venerdì 6 Febbraio 2026
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Roma avrà un termovalorizzatore: nonostante le polemiche è una buona notizia

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Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha annunciato la realizzazione di un termovalorizzatore da 600mila tonnellate per la Capitale. Una mossa, a detta di molti, coraggiosa, che ha diviso gli schieramenti politici e scosso l’amministrazione regionale. L’impianto permetterà di abbattere del 90% l’attuale fabbisogno di discariche e, secondo quanto dichiarato, avrà un impatto ambientale praticamente nullo. «L’obiettivo – ha aggiunto il primo cittadino di Roma – è avere tempi rapidi, servono ovviamente alcuni anni ma vorremmo concludere il termovalorizzatore entro l’arco della consiliatura e possibilmente entro il Giubileo». Nel complesso, il Piano presentato comprende, oltre al termovalorizzatore, due biodigestori anaerobici, due impianti per la selezione ed il recupero di carta, cartone e plastica e nuovi centri di raccolta. In questo modo – spera la maggioranza capitolina – Roma potrà finalmente chiudere il ciclo dei rifiuti e mettersi al pari con le grandi capitali europee e le maggiori città italiane. Il tutto determinerà inoltre una riduzione delle emissioni del 44%, con un -15% per le emissioni su attività di trasporto, -18% sull’impiantistica e -99% sulle emissioni da discarica. Sarà poi possibile soddisfare il fabbisogno di energia elettrica di 150.000 famiglie l’anno e di ridurre la Tari – la tassa sui rifiuti – di almeno il 20%, nonché di potenziare in misura significativa le attività di raccolta e di pulizia della città.

Come prevedibile, tuttavia, la decisione non è stata accolta positivamente da tutti. In primo luogo, c’è il no deciso della sinistra radicale, dei Verdi e del Movimento 5 Stelle. Poi, c’è la questione del Piano rifiuti regionale, il quale, espressamente, non prevede la realizzazione di alcun termovalorizzatore. Tuttavia, sebbene la gestione degli scarti urbani spetti alla Regione, il sindaco punta a sfruttare i suoi poteri speciali di commissario per il Giubileo per operare in deroga al suddetto Piano. Per quanto riguarda l’ubicazione dell’impianto non si sa ancora molto: qualche indiscrezione fa pensare alla zona di Santa Palomba, nell’estrema periferia sud della Capitale, ma nulla di certo. Marcata anche l’opposizione degli ambientalisti di Legambiente secondo cui la scelta è «totalmente sbagliata, contraria alle politiche ambientaliste e ai principi di sviluppo ecosostenibile ed economia circolare». Eppure, dati alla mano, la decisione avanzata da Gualtieri non sembra poi così assurda. L’impianto che si pensa di realizzare a Roma, infatti, sarà una struttura di ultima generazione che non ha nulla a che vedere con gli inceneritori di prima generazione. Gli impianti attuali recuperano, sotto forma di energia elettrica, l’85% del calore prodotto dalla combustione dei rifiuti, si tratta quindi di infrastrutture ad elevata efficienza energetica.

In termini di emissioni, invece, le cose sono un po’ diverse poiché nessuna combustione è esente dal rilascio di anidride carbonica. Tuttavia, vanno considerati diversi aspetti. Prima di tutto, va precisato, un termovalorizzatore è nel complesso meno impattante di una discarica, sia in termini di emissioni di gas serra che di inquinanti. Nella Capitale, anche se la raccolta differenziata arrivasse al 65%, sarebbe comunque necessaria una discarica dalle elevate capacità e, quindi, dall’elevato impatto ambientale. Mentre così, assicura il Sindaco, ne sarà necessaria solo una, piccola e di servizio, da 60mila tonnellate. «Nel trentennio 1990-2019 – evidenzia poi l’Informative inventory report Italy 2021 – a fronte di un incremento del quantitativo di rifiuti inceneriti, che è passato da circa 1,8 milioni di tonnellate del 1990 a circa 6 milioni nel 2021, si è avuto un forte calo del totale delle emissioni del settore incenerimento». In relazione agli obiettivi climatici, sebbene più sensata dell’ennesima discarica, chiaro è che quella del termovalorizzatore non sia l’opzione migliore. Ma anche qui è necessaria una precisazione. L’impianto, difatti, produrrà energia risparmiando le emissioni altrimenti prodotte dall’uso di combustibili fossili. Anche in un’ottica di mix energetico 100% rinnovabile, infatti, una quota del fabbisogno dovrà essere necessariamente coperta anche dalla combustione dei rifiuti. Ad ogni modo, in termini di emissioni climalteranti – secondo i dati di uno studio realizzato da diverse università italiane per conto di Utilitalia – il recupero energetico negli inceneritori ha un impatto 8 volte inferiore a quello di una discarica. L’incenerimento dei rifiuti comunque, è bene ribadirlo, non è un’opzione pienamente sostenibile e sulla sua effettiva sicurezza in termini di inquinamento atmosferico il dibattito è ancora aperto. Tuttavia, per una città notoriamente satura di scarti urbani, il cui fabbisogno per lo smaltimento di rifiuti oggi ammonta a 1.200 tonnellate al giorno, potrebbe non esserci altra alternativa rapidamente attuabile.

[di Simone Valeri]

Gas: accordo Italia-Congo per aumento forniture

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L’Italia e la Repubblica del Congo hanno firmato un accordo avente ad oggetto l’aumento della produzione e della fornitura di gas. Nello specifico, esso prevede “l’accelerazione e l’aumento della produzione di gas in Congo, in primis tramite lo sviluppo di un progetto di gas naturale liquefatto (GNL) con avvio previsto nel 2023 e capacità a regime di oltre 3 milioni di tonnellate/anno (oltre 4,5 miliardi di metri cubi / anno)”. A renderlo noto è stata l’Eni, la quale tramite una nota ha fatto sapere che “alla presenza del Ministro degli Esteri della Repubblica del Congo Jean-Claude Gakosso, del Ministro degli Esteri Luigi di Maio e del Ministro della Transizione Ecologica Roberto Cingolani, il Ministro degli Idrocarburi della Repubblica del Congo, Bruno Jean Richard Itoua, e l’Amministratore Delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato oggi a Brazzaville una lettera d’intenti per l’aumento della produzione e dell’export di gas”.

Gli avevano fatto il funerale, ma il rublo è più forte di prima: come è successo?

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Nonostante la dura politica di sanzioni messa in atto dai Paesi europei e dagli Stati Uniti nei confronti di Mosca, a seguito dell’operazione militare condotta in Ucraina, non solo l’economia russa ha resistito al colpo finanziario sferrato dall’Occidente, ma la sua monetail rublosi è apprezzata notevolmente addirittura superando i valori prebellici. Dopo un primo momento di esultanza della stampa europea che aveva già sancito la riduzione del rublo a carta straccia, la valuta russa ha rapidamente ripreso quota ed è diventata la moneta con una delle migliori performance a livello globale. Se, infatti, il 24 febbraio, giorno d’avvio dell’intervento militare, il tasso di cambio con la valuta americana si attestava a 81,48 rubli per un dollaro, in seguito al primo pacchetto di sanzioni, la moneta russa era crollata rapidamente: nel momento peggiore arrivarono a servire 143 rubli per ottenere un dollaro americano. Tuttavia, il recupero è avvenuto velocemente e oggi il rapporto di valore USD/RUB si attesta a quota 74,06 circa: un cambio addirittura più favorevole rispetto a quello pre-sanzioni.

Ciò ha permesso al presidente russo Vladimir Putin di affermare che la politica occidentale delle sanzioni è fallita. Citato dall’agenzia russa Tass, infatti, ha asserito che «La Russia ha resistito a questa pressione senza precedenti. La situazione si sta stabilizzando, il cambio del rublo è tornato sui livelli della prima metà di febbraio e viene definito dalla bilancia dei pagamenti oggettivamente forte».

La ripresa è stata possibile grazie ad una serie di azioni e di politiche monetarie coordinate dalla Banca centrale russa, guidata dalla presidente Elvira Nabiullina: figura di grande esperienza, la governatrice della Banca russa ha seguito negli anni una strategia chiara basata, da un lato, sull’accumulazione di riserve in valuta della Banca centrale e, dall’altro, su una linea prudente di bilancio. Nel contesto attuale, per salvare il rublo dalle sanzioni occidentali ha alzato rapidamente i tassi d’interesse fino al 20% e questa azione di supporto terminerà solo con la fine della guerra, come spiegato dalla banca americana Morgan Stanley.

Dopo il brusco calo subito dopo l’inizio della guerra in Ucraina il rublo ha superato i livelli precrisi [fonte grafica: Investing.com]
La politica della Banca centrale, insieme al controllo rigido sui capitali imposto dal governo a coloro che intendono scambiare i propri rubli con dollari o oro, ha in buona parte impedito una ulteriore svalutazione del rublo. Ma a determinarne l’apprezzamento è stata soprattutto una sua maggiore domanda creata attraverso alcune precise iniziative: come tutti i beni, infatti, anche la moneta acquista valore in base alla sua maggiore o minore richiesta. Così, fin dall’inizio delle ostilità, le aziende esportatrici russe, tra cui quelle di gas e petrolio, sono tenute per legge a convertire in rubli l’80% dei propri introiti in dollari o euro, generando una maggiore domanda di moneta russa. Questo è anche il motivo per cui gli Stati Uniti stanno chiedendo con insistenza il blocco totale delle esportazioni di gas russo verso i paesi europei, sebbene Mosca abbia intenzione di compensare le eventuali perdite degli acquirenti occidentali con il mercato cinese e indiano. D’altro canto, al momento attuale i Paesi europei non possono rinunciare al gas russo, a meno di non accettare uno choc energetico che paralizzerebbe l’economia dei Paesi UE.
Ma a far recuperare in maniera sostanziale il valore del rublo è stata la richiesta da parte di Putin di ricevere il pagamento di gas in rubli: questa mossa, infatti, ha aumentato la domanda globale della valuta russa, portando ad un ulteriore aumento del suo valore rispetto alla valuta statunitense. Sebbene i nuovi standard di pagamento non siano immediatamente entrati in vigore per ragioni tecniche e legate alle scadenze dei pagamenti, l’azione di Putin ha dato spazio ad un rialzo del rublo anche nel lungo periodo. Molti Paesi non occidentali, infatti, sono già pronti ad effettuare gli scambi di materie prime in valuta locale, scavalcando il predominio del dollaro.

Se da un lato, alcuni economisti sostengono che l’impatto delle sanzioni richieda tempo per far sì che si sentano gli effetti e che la ripresa del rublo sia temporanea e destinata a spegnersi, dall’altro molti osservatori riflettono sulla possibilità che queste circostanze possano portare ad un cambio strutturale e sistemico del paradigma economico-commerciale globale. Si fa strada, infatti, l’ipotesi che il nuovo meccanismo “gas-per-rubli” – insieme ad altri meccanismi simili come quello rublo-rupia o il petroyuan saudita – conduca ad una progressiva de-dollarizzazione del commercio globale, in particolare nel settore degli idrocarburi. Ipotesi confermata anche dall’analista di Crédit Suisse, Zoltan Pozsar, secondo il quale le sanzioni alla Russia potrebbero portare a un nuovo ordine monetario globale. Pozsar ha scritto, infatti, in un rapporto risalente alla fine di marzo che “Stiamo assistendo alla nascita di Bretton Woods III, un nuovo ordine mondiale (monetario) incentrato sulle valute basate sulle materie prime in Oriente che probabilmente indebolirà il sistema euro-dollaro e contribuirà anche alle forze inflazionistiche in Occidente”. Non solo, dunque, il rublo resiste alle sanzioni occidentali, ma potrebbe anche ridefinire quegli equilibri monetari internazionali finora inscalfibili.

[di Giorgia Audiello]

Governo: posta la fiducia sul decreto bollette

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Il ministro per i rapporti con il parlamento Federico D’Incà ha posto in Aula al Senato la questione di fiducia sulla conversione in legge del decreto bollette. Il provvedimento che contiene misure urgenti per il contenimento dei costi di elettricità e gas, per lo sviluppo delle energie rinnovabili e per il rilancio delle politiche industriali, verrà esaminato nel testo già approvato dalla Camera nel corso della giornata odierna, quando i lavori riprenderanno a seguito della conferenza dei capigruppo.

La battaglia del Perù per far ripulire alla Repsol il disastro ambientale provocato

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Il 15 gennaio scorso seimila barili di petrolio si sono riversati nell’Oceano Pacifico, al largo del Perù, durante il trasferimento di greggio dalla petroliera italiana Mare Doricum alla raffineria La Pampilla, dell’azienda spagnola Repsol. Successivamente al disastro ambientale, è stato imposto al colosso petrolifero l’obbligo di ripristinare l’area interessata. A febbraio, la Repsol aveva dichiarato di aver concluso la pulizia del 48% dell’area interessata, paragonabile per dimensioni al territorio di Parigi e comprendente 24 spiagge. Tuttavia, un’analisi effettuata dall’Organismo de Evaluación y Fiscalización Ambiental (OEFA) del ministero dell’Ambiente peruviano ha dimostrato come la Repsol, ad oggi, non abbia rispettato 5 dei 16 provvedimenti amministrativi emanati dall’Autorità di controllo ambientale. È emerso, inoltre, che la compagnia petrolifera spagnola stesse utilizzando una miscela di sabbia pulita e sabbia impregnata di petrolio per “bonificare” l’area interessata dal disastro, a nord di Lima.

Così, l’OEFA ha disposto la cessazione immediata delle attività, infliggendo alla multinazionale cinque sanzioni coercitive per un importo totale di 2.300.000 soles (560mila dollari). I punti non rispettati dalla Repsol riguardano l’identificazione delle aree interessate dallo sversamento e la loro bonifica, a cui si aggiunge il contenimento e il recupero degli idrocarburi (anche e soprattutto nelle aree naturali protette interessate dal disastro). Tra le misure, va ricordato inoltre il tentativo di arginare le conseguenze del secondo sversamento di petrolio al largo del Perù, avvenuto il 25 gennaio 2022. La presa di posizione del governo centrale pone un precedente importante nei rapporti fra Stati e multinazionali, spesso sbilanciati verso queste ultime, dimostrando come un’opposizione agli abusi delle grandi imprese petrolifere sia possibile. Innumerevoli sono i disastri ambientali lasciati dalle multinazionali nei Paesi asiatici, africani o sudamericani che spesso non hanno la “forza” necessaria per opporsi agli abusi, soprattutto a causa delle diseguaglianze economiche che li spingono a concessioni e privatizzazioni per ottenere fondi stranieri. Si pensi, ad esempio, ai Paesi in via di sviluppo (PVS) che derivano gran parte del loro PIL dalle esportazioni di beni naturali venduti sui mercati dei Paesi industrializzati. Quando fattori interni ed esterni provocano una diminuzione del prezzo dei beni, questi Stati sono costretti a produrre di più, affidandosi a compagnie straniere che operano in virtù di un unico principio: il profitto, anche a spese dell’ambiente.

[Di Salvatore Toscano]

Liberate Assange!: lanciata la nuova petizione globale

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A seguito della decisione della Corte dei Magistrati di Westminster di emettere un ordine formale di estradizione negli Stati Uniti nei confronti di Julian Assange, Reporter senza frontiere (RSF) ha lanciato una petizione per chiedere al ministro degli Interni Priti Patel di respingere la misura che potrebbe portare il fondatore di WikiLeaks a scontare 175 anni di carcere in una prigione di massima sicurezza con l’accusa di spionaggio. Patel, che dovrà confermare o respingere la decisione della Corte dei Magistrati entro 4 settimane, rappresenta l’ultima possibilità (purtroppo molto ridotta) per Julian Assange e per la libera informazione, in un Paese che si posiziona al 33° posto (su 180) nell’Indice mondiale della libertà di stampa (gli Stati Uniti sono al 44° posto).

Per questo motivo, RSF ha chiesto di sostenere la petizione, firmando entro il 18 maggio: si tratta di un modo per informare i cittadini di tutto il mondo della storia di Assange e per tenere alta la loro attenzione, in attesa di altre misure e della decisione finale da parte del ministro degli Interni inglese. «Attraverso questa petizione, aspiriamo a mobilitare coloro che difendono il giornalismo e la libertà di stampa e ci aspettiamo che il governo del Regno Unito risponda», ha dichiarato Rebecca Vincent, direttore delle operazioni e delle campagne di RSF. Julian Assange si trova da oltre due anni e mezzo nella prigione di massima sicurezza HM Prison di Belmarsh, a Londra. Contro di lui Washington ha formulato accuse di cospirazione e spionaggio per aver diffuso documenti “sensibili” degli Stati Uniti riguardanti gli abusi dell’esercito ai danni delle popolazione civili durante le guerre degli ultimi decenni.

[Di Salvatore Toscano]

Yemen: i ribelli houthi si impegnano a non utilizzare i bambini soldato

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In Yemen, i ribelli sciiti houthi hanno accettato di liberare le loro fila dai bambini soldato, che hanno combattuto a migliaia durante i sette anni di guerra civile del paese, secondo quanto affermato da dei rapporti delle Nazioni Unite. Gli houthi hanno firmato quello che l’ONU ha descritto come un “piano d’azione” per porre fine e prevenire il reclutamento o l’utilizzo di bambini nei conflitti armati, oltre all’attacco a scuole e ospedali. La misura, che andrà realizzata entro sei mesi, arriva a qualche settimana dalla prima tregua a livello nazionale del conflitto: il patto di 60 giorni iniziato durante il mese del Ramadan.

Il Libano importava il 90% del grano da Russia e Ucraina, ora è a rischio carestia

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libano crisi pane

Da più di due anni il Libano si trova a fare i conti con una delle più grosse crisi finanziarie mai affrontate nel paese, negli ultimi 10 anni. In questi giorni la situazione è diventata ancora più drammatica, insinuandosi sempre più nel quotidiano della vita dei cittadini: comincia a scarseggiare il pane. Per quale motivo? Manca il grano, conseguenza diretta della guerra tra Russia e Ucraina, che qui sta mostrando, probabilmente più di ogni altro paese, i suoi frutti già maturi. Infatti, una nota pubblicata da Farid Belhadj, vicepresidente della Banca mondiale per la regione del Medio Oriente e del Nord Africa, ha evidenziato che il Libano importa oltre il 90% dei suoi cereali da Ucraina e Russia.

Mentre alcuni panifici si sono già arresi, abbassando definitivamente la saracinesca, altri sono in procinto di farlo, lamentando una penuria di farina tale da non poter più soddisfare il fabbisogno della popolazione. Le scorte, infatti, possono arrivare a coprire la richiesta di pane per soli ulteriori 10 giorni, dopo i quali i granai saranno definitivamente vuoti. Che la situazione sia critica, lo ha confermato anche la Federazione dei sindacati dei mulini e dei fornai del Libano, secondo la quale il paese “è sull’orlo di una crisi dei farinacei dopo che diversi mulini hanno interrotto il loro lavoro”. E quando alla popolazione manca il pane di bocca, non è raro che si verifichino episodi di violenza. Negli scorsi giorni, ad esempio, nella periferia di Beirut una persona è stata ferita da alcune pallottole sparate in coda davanti ad un panificio. Questo episodio potrebbe essere solo il primo di una lunga escalation. Cosa che la classe politica non si augura affatto, viste le imminenti elezioni legislative del 15 maggio prossimo.

Anche se il Ministro dell’Economia Amin Salam continua a ribadire che una soluzione sarà trovata nell’arco di pochissimo tempo (in ore, addirittura), e il Governo ha recentemente previsto l’impiego di 15 milioni di dollari per gli acquisti urgenti di grano, la Banca centrale non avrebbe comunque i fondi necessari per poter pagare a lungo importazioni di grano estero (con i prezzi attuali). Per il Libano la mancanza di pane aggrava ulteriormente una situazione che, secondo l’Onu, vede più di due terzi della popolazione vivere in povertà, con il valore d’acquisto della moneta (la lira) che è praticamente sprofondato nell’arco di due anni (ha perso più del 90%). Eppure, c’era un tempo in cui il Libano si fregiava dell’appellativo di “Svizzera del Medio Oriente”, soprannome guadagnatosi grazie alla prosperità che aveva costruito.

Ad oggi, invece, per il paese sta diventando quindi di vitale importanza rafforzare e incrementare la produzione interna. Proprio lo scorso mese il Consiglio dei ministri del Libano aveva dato il via libera ad un progetto agricolo nazionale, per garantire l’autoproduzione di almeno il 30 per cento del fabbisogno di grano tenero della popolazione locale. Potrebbe tuttavia essere arrivato troppo tardi: quelle che il Libano sta scontando, sono solo le prime conseguenze di una guerra che sta lasciando (e continuerà a farlo) strascichi in tutto il mondo. E se anche il prezzo del grano dovesse scendere o stabilizzarsi, non potremmo dirci salvi: il costo e la reperibilità del pane non dipende solo dalla farina con cui è impastato. Bisogna tener conto del carburante, della logistica, della manodopera…

[di Gloria Ferrari]

Mercoledì 20 aprile

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7.50 – Camorra, maxi operazione a Napoli contro il clan Moccia: 59 arresti.

9.00 – Crolla il settore dell’auto in Europa: vendite al – 18,8% rispetto a un anno fa.

10.00 – Sondaggio Demos: per metà degli italiani l’informazione sulla guerra in Ucraina è distorta e pilotata dai media.

10.30 – Roma: tre ragazzi di “Ultima Generazione” andranno a processo per manifestazione di fronte a sede ENI.

11.20 – Usa, Canada e Regno Unito annunciano nuovo invio di armi all’Ucraina per “difendere il Donbass”.

12.00 – La Corte di Londra emette l’ordine di estradizione negli USA per Julian Assange.

13.40 – Le forze ucraine asserragliate nell’acciaieria di Mariupol respingono l’ultimatum russo.

14.00 – Torino: 22 agenti penitenziari andranno a processo per violenze sui detenuti.

14.10 – Via libera della Camera al DEF: aiuti a famiglie e imprese per 5 miliardi di euro.

15.00 – Netflix perde 200.000 abbonati e il 40% del valore in borsa, trascinando al ribasso il listino Nasdaq.

16.50 – Tennis, al torneo di Wimbledon non potranno partecipare atleti russi e bielorussi.

17.20 – Russia testa missile balistico intercontinentale, Putin: «farà riflettere chi ci minaccia».

 

Covid: le associazioni di medici chiedono un dibattito sul ruolo dell’Ordine

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Lo scorso 11 aprile si è tenuta l’assemblea dell’Ordine dei Medici di Torino per l’approvazione del bilancio consuntivo annuale: quest’ultimo, però, è stato sorprendentemente bocciato grazie all’opposizione di 126 medici, che hanno espresso voto contrario. Una vera e propria mossa strategica che di certo non è stata fine a se stessa, essendo in realtà servita ad esternare quello che è un disagio diffuso all’interno della classe medica. Ad essersi schierati contro l’approvazione del bilancio, infatti, sono stati medici sia vaccinati che non vaccinati, e dunque sia in attività che sospesi, che ritengono si debba dare vita ad una discussione sul ruolo del medico e dell’Ordine dei Medici nella cura dei pazienti, il quale “negli anni e soprattutto con la pandemia è stato fortemente modificato e influenzato dalle politiche governative”. A sottolinearlo è un documento, redatto dalla dott.ssa Rossana Becarelli e dal professor Ciro Isidoro, a nome dei medici torinesi che hanno bocciato il bilancio ed in rappresentanza delle Associazioni di professionisti di area medica e cittadini tra cui ContiamoCi!, Società Italiana di Medicina, ed Eunomis. All’interno dello stesso, infatti, viene specificato che i 126 medici di Torino non sono soli, bensì “si muovono in modo coordinato e organizzato all’interno di varie associazioni di professionisti dell’area medica che includono anche altri operatori della sanità”, tra cui quelle sopracitate.

“I medici di Torino non sono No Vax: sono professionisti seri e responsabili che difendono l’etica del loro ruolo, l’indipendenza della professione e il fondamentale principio di autodeterminazione“, si legge poi nel documento, nel quale si sottolinea che però “questi sanitari, in prima linea nel 2020, molto spesso anche guariti dall’infezione, non possono più lavorare se non si sottopongono al vaccino”. Tuttavia si tratta – precisano gli autori del testo – di un vaccino che “presenta molte incognite e ci obbliga ad una riflessione sul reale rapporto beneficio/rischio di una campagna vaccinale di massa” nonché “ad una accurata valutazione personalizzata dell’effettiva utilità della vaccinazione caso per caso”. È dunque evidente che per assolvere al compito fondamentale della professione medica – ovverosia quello di curare i pazienti in scienza e coscienza – quest’ultima debba assolutamente essere autonoma ed indipendente, e quindi per forza di cose “libera da conflitti di interesse tanto quanto da coercizioni e ricatti”. È questa la convinzione dei “Medici per la Medicina Umanistica”, denominatisi in tal modo proprio poiché aventi l’obiettivo di recuperare la dimensione umanistica della medicina. Per farlo, però, c’è bisogno di smuovere l’Ordine, che dovrebbe aprire un “dibattito franco ed approfondito” su diversi temi.

Nello specifico, la discussione dovrebbe riguardare innanzitutto il “ruolo autonomo e indipendente” che l’Ordine dovrebbe “riaffermare in contrasto con la posizione subalterna alla politica subita nel corso della recente pandemia a detrimento e mortificazione della posizione lavorativa e di ruolo professionale dei propri iscritti”. Inoltre, dovrebbe avere ad oggetto gli “effetti e le conseguenze della politica sanitaria condotta in Italia per il contenimento della pandemia”, le “terapie domiciliari precoci”, “l’efficacia e la sicurezza dei vaccini in commercio”, “tutte le prove scientifiche relative a tali punti”, “l’informazione corretta e realmente trasparente da fornire alla popolazione a tutela della sua salute” e “la formazione agli iscritti in base a quanto emerso dai punti precedenti”. Infine, l’Ordine dovrebbe assumere pienamente la propria funzione di rappresentanza di tutta la categoria medica ed intervenire in ogni sede istituzionale per discutere “dell’opportunità della sospensione di medici in un momento di particolare emergenza sanitaria e di ingravescente decurtazione degli organici” e “degli investimenti finanziari indispensabili per garantire un servizio efficiente al paziente”. Sono queste, dunque, le rivendicazioni dei Medici per la Medicina Umanistica, i quali ritengono che in tal modo verrebbe perseguito l’intento comune: “ristabilire una medicina umanistica per la salute degli individui e della comunità”.

[di Raffaele De Luca]