervoso centrale. I ricercatori hanno lavorato sulle cellule neuronali della retina umana per indagare sui possibili metodi di rianimazione e, a quanto pare, stimolate dalla luce, le retine post mortem hanno emesso specifici segnali elettrici.

L’occhio è dotato di neuroni specializzati, i fotorecettori, che hanno la funzione di ricevere il segnale luminoso dall’esterno sotto forma di impulso elettrico, e di trasmetterlo al cervello. Qui, il segnale viene rielaborato e trasformato in informazione visiva. La ricerca è quindi riuscita a risvegliare i fotorecettori nella macula umana, la parte della retina responsabile della vista. Questi, negli occhi dei donatori deceduti fino a cinque ore prima degli esperimenti, hanno risposto a luce intensa, luci colorate e lampi di luce molto debole. Tuttavia, anche se le cellule hanno mostrato reazioni agli stimoli, sembravano aver comunque perso la capacità di comunicare con il resto della retina e di trasmettere il segnale elettrico. I ricercatori hanno quindi supposto che il problema risiedesse nella prolungata privazione di ossigeno che inevitabilmente avviene dopo la morte, quando cessa la circolazione sanguigna. Così, hanno iniziato a condurre l’esperimento sugli occhi donati da pazienti deceduti da meno di 20 minuti, ripristinando immediatamente l’ossigenazione nei tessuti del sistema nervoso. In questo modo è stato riattivato lo specifico segnale elettrico che si verifica negli occhi degli organismi viventi.

Sono diversi gli organi e i tessuti umani che possono essere trapiantati da donatori deceduti da poco, grazie a specifici protocolli che permettono di ottenere un organo perfettamente funzionante da impiantare nel ricevente. Questo però non è mai stato possibile per i tessuti del sistema nervoso, poiché subito dopo la morte, le cellule neuronali perdono la loro vitalità e impediscono un potenziale trapianto. Si ritiene, infatti, che la cessazione della circolazione sanguigna porti rapidamente danni irreversibili al cervello: le cellule del sistema nervoso muoiono senza la possibilità di essere riattivate. Tuttavia, i meccanismi che causano la morte dei neuroni sono poco chiari, e la loro stessa irreversibilità è stata recentemente messa in discussione. Pertanto, dato che studi passati hanno ripristinato un’attività elettrica molto limitata negli occhi dei donatori di organi ma mai nella macula della retina, la riuscita dell’esperimento apre nuove strade per la cura delle malattie neurodegenerative, come la degenerazione maculare senile che colpisce la vista con l’avanzare dell’età.

[di Eugenia Greco]

Iraq, approvata legge che criminalizza le relazioni con Israele

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Il Parlamento iracheno ha approvato, con 275 voti favorevoli su 329, una legge titolata “Criminalizzazione della normalizzazione e dell’instaurazione di relazioni con l’entità sionista”. La nuova legge è valida per tutti i cittadini iracheni e le aziende che lavorano in Iraq, nonché per le istituzioni statali e indipendenti e per gli stranieri che lavorano nel Paese: le sanzioni per i trasgressori possono essere punite anche con l’ergastolo o la pena di morte. Secondo quanto comunicato dal Parlamento la legge è “un vero riflesso della volontà del popolo”. L’Iraq non ha mai riconosciuto Israele e le due nazioni non hanno relazioni diplomatiche.

Giovedì 26 maggio

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7.00 – Nella notte le forze russe hanno sfondato le difese di Kiev nel Lugansk, gran parte del Donbass è ormai sotto il controllo di Mosca.

9.00 – Niente pistole Taser alla municipale: la Consulta boccia la legge della Regione Lombardia.

10.00 – Rapporto Legambiente sulle rinnovabili: di questo passo l’Italia raggiungerà gli obiettivi del 2030 tra 124 anni.

11.00 – Il governo annuncia di aver raggiunto l’intesa sull’applicazione della direttiva Bolkestein riguardo alle concessioni balneari.

12.00 – L’Inghilterra annuncia un grande progetto per riportare le foreste su 100.000 ettari di territorio.

13.00 – La Corte Costituzionale ha stabilito che la quarantena non lede le libertà personali, respingendo la censura sollevata dal Tribunale di Reggio Calabria.

15.20 – Lavrov (ministro Esteri Russia): “il piano di pace proposto dall’Italia non è fatto da politici seri”.

16.00 – Vaiolo delle scimmie: anche l’Italia avvia autoisolamento per contatti dei positivi e valuta la vaccinazione per i sanitari.

18.00 – Colloquio telefonico tra Putin e Draghi, al centro crisi alimentare e apertura dei porti.

 

Recensioni indipendenti: Kiss The Ground (documentario)

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Documentario del 2020 di 84 minuti diretto da Josh Tickell e Rebecca Harrell Tickell. Ispirato al libro, da cui trae anche il titolo, Kiss the ground  How the Food You Eat Can Reverse Climate (Come il cibo che mangi può cambiare il clima) dello stesso Josh Tickell, ci mostra quella che è una “soluzione semplice per curare il nostro Pianeta e  che sta proprio sotto i nostri piedi”. Fin dall’età del bronzo l’uomo ha arato e seminato, ha coltivato la terra e tratto da essa tutto ciò che gli necessitava per vivere preoccupandosi sempre meno dei tempi naturali che essa richiede per rigenerarsi e far si che si  attivi il virtuoso scambio di carbonio tra la terra e l’atmosfera attraverso la fotosintesi, recuperando CO2 e fissandone una parte al suolo.

I metodi di coltivazione di un tempo, considerati oggi poco produttivi ed economicamente inadeguati, prevedevano per il terreno un periodo di “riposo” che si effettuava dopo ogni coltura. Un metodo a “rotazione”: il  terreno che era stato coltivato a grano poteva essere lasciato a pascolo o diventare una coltivazione di patate. Oggi le enormi mono culture e gli allevamenti intensivi, da addebitarsi sicuramente alla grande richiesta di cibo dovuta sia all’aumento delle popolazioni sia alla ricerca di produrre di più ad un minor costo, hanno portato a deforestazioni, desertificazione e cambiamenti climatici quasi irreversibili. Oggi la terra è “sporca” e ha subito un processo di erosione sempre più pesante dovuto ai concimi chimici e a pesticidi altamente tossici, ancora oggi in uso, derivati  dallo zyklon b, il gas utilizzato dai nazisti nei campi di sterminio. Una tragica invenzione del chimico tedesco Fritz Haber considerato il padre delle armi chimiche e Premio Nobel per la sintesi dell’ammoniaca nel 1918.

Solo una gestione sostenibile dei terreni attraverso l’adozione di pratiche che salvaguardino la biodiversità, si può considerare fondamentale per combattere il cambiamento climatico e riuscire a preservare il Pianeta. Il messaggio è semplice, ma uscire dall’attuale sistema può essere difficile. Interessi economici, negazionismo e scetticismo ma anche una profonda avversione ad affrontare rinunce o apportare un qualsiasi cambiamento ad un modus vivendi che sembra ormai stabilito, sono alla base di immobilismo e colpevole indifferenza nonostante ci siano prove tangibili di quanto sta accadendo al nostro Pianeta e di come le previsioni di futuri peggioramenti siano attendibili.

E’ una situazione che riguarda tutti noi poiché una terra povera genera persone povere, provoca crisi sociali, guerre ed emigrazioni di massa. Entro il 2050 si stima che un miliardo di persone diventeranno rifugiati a causa della desertificazione del suolo.Kiss the ground” è un documentario ponderato, istruttivo, forse un po’ utopico ma pieno di speranza, tratta l’argomento a 360 gradi, dando allo spettatore spunti su cui riflettere e mostra chiaramente cosa si può fare di buono collettivamente ma anche individualmente sempre che ci sia la volontà di impegnarsi. Attraverso le voci e le dichiarazioni di scienziati e agricoltori, spinge a non arrendersi, come dice sorridendo l’attore e attivista vegano Woody Harrelson insieme ad altri testimonials, volti noti dello star system hollywoodiano, come Ian Somerhalder, Patricia e David Arquette, Rosario Dawson e la modella Gisele Bündchen, qui anche in veste di produttore esecutivo. Il documentario è disponibile anche sulla piattaforma Netflix.

[di Federico Mels Colloredo]

Colloquio telefonico Putin-Draghi: forniture ininterrotte di gas all’Italia

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“Nella discussione relativa alla sicurezza energetica è stata confermata l’intenzione della parte russa di continuare a garantire forniture ininterrotte di gas naturale all’Italia ai prezzi fissati nei contratti”: è quanto comunica il Cremlino in merito ad una conversazione telefonica che il Presidente russo, Vladimir Putin, ha avuto oggi pomeriggio con il Presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi. Durante la telefonata, fa inoltre sapere il Cremlino, “Putin ha sottolineato che la Federazione Russa è pronta a dare un contributo significativo al superamento della crisi alimentare attraverso l’esportazione di grano e fertilizzanti, a condizione che le restrizioni politicamente motivate vengano revocate dall’Occidente”.

In Spagna scoppia lo scandalo dei green pass falsi: acquistati da oltre duemila ricchi

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La Brigada Provincial de Información, un reparto della polizia spagnola, ha scoperto e smantellato a Madrid il traffico di falsi certificati di vaccinazione contro il Covid-19. Secondo i risultati della Operación Jennifer, che ha visto anche l’intervento della magistratura, 2.200 persone appartenenti all’élite spagnola avrebbero deciso di non vaccinarsi, bypassando le restrizioni attraverso l’acquisto di falsi certificati di vaccinazione contro il Covid-19. Tra gli indagati ci sono importanti cantanti, musicisti, stelle del calcio, uomini d’affari, politici e personale medico di alto livello. Lo scandalo ha coinvolto persone che sono state aggiunte al Registro Nazionale di Immunizzazione in cambio di denaro. Tra questi anche il presidente di PharmaMar, José María Fernández Sousa-Faro, una delle più grandi aziende farmaceutiche in Spagna, che tra i suoi ambiti di ricerca ha anche i farmaci contro il Covid-19.

Soprannominati i camaleonti, gli agenti dell’Intelligence spagnola si sono finti simpatizzanti jihadisti, poi infermieri, medici e pazienti dell’ospedale universitario di La Paz per arrivare fino al leader dell’organizzazione, accusato di aver incassato, grazie all’aiuto di diversi intermediari e operatori sanitari della struttura, 200.000 euro a fronte di 2200 iscrizioni al Registro Nazionale di Immunizzazione. L’operazione, che ha portato per il momento a 15 arresti, è nata quando un poliziotto è entrato nel dark web e ha contattato un gruppo di salafiti (scuola di pensiero sunnita hanbalita) francesi fingendosi seguace. Così, quando gli è stato proposto di recarsi in Francia per un incontro, il poliziotto ha risposto: “Non ho un passaporto covid: non sono vaccinato. Allah non mi permette di mettere nulla di impuro nel mio corpo”. Il gruppo si è quindi offerto di procurargli una certificazione falsa per bypassare le restrizioni, indirizzandolo verso un canale Telegram contenente tutti i dettagli e arrivando dunque all’ospedale di La Paz, dove avvenivano fisicamente le registrazioni.

“All’inizio abbiamo pensato fosse una truffa, ma poi abbiamo notato l’effettiva violazione della sicurezza nel sistema, e non era nemmeno rilevabile”, ha dichiarato la polizia, che ha poi aggiunto: abbiamo motivo di credere “che le tariffe per acquistare i falsi certificati dipendessero dalla posizione sociale. Più era elevata e più il prezzo da pagare era alto“. Tra i 2200 accusati, ci sono Bruno González Cabrera – difensore che ha giocato per Betis, Getafe, Levante e Valladolid -, Fabio Díez Steinaker – atleta di beach volley secondo classificato in Europa e quinto ai Giochi Olimpici di Sydney – e l’ex pugile e lottatore valenciano José Luis Zapater, alias Titín, protagonista di più di mille combattimenti. A questi si aggiungono José María Fernández Sousa-Faro, presidente di PharmaMar, e Trinitario Casanova, uno degli uomini più ricchi della Spagna.

[Di Salvatore Toscano]

Human Right Watch: i dati dei bambini in DAD sono stati rivenduti

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Nel pieno della crisi pandemica i Governi di tutto il mondo hanno cercato di preservare il sistema scolastico confidando sulla DAD, la didattica a distanza che ha sfruttato la digitalizzazione per consentire il conseguimento delle lezioni in remoto. Prive di un’infrastruttura statale dedicata, le varie Amministrazioni hanno dovuto appoggiarsi a entità private, le quali, accusa ora lo Human Rights Watch, hanno spesso venduto i dati raccolti dagli studenti minorenni.

L’investigazione recentemente pubblicata ha coinvolto 164 industrie del settore – le cosiddette “EdTech” – supportate da 48 diversi Governi. Analizzando i dettagli tecnici e le policy di queste realtà, l’organizzazione non governativa ha stimato che la maggior parte di loro ha messo a rischio la privacy dei minori, quando non l’ha compromessa del tutto. Nell’89% dei casi presi in considerazione, le informazioni raccolte sarebbero state infatti cedute ad aziende terze, le quali si occupano di sviluppare meccanismi di targetizzazione delle pubblicità e di brokeraggio dati.

Le piattaforme didattiche in questione avrebbero spiato gli infanti illegalmente, installando nei propri sistemi infrastrutture e tecnologie capaci di tracciare le abitudini dei singoli utenti. Quanto raccolto, sarebbe poi stato utilizzato da realtà esterne alla didattica per sviluppare algoritmi capaci di sintetizzare le caratteristiche e gli interessi dimostrati dai bambini di oggi, cosa che in molte nazioni è considerata illegale. Per capire la portata della manovra, basti sapere che lo Human Rights Watch stima che le 164 EdTech abbiano complessivamente condiviso le informazioni raccolte con 196 aziende specializzate nelle inserzioni pubblicitarie, ovvero che i pacchetti di informazioni siano finiti in mano a più imprese di quante non siano quelle che li hanno raccolti.

Il report in questione cita un unico caso italiano, quello di WeSchool. L’EdTech in questione è stata accusata di aver ceduto i dati a Facebook e Nielsen Group, accusa che è stata però immediatamente contestata dall’azienda. Luca Ghirimoldi, Head of Operations di WeSchool, ci ha sottolineato che quanto riscontrato dal report faccia riferimento a un contratto che non è stato applicato nel contesto della DAD, contesto che in epoca di massima crisi sanitaria ha imposto soluzioni straordinarie concordate direttamente con il Ministero dell’Educazione.

In pratica, il documento in questione non garantisce all’azienda la possibilità di adoperare i dati raccolti ai fini commerciali, al massimo questi possono essere usati nell’ottica della ricerca. In tal senso, lo scorso aprile, WeSchool, Fondazione Cariplo e il Politecnico di Milano hanno pubblicato uno studio sull’innovazione digitale dei processi educativi che si è basato proprio sui dettagli informatici recuperati in periodo pandemico.

Sul tema, Ghirimoldi ci ha assicurato che «tutti i dati personali (compresi gli id degli utenti) sono stati completamente anonimizzati prima della condivisione e condivisi tramite un repository criptato». Siamo dunque tutelati? Prima di poterne esserne certi è importante vedere cosa avrà da ribattere lo Human Rights Watch, entità con cui abbiamo provato a entrare in contatto, ma che non ci ha ancora fornito un riscontro diretto. Non ci stupirebbe scoprire che l’organizzazione sia al momento inabissata dalle contestazioni sui risultati della sua ricerca, a prescindere che le obiezioni in questione siano legittime o meno.

[di Walter Ferri]