domenica 22 Marzo 2026
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I parlamentari di Alternativa hanno chiesto una commissione d’inchiesta sui vaccini

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Un gruppo di parlamentari di Alternativa ha presentato una proposta di legge per l’istituzione di una Commissione bicamerale di inchiesta sulla gestione della campagna vaccinale e sull’utilità ed efficacia dei vaccini. La proposta è stata avanzata per «ricercare le cause e le responsabilità a vari livelli sulle vaccinazioni anti-Covid» ci spiega al telefono Francesco Sapia, componente della Commissione Affari Sociali della Camera e autore della proposta di legge.

«Vogliamo che sia fatta luce sulle reazioni avverse e sul rapporto rischi/benefici dei vaccini nelle diverse fasi della pandemia, oltre a verificare se vi siano stati condizionamenti nella gestione della pandemia e le modalità di approvvigionamento delle partite vaccinali». L’intento, spiega Sapia, è quello di «riaprire il dibattito politico, soffocato dagli atteggiamenti dominanti», soprattutto a causa dell’altissimo numero di voti di fiducia cui è ricorso questo governo «per proteggersi dalla propria maggioranza o dalle opposizioni di Fratelli d’Italia e di Alternativa, insieme a quelle di qualche altro componente fuoriuscito come Manifesta. Il dissenso, in questo momento, è imbavagliato».

«Io credo che sia una prerogativa dei parlamentari richiedere la verità» prosegue Sapia, «se il ministero della Sanità non ha problemi io non vedo la difficoltà a reperire i report vaccinali relativi ai soggetti deceduti, acquisire le schede Istat relative ai decessi o i dati necroscopici. Noi vogliamo sapere se c’è correlazione fra le morti improvvise e i vaccini, e se non c’è vogliamo appurarlo». Il riferimento è ai dati italiani sugli studi i quali, come ricorda il dott. Frajese durante la conferenza stampa, sono secretati. Nel citare gli ultimi studi sui vaccini, apparsi su riviste quali Nature The Lancet, Frajese mostra inoltre come le evidenze riportate discostino molto da quanto inizialmente affermato circa l’efficacia dei vaccini, che si sosteneva garantissero una copertura fino al 95% dal virus. La protezione offerta da due dosi si avvicinerebbe infatti di molto allo zero a sei mesi dalla somministrazione, mentre risulterebbe addirittura negativa dal settimo mese in poi. «Si tratta di un dato mai verificatosi nella storia di qualunque vaccino» afferma Frajese, evidenziando come tali dati profilino la possibilità di danni al sistema immunitario dei soggetti vaccinati.

«Altra cosa importante da indagare» prosegue Sapia «è perchè il piano pandemico non sia stato aggiornato. Confrontando i piani pandemici aggiornati di altre nazioni, io ho dimostrato come altri Paesi fossero già pronti con mascherine FFP2 e quant’altro, mentre in Italia non esistevano i protocolli, nemmeno quelli per i medici. Venivano spesso cambiati, perchè non ce n’era uno da seguire». La lista di interrogativi ai quali il governo dovrebbe dare risposta, secondo Sapia, è molto lunga e passa per un chiarimento sull’andamento futuro della campagna vaccinale, sul persistere dell’esistenza del green pass, sulla somministrazione dei farmaci antivirali, l’obbligo di vaccinazione per i medici fino al 31 dicembre e molto altro.

«Va sottolineato come ogni volta che un parlamentare conduce un atto ispettivo, che è una sua prerogativa, il ministero non risponde mai. Non lo ha fatto sul piano pandemico, sulla richiesta di inviare ispettori per verificare la correlazione tra vaccini e morti improvvise e su molte altre cose. Si tratta di dati da verificare, noi non diciamo che la correlazione esista per certo, quello che è certo è che sono morte molte persone, anche soggetti giovani e sani. Sono interrogativi da porsi, considerato che stiamo portando avanti una campagna vaccinale e che sembra non esista altra via d’uscita alla pandemia. Eppure il governo non risponde mai, né per confermare né per smentire».

[di Valeria Casolaro]

Italia: finalmente saranno accessibili ai cittadini le relazioni tra sanità e industria

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La Commissione Affari Sociali della Camera ha approvato all’unanimità il disegno di legge Baroni, firmato dal deputato di Alternativa e incentrato sulla volontà di indirizzare il settore sanitario verso la trasparenza e la meritocrazia. Il cosiddetto Sunshine Act italiano, ispirato a norme già presenti all’estero, «permetterà di monitorare i legami di interesse esistenti tra circa 290.000 aziende coinvolte nel settore sanitario e più di un milione di operatori della salute, inclusi i vertici amministrativi», ha dichiarato Massimo Enrico Baroni. L’obiettivo è di tutelare la trasparenza e prevenire processi distorsivi attraverso «l’obbligo di dichiarazione su un sito internet del governo, consultabile da tutti i cittadini come registro pubblico telematico, di tutti i dati relativi a regalie, remunerazioni, accordi» che producono vantaggi e che l’industria sanitaria porrà in essere nei confronti dei lavoratori del settore, tra cui medici, biologi, infermieri e ostetrici.

A fornire i dati delle collaborazioni e degli accordi saranno le aziende, mentre gli operatori sanitari non avranno alcun tipo di adempimento. Il sistema dichiarativo sarà posto a vigilanza e, in caso di mancata comunicazione, scatteranno le sanzioni, con multe per le imprese di venti volte l’importo dell’erogazione alla quale si riferisce l’omissione, non prevedendo un tetto massimo. «In questo modo le aziende ci penseranno due volte prima di coprire un trasferimento di valore nei confronti di un operatore sanitario con cui si ha un accordo», ha dichiarato a L’Indipendente Massimo Enrico Baroni. Nel concreto, si pensi ad esempio ai regali sotto forma di prodotti della prima infanzia agli ostetrici o agli integratori alimentari indirizzati a biologi e medici dello sport da parte di aziende inserite nel settore sanitario. A questi si aggiungono poi le partecipazioni azionarie o brevettuali. Con l’approvazione della norma, tutti i trasferimenti di valore (denaro, beni, servizi e partecipazioni) verranno segnalati e i cittadini potranno scegliere con maggiore consapevolezza i professionisti a cui affidare la propria salute, conoscendone gli accordi e le collaborazioni poste in essere con le imprese. Si darà, dunque, piena attuazione ai principi contenuti nell’articolo 32 (tutela della salute), articolo 41 (libertà e qualità dell’iniziativa economica privata), articolo 97 (efficienza e imparzialità) e articolo 117 (diritto alla conoscenza) della Costituzione italiana.

Struttura registro pubblico telematico

La norma, per quanto riguarda la struttura del registro pubblico telematico, si ispira al modello francese, aggiungendo l’importante elemento sanzionatorio che invece manca a Parigi. L’idea è di rendere più semplice e intuitivo l’accesso ai cittadini, dividendo il registro in tre sezioni: i vantaggi (o regali), la remunerazione e gli accordi (o convenzioni). In questo modo verranno dichiarati tutti i movimenti che implicheranno uno spostamento di reddito tra le parti, dalle collaborazioni ai beni materiali. Il Sunshine Act italiano punta sulla trasparenza, in un paese in cui la Sanità registra il 16% dei casi totali di corruzione, stando ai dati pubblicati da Transparency nel 2020. Il provvedimento riempirà un vuoto all’interno del sistema, concludendo il suo travagliato iter nei prossimi mesi, con l’approvazione dei decreti attuativi. Presentato a inizio Legislatura, nel 2018, il disegno di legge Baroni «ha subito prima l’insabbiamento al ministero dell’Economia e delle Finanze per circa 18 mesi e poi la non calendarizzazione in Aula per mano del M5S», come dichiarato dallo stesso deputato di Alternativa. Un cambio di rotta tra i pentastellati ha però sbloccato l’iter: Mariolina Castellone, divenuta capogruppo del partito al Senato, ha infatti deciso di calendarizzare il provvedimento. «Si tratta di una misura che potrà contribuire ad aumentare la fiducia dei cittadini nella scienza e nella medicina, oltre che dare un impulso importante per rendere più indipendenti gli studi scientifici», ha dichiarato Nicola Provenza, deputato pentastellato e relatore del disegno di legge.

[Di Salvatore Toscano]

Cina, file hackerati alla polizia cinese mostrano la repressione nello Xingjiang

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Alcuni file hackerati alla polizia cinese e consegnati alla BBC mostrerebbero come nella regione dello Xingjiang, a maggioranza musulmana, le autorità cinesi stiano mettendo in atto incarcerazioni di massa e assassini ai danni della popolazione uigura, operazioni fino ad ora sempre smentite dal governo di Pechino. Il regime cinese avrebbe definito i luoghi di detenzione “centri di rieducazione e formazione”. La pubblicazione delle informazioni coincide con l’arrivo nello Xinjiang della Commissaria per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Michelle Bachelet.

 

Allargare la prospettiva: il conflitto in Ucraina visto dalla Cina 

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La Cina ha riconosciuto la genesi e le criticità storico-geografiche di questa crisi fin dall’inizio. Anzi, si potrebbe dire che le preoccupazioni di Mosca sono state a lungo condivise da Beijing. Ci riferiamo a provocazioni, minacce, interferenze e interventi militari posti in essere dal sistema USA-Nato in tutto l’arco eurasiatico, che tocca o lambisce i confini russi e cinesi. Come approfondito da una letteratura estesa, tre decenni di rivoluzioni colorate e cambi di regime, tentati o realizzati attraverso vari pretesti, rientrano pienamente ed ufficialmente nelle strategie di lungo termine degli apparati militari, di sicurezza e intelligence, statunitensi. Inoltre, Beijing continua a non accettare i cicli sanzionatori avanzati unilateralmente da Washington e che hanno di fatto alterato i regimi commerciali mondiali violando costantemente l’ordine incentrato sul WTO. 

La Cina non ha cambiato le proprie posizioni, neanche a seguito dello scoppio della guerra tra Russia e Ucraina. Essa non può non criticare l’attuale conflitto, in quanto foriero di un nuovo processo di destabilizzazione in Europa e in Eurasia che va contro i propri interessi ed il proprio operato, volto a realizzare, al contrario, una crescente integrazione intercontinentale. Beijing, da sempre sostenitore del principio di non interferenza, è diventato il primo partner commerciale di circa 140 paesi nel mondo, tra cui Russia ed Ucraina. Uno dei principali corridoi eurasiatici della Via della Seta passa attraverso l’Ucraina. Pertanto, la Cina, a differenza degli Stati Uniti, non ha alcun interesse a vedere la destabilizzazione di un’area così cruciale per i suoi legami con l’Europa. Tuttavia, i fatti persuadono del fatto che, anche quando la situazione ucraina sarà risolta, le tendenze globali rimarranno quelle a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni: la continua crescita dell’Asia (in collaborazione con Africa e America Latina) e un’Europa sempre più vittima della propria subordinazione a Washington. Da questo punto di vista la Cina suggerisce all’Europa di sviluppare una propria autonomia politica nell’ambito delle vicende internazionali. 

In merito alla riorganizzazione degli equilibri mondiali, possiamo asserire che la direzione, già segnata, è quella di una riduzione di fatto del peso dell’Occidente a livello politico ed economico mondiale a favore di una nuova multipolarità, il cui consolidamento passerà tuttavia attraverso altri conflitti. A questo punto si tratterà di capire quale sarà l’entità del danno generato dalla volontà dell’Occidente di rimanere l’unico polo dominante. Indubbiamente, la crisi ucraina è un banco di prova che solleva grande preoccupazione. Se guardiamo alla destabilizzazione globale generata nei decenni dall’egemone in declino e dai suoi più stretti alleati, possiamo asserire che un mondo più influenzato dalla Cina sarà caratterizzato da maggiore cooperazione e minore competizione (o iper-competizione distruttiva). Ed il principio del rispetto reciproco tra i diversi sistemi politici, che oggi non è soddisfatto, potrebbe divenire una pietra angolare delle relazioni internazionali.

La partnership sino-russa  

Per quanto riguarda il legame sino-russo, su cui tanto si specula, possiamo ricordare innanzitutto che esso sia particolarmente forte e che non si romperà a causa di questa guerra in Europa. Legami e complementarietà energetiche, commerciali, finanziarie e valutarie sono andate molto avanti. Ma anche i legami nell’ambito della sicurezza regionale si sono sviluppati. Un esempio di questo è la collaborazione tra la Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) – cioè l’organismo intergovernativo che riunisce Cina, Russia, India, Pakistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan e ospita in qualità di osservatori altri paesi importanti come Iran e Bielorussia – e l’‘Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), ovvero l’alleanza militare che lega Russia, Armenia, Bielorussia, Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. La proposta cinese per la risoluzione dell’attuale crisi sembra essere equilibrata ed in linea con un approccio pacifico alle relazioni internazionali, coerente con la propria cultura diplomatica almeno sin dai tempi di Zhou Enlai. La Cina tiene conto degli interessi di tutte le parti coinvolte, dando forma ad un approccio pragmatico, orientato alla pace, ampio, complesso e non manicheo. Perché non c’è una soluzione facile, veloce ed a buon mercato alla risoluzione di problemi storico-politici e geostrategici accumulatisi nel tempo. A meno che non intervengano gli Usa, coloro i quali avrebbero avuto, secondo Beijing, le più grandi responsabilità nel provocare questa crisi. 

La Repubblica popolare, dunque, sta mettendo in campo le proprie attività diplomatiche, promuovendo la ridefinizione di un sistema di sicurezza europeo più equilibrato e fuori dalla logica dei blocchi. In ultima istanza, la Cina continuerà a rafforzare l’amicizia di ferro con la Russia, traendone eventualmente vantaggio a medio termine, per motivi economici ed energetici, ma non potrebbe mai accettare una destabilizzazione del vicino russo, come Washington auspica, ovvero un cambio di regime. Ma andiamo a vedere il retroterra storico dei rapporti sino-russi, nonché l’evoluzione e il ruolo della Shanghai Cooperation Organization per meglio comprendere questa partnership.  

Un breve excursus storico

I rapporti intercorsi negli ultimi decenni fra la Russia e la Cina sono stati altalenanti. Nel 1950 la Cina firmò il Trattato di amicizia e mutua assistenza con l’URSS, che fu rotto dieci anni dopo a causa della dura critica avanzata dal Partito Comunista cinese al pragmatismo di Chruscev, che intraprese la strada della coesistenza pacifica con gli USA. Sentendosi minacciata dalla superpotenza sovietica, la Cina mantenne un atteggiamento freddo e distaccato fino alla metà degli anni Ottanta, quando riavviò un processo di normalizzazione dei rapporti, sfociato in seguito in una collaborazione più solida. 

Pertanto, a partire dall’inizio del XXI secolo, Russia e Cina hanno firmato un nuovo accordo di amicizia e cooperazione di validità ventennale. Opponendosi continuamente al progetto statunitense di costruzione di un sistema di scudo antimissile in Europa e in Asia (poi regolarmente avvenuto), Cina e Russia hanno spesso mostrato posizioni comuni su numerose questioni e non è un caso che nel 2002 abbiano lavorato insieme alla risoluzione della crisi indo-pakistana e nel 2004 a quella nordcoreana, così come nel 2011 si siano schierate contro l’intervento USA-Nato in Libia ed oggi siano impegnate nell’elaborazione di una strategia comune in Afghanistan. È di pochi giorni fa l’incontro dei ministri degli esteri dei paesi vicini dell’Afghanistan tenutosi in Cina a Tunxi nella provincia di Anhui.

Passati più di venti anni dall’avvio dell’ultima fase di riconciliazione, l’asse sino-russo sembra essere in buona salute soprattutto sul piano geostrategico. Le prime manovre militari congiunte, svoltesi nell’agosto del 2005, hanno rappresentato un fatto storico-politico importantissimo, la cui valenza aumenterà quando tali esercitazioni includeranno anche le forze armate indiane. 

Dalla nostra prospettiva, i recenti movimenti asiatici possono essere letti come una risposta di Beijing e dei suoi nuovi partner alle iniziative intraprese da Washington. Il riavvicinamento sino–russo è infatti una diretta conseguenza degli interventi statunitensi in Iraq e Afghanistan, nonché delle azioni intraprese nelle Repubbliche Centro–Asiatiche. Beijing non accetta peraltro che Washington rifornisca continuamente Taiwan di armamenti sofisticati. In questo quadro si comprende bene il ruolo strategico della SCO, che è oggi assurta al ruolo di vera organizzazione per la cooperazione regionale: favorendo ad esempio lo smantellamento di alcune basi statunitensi nelle Repubbliche Centro–Asiatiche e promuovendo lo sviluppo di un sistema di infrastrutture energetiche e di trasporto più autonomo dall’Occidente. Definito da alcuni asse anti-egemonico, rievocando la dottrina Primakov, la SCO ha avviato tra l’altro una cooperazione stretta con la CSTO, ovverosia la Collective Security Treaty Organization facente capo a Mosca. 

Ricordiamo infine che la Russia è un importante fornitore di armi ed energia, mentre la Cina (primo partner commerciale della Siberia orientale) esporta beni industriali e prodotti hi–tech. I contratti in campo energetico sono andati avanti fino a poche settimane fa, accrescendo la rete infrastrutturale asiatica e i legami vitali a lungo termine tra le principali potenze regionali. In questo contesto, l’India, corteggiata costantemente da Washington, rappresenta un attore indispensabile per contenere l’ascesa dell’asse sino–russo e la maggiore integrazione/espansione della SCO. Tuttavia, negli ultimi anni risulta sempre più evidente che l’India non abbia alcun interesse ad assumere una postura anti-cinese nell’ambito dei progetti geostrategici di Washington nella macroregione dell’Indo-Pacifico. 

Evoluzione e ruolo dell’alleanza SCO

Dopo la caduta dell’URSS, sia la Cina che gli USA hanno avviato trattative diplomatiche per avere un ruolo in questi territori, considerati strategici per la loro ubicazione geografica e per la presenza di importanti risorse energetiche. Nonostante i risultati raggiunti dagli USA, con intese di vario tipo, la Cina e la Russia mantengono dei vantaggi storico–geografici evidenti. Nel 1996 e 1997, le nuove Repubbliche Centro–Asiatiche, corteggiate anche da Washington, hanno firmato con Beijing e Mosca due accordi indirizzati all’accrescimento della fiducia reciproca e alla riduzione delle forze militari nelle aree transfrontaliere. Nel giro di pochi anni ciò ha consentito di risolvere le dispute di confine e di consolidare la collaborazione interstatuale in funzione antiterroristica. Col passare del tempo la SCO si va configurando sempre di più come uno spazio di cooperazione strategico-militare ed economico-commerciale, in cui il peso della Cina emerge in maniera preponderante. Non solo sul piano politico-culturale — i principi continuamente affermati da Beijing di “non interferenza”, “non allineamento”, “apertura al mondo” e “rispetto reciproco” sono stati ad esempio inseriti nella Carta costituzionale della SCO — ma anche per quanto riguarda la costruzione di infrastrutture, i programmi di cooperazione economica transfrontaliera e le manovre militari congiunte. Con l’allargamento della stessa e l’entrata di India, Iran e Pakistan, la SCO rappresenta la più grande organizzazione regionale del mondo, che, senza la diretta partecipazione degli USA, include le due economie più dinamiche del Pianeta e alcune significative potenze nucleari. Tutto ciò svela nondimeno l’esistenza di attriti competitivi fra Occidente e Oriente, visto che dalla seconda metà degli anni Novanta, e soprattutto dopo l’intervento in Afghanistan, gli Stati Uniti hanno aumentato la propria azione nella regione — ottenendo ad esempio un’ampia adesione alla “guerra al terrorismo” — per contrastare l’espansionismo sino–russo. 

Alcuni dei fatti che dimostrano l’inedita solidità e ampiezza del ruolo cinese nell’ambito di questo accordo regionale transfrontaliero sono: la realizzazione di nuovi oleodotti e gasdotti, la costruzione di autostrade e ferrovie, il miglioramento delle infrastrutture esistenti, le esercitazioni militari congiunte, la risoluzione di dispute confinarie, i nuovi accordi di libero scambio e la creazione di Zone Economiche Speciali.  

La situazione geostrategica in Asia Centrale è dunque la seguente. Con il collasso dell’Unione Sovietica nel 1991, la Cina ha esteso la sua influenza per affermare una leadership regionale e tentare di frenare allo stesso tempo l’espansionismo statunitense verso Est. In queste dinamiche sia la Russia che l’Iran si sentono a loro agio: entrambe soffrono di un senso di accerchiamento a causa dell’instabilità mediorientale e dell’ex Repubbliche sovietiche, ed entrambe possono contare su un partner sempre più potente per superare i vincoli e le pressioni occidentali. Da una prospettiva opposta, invece, gli Stati Uniti, egualmente interessati al valore strategico di questa regione, hanno costruito dopo l’11 settembre 2001 diverse basi militari per contenere l’influenza cinese. Ciò nonostante, negli ultimi 20 anni la loro presa su questi Paesi è stata ridimensionata. I voti in ambito Onu delle ultime settimane hanno confermato la mancanza di interesse in Asia a seguire le richieste sanzionatorie di Washington verso la Russia.  

[di Fabio Massimo Parenti]

‘Ndrangheta, dal Brasile l’ok per l’estradizione di Morabito

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La prima sezione della Corte suprema federale del Brasile ha confermato l’autorizzazione all’estradizione in Italia del narcotrafficante della ‘ndrangheta Rocco Morabito, uno dei criminali più ricercati al mondo. La misura conferma quanto deciso, nel marzo scorso, dallo stesso massimo tribunale brasiliano, respingendo dunque un ricorso presentato dai legali della difesa del boss, che avevano sostenuto l’illegalità delle procedure. Dopo l’arresto nel maggio del 2021 a Joao Pessoa, Morabito è stato trasferito al penitenziario di Brasilia, dove è da allora detenuto. Ora il governo federale sarà incaricato di consegnare il narcotrafficante alle autorità italiane.

Due antichissime specie di delfini preistorici sono state scoperte in Svizzera

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Gli scienziati dell’Università di Zurigo hanno scoperto due specie di delfini preistoriche. Questi, 20 milioni di anni fa, nuotavano nelle acque che coprivano la Svizzera, oggi una terra nel cuore dell’Europa, senza più alcuno sbocco sul mare. Il paese, infatti, faceva parte di un paesaggio insulare le cui parti basse (Mittelland) erano ricoperte dall’oceano pullulante di pesci, squali, delfini, cozze e ricci di mare. I ricercatori hanno esaminato circa 300 fossili qui ritrovati e poi conservati in quattro musei svizzeri; si parla di frammenti di denti, vertebre e ossa rinvenuti negli strati dei sedimenti marini. Grazie all’individuazione delle ossa dell’orecchio interno, non facili da ritrovare ma importantissime per classificare le specie, sono riusciti a scoprire degli esemplari fino a oggi sconosciuti.

I reperti sono stati analizzati con la microtomografia computerizzata, tecnica di imaging 3D, la quale ha permesso di effettuare una ricerca meticolosa con la creazione di immagini estremamente precise dei tessuti più molli presenti attorno alle ossa dure dell’orecchio. Così facendo, gli esperti sono riusciti ad analizzare la capacità uditiva degli antichi animali e le loro preferenze relative all’habitat. In base ai dati e alle informazioni emerse è stato stabilito che le due nuove specie individuate appartengono ai gruppi dei kentriodontidi e degli squalodelfinidi, i quali possono essere collegati ai delfini attualmente esistenti e ai capodogli.

Questa è la seconda recente scoperta paleontologica riguardante animali marini in Svizzera. Poche settimane fa, infatti, gli scienziati hanno annunciato di essere riusciti a individuare la natura di alcuni reperti rinvenuti sulle Alpi svizzere fra il 1976 e il 1990. Si tratta dei resti di ittiosauro. Gli ittiosauri erano rettili marini, contemporanei ai dinosauri, i quali si ritiene si siano evoluti da specie terrestri: non erano dotati di branchie e, per respirare, ogni tanto dovevano necessariamente tornare in superficie. Inoltre non deponevano uova, ma partorivano, come oggi fanno le balene e i delfini. I primi esemplari fecero la loro comparsa circa 250 milioni di anni fa, in quello che viene definito Triassico. In questo periodo si diffusero ampiamente nell’oceano Tetide (braccio oceanico disposto in senso Est-Ovest che, tra il Permiano e il Miocene, separava l’Africa settentrionale dall’Europa e dall’Asia) e, in contemporanea, aumentarono di dimensioni. Attorno a 100 milioni di anni fa, si estinsero.

La scoperta dei resti fossili – vertebre, costole e un dente – sulle Alpi svizzere, risale a più di 30 anni fa e la si deve a un gruppo di ricerca dell’Università di Zurigo. All’epoca, il team aveva sì accertato la provenienza dei resti da grandi dinosauri marini, ma non era riuscito ad andare più nello specifico a causa dei pochi ritrovamenti a disposizione. Oggi, grazie ai ricercatori delle Università di Bonn e Zurigo, è arrivata la sterzata alle indagini con l’individuazione di tre dinosauri marini. Questi misurano circa 20 metri di lunghezza e il loro peso stimato è di 80 tonnellate. Per quanto riguarda il dente ritrovato, questo mostra una radice lunga 60 millimetri, una caratteristica non da poco, considerando che l’esemplare più grande conosciuto appartenente a un ittiosauro lungo quasi 18 metri, ha una radice di 20 millimetri.

[di Eugenia Greco]

Usa, diciottenne spara in una scuola elementare: 21 morti

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Ennesima strage delle armi negli Stati Uniti, la più grave in un decennio. Nella scuola elementare a Uvalde, nei pressi di San Antonio in Texas, un ex studente di 18 anni, Salvador Ramos, ha fatto irruzione ed ha sparato all’impazzata. Secondo quanto dichiarato dalle autorità sarebbero 21 le vittime: 19 bambini e due adulti. Il killer avrebbe anche sparato alla propria nonna, prima di dirigersi verso la scuola, che conta quasi 500 iscritti per la maggior parte ispanici. Secondo quanto riportato dalla BBC, solamente quest’anno sarebbero già 27 le sparatorie avvenute all’interno delle scuole negli Stati Uniti.

Martedì 24 maggio

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9.00 – Unicef, oltre 20 milioni di bambini che vivono nei 39 Paesi dell’Ocse e dell’Ue hanno livelli elevati di piombo nel sangue.

9.30 – La Dia perquisisce la casa dell’inviato di Report Paolo Mondani e la redazione il giorno dopo la messa in onda dell’inchiesta sulla strage di Capaci.

10.20 – Il ministro dell’Economia tedesco annuncia che l’Ue «concorderà probabilmente un embargo sulle importazioni di petrolio entro pochi giorni».

10.30 – Giappone, Usa, India e Australia investiranno 50 miliardi di dollari in infrastrutture nell’Indo-Pacifico.

11.00 – Pechino a Washington: “Non c’è forza al mondo che possa salvare il destino delle forze dell’indipendenza di Taiwan dal fallimento”.

12.30 – Rosato, presidente di Italia Viva, annuncia che dal 15 giugno partirà la raccolta firme per abolire il reddito di cittadinanza.

16.00 – Jet cinesi e russi volano sul mar del Giappone durante un incontro tra i leader del blocco dei Quad a Tokyo incentrato sulla sicurezza regionale.

17.45 – Tedros Adhanom Ghebreyesus è stato rieletto Direttore generale dell’Organizzazione mondiale della sanità per la seconda volta.

19.30 – Sicilia, tornati in attività i vulcani Etna, Vulcano e Stromboli.

20.15 – Crisi del grano, la Nato chiede a Putin di sbloccare i porti ucraini per permettere la ripresa dell’export.

Jet cinesi e russi volano sul Mar del Giappone durante incontro Quad

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Jet militari cinesi e russi hanno volato, in un’esercitazione militare congiunta, sul Mar del Giappone e sul Mar Cinese orientale mentre a Tokyo era in corso un incontro dei leader dei paesi Quad (Giappone, Usa, India e Australia) incentrato sulla sicurezza regionale. A riferirlo è il ministro della Difesa nipponico Nobuo Kishi, che ha condannato l’esercitazione definendola “provocatoria” e “inaccettabile”. Si tratta della quarta volta da novembre che voli congiunti a lunga distanza di Russia e Cina vengono avvistati vicino al Giappone, senza violarne lo spazio territoriale.

In Italia dall’inizio dell’anno sono spariti oltre mille minori stranieri

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Sono 1173 i minori stranieri non accompagnati (MSNA), ovvero i minorenni stranieri che si trovano sul territorio italiano privi di adulti responsabili della loro assistenza, scomparsi in Italia nei soli primi 4 mesi del 2022. Si tratta di quasi 10 bambini o ragazzi al giorno, svaniti nel nulla dopo essersi allontanati dalle strutture cui sono dati in affidamento dalle forze dell’ordine o dalle prefetture. Un fenomeno silenzioso, che non cattura l’attenzione dei mezzi di informazione, se non in forma episodica, nonostante la tendenza crescente degli ultimi anni.

Si definisce minore straniero non accompagnato il “minorenne non avente cittadinanza italiana o dell’Unione europea che si trova per qualsiasi causa nel territorio dello Stato o che è altrimenti sottoposto alla giurisdizione italiana, privo di assistenza e di rappresentanza da parte dei genitori o di altri adulti per lui legalmente responsabili in base alle leggi vigenti nell’ordinamento italiano”. Si tratta di giovani di età inferiore ai 18 anni rintracciati sul territorio dalle forze dell’ordine, o giunti sul suolo italiano a seguito di sbarchi insieme ad altri migranti, che una volta intercettati vengono inseriti in apposite strutture dalle prefetture.

Con l’entrata in vigore della l. 47/2017, la cosiddetta “legge Zampa”, è infatti fatto divieto il respingimento alla frontiera dei MSNA a prescindere dal motivo per il quale questi facciano ingresso sul suolo italiano. Secondo la normativa vigente (art. 403 cc) questi devono essere inseriti in un “luogo sicuro” individuato dalle autorità. Tuttavia, come riportato da Melting Pot e confermato verificando i dati forniti dagli stessi report governativi, il numero di minori che ogni anno sparisce dalle strutture adibite alla loro accoglienza è incredibilmente alto: nei soli primi 4 mesi del 2022 sono 1173 i MSNA “usciti di competenza” dal sistema per “allontanamento”, a fronte dei 5239 in ingresso in Italia nello stesso periodo (dei quali 2746 provenienti dall’Ucraina). Confrontando i dati disponibili, è possibile notare come nel 2021, a fronte di 11.578 MSNA rintracciati sul territorio italiano, siano 3776 i casi di “allontanamento” complessivi dalle strutture. I dati possono essere confrontanti con quelli del ministero dell’Interno sui minori stranieri scomparsi: nel primo semestre del 2021 erano 3434, a fronte dei 1627 del 2020 e dei 2243 del 2019. Come sottolineato dal prefetto Silvano Riccio, «È peraltro evidente che gli stranieri che si allontanano dai centri di accoglienza presentano maggiori difficoltà sotto il profilo della ricerca e del possibile ritrovamento, atteso che molti di questi considerano l’Italia come Paese di transito e raggiungono altri Paesi, soprattutto del Centro e Nord Europa».

Tra le ragioni che spingono i minori ad allontanarsi dalle strutture, nella maggior parte dei casi per essere inseriti nei circuiti dell’economia sommersa e dell’illegalità, vi sono i lunghi ed estenuanti iter delle procedure di accoglienza, che possono durare anche anni prima di essere portati a compimento, e il bisogno di ripagare i debiti di viaggio. Giunti spesso in Europa sulla base della richiesta di ingenti somme da pagare da parte dei trafficanti, complice l’estrema dilatazione dei tempi di regolarizzazione, molti di questi giovani finiscono spesso per essere prede dei circuiti di sfruttamento.

La sparizione dei minori nella trattazione mediatica è spesso un tema preso sottogamba, «probabilmente perché non percepiti come portatori di conflittualità sociale, né di minaccia alla sicurezza nazionale. […] La loro non-presenza sul territorio è demarcata con espressioni come: irreperibili; scomparsi in reti criminali di sfruttamento; in transito verso altri Paesi; scappati dal sistema di accoglienza; sottrattisi all’identificazione, definizioni perlopiù utilizzate nella reportistica istituzionale e delle ONG sul tema, e poi riprese dai mezzi di informazione».

Si tratta di un’emergenza che non riguarda solamente l’Italia, ma l’intera Europa: sono infatti almeno 18 mila i MSNA giunti nel continente e poi scomparsi tra gennaio 2018 e dicembre 2020, secondo l’indagine svolta dal Guardian Lost in Europe. Il dato potrebbe tuttavia essere fortemente sottostimato, poiché non tutti i Paesi europei avevano a disposizione dati aggiornati o esaurienti da fornire. A ciò va anche aggiunto il fatto che le procedure di segnalazione di scomparsa non sempre vengono effettuate a dovere, come mostra report della Fondazione ISMU, la quale denuncia come “l’insufficiente cooperazione tra le diverse autorità” e la mancanza di “pratiche consolidate riconosciute e un protocollo per la cooperazione transfrontaliera” rendano difficili le procedure di ricerca a livello europeo.

[di Valeria Casolaro]