lunedì 23 Marzo 2026
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Ecomafie: quando devastare l’ambiente alimenta business e potere

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Quando la mafia esercita oppressione e violenza sugli individui, si fa sentire forte e chiara. Quando un esponente delle istituzioni o un picciotto sul quale pende la condanna a morte da parte di un clan avverso cade per terra con un buco in testa, la matrice mafiosa del delitto può essere agevolmente accertata. Lo stesso succede, poi, quando si registrano episodi di tentata estorsione o intimidazione ai danni di commercianti o di tentata corruzione di funzionari pubblici. La storia, in particolare quella riferita all’era degli omicidi eccellenti e delle stragi degli anni ottanta e novanta, ci...

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Gli USA ammettono di non sapere quasi nulla sull’esercito ucraino

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L’Ucraina, invasa dalla Russia, continua a chiedere supporto e armi dai Paesi stranieri. Sebbene tutti i leader globali siano restii a intervenire direttamente nella faccenda, sono molti quelli che hanno provveduto a inoltrare in loco missili e mitragliatrici. Tra i principali supporter militari di Kiev spiccano gli Stati Uniti, i quali stanno cavalcando dalla distanza l’escalation bellica elargendo rifornimenti che per portata e gravità sono sempre più importanti. Al di là degli eventuali dubbi etici, il problema è che gli USA non solo non hanno progettato un sistema che gli permetta di vigilare sulla gestione dei propri razzi, ma, stando a un report del The New York Times, Washington sa in generale molto poco di quanto sta succedendo tra i ranghi ucraini.

La testata d’oltreoceano ha infatti intervistato numerosi funzionari ed ex membri dell’intelligence statunitense e quello che ne è emerso è che gli Stati Uniti non siano esattamente sul pezzo, per quanto riguarda la situazione sul campo. In particolare, non è chiaro quante siano le risorse di uomini a disposizione di Kiev, ma neppure come queste siano gestite ai fini del raggiungimento degli obiettivi presentati.

La situazione è stata ben riassunta il 10 maggio 2022 da Avril D. Haines, direttrice dell’Intelligence Community statunitense. Davanti al Senato, la professionista ha ammesso che sia «estremamente difficile» stabilire la mole di aiuti bellici che l’Ucraina sia in grado di assorbire perché «abbiamo probabilmente più consapevolezza del lato russo di quanta non ne abbiamo di quello ucraino»

Kiev sta infatti limitando la condivisione dei propri piani operativi, il canale di comunicazione con la Casa Bianca e con gli altri alleati è pieno di omissis, tuttavia risulta anche complesso ottenere questo genere di informazioni per vie traverse, ovvero attraverso lo spionaggio. Le potenze occidentali non hanno mai considerato l’Ucraina un obiettivo sensibile da dover sorvegliare sistematicamente e, anzi, gli americani si sono prodigati negli ultimi anni per ottimizzare i sistemi di controspionaggio di Kiev nel tentativo di contrastare le manovre del vicino russo. Il risultato è che ora le manovre segrete di Volodomyr Zelensky sono relativamente al sicuro dagli occhi del Cremlino, ma anche da quelli del Pentagono e dell’Unione Europea.

L’opinione degli ufficiali americani è che Kiev voglia presentarsi con un’immagine pubblica forte, sia agli occhi degli avversari che a quelli degli alleati, e che quindi sia tutto meno che intenzionata a offrire uno spaccato trasparente, il quale potrebbe rivelare dettagli scomodi tali da convincere gli USA a rivedere l’entità delle armi distribuite. La propaganda ucraina non mira a fornire un’immagine esatta della situazione, piuttosto vuole convincere il mondo che sia sensato investire sulle possibilità di vittoria della nazione invasa.

Non solo non ci sono certezze sul fatto che le armi inviate non finiranno presto per essere catturate da Mosca a causa di una malagestione delle truppe ucraine, ma l’Interpol da per certo che gli equipaggiamenti finiranno prima o poi in mano alla malavita organizzata. Anche quando tutto fila liscio, denuncia sempre il The New York Times, l’esercito di Kiev fatica però a stare al passo con gli strumenti all’avanguardia inviati da Regno Unito e Stati Uniti, con il risultato che questi si dimostrano meno efficienti di quanto non dovrebbero effettivamente essere.

[di Walter Ferri]

Referendum giustizia, affluenza al 20%: niente quorum

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Secondo i dati del Viminale, l’affluenza alle urne di domenica 12 giugno per il referendum sulla giustizia è stata di poco superiore al 20%, dato assai lontano dalla soglia minima del 50% necessaria per la validità della consultazione. Il “sì” è stato maggioritario in tutte e 5 le votazioni, secondo i primi parziali risultati, ma l’esito finale non avrà valore. Si tratta del referendum con più scarsa affluenza mai registrato.

Domenica 12 giugno

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9.00 – Palermo, 50 presidenti di seggio non si presentano, caos e ritardi per le votazioni.

10.00 – Funzionario della Difesa americana ammette: «in poche settimane i russi controlleranno tutta la regione del Lugansk in Ucraina».

11.00 – Secondo un’inchiesta del The Guardian sarebbero 20.000 i soldati persi ogni mese dall’Ucraina tra morti e feriti.

12.00 – Individuati sull’isola di Wight i resti di uno spinosauro di 10 mt. di lunghezza, si tratterebbe del più grande dinosauro carnivoro mai ritrovato.

13.00 – L’Iran decide di rimuove le telecamere di controllo dagli impianti nucleari, affossando l’ipotesi di un accordo con gli Usa.

14.00 – Gravi incendi nel sud della Spagna: 2.000 evacuati dalla città di Benahavis.

15.00 – Russia: riaperta l’ex rete di ristoranti McDonald’s con il nome “Gustosi e basta”

17.00 – Il governo ucraino annuncia di aver creato due corridoi terrestri attraverso Polonia e Romania per esportare grano.

17.50 – Tennis: Matteo Berrettini vince in finale a Stoccarda battendo Andy Murray.

19.00 – Referendum sulla giustizia: affluenza ferma al 13%, quorum ormai impossibile da raggiungere.

 

Russia: riaperta l’ex rete di ristoranti McDonald’s con il nome “Gustosi e basta”

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Dopo tre mesi di inattività, riapre oggi in Russia il primo gruppo di fast food che lo scorso marzo, prima di lasciare il paese, McDonald’s ha chiuso e poi venduto per protesta contro l’invasione dell’Ucraina. Ora si chiama ‘Vkusno i Tochka’, che si traduce come “Gustosi e basta”.

Degli oltre 800 acquistati dal businessman Alexander Govor, sono in tutto 15 i locali che hanno riaperto oggi nella regione di Mosca. Lunedì ne apriranno altri 50 ed entro la fine di giugno saranno 200; poi da 50 a 100 ristoranti a settimana. Lo ha affermato Oleg Paroev, direttore generale della catena, alla cerimonia di apertura del ristorante in piazza Pushkinskaya.

Marche: l’ennesimo allevamento di polli fermato dalla determinazione di un cittadino

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L’ennesimo allevamento intensivo di polli che avrebbe dovuto essere costruito in provincia di Ancona è stato fermato grazie alla determinazione di un cittadino. Il suo nome è Andrea Tesei ed è riuscito a fermare l’opera a suon di ricorsi, giungendo fino al Consiglio di Stato. Il primo ricorso del cittadino marchigiano era stato respinto dal Tribunale amministrativo regionale (TAR) nonostante fosse stato riconosciuto come legittimo. Ma non si è dato per vinto e si è quindi appellato ai giudici della Consiglio di Stato che gli hanno dato ragione. Tesei vive in un’area talmente piena di strutture da essere stata ribattezzata “la valle dei polli”, caratterizzata dalla presenza di ben 133 allevamenti. Qui, nel febbraio 2020, la Società Agricola ponte Pio srl – appartenente alla Società Agricola Fileni – aveva ottenuto il PAUR (provvedimento autorizzato unico regionale, avviato per progetti da sottoporre a valutazione di impatto ambientale), per la costruzione di otto capannoni con una superficie complessiva di oltre 25mila metri quadrati e una volumetria di più di 90mila metri cubi. Un ennesimo allevamento intensivo di polli che avrebbe ospitato circa 2,5 milioni gli animali a 250 metri da casa di Andrea Tesei, il quale ha deciso di ribellarsi, impegnandosi per dimostrare l’impatto negativo del progetto della società agricola, a livello ambientale e urbanistico.

Un’industria da considerarsi senza ombra di dubbio nociva, come ha ora riconosciuto il Consiglio di Stato ribaltando la precedente sentenza del Tar. I giudici hanno altresì rigettato la richiesta di Fileni di ritenere il ricorso del cittadino infondato, visto che Andrea Tesei non solo risiede in prossimità dell’area che sarebbe stata trasformata dall’azienda con tutti “Gli effetti potenzialmente lesivi riconducibili alla sua realizzazione” ma l’uomo vive con la famiglia in una dimora storica che è “oggetto di vincolo culturale”.

Il progetto presentato dalla San Pio, parte della Fileni (terzo produttore avicolo in Italia) che si definisce leader nella produzione di carni bianche biologiche, non andrà in porto grazie alla battaglia portata avanti dal cittadino. Un passo avanti per contrastare la scalata di Fileni, proprietaria dei principali allevamenti intensivi della “valle dei polli” o comunque avente le quote delle società che gestiscono i restanti. La “valle dei polli di Fileni” sarebbe un titolo più appropriato per descrivere i 133 allevamenti presenti nella regione Marche, sesta in Italia per numero di capi e strutture. Il 64 percento della produzione si concentra nella provincia di Ancona proprio dove cittadini come Andrea Tesei e comitati si sono spesso ribellati perché costretti a situazioni invivibili. Basti pensare anche solo all’odore spesso insopportabile, che ha fatto chiudere in casa alcuni residenti e mandato al pronto soccorso altri per infezioni agli occhi.

Un’attenzione quasi nulla per il benessere degli animali e delle persone, l’ovvio inquinamento e il deprezzamento degli immobili dell’area sono solo parte delle conseguenze di un territorio divenuto fulcro della produzione di polli, dove esiste una media di 5,3 polli per abitante (la media nazionale è poco più di un pollo a testa).

[di Francesca Naima]

INTEGRAZIONE del 15/06/22: In seguito alla pubblicazione del presente articolo il Gruppo Fileni ci ha inviato una replica che pubblichiamo di seguito per garantire al lettore completezza di informazione e in ottemperanza a quanto previsto dall’art. 8 della legge sulla stampa 47/1948: “In merito alla sentenza del Consiglio di Stato intervenuta sul provvedimento autorizzatorio unico regionale (PAUR) per l’allevamento avicolo convenzionale nel territorio di Monte Roberto, il Gruppo Fileni ribadisce la bontà del progetto che ha portato alla realizzazione del sito nel rispetto delle normative nazionali e regionali, come sempre accade per tutte le sue strutture. L’allevamento, che ha iniziato la sua attività da circa un anno, resta operativo. Questa ultima sentenza, che segue quella precedente del TAR Marche, entrambe in risposta a legittime osservazioni da parte di un cittadino ricorrente, ribadisce al di là di ogni possibile dubbio la validità del progetto dal punto di vista ambientale e paesaggistico. La stessa sentenza interviene invece su questioni di carattere urbanistico che secondo il Consiglio di Stato avrebbero dovuto richiedere una modifica preventiva al Piano Territoriale di Coordinamento, nonostante le approvazioni rilasciate, le verifiche richieste e i giudizi emessi sino ad ora avessero pienamente confermato la legittimità dell’impianto anche su questo aspetto.
La struttura di Monte Roberto offre sia sotto il profilo igienico-sanitario che paesaggistico le migliori condizioni possibili per l’allevamento, mentre le specie arboree ed arbustive messe a dimora nei pressi dell’impianto favoriscono la compensazione ambientale dell’attività avicola. L’impianto nato dalla riconversione di un allevamento intensivo di bovini rispecchia l’approccio circolare di Fileni, che punta a ridurre l’impatto delle attività sui territori e le comunità. Come per ogni nuova struttura, infatti, a fronte degli obblighi di legge l’azienda si è impegnata ulteriormente a mettere in campo le più avanzate tecnologie e le migliori tecniche volte a garantire il minor impatto possibile sul territorio e per la comunità, nonché il benessere animale”.

La versione completa della replica del Gruppo Fileni è consultabile a questo link.

Ucraina, Coldiretti: stangata da 8,1 miliardi sulla tavola degli italiani

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L’aumento dei prezzi scatenato dalla guerra in Ucraina costerà una stangata da oltre 8,1 miliardi di euro alle famiglie italiane soltanto per la spesa alimentare dell’anno in corso. È quanto afferma Coldiretti in seguito all’indagine sugli effetti dei rincari nel carrello, in base ai dati Istat e ai consumi degli italiani e dell’andamento dell’inflazione nei primi cinque mesi dell’anno.

Secondo l’analisi, i maggiori aumenti verranno registrati per la verdura, che in totale costerà 1,95 miliardi in più; seguono pane, pasta e riso (+1,48 miliardi), carne e salumi (+1,35 miliardi) e frutta (+0,7 miliardi). L’aumento dei prezzi quindi colpisce i prodotti base della dieta degli italiani, aggravando soprattutto le condizioni dei più deboli e creando nuovi poveri: piccoli commercianti che hanno dovuto chiudere, persone che non godono di aiuti pubblici e lavoratori che sono stati bloccati o danneggiati, in seguito alle limitazioni adottate dal governo durante la pandemia.

Perché il salario minimo è una misura neoliberista

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Se c’è una costante in quasi tutti i grandi interventi politici, le più rilevanti riforme, è questa: comprendere come stanno davvero le cose è complicato perché attorno agli avvenimenti cruciali si alza sempre unenorme mole di parole, spesso indirizzate ad arte in un’unica direzione prestabilita a tavolino. Quello dell’informazione è diventato un problema davvero grosso nel nostro paese (e non solo nel nostro a dire il vero) e il ruolo della propaganda, anche in materia di politiche del lavoro, è ormai ingombrante al punto di alimentare una nuova realtà artificiale: nulla dopotutto è più reale di quanto le masse considerino tale e questo a prescindere dal fatto che sia vero. Abbiamo assistito a imponenti squilli di tromba attorno alla notizia circa un accordo su di una bozza di direttiva in materia di salario minimo in seno all’UE. Peraltro, ricordiamo che è in discussione un disegno di legge anche in Italia circa l’individuazione a 9 euro lorde l’ora quale salario minimo legale.

Ora, senza saper né leggere né scrivere, vi sono un paio di elementi che dovrebbero quantomeno indurci almeno un minimo di cautela prima di unirci al coro di entusiasmo. L’ipotesi di accordo europeo viene raccontato quasi quale nuova forma di “legislazione di sostegno” (per utilizzare una nota espressione di Giugni), ovvero una iniziativa spiccatamente pro-labour, al limite del socialista. Il che in effetti non convince del tutto e non per un banale pregiudizio. Senza insistere nel merito del fatto che l’UE è da sempre interessata a politiche monetarie ed economiche qualificabili come neoliberiste (contenimento della spesa, dei salari, dei prezzi, etc.), è impossibile ignorare l’esistenza di atti ufficiali nella storia delle sue istituzioni che inducono necessariamente a sospettare che la vocazione dell’accordo debba necessariamente essere unaltra.

Riavvolgere il nastro all’agosto 2011

Era il 5 agosto del 2011 e al nostro Governo arrivò una bella letterina direttamente dalla BCE: una lettera pesante come un macigno (buttò giù di sella Berlusconi da Palazzo Chigi), attorno alla quale moltissime polemiche negli anni, ormai un decennio, sono state avanzate. A firmare la lettera erano due uomini: il primo era Jean-Claude Trichet, il secondo era proprio l’attuale Presidente del consiglio italiano, Mario Draghi.

[Partendo da sinistra Mario Draghi e Jean-Claude Trichet ]

Il testo della missiva conteneva delle richieste chiare, inequivocabili, tra le quali: 1) «riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale collettiva, permettendo accordi al livello d’impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione»; 2) «una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento dei dipendenti»; 3) «valutare una riduzione significativa dei costi del pubblico impiego, rafforzando le regole per il turnover e, se necessario, riducendo gli stipendi». Purtroppo quella lettera ebbe gravissime conseguenze, su molte delle quali ci siamo già soffermati, le quali manifestano i loro effetti ancora oggi sul mondo del lavoro, ma non è questo il punto che si desidera evidenziare.

La questione è evidentemente un’altra: appare chiara, davvero macroscopica, la contraddizione tra questi intendimenti (quelli presenti nella lettera) e la politica di sostegno al lavoro che l’UE starebbe invece adesso perseguendo. A prescindere dalla questione salariale, sulla quale torniamo a breve, c’è quella della contrattazione collettiva: la bozza di accordo prevederebbe un incoraggiamento della contrattazione collettiva (a parole, spesso sottoforma di mera consultazione: potere contrattuale reale pari a zero), esattamente l’opposto di quanto si perseguiva nella lettera del 2011, la quale mirava a dare potere alla contrattazione di secondo livello (territoriale o aziendale) a scapito di quella nazionale. Usciamo da un equivoco nel quale cascano praticamente tutti: non è vero che la contrattazione di secondo livello sia un male di per sé: negli anni ’70 era utilizzatissima dai lavoratori e dai loro rappresentanti per integrare (la chiamavano appunto contrattazione integrativa) quanto previsto dai contratti collettivi nazionali. Essa è un disastro per la parte politicamente più fragile: oggi la parte fragile in tema di potere contrattuale è rappresentata dai lavoratori (a breve vedremo rapidissimamente perché) e dunque è evidente che per essi sia una mezza (anzi, intera) fregatura. Puntando su di essa, in questo specifico contesto, l’UE ha storicamente dimostrato di non voler giocare sul rafforzamento contrattuale dei lavoratori, ma di confidare maggiormente sulla visione nutrita dalle imprese.

Di cosa si parla quando si parla di salario minimo?

Persino Landini si è accorto di una contraddizione di fondo, infatti ha chiesto di non ascoltare l’UE «solo quando ci dice di tagliare le pensioni o cancellare l’articolo 18 o tagliare la spesa sociale». Peccato che stia sbagliando nel ritenere possibile l’esistenza un cambiamento di strategia in seno alle istituzioni comunitarie. E, dopotutto, è davvero curioso (in realtà la chiave di lettura è piuttosto ovvia, quasi puerile) registrare lo stoicismo del leader di Confindustria, il quale candidamente ha dichiarato come «il tema dei salari non è di pertinenza di Confindustria, perché i nostri contratti sono tutti oltre i 9 euro l’ora, quindi non siamo né contrari e nemmeno a favore». Insomma, appare come minimo sconcertante il fatto che una misura che avrebbe la portata di rivoluzionare la qualità della vita dei lavoratori, sconfiggendo i salari da fame, lasci del tutto indifferente il capo degli industriali italiani: egli deve rispondere evidentemente ai suoi associati, ai grandi gruppi che rappresenta, i quali notoriamente non amano sborsare danari per pagare i salari, tendono a desiderare il contenimento del costo del lavoro. E difatti Bonomi ha perfettamente ragione quando chiosa: «il tema del salario minimo è come verrà costruito». Esatto, il punto è proprio questo: bingo.

A prescindere da quello che si possa pensare della misura in sé (dirò qualcosina più avanti in merito) la questione di assoluta centralità riguarda l’ammontare del salario minimo legale (peraltro il testo della direttiva non lo imporrebbe in maniera cogente, bensì lo promuoverebbe): se ti limiti a prevedere un importo assai modesto, l’effetto sul mondo del lavoro riguarderà una platea molto limitata di lavoratori. Sia chiaro: anche fosse soltanto una persona, quella andrebbe tutelata con tutte le nostre forze, ma per farlo sarebbero sufficienti strumenti più specifici, più precisi e mirati. Nel nostro paese l’80% delle lavoratrici e dei lavoratori è coperto da contrattazione collettiva con un salario ben superiore di quello ipotizzato dagli atti in esame (direttiva e legge dello stato): su di esso, dunque, la norma non produrrebbe praticamente alcun effetto.

Il PD è a favore, già questo dovrebbe far suonare l’allarme

Se poi guardiamo all’arco costituzionale, appare davvero interessante notare come le forze politiche che più di ogni altra hanno smantellato il mondo del lavoro in Italia (ricordiamo che il Jobs Act lo ha realizzato il Partito Democratico) oggi si affannino e sbraccino convulsamente per portare a casa questi interventi: chi un minimo segue la politica con serietà non crede alle folgorazioni sulla via di Damasco.

E adesso veniamo al merito dello strumento in sé, rispetto al quale molte perplessità sono già giustamente state avanzate, in primis da Lidia Undiemi. È pacifico che il salario minimo non sia la risoluzione ad ogni male che affligge il mondo del lavoro e che da solo non sarà mai sufficiente a vincere la povertà delle lavoratrici e dei lavoratori di un paese. Lo affermano anche coloro i quali con forza e da anni sostengono la necessità di introdurlo, evidenziando come la forma che l’istituto assume, la sua ratio politica, incida enormemente sul risultato: «l’introduzione del salario minimo legale molto basso (riferimento alla Germania, n.d.r.) non è stato altro che un tentativo di imporre un controllo dall’alto a una condizione sociale per nulla pacificata, in cui i livelli di disuguaglianza e deprivazione materiale sono esplosi nell’ultimo decennio» [tratto da M. Fana, S. Fana, Basta salari da fame!, Laterza, 2019 p. 134].

I pericoli sono noti: il salario minimo legale rischia (non è detto, dipende da come lo si realizza) di soppiantare la contrattazione collettiva e, dunque, di riconoscere alla politica, alla alternanza delle maggioranze, un potere praticamente sconfinato. Pensateci, è quanto avvenuto anche rispetto a questioni cruciali quali il diritto alla reintegra in caso di licenziamento illegittimo, prima riconosciuto e poi abbattuto dal Parlamento: la politica dà e la politica toglie, è bene tenerlo a mente. Ed è bene tenerlo a mente soprattutto in considerazione del fatto che la proposta di direttiva (come lucidamente affermato dalla Undiemi) prevede di considerare tra i criteri per la determinazione del salario minimo «l’andamento della produttività del lavoro» (messo in crisi dalle “emergenze”, di varia natura me sempre con le virgolette necessarie, che da anni, dal 2008 almeno, ciclicamente si ripresentano e vengono sfruttate dai governi per imporre politiche neoliberiste). In quest’ottica, dunque, a mio parere ha ragione chi teme che il salario minimo rischi di tarpare le ali al circolo virtuoso (eventuale, purtroppo oggi assai remoto) nelle dinamiche retributive e dunque di divenire “salario massimo”.

Qualcuno allora potrebbe (giustamente) farmi notare che l’Italia è l’unico paese europeo a registrare una contrazione salariale dagli anni ’90 ad oggi (di circa il 3%). E avrebbe ragione. Io ci aggiungerei anche qualche altro numero: lo stock di disoccupati in Europa è dimezzato dal 2012 ad oggi, mentre in Italia è rimasto identico; nel Sud (escluse le isole) abbiamo più disoccupati di quanti ve ne siano nell’intera Germania; siamo al massimo storico mai registrato di precari nella storia del paese e nel 2021 abbiamo contato più di mille morti sul lavoro. Questo c’entra eccome: denota una debolezza strutturale della comunità del lavoro nazionale mai vista prima. E non è un caso che la proposta di comprimere la settimana lavorativa a 4 giorni sia inglese: in questo momento registrano il minimo storico del loro tasso di disoccupazione dal 1974.

Le tragiche condizioni del lavoro in Italia

Le condizioni del nostro mercato del lavoro sono miserrime, domanda e offerta di lavoro non si incrociano più nonostante la povertà degli individui (pare che l’accesso alle strutture della Caritas sia aumentato nell’ultimo periodo di molto, con un’incidenza rilevante di utenti giovani). Siamo messi tanto male che la nostra domanda di lavoro è in parte inappagata in quanto in concorrenza con l’impropriamente detto Reddito di cittadinanza: molti imprenditori si lamentano e provano a dare la colpa agli italiani, descrivendoli meschinamente come fannulloni che preferiscono l’assistenzialismo al lavoro, ma la verità è che le condizioni offerte sono al limite dello schiavismo ed ecco che gli individui le rifiutano, in quanto peraltro in netto contrasto con ciò che prescrive la nostra Costituzione.

Una misura neoliberista

Il sistema è al collasso: qui casca l’asino. E finalmente possiamo tornare al punto di partenza per chiudere il cerchio. La questione si pone nell’alveo della differenza esistente tra liberalismo e neoliberalismo: il primo confida nella “mano invisibile del mercato” e crede nel mercato quale capace di regolarsi, di autoregolarsi e di sopravvivere in costante equilibrio, assumendo dunque un approccio di indifferente astensionismo, per così dire. Il neoliberalismo è terribilmente più violento: di fondo esso diffida del mercato, ma ne persegue il funzionamento per fini politici e redistributivi dal basso verso l’altro. Interviene dunque attivamente e concretamente nell’economia, per garantire che il sistema concorrenziale resti in piedi: una sorta di lotta di classe top-down.

Ecco che non tutti gli interventi pubblici vanno quindi letti in ottica per così dire socialista. Pensate che uno dei massimi esponenti del neoliberalismo, Friedrich August von Hayek, è stato il padre dell’idea di reddito di cittadinanza: «serve un reddito minimo di cittadinanza a livello sufficiente affinché i poveri non raggiungano un grado di disperazione tale da rappresentare un pericolo fisico per le classi ricche». Peraltro, a voler essere proprio sospettosi fino in fondo, riconoscere una base minima (davvero minima) per i salari può essere letto anche come metodo per tutelare il mercato concorrenziale, garantendo un nocciolo duro di regole di partenza uguali per tutti i grandi attori in campo: dopotutto, oggi gli ostacoli all’eguaglianza e all’emancipazione vengono abbattuti solo a vantaggio delle multinazionali.

In conclusione, il salario minimo legale è uno strumento che può avere una qualche utilità nei settori del lavoro dove la contrattazione collettiva è fragile e comunque in relazione a tutti quei lavoratori non coperti da contrattazione collettiva (ovviamente parliamo di economia emersa: sul nero o sulle ore non retribuite non incide minimamente). Tuttavia non può che essere considerato come una toppa, peraltro assai fragile e precaria. La soluzione alla piaga del lavoro povero non può che risiedere nel rafforzamento della comunità del lavoro, attraverso il riconoscimento dei suoi diritti politici e sindacali in senso lato, ma anche e soprattutto perseguendo il disegno costituzionale orientato alla piena occupazione (l’opposto di quanto l’UE insegue da sempre). Solo in questo modo il lavoro potrà compiere la propria emancipazione e ritrovare il proprio riscatto: in un contesto di piena occupazione, infatti, costituendosi il diritto quale mera sovrastruttura dell’ordine economico, il tema del salario minimo legale non avrebbe alcuna importanza, alcuna rilevanza, e l’istituto risulterebbe banalmente superfluo, inutile.

Da rovesciare è dunque il paradigma, il modello capitalistico affermatosi a danno dei lavoratori e delle piccole e medie imprese, quello delle multinazionali e dei grandi gruppi finanziari che l’UE tende invece a proteggere, ad esempio consentendo la sopravvivenza di ben sei paradisi fiscali all’interno del proprio territorio.

[di Savino Balzano]

USA, Patriot Front: fermati in 31, volevano creare caos durante il pride Lgbtq

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Ieri a Coeur D’Alene, La polizia del nord-ovest dell’Idaho ha arrestato 31 persone appartenenti al gruppo estremista Patriot Front, vicino ad un evento pride LGBTQ in cui volevano creare disordine. Gli uomini, vestiti tutti uguali con maschere bianche e scudi, sono stati notati da un residente locale, che dopo averli visti mentre salivano su un camion U-Haul, ha chiamato la polizia, che è intervenuta circa 10 minuti dopo la chiamata.

Il gruppo di estremisti era composto da persone provenienti da diversi stati americani e si era spostato di città in città per seminare caos a eventi Lgbtq. Il Patriot Front si è formato all’indomani del raduno nazionalista bianco “Unite the Right” del 2017 a Charlottesville, in Virginia, quando si divise da un’altra organizzazione estremista, la Vanguard America. 

Sabato 11 giugno

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7.00 – Bolivia: l’ex presidente ad interim, Jeanine Añez, condannata a 10 anni di carcere per aver condotto un colpo di Stato contro il suo predecessore Evo Morales.

9.00 – La Malesia annuncia che abolirà la pena di morte obbligatoria, prevista per 11 tipi di reati, lasciando la possibilità ai giudici di scegliere la pena appropriata.

11.00 – L’Australia pagherà 555 milioni di euro al gruppo francese Naval Group per chiudere la crisi nata con Parigi dopo la violazione del contratto da 56 miliardi di euro per l’acquisto di sottomarini francesi.

13.30 – Iran e Venezuela firmano un accordo relativo ad una cooperazione ventennale nel settore petrolchimico, petrolifero, economico, turistico, culturale e politico.

14.30 – La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, incontra a Kiev il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky.

15.30 – Italia: inizia il Roma Pride, la manifestazione per i diritti lgbtqi+.

18.00 – Nicaragua: il governo autorizza l’ingresso nel Paese a truppe, aerei e navi russe per scopi di addestramento, pubblica sicurezza e per fornire risposta alle emergenze.