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martedì 27 Luglio 2021

Italia: il ministero della transizione ecologica si inventa le “trivelle sostenibili”

Che l’abbandono delle fonti fossili fosse sempre più un miraggio si era intuito con i presupposti del nuovo Ministero della Transizione ecologica. La conferma ora arriva dallo stesso con l’adozione del paradossale Piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee (PiTESAI). Ovvero, “uno strumento – scrive il dicastero – volto ad individuare le aree dove sarà possibile svolgere o continuare a svolgere le attività di ricerca, prospezione e coltivazione degli idrocarburi in modo sostenibile”. In altre parole, un documento finalizzato a decidere dove trivellare – udite udite – senza peggiorare la crisi climatica. È legittimo chiedersi come sia possibile cercare petrolio o gas rispettando i principi della sostenibilità. La risposta è semplice: non è possibile. E non lo è per un’infinità di motivi. Primo fra tutti perché la responsabilità dell’industria petrolifera nella crisi climatica è appurata e incontestabile.

In qualunque modo o in qualunque area si decida di trivellare, non sarà mai e poi mai un atto sostenibile. Anzi, in ogni caso sarà esattamente l’opposto. Basti pensare, in primo luogo, all’impatto ecologico derivante dalla sola presenza fisica di una piattaforma petrolifera. Oppure, ad operazioni avviate, all’inquinamento marino generato dai rifiuti delle operazioni di fratturazione idraulica o acidificazione dei pozzi. O ancora, come nel caso africano, alla devastazione sociale e ambientale nelle comunità e nei luoghi interessati dalle perforazioni. Senza contare poi i rischi connessi alle fasi di trasporto del prodotto estratto. Guasti agli oleodotti che potrebbero, come accaduto recentemente a Taiwan, degradare interi ecosistemi, oppure, come testimoniano centinaia di casi sparsi nel mondo, perdite o interi sversamenti degli idrocarburi contenuti nelle migliaia di petroliere che ogni giorno attraverso i fragili oceani.

Ma non finisce qui. L’impatto ambientale delle fonti non rinnovabili continua anche e soprattutto dopo il loro utilizzo. Dal carbone al petrolio passando per il gas naturale, non c’è combustibile fossile che non emetta gas serra o sostanze inquinanti. Il risultato? La crisi climatica è qui e ora. Lo confermano, giusto per citarne qualcuno, gli ennesimi eventi meteorologici estremi che, in questo caso, hanno interessato il Nord Europa. In tutto ciò, la responsabilità dell’industria degli idrocarburi è evidente. Basti pensare che ai 20 colossi fossili globali è imputabile il 35 per cento delle emissioni che hanno portato all’emergenza climatica. Tuttavia, c’è da dire che il settore risponde alle esigenze di un modello socio-economico per troppo a lungo incurante del contesto naturale. Ma le cose non cambiano: una transizione culturale alla sostenibilità ideologica è già in atto, di conseguenza, modificato il nostro stile di vita, le fonti fossili non saranno più compatibili con la transizione energetica.

Il ministro Roberto Cingolani, colui che dovrebbe guidare quest’ultima nel nostro Paese, si è invece dimostrato particolarmente premuroso nei confronti degli interessi di Eni e altri giganti del petrolio. Lo conferma, da un lato, il numero di incontri preliminari alla definizione del Pnrr tra questi e il ministro stesso e, dall’altro, le contorte decisioni del neo dicastero ambientale. Come l’approvazione di nuove concessioni petrolifere e, in ultimo, proprio l’avvio della consultazione pubblica relativa al PiTESAI. Nel primo caso, dal canto suo, Cingolani si era giustificato dicendo che quelle trivelle erano già lì. «C’erano delle autorizzazioni, le ho trovate, erano state completate – ha dichiarato ad Ansa – non posso fare una operazione scorretta, se l’atto amministrativo è finito sono obbligato a mandarlo avanti». E in relazione al Piano ‘del paradosso energetico’ aveva al tempo aggiunto: «l’unica soluzione non può essere fermare tutto. Io penso che si debba decarbonizzare, ma la soluzione non è non fare il Piano e bloccare tutto in attesa di non si sa cosa». Quindi, per farla breve, secondo Cingolani alla transizione ecologica serve del tempo – che non abbiamo – nel mentre, però, bisogna continuare a trivellare con modalità sostenibili – che non esistono – e concedere altre proroghe al settore in prima linea nei cambiamenti climatici. Nel frattempo, in Belgio e Germania sono sommersi dall’acqua, l’Europa mediterranea è via via più arida, Canada, Stati Uniti e Siberia hanno toccato temperature record e la California e l’Australia bruciano senza sosta.

[di Simone Valeri]

2 Commenti

  1. Trovo inquietante sapere che in un momento storico in cui la scienza ci spiega che l’unica via è trovare al più presto alternative ai combustibili fossili, un Ministero di uno Stato europeo dirotta fondi pubblici proprio in quel comparto. Investire nella ricerca e nelle energie rinnovabili è l’ultima speranza per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici. Ma tanto, chi pagherà queste scelte? Di certo moltissimi che non sono ancora nati.

  2. Sono con Greenpeace da circa vent’anni, ho condiviso tutte le lotte contro i carburanti fossili, ma vedo che chi è nel posto giusto per prendere decisioni strategiche non lo fa e io credo per il solito, squallido motivo : soldi . Chi non è corrotto o coruttibile, in Italia, non è al potere. Detto questo, resistiamo e continuiamo la lotta.

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