domenica 22 Marzo 2026
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Unicef: i paesi più ricchi stanno distruggendo l’ambiente a livello globale

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“Il consumo eccessivo nei paesi più ricchi del mondo sta distruggendo l’ambiente dei bambini a livello globale”: è quanto comunica l’Unicef tramite una nota, nella quale viene appunto sottolineato che secondo un rapporto pubblicato dall’Unicef Office of Research – Innocenti  la maggior parte dei paesi ricchi stia creando condizioni malsane, pericolose e nocive per i bambini di tutto il mondo. Il report in questione si è concentrato sul modo in cui39 paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dell’Unione Europea (UE) se la cavano nel fornire ambienti sani ai bambini” e da esso è emerso che “se tutti nel mondo consumassero risorse al ritmo in cui lo fanno le persone nei paesi dell’OCSE e dell’UE” sarebbe necessario l’equivalente di “3,3 pianeti Terra per mantenere i livelli di consumo”.

Guerra, globalizzazione, pandemie: di cosa stanno parlando le élite al World Economic Forum

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La città di Davos, in Svizzera, in questi giorni è blindata da polizia e militari per garantire la sicurezza dei partecipanti ad uno dei convegni economico-politici più importanti a livello internazionale: il World Economic Forum 2022 che si è aperto domenica scorsa 22 maggio. Anche quest’anno l’agenda di Davos è fittissima di tutti i principali temi che hanno il potere di rimodellare il futuro della comunità internazionale, con una particolare attenzione agli eventi senza precedenti che stanno ridisegnando le alleanze e gli equilibri globali, a partire dalla guerra in Ucraina e dalle relazion...

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Italia: sei cittadini condannati al carcere per una manifestazione di oltre 10 anni fa

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La Corte di Cassazione ha confermato le condanne per sei cittadini che avevano preso parte alla manifestazione nazionale del 15 ottobre 2011, quando centinaia di migliaia di persone si riversarono nelle strade di Roma in una delle più partecipate proteste della recente storia italiana, per protestare contro il precariato e le politiche di austerità attuate dal governo con l’obiettivo di ridurre la spesa pubblica e quindi lo stato sociale per far fronte alla crisi economica. In primo grado, nel 2016, i giudici stabilirono una quindicina di condanne per un totale di oltre 60 anni di reclusione e due assoluzioni. Nel 2019, in appello, le condanne divennero nove, fra cui due patteggiamenti e una prescrizione. Infine, pochi giorni fa, la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dei sei imputati presentato in seguito alla decisione del giudice di secondo grado, confermandone la condanna a 5 anni e 4 mesi di carcere.

I reati contestati vanno dal tentato omicidio a resistenza a pubblico ufficiale, devastazioni, lesioni, incendio doloso, turbativa dell’ordine pubblico e interruzione di pubblico servizio. La decisione della Cassazione ha chiuso il terzo e ultimo grado di giudizio, rendendo effettive e immediate le condanne. Diverse le reazioni da parte delle organizzazioni coinvolte nella manifestazione del 15 ottobre 2011 o comunque attive nella tutela dei diritti dei cittadini. “Lo stato si assolve e chiude in carcere la dignità”, titola il proprio comunicato il Movimento per il Diritto all’Abitare. “Tutti colpevoli di dignità per aver manifestato insieme a centinaia di migliaia di persone contro la precarietà e lo sfruttamento, per il diritto all’abitare e alla salute, contro le nocività e per la difesa dei territori”, scrive in riferimento alle condanne.

[Di Salvatore Toscano]

Digiuno intermittente: cos’è e quali benefici (e rischi) per la salute?

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Il digiuno fa tradizionalmente parte di molte diete religiose, ma di recente ha iniziato a riscuotere interesse nella comunità scientifica. Oltre a far dimagrire, il digiuno intermittente potrebbe avere ulteriori effetti benefici sulla salute, in alcune categorie di individui. Per alcune persone invece non è consigliato praticarlo, se non in maniera saltuaria.

Il digiuno intermittente è uno schema dietetico basato su periodi di restrizione calorica alternati a periodi di normale assunzione di cibo, su base ricorrente. I principali benefici dovuti a questo tipo di regime alimentare sono la regolazione del glucosio nel sangue, un miglioramento dei livelli di trigliceridi e colesterolo, i livelli della pressione sanguigna e la frequenza cardiaca a riposo. Pare anche che questo digiuno serva a controllare i radicali liberi, ritardando l’insorgenza di malattie quali ictus, demenza e morbo di Parkinson. I periodi di restrizione calorica possono essere effettuati in diversi modi, ma in ogni caso si tratta sempre di periodi di digiuno molto brevi, con astinenza dal cibo al massimo per 16 ore, ad esempio dalle ore 20 della sera fino alle ore 12 del mattino seguente, saltando il solo pasto della colazione. Non si tratta quindi di digiuni severi con astensione totale dal cibo per l’intera giornata, o prolungati nel tempo per vari giorni. Questo è il motivo per cui si chiama digiuno intermittente o a intermittenza.

Questo approccio alimentare non va confuso con la celebre dieta mima-digiuno (detta anche la dieta della longevità) lanciata a livello commerciale alcuni anni fa dal biologo italiano Valter Longo e che ha riscosso molto successo in alcuni Paesi occidentali. Si tratta infatti di 2 regimi dietetici molto diversi. Lo schema di digiuno in cui si lasciano trascorrere 16 ore della giornata senza cibo, si basa sullo schema 16/8, e significa che per 16 ore si digiuna e per 8 ore si può mangiare e fare 2 pasti. Come detto sopra, questo schema si può applicare dalle 20 di sera alle 12 del mattino seguente, e in questo caso faremo i 2 pasti tra le ore 12 e le ore 20 al massimo (così sono 16 ore di astinenza dal cibo, con l’aiuto anche delle ore notturne in cui non si ha nemmeno il condizionamento psicologico della voglia di cibo). Un altro modo di applicare lo schema 16/8 è quello di saltare la cena e quindi fare le 16 ore di digiuno tra le 16 del pomeriggio e le 8 del mattino. In questo caso i 2 pasti giornalieri saranno una colazione e un pranzo, da effettuarsi a proprio piacimento tra le 8 e le 16 della giornata. Dopo l’ultimo pasto, viene evitato anche il più piccolo spuntino e si possono assumere solo liquidi senza calorie come acqua, tè o caffè, in modo da abituare l’organismo a «lavorare» per bruciare i grassi di riserva e di deposito accumulati nei tessuti, in condizioni di riduzione di assenza di cibo. Così facendo, si evita anche di accumulare grassi sul finire della giornata, cosa che accade invece a chi è abituato a cenare molto tardi, senza avere poi il tempo di smaltire l’energia accumulata poco prima di andare a letto.

Il digiuno intermittente fa dimagrire?

Certamente. Questo dato è assodato dalle esperienze cliniche in tutto il mondo. Il digiuno intermittente crea infatti un deficit calorico che va a stimolare il metabolismo: per dimagrire bene però questo deficit va associato ad un’alimentazione sana e ad una corretta attività fisica. Quando dico “dimagrire bene” intendo che si può dimagrire in vari modi, ad esempio perdendo solo il grasso e i liquidi in eccesso (dimagrimento sano) oppure perdendo troppo muscolo e poco grasso (dimagrimento debilitativo, che abbassa lo stato di salute generale e squilibra il metabolismo). Anche uno studio condotto da un team dell’Università della California San Francisco ha provato che il digiuno intermittente fa dimagrire esattamente come una qualsiasi altra dieta che preveda una riduzione delle calorie giornaliere e del loro consumo in orari non specificati, ma può portare ad una perdita di massa muscolare se non eseguito adottando delle regole dietetiche giuste durante i pasti, come avere un adeguato introito di proteine, bere acqua a sufficienza, ecc. 

Vantaggi e svantaggi

Nella tabella seguente sono riassunti i principali vantaggi e svantaggi che la pratica del digiuno intermittente comporta.

Il digiuno è adatto a tutti?

Non è adatto a qualsiasi persona e non va quindi consigliato o applicato indistintamente. Per alcuni individui può infatti peggiorare lo stato di salute. Il fatto che funzioni su alcuni non significa che vada bene per tutti. Pur non trattandosi di una vera e propria dieta, anche in questo caso è fondamentale essere seguiti da uno specialista esperto, un medico o un nutrizionista. Questo perché pur non trattandosi di un digiuno completo, un tale regime alimentare non è adatto a tutti e non è raccomandabile, per esempio, ai bambini, ai ragazzi in fase in crescita, alle donne in gravidanza o in allattamento, agli anziani (tranne casi rari di anziani obesi e troppo dipendenti dal cibo o dai dolci, per i quali invece il digiuno può migliorare lo stato di salute) e alle persone con una malattia cronica. Gli sportivi professionisti non possono seguire diete a restrizione calorica o digiuni, pena un indebolimento generale dell’organismo e un calo della prestazione atletica che comprometterebbe il loro lavoro. Lo stesso dicasi per lavoratori di settori particolari dove l’impegno fisico quotidiano e il dispendio di calorie è molto elevato, come ad es. quelli dell’edilizia stradale (carpentieri, muratori) o i raccoglitori stagionali della frutta. In generale, in tutte le professioni dove si svolge un lavoro di tipo fisico e stancante, in cui si sta in piedi o si cammina di continuo, digiunare o saltare i pasti canonici non è raccomandabile perché indebolisce e può portare a carenze di nutrienti nel corpo. Queste professioni sono infatti diverse dai sedentari o dai pensionati che non svolgono una regolare attività lavorativa, e hanno un fabbisogno energetico superiore che non va trascurato ma anzi adeguatamente coperto, proprio come avviene per gli sportivi.

Infine, qualsiasi forma di digiuno è assolutamente da evitare in tutti i casi di disturbi del comportamento alimentare (anoressia, bulimia), in cui la terapia alimentare fa parte di una strategia complessiva di guarigione e il cibo va gestito in maniera molto più oculata di come succede in persone sane, sempre con l’aiuto del professionista medico. 

[di Gianpaolo Usai]

Vaiolo delle scimmie: in Uk già si somministra il vaccino, la Francia ci pensa

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Nonostante diversi esperti ritengano che il vaiolo delle scimmie non sia una malattia particolarmente pericolosa, le autorità sanitarie di vari Stati stanno iniziando ad attuare misure di contrasto che ricordano quelle già messe in campo in relazione al Covid-19. Se negli scorsi giorni hanno fatto discutere le scelte adottate in Belgio, dove è stata imposta la quarantena per i positivi al vaiolo delle scimmie, adesso a catturare l’attenzione è il Regno Unito, dove si sta già procedendo alla somministrazione del vaccino, che viene offerto ai contatti stretti di persone a cui è stato diagnosticata la patologia. “È in corso la vaccinazione dei contatti ad alto rischio”, si legge infatti sul sito dell’Agenzia per la sicurezza sanitaria del Regno Unito (UKHSA), la quale precisa che “a partire dalle 10:00 del 23 maggio 2022, oltre 1.000 dosi di Imvanex” (il vaccino contro il vaiolo delle scimmie) “sono state fornite, o stanno per esserlo, alle strutture del servizio sanitario nazionale”. A perseguire una strada simile, però, potrebbe presto essere anche la Francia, con l’Autorità nazionale per la salute (Has) che nella giornata di martedì ha raccomandato “l’attuazione di una strategia di vaccinazione reattiva, ovvero intorno a un caso confermato”.

La raccomandazione dell’Autorità nazionale per la salute, che pur non essendo un ente governativo si occupa di “svolgere compiti specifici su cui riferisce al governo e al parlamento”, potrebbe determinare l’adozione in Francia di tale politica sanitaria. Il suo parere, infatti, è stato emesso dopo la richiesta fattale dalla Direction générale de la santé (una delle Direzioni generali del Ministero della Salute francese) di “specificare la strategia di vaccinazione da attuare per ridurre la trasmissione umana del virus”. Ebbene, alla luce di tale richiesta l’Has ha fatto sapere di ritenere di dover procedere con una “strategia di vaccinazione reattiva” visti i “tempi di incubazione della malattia, spesso compresi tra 6 e 16 giorni”. Il vaccino – esclusivamente di “terza generazione” (quale è l’Imvanex) – dovrebbe essere somministrato negli adulti il ​​cui contatto con una persona infetta è considerato a rischio di esporli al virus, compresi gli operatori sanitari. Nello specifico, la raccomandazione è quella di iniettare il vaccino nei 4 giorni successivi al “contatto rischioso” o comunque al massimo nei 14 giorni successivi. Lo schema vaccinale prevedrebbe inoltre due dosi (tre per i pazienti immunocompromessi) somministrate a distanza di 28 giorni l’una dall’altra. Oltre a ciò, l’Has sottolinea l’importanza di avere presto dati sull’efficacia e la sicurezza di una dose di richiamo nelle persone vaccinatesi contro il vaiolo umano durante l’infanzia: il vaccino contro il vaiolo, infatti, in passato era obbligatorio in Francia, motivo per cui ci sono persone sottopostesi ad esso.

Tuttavia, nonostante i vecchi vaccini contro il vaiolo secondo le autorità sanitarie potrebbero essere protettivi anche nei confronti della variante delle scimmie, la società danese Bavarian Nordic, produttrice dell’unico vaccino specifico contro il vaiolo delle scimmie, sembra essere pronta ad accrescere il proprio fatturato grazie alla vendita del prodotto in questione. Dopo che negli scorsi giorni la società aveva annunciato di essersi già “assicurata un contratto con un paese europeo non divulgato per la fornitura del suo vaccino contro il vaiolo IMVANEX®”, nella giornata di ieri ha fatto sapere di aver stipulato un “contratto di fornitura con un paese sconosciuto per il vaccino contro il vaiolo dell’azienda con l’obiettivo di garantire una fornitura sufficiente per soddisfare i requisiti del paese relativi alla vaccinazione di individui a rischio di vaiolo delle scimmie nel breve e medio termine”. “Sebbene i termini dell’accordo rimangano riservati, l’ordine avrà un impatto positivo sulle linee guida finanziarie della Società per il 2022”, aggiunge a tal proposito la Bavarian Nordic, specificando inoltre di essere “attualmente in dialogo con molti altri governi in merito alla fornitura del vaccino per mitigare l’attuale epidemia di vaiolo delle scimmie e per esplorare opportunità di collaborazione a lungo termine così da costruire scorte per la preparazione futura”. Dialogo che probabilmente sempre più paesi europei saranno interessati ad avere, dato che il Centro Europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) ha già comunicato che “la vaccinazione dei contatti stretti ad alto rischio dovrebbe essere presa in considerazione dopo una valutazione del rapporto rischio-beneficio”.

[di Raffaele De Luca]

Usa, in Oklahoma disposta la legge più restrittiva sull’aborto

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Il governatore repubblicano dell’Oklahoma, Kevin Stitt, ha firmato la legge sull’aborto più restrittiva degli Stati Uniti d’America, che vieta l’interruzione di gravidanza sin dalla fecondazione e consente ai privati cittadini di fare causa a chi la pratica o la induce “consapevolmente”. La misura arriva a qualche settimana dalla diffusione all’interno della Corte Suprema statunitense della bozza riguardante il possibile abbattimento della storica sentenza Roe v. Wade, uno dei principali precedenti riguardo la legislazione sull’aborto. In base al provvedimento approvato in Oklahoma, l’aborto sarà proibito in ogni fase della gravidanza, tranne che per emergenze mediche o in caso di stupro, incesto e aggressione sessuale.

Mercoledì 25 maggio

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6.00 – Tirana, nella notte tifosi di Roma e Feyenoord si sono scontrati fra loro e con gli agenti di polizia della capitale albanese: 60 arresti e 80 rimpatri.

7.00 – Texas, 18enne apre il fuoco in una scuola elementare e uccide 19 bambini e 2 adulti: è la peggiore strage in una scuola dal 2012.

8.30 – La Corte suprema federale del Brasile conferma l’autorizzazione all’estradizione in Italia del narcotrafficante della ‘ndrangheta Rocco Morabito.

10.00 – Scandalo in Spagna: la magistratura indaga su oltre duemila personaggi famosi che avrebbero acquistato falsi certificati di vaccinazione anti-Covid.

11.00 – La Cina organizza manovre militari nel mare e nello spazio aereo attorno a Taiwan in risposta alle “recenti attività di collusione tra Stati Uniti e Taiwan”.

11.30 – Brasile, violenta irruzione della polizia in una favela di Rio contro il Comando Vermelho: 21 morti.

13.00 – Zelensky ammette che la Russia sta avanzando in Donbass e si dice pronto a un tavolo di pace, ma senza rinunciare all’integrità territoriale.

13.30 – NATO, delegazioni di Finlandia e Svezia arrivano in Turchia per colloqui riguardanti la richiesta di adesione all’Alleanza.

13.45 – Il Parlamento della Russia approva un progetto di legge che prevede di abolire il limite di 40 anni per chi desidera arruolarsi nelle forze armate.

16.00 – Processo Ruby Ter: chiesti sei anni di carcere per Silvio Berlusconi.

18.20 – Al via il processo d’appello a Mimmo Lucano, ex “sindaco dell’accoglienza” di Riace condannato a 13 anni in primo grado.

 

YouTube ha chiuso oltre 9.000 canali accusandoli di essere filo-russi

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La testata britannica The Guardian ha fatto un po’ di conti in tasca al più noto portale di video-social, YouTube. Ne è emerso che dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina, il sito di streaming operante sotto Google ha compiuto un’intensa azione di censura nei confronti dei video filo-russi. A scomparire dalla Rete sono stati infatti 70.000 clip e 9.000 canali che avevano commentato la situazione bellica attualmente in atto, accusate di aver violato le policy del sito.

In passato abbiamo già scritto della rimozione di RT, canale d’informazione controllato dal Cremlino, tuttavia l’intervento di YouTube si è esteso in maniera capillare toccando anche giornalisti specifici quali Vladimir Solovyov e i canali collegati al Ministero della Difesa e a quello degli Affari Esteri di Mosca. Il sito non ha fornito dati specifici sulla questione e, interpellato dal quotidiano inglese, il responsabile del prodotto Neal Mohan si è limitato a rilasciare un commento molto vago e ambiguo.

«Non ho i numeri specifici», ha sostenuto il dirigente, «ma potete immaginare che molti di questi video rappresentino narrative che provengono dal Governo russo o da attori russi che operano in vece del Governo russo». Se YouTube ha tenuto traccia della sua scelta editoriale, insomma, non ha in questo momento alcun progetto di condividerne i dettagli con il pubblico internazionale.

Quello che tuttavia è chiaro è che l’intervento sia stato elevato oltre alla dinamica della lotta alla disinformazione, alla guerra alle “fake news”. Molti dei canali e dei video colpiti non sarebbero stati infatti intercettati per l’incorrettezza delle informazioni trattate, quanto per il tono adottato nei video stessi. Alcuni profili sono stati dunque bloccati temporaneamente semplicemente per aver identificato l’assalto russo a Kiev come una «missione di liberazione», una lettura che, per quanto difficilmente condivisibile, è propria di dinamiche geopolitiche che sono generalmente tollerate.

Content creator, giornalisti e istituzioni vicine al Cremlino avrebbero violato le linee guida del portale, le quali «proibiscono contenuti che negano, minimizzano o trivializzano eventi violenti ben documentati». O almeno così sostiene YouTube su Twitter. Che i social vogliano sgravarsi da qualsivoglia contenuto politico e dipingersi come posti felici dove svagarsi è cosa nota, tuttavia la portata di questo approccio censorio apre inevitabilmente una discussione su quali siano le narrazioni da considerare valide e quali invece meritino di essere punite con l’oscurantismo.

Non è raro che Governi e Amministrazioni descrivano le manovre belliche al pari di “missioni di pace” o di “esportazioni di democrazia”, che decorino i propri interessi strategici come un bene per l’umanità che fatalmente si traduce nella morte di innocenti, in crimini di guerra e nel foraggiamento di cleptocrazie che violano apertamente i diritti umani. Allo stesso tempo, è difficile credere che Google, azienda statunitense, sia pronta a bloccare i canali della Casa Bianca qualora questa dovesse imporre le proprie narrazioni al pubblico della Rete, quindi si torna sempre al solito dilemma: sta davvero alle Big Tech decidere quali siano gli argomenti degni di censura e, nel caso, i portali non dovrebbero essere considerati legalmente come omologhi delle case editrici?

[di Walter Ferri]

Processo Ruby ter: procura chiede condanna a 6 anni per Berlusconi

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Nell’ambito del processo Ruby Ter, il procuratore aggiunto di Milano Tiziana Siciliano e il pm Luca Gaglio hanno chiesto una condanna a 6 anni di reclusione per Silvio Berlusconi, imputato per corruzione in atti giudiziari. L’accusa ha anche chiesto 5 anni di reclusione per Karima El Mahroug, meglio nota come “Ruby”, per falsa testimonianza e corruzione in atti giudiziari. Non solo, perché in totale sono state chieste 28 condanne, tra cui quella relativa alla senatrice ed ex fedelissima di Berlusconi, Maria Rosaria Rossi, per la quale è stata richiesta una condanna a 1 anno e 4 mesi per falsa testimonianza.

Ucciso 8 anni fa in Donbass, Andrea Rocchelli cerca ancora giustizia

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Andy aveva una macchina fotografica e lo sguardo di chi di cose ha ne viste tante, troppe. Molte di più di quelle che avrebbero potuto stare dentro al suo obiettivo. Nelle poche, pochissime foto che lo ritraggono, lui che ha scattato immagini in mezzo mondo, non sorride mai. Ha qualche ciuffo di barba e un viso pulito da ragazzino adulto, gli occhi scuri e un’aria seria che a 30 anni capita raramente. A meno che, appunto, non sei uno come Andrea Rocchelli che era un fotoreporter italiano e otto anni fa, il 24 maggio 2014, è stato fatto a pezzi, crivellato più volte, dai colpi di un mortaio. Ucciso dentro una buca insieme all’amico e collega Andry Mironov, letteralmente decapitato da uno di quei colpi. È successo nel Donbass, che proprio in quei giorni stava diventando il tritacarne che poi è stato, con le sue 15mila vittime , un massacro lunghissimo e atroce, frutto di una faida quasi medievale, casa per casa e collina per collina, tra i soldati di Kiev e i separatisti filorussi.

Un macello silenzioso e in penombra, lontano dai media, dalle tv. Proprio come la fine di Andrea, per tutti Andy. Proprio ora che la guerra in Ucraina compie tre mesi, proprio ora che i russi sembrano aver preso il controllo delle regioni orientali, torna dolorosamente alla memoria l’anniversario della vita e della morte di Andrea. Uno dei tanti giornalisti uccisi sul campo, letteralmente campo di battaglia, mentre facevano il loro lavoro. Anzi, secondo l’accusa al processo per la sua morte celebrato in Italia, ucciso proprio perché faceva il suo lavoro.

Andrea Rocchelli era un ragazzo di Pavia, classe 1983, uno di quelli nati dopo il Mundial spagnolo che è stato anche uno spartiacque generazionale. Aveva studiato al Politecnico di Milano ma la passione per raccontare il mondo con le immagini l’aveva catturato presto, quasi subito. Ha collaborato con l’agenzia di Grazia Neri e poi ha preso uno zaino e si è messo a girare un po’ il mondo: nord Africa, dove nel 2011 in Tunisia e Libia era presente alla cosiddetta Primavera araba, poi Russia e in generale est europeo, il suo mondo, la sua grande curiosità. I diritti umani negati, violati o piegati erano il metronomo dei suoi passi e dei suoi scatti. Li ha documentati in Kirgizistan e Inguscezia così come nel nostro mezzogiorno, al Sud, dove ha raccontato lo sfruttamento dei migranti da parte della criminalità organizzata.

Come un destino generoso e cupo, un percorso che non ti scegli, casomai ti sceglie lui, aveva le stimmate di uno che non sopporta le ingiustizie e la curiosità di un ragazzo che vuole dare voce a chi non ce l’ha. Anche per questo, nel 2014 era in piazza a Kiev durante le rivolte di Maidan, quello che poi si è rivelato qualcosa di molto diverso e probabilmente prodromico alla situazione attuale. Da lì all’incipiente sterminio nel Donbass il passo è stato breve, le tensioni erano già oltre i limiti della dialettica democratica, e la sua decisione di raccontare e documentare il dramma della popolazione civile è stata consequenziale.

Ha scelto di spostarsi nel Donetsk, in una terra contesa tra truppe regolari ucraine coadiuvate dai battaglioni neonazisti e i miliziani filorussi. Con l’amico e collega Andryj, un giornalista italo-russo, ex dissidente e in quel momento inviato per Novaja Gazeta, il giornale di Anna Politkovskaja. Alloggiavano alla meglio in qualche casa o palazzo nelle zone controllate dai separatisti e cercavano di raccontare un conflitto che per il mondo era fantasma, come fantasmi le sue vittime, anche i bambini. L’ultimo giorno della sua breve vita da fotoreporter, era anche tra i fondatori del gruppo Cesura, ha preso un taxi insieme ad Andryj e ad un collega francese, William Roguelon, con direzione Sloviansk.

Una zona martoriata dai bombardamenti e dagli scontri tra ucraini e filorussi, dove i civili si muovevano come sagome terrorizzate sullo sfondo, incapaci di sfuggire alla tenaglia della morte e dell’orrore.

È successo tutto molto rapidamente, e come spesso succede in guerra, anche molto caoticamente. All’altezza di una collina che gli ucraini difendevano, quella di Karachun, e in prossimità di un posto di blocco ad Alekeseeva, quando il taxi è stato fermato dai miliziani, si è scatenato un inferno di colpi di mortaio. Roguelon è stato colpito subito, ma sono riusciti a caricarlo sul taxi che è ripartito a folle velocità, con numeri fori di proiettili sulle fiancate. Andrea e Andryj invece hanno cercato riparo in una buca, dalla quale l’italiano ha continuato a scattare foto dello scambio di colpi, in un inferno di boati e schegge. Proprio una raffica di quei colpi hanno raggiunto la buca, con un botto terrificante. Mironov è morto decapitato, Andrea è caduto sotto ai colpi senza riuscire a dire una parola. Nel 2016 hanno poi trovato gli ultimi scatti, ripresi in quei momenti, con la sequenza dei colpi, la posizione, la dinamica.

Tutti elementi che avrebbero potuto essere molto utili al processo che nel 2018 si è tenuto in Italia, in primo grado, presso la Corte d’Assise di Pavia, L’anno precedente, al suo arrivo all’aeroporto di Bologna, viene arrestato Vitaly Markiv, ex membro della Guardia Nazionale ucraina. Tre anni anni di indagini condotte dalla procura di Parma e dai ROS dei carabinieri avevano portato ad accusarlo per aver fatto parte del gruppo di militari che hanno sparato i colpi di mortaio che hanno ucciso Rocchella e Mironov, e ferito gravemente Roguelon.

Markiv, nato nel 1989, era arrivato in Italia, nelle Marche, nel 2002 insieme alla madre e alla sorella. Al compimento del 18esimo anno ha preso la cittadinanza e allo scoppio della guerra nel Donbass si è arruolato volontariamente nella Guardia ucraina. I vertici del corpo, chiamati a testimoniare nel corso della vicenda giudiziaria, hanno detto che per gli ucraini Markiv era considerato un eroe nazionale. Il processo si è concluso nel 2019 con la condanna a 24 anni per concorso in omicidio volontario di Markiv, che si è sempre proclamato innocente. Le autorità di Kiev hanno criticato pesantemente la sentenza, il ministero degli Esteri ha convocato l’ambasciatore italiano e ha chiesto un’inchiesta indipendente. Si è lamentano anche Zelensky che ha parlato col premier  Conte definendo la sentenza “ingiustificatamente severa”.

Il 29 settembre 2020 inizia in Corte d’appello a Milano il processo di secondo grado, la difesa dell’imputato chiede un sopralluogo e l’assoluzione per Markiv. La Corte denuncia poi intimidazioni ad un interprete e dispone la trascrizione integrale di un’intercettazione nella quale l’imputato avrebbe detto tra l’altro “abbiamo fottuto un reporter”. Il 3 novembre i giudici milanesi emettono la sentenza d’appello: l’imputato viene assolto con formula piena per non aver commesso il fatto e viene scarcerato. Un vizio di forma, si dice, ha ribaltato il verdetto di primo grado. Vengono anche revocati i risarcimenti a carico dello stato ucraino, ritenuto responsabile in sede civile.

Al momento, quindi, non ci sono responsabili e non c’è un colpevole per la morte di Andrea e di Andryj. Ci sono due giornalisti uccisi dentro una buca da colpi di mortaio e c’è un Paese, l’Italia, che fa della libertà di stampa un caposaldo democratico, ma che di questa brutta, bruttissima storia non ha praticamente mai sentito parlare. La Procura generale annuncia un ricorso in Cassazione, mentre i genitori di Andrea Rocchelli ribadiscono le responsabilità di Kiev nella vicenda, definendo Andrea e i suoi colleghi “vittime inermi di un attacco deliberato delle forze armate ucraine, così come sancito in tre gradi di giudizio dalla magistratura italiana. Noi siamo determinati a impedire che le responsabilità ucraine restino impunite”. E si augurano che non ci debbano più essere giornalisti uccisi mentre fanno il loro mestiere, ricordando anche l’impegno di Andrea con la Ong Soleterre,  i reportage e i video che aveva realizzato nella loro casa famiglia di Kiev con i bambini malati oncologici. Quel figlio che era solo un ragazzo ma aveva già gli occhi di un adulto, un uomo che raccontava le ferite del mondo, cercando con le sue immagini una cura al silenzio e all’oblio.

[di Salvatore Maria Righi]