lunedì 23 Marzo 2026
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Roma Pride: nella Capitale grande manifestazione per i diritti lgbtqi+

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Si sta tenendo in queste ore a Roma il Pride, una grande manifestazione per i diritti lgbtqi+. Secondo gli organizzatori, infatti, 900mila persone stanno partecipando all’evento, il cui slogan è racchiuso nelle parole “Torniamo a fare rumore”: un omaggio a Raffaella Carrà, icona della comunità che anima il Pride scomparsa il 5 luglio 2021. Presenti alla manifestazione, tra gli altri, anche il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti e il sindaco di Roma Roberto Gualtieri.

Eni si sta comprando l’istruzione e la ricerca italiana

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Basta fare un rapido giro sul web, fra le notizie pubblicate dalle maggiori testate italiane e non, per rendersi conto che c’è una parola a cui gran parte delle società del petrolio e del gas si sono particolarmente legate: decarbonizzazione. In pratica la progressiva riduzione delle fonti fossili come fonti energetiche, o meglio, la loro sostituzione con fonti rinnovabili con il fine di diminuire il rilascio di CO2 nell’atmosfera. Tradotto, per aziende come Eni, Shell, Total e BP significa continuare ad estrarre gas anche negli anni a venire, pianificando la vendita di energia ottenuta da pet...

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La pandemia ambientale provocata dai dispositivi di protezione individuale

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L’attenzione riservata alla tutela della salute pubblica durante la pandemia da Covid-19 ha fatto passare in secondo piano un importante effetto collaterale provocato dalle misure a cui ci si è rifatti per contrastarla: la produzione di rifiuti. Sull’onda di una emergenza globale e delle relative imposizioni, durante il periodo pandemico è infatti stata utilizzata un’enorme quantità di mascherine, che insieme agli altri dispositivi di protezione individuale ed alla richiesta di plastica monouso hanno generato una valanga di rifiuti. Come affermato dalla dott.ssa Maggie Montgomery, ufficiale tecnico dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), le mascherine usa e getta hanno prodotto «6 milioni di tonnellate in più di rifiuti» nel solo 2020, anno in cui è stato stimato un utilizzo mensile di 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti a livello globale.

Oltre a ciò, più di otto milioni di tonnellate di rifiuti di plastica associati alla pandemia sono stati generati a livello mondiale, con 25.000 tonnellate che sono finite negli oceani. A sottolinearlo è stata una ricerca pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), dalla quale si apprende che seppur a tutto ciò abbiano ovviamente contribuito anche i dispositivi di protezione individuale, la maggior parte della plastica legata alla pandemia provenga però dai rifiuti sanitari generati dagli ospedali. Un dato, quest’ultimo, che non sorprende: come affermato dalla dott.ssa Montgomery il volume di rifiuti sanitari extra nelle strutture sanitarie è infatti «aumentato da 3 a 4 volte durante questa pandemia e nelle strutture che non hanno separato i rifiuti sanitari l’aumento è stato 10 volte maggiore». Tuttavia l’impatto dei dispositivi di protezione non deve comunque essere sottovalutato, dato che un rapporto dell’Oms di cui la dott.ssa Montgomery è co-autrice ha stimato che delle 87.000 tonnellate di dispositivi di protezione individuale acquistati tra marzo 2020 e novembre 2021 e distribuiti ai vari paesi dall’Oms, la maggior parte sia divenuta un rifiuto. Si tratta però solo di una indicazione parziale della portata del problema, in quanto il rapporto “non tiene conto di nessuno dei prodotti COVID-19 acquistati al di fuori dell’iniziativa né dei rifiuti generati dal pubblico come le mascherine mediche usa e getta”, che come emerso dalle parole della dott.ssa Montgomery hanno prodotto una valanga di rifiuti.

Se ne desume, dunque, che l’ampio ricorso ai dispositivi di protezione individuale ed il loro smaltimento improprio ha esacerbato il problema dei rifiuti sanitari. Come si legge sul sito della stessa Oms, infatti, “mentre le Nazioni Unite ed i Paesi erano alle prese con il compito immediato di assicurare e garantire la qualità delle forniture di dispositivi di protezione individuale (DPI), sono state dedicate meno attenzioni e risorse alla gestione sicura e sostenibile dei rifiuti sanitari legati al COVID-19. «È assolutamente fondamentale fornire agli operatori sanitari il DPI corretto», ha affermato a tal proposito il dottor Michael Ryan, direttore esecutivo del programma per le emergenze sanitarie dell’OMS, «ma è altrettanto fondamentale garantire che possa essere utilizzato in sicurezza senza impatto sull’ambiente circostante». Ciò, si legge ancora sul sito, “significa disporre di sistemi di gestione efficaci, compresa la guida per gli operatori sanitari su cosa fare con i DPI e i prodotti sanitari dopo che sono stati utilizzati”.

In tal senso, va detto che anche i singoli individui possono ed avrebbero potuto contribuire alla risoluzione del problema, prendendo coscienza della quantità di rifiuti generati e cercando di ridurla non munendosi di dispositivi non indispensabili: ad esempio facendo a meno dei guanti, che nella prima fase della pandemia sono stati spesso utilizzati dai cittadini ma che, come sottolineato dalla dott.ssa Montgomery, in realtà «non sono necessari in molte situazioni». Tuttavia, è ovvio che per far fronte al problema rifiuti ci sia bisogno di sforzi di vario tipo, come ad esempio campagne educative riguardo alla produzione di rifiuti sanitari. In tal senso non si può non pensare alla campagna inglese “The gloves are off”, un programma di formazione che ha portato ad una riduzione dell’uso dei guanti negli ambienti sanitari prima della pandemia, che potrebbe rappresentare un modello a cui ispirarsi. Inoltre, anche sul fronte riciclo ci sono modi di operare interessanti da citare come ad esempio quello dell’azienda TerraCycle, che si occupa di riciclare i dispositivi di protezione individuale monouso, utilizzati per produrre (con l’ausilio di terzi) nuovi prodotti come contenitori e piastrelle per pavimenti.

Si tratta ad ogni modo solo di alcuni esempi di metodi con cui si potrebbe arginare il problema dell’aumento dei rifiuti sanitari, per il cui contrasto ci sarebbe però ovviamente bisogno di un forte impegno da parte delle istituzioni. Quelle stesse istituzioni che, durante l’emergenza sanitaria, hanno consigliato o imposto senza pensarci due volte i dispositivi di protezione, generando così tonnellate di rifiuti.

[di Raffaele De Luca]

Iran e Venezuela firmano un accordo di cooperazione ventennale

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Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, ed il suo omologo venezuelano in visita in Iran, Nicolas Maduro, hanno firmato nella giornata di oggi un accordo relativo ad una cooperazione ventennale. A riportarlo è l’agenzia di stampa della Repubblica Islamica (IRNA), la quale precisa che “il documento si concentra sulla cooperazione petrolchimica, petrolifera, economica, turistica, culturale e politica”.

Le sanzioni contro Mosca stanno spingendo l’Africa nel baratro della fame

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Alcuni giorni fa il presidente del Senegal e dell’Unione Africana, Macky Sall, è volato in Russia – a Sochi – per discutere col presidente russo Vladimir Putin la questione dello sblocco dell’export di grano e altre questioni rilevanti sul piano delle relazioni internazionali. L’incontro è meritevole d’attenzione non solo perché la Russia intende incrementare i suoi rapporti commerciali e diplomatici con i Paesi africani, ma anche perché ha fatto emergere come le sanzioni imposte dall’Unione Europea a Mosca stiano danneggiando anche e soprattutto l’Africa. Quest’ultima, infatti, importa il 40% dei cereali proprio da Russia e Ucraina, mentre Ruanda, Tanzania e Senegal arrivano al 60% e l’Egitto all’80%.

Il presidente del Senegal ha affermato che «con il blocco del sistema Swift non possiamo pagare il grano». Il blocco dei cereali nei porti ucraini rappresenta, dunque, solo una parte del problema, in quanto estremamente rilevante è anche l’impossibilità da parte degli Stati africani di pagare i generi alimentari alla Russia a causa della sua esclusione dal sistema Swift, il sistema di messaggistica internazionale che collega circa 11.000 istituti finanziari in tutto il mondo.

Una questione che trova poco spazio sui media mainstream ma che è addirittura più allarmante del blocco delle navi nei porti del Mar Nero. Sall, parlando in videoconferenza durante il vertice di Bruxelles ai 27 Stati dell’Unione, ha quindi chiarito che «quando il sistema Swift viene interrotto, significa che anche se i prodotti esistono, il pagamento diventa complicato, se non impossibile». Una verità piuttosto imbarazzante per i leader europei che probabilmente non hanno analizzato le conseguenze delle sanzioni da un punto di vista più ampio: esse, infatti, non solo non stanno raggiungendo l’obiettivo prefissato (far fallire Mosca), ma stanno, invece, danneggiando l’economia del Vecchio continente e, nel medio periodo, potrebbero letteralmente affamare l’Africa, con conseguenti crisi migratorie che si riverserebbero in primo luogo sul continente europeo. Dall’inizio dell’anno si sono registrati 15.000 arrivi sulle nostre coste e i centri di accoglienza a Lampedusa risultano già sovraffollati.

Per porre fine a quella che potrebbe trasformarsi in una delle più gravi crisi alimentari, Sall – durante il colloquio con Putin – ha espresso la necessità che dalle sanzioni vengano esclusi cereali e fertilizzanti, una richiesta non ancora presa neppure in considerazione dalla Commissione europea. Dal canto suo, il presidente russo ha espresso la sua piena disponibilità per lavorare allo sblocco delle navi nei porti ucraini che, come ha spiegato l’ammiraglio italiano Giuseppe de Giorgi, sono stati minati dal genio militare ucraino per impedire eventuali azioni anfibie russe. Dopo l’incontro con Putin, il presidente senegalese ha ringraziato pubblicamente il Capo del Cremlino e ha scritto su Twitter che «La Russia è pronta a garantire l’esportazione del suo grano e dei suoi fertilizzanti. Invito tutti i partner a revocare le sanzioni su grano e fertilizzanti».

Nel frattempo, la Russia sta cercando di trovare un accordo con la Turchia per sminare i porti: Ankara – come riporta Bloomberg – si è infatti proposta per aiutare nello sminamento dei porti, scortando successivamente le navi cariche di grano in acque neutrali. Pochi giorni fa il ministro degli esteri Sergey Lavrov è volato ad Ankara per incontrare il suo omologo turco Mevlut Cavusoglu e discutere della questione. Ad essere scettica sull’operazione di sminamento però è proprio Kiev che teme che Mosca possa approfittare della situazione per attaccare le coste ucraine sul mar Nero, nonostante le garanzie del governo russo che ha assicurato che non sfrutterà tali circostanze per condurre operazioni militari nell’area.

Qualora andassero a buon fine le trattative diplomatiche per lo sminamento dei porti, questa rimarrebbe comunque un’operazione difficile e particolarmente lunga, motivo per cui si rende ancora più necessario rimuovere l’embargo ai cereali e ai fertilizzanti russi, se si vuole evitare le gravi conseguenze alimentari descritte. Durante il colloquio tra i due presidenti si è discusso, inoltre, delle relazioni politiche, commerciali e diplomatiche tra Russia e Africa con l’intento di rafforzarle: infatti, secondo Putin, il ruolo dell’Africa nel teatro internazionale sta crescendo anche in termini politici. Il capo del Cremlino ha sottolineato che in Russia la cultura africana è sempre stata vista con grande interesse, aggiungendo che: «Crediamo che i singoli Stati africani, con i quali abbiamo tradizionalmente ottimi, senza alcuna esagerazione, rapporti amichevoli, e tutta l’Africa nel suo insieme abbia grandi prospettive, ed è proprio su questa base che intendiamo sviluppare ulteriormente le nostre relazioni».

Un incontro positivo, dunque, per le relazioni tra i due continenti. Meno, invece, per quanto riguarda il problema della crisi alimentare: fino a quando non saranno revocate le sanzioni almeno sui beni alimentari, infatti, continuerà a gravare sull’Africa lo spettro della carestia e, sull’Europa, quello di crisi migratorie potenzialmente ingovernabili.

[di Giorgia Audiello]

Un’idea di città

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Ha scritto Borges che l’immagine che abbiamo della città è sempre un po’ anacronistica. Forse è vero, se pensiamo irreparabile la degenerazione che le imprime il tempo e se abbiamo della città, di una certa città, una memoria inevitabilmente alterata. Ma la città è prima di tutto una forma simbolica, un labirinto organizzato di segnali che si depositano e si possono o no condividere, ma che, prima di tutto, bisogna cogliere. Ormai alle città si sono imposte le priorità del traffico, dello smaltimento dei rifiuti, dell’inquinamento, dei difficili rapporti con la periferia, dei rumori notturni, della sicurezza, dei senza dimora che dormono sotto i portici. Tutti meccanismi di gestione del contingente, poco di più.

L’orizzonte simbolico si è pietrificato, neutralizzato, nessuno si chiede che cosa è una città, quella particolare città, che cosa possiamo fare per lei, quasi fosse una dea da onorare. E invece ci si preoccupa genericamente dei modi con cui attrarre turismo, attività produttive, in competizione ovviamente con altre città, che sono però parzialmente o totalmente differenti, e avrebbero dunque altre prerogative, altri destini.

I meccanismi in opera sono di impronta unicamente economica, come se una città fosse un’azienda con il suo mercato e i suoi competitori. La solita metafora che ci ha posseduto e insieme ha frustrato qualsiasi altro modo di pensare, di proiettarsi. Se però l’azienda è una metafora, allora bisogna anche chiedersi chi sono le maestranze, chi i disoccupati nell’azienda-città, chi gli azionisti, chi i dirigenti, chi i responsabili delle risorse umane. A insistere finiremmo fra il tragico e il ridicolo ma sveleremmo l’inconsistenza e la presunzione di questa idea.

Bisogna invece pensare al desiderio, alle aspettative: alle città “che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri” e alle città invece “in cui i desideri o riescono a cancellare la città o ne sono cancellati” (Italo Calvino, “Le città invisibili”). Primo fra tutti, sembra, il desiderio di rispetto che innesca reazioni di violenza nelle periferie, dove i soggetti sono tagliati fuori dallo svolgere ruoli realmente attivi nella comunità (C. Ward, “La città dei ricchi e la città dei poveri”, edizioni e/o 1998).

Joseph Rykwert, grande storico dell’architettura, nel suo libro ” L’idea di città”, del 1976, puntava l’attenzione sui meccanismi di una identità specifica, dove la città sarebbe storicamente un’invenzione, fondata e mantenuta in uno stretto rapporto tra cielo e terra, tra divino e umano, tra ideale e realtà, con una certa fedeltà a sé stessa, pronta a espandersi e ad accogliere in un modo che soltanto lei, grazie anche alla sua posizione astronomica, e dunque al suo carattere, poteva offrire. Ma Rykwert avverte in conclusione del suo libro che, essendo ormai “improbabile che si possa trovare una base di certezza in un universo che la cosmologia continua rimodellare senza posa intorno a noi”, questa base dobbiamo cercarla in noi stessi: nella costituzione e nella struttura della persona umana” (trad.it. Einaudi 1981, p. 262). Tanto per ricordarlo agli amministratori di oggi, Roma aveva istituito la cittadinanza transitoria. Chi veniva a Roma godeva per i giorni del soggiorno dello statuto di:”Cives Romanus sum”.

La città, ogni città sviluppava in origine un potenziale che soltanto lei poteva avere, quasi fosse un individuo, con un suo stile e un suo modo d’essere. E, in quanto tale, destinata agli incontri, alla vita di relazione, in una semplice dimensione quotidiana e in una prospettiva a cui partecipare.

Molti i modelli di città, reali o utopistici, progettati o spontanei. Qualche volta penso alla città come all’espansione di una enorme aiuola spartitraffico, dove il traffico corre tutt’intorno, all’esterno, e dove il verde e il costruito si dividono il suo interno.
Nel mondo antico la città era un luogo da raggiungere, dove attivare commerci e dove sostanzialmente ci si fermava uno o più periodi della vita, senza pretendere nulla, senza attendersi l’impossibile, oppure era il luogo di insediamenti famigliari che si perpetuavano per molte generazioni.

Si dice che la città dove io abito, Torino, sia stata fondata dai reduci di una legione romana che aveva combattuto in Egitto e che aveva come insegna la divinità egizia del toro, espressione di lotta e di potenza: Augusta Taurinorum. Quindi, giustamente, Torino ha finito per vantare un grande, celebre Museo Egizio. Una città dunque fondata da soldati provenienti da varie patrie, una città nata multipolare, multietnica, una colonia di reduci rassegnati ma anche assetati di autonomia e di riconoscimenti. Una aspettativa difficile da dichiarare e da difendere in tempo di pace. Ne è derivata una città ambiziosa, esposta tanto ai successi quanto alle frustrazioni, nell’inevitabile avvicendarsi di battaglie vinte e di battaglie perdute.

Giustamente, per restare sull’astronomico-zodiacale, a chi è segno del Toro viene riconosciuta la tendenza a essere sospettoso, a non fidarsi degli estranei, a perdonare e dimenticare con difficoltà. Ma anche la propensione positiva a mostrare lealtà e tenacia.
Altro che impronta operaia, quella fa parte della storia che va e viene, l’imprinting degli astri ha la natura del carattere e dell’istinto, che è difficile, forse inutile, tentare di cambiare.

[di Gian Paolo Caprettini – semiologo, critico televisivo, accademico]

“Crisi idrica straordinaria”, chiesto stop notturno dell’acqua in 125 Comuni

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Utilitaria, la federazione che riunisce le aziende che distribuiscono acqua potabile, ha chiesto ai sindaci di 125 Comuni tra Piemonte e Lombardia di valutare sospensioni dell’erogazione notturna a causa della “crisi idrica straordinaria” che ha colpito le Alpi e il fiume Po. Le piogge degli ultimi giorni non sono bastate a porre rimedio alla siccità di questi mesi, la peggiore degli ultimi 70 anni. La neve sulle Alpi “è totalmente esaurita in Piemonte e Lombardia”, mentre “i laghi (eccetto il Garda) sono ai minimi storici” e “la temperatura è più alta fino a 2 gradi sopra la media”.

Come la RAI ha censurato i referendum sulla giustizia del 12 giugno

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Molti italiani ancora non sanno di essere chiamati a votare per cinque referendum che potrebbero cambiare profondamente alcune leggi sulla giustizia. Eppure le votazioni si terranno domani, 12 giugno. I referendum sono stati quasi del tutto nascosti dai media e nemmeno quello che dovrebbe essere il servizio pubblico al servizio dei cittadini, la RAI, ha fatto di certo molto per rendere gli italiani a conoscenza dell’esistenza dei quesiti referendari, né tantomeno per istruirli circa le conseguenze di un “no” o di un “si” segnato sulla scheda elettorale. Ma per quale ragione l’esistenza dei referendum è stata silenziata con l’evidente accordo di quasi tutte le forze politiche?

Un primo indizio che qualcosa nell’informazione non abbia funzionato è stato il sondaggio di Ipsos sui pensieri dei cittadini che si apprestano al voto. Presentato a Di Martedì nella puntata dello scorso 24 maggio, mostra che solo il 56% degli intervistati era a conoscenza che il 12 giugno si sarebbe svolta la consultazione referendaria. Di questi però “i più ne ignorano il tema”, cioè non sanno nemmeno per cosa si vota.

Il dato più importante è quello reperibile sul sito di Agcom, leggendo i report stilati per valutare quanto e come nelle maggiori televisioni italiane si è parlato del referendum. Tutti i canali analizzati mostrano tempi di programmazione molto scarsi. Riporteremo qui i dati del mese di maggio della sola Rai in quanto televisione di Stato, che si suppone dovrebbe essere imparziale e garantire una corretta informazione. Dopo di ché faremo un rapido confronto con i dati invece del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Come si vedrà la differenza è piuttosto evidente.

Nel periodo dal 29 aprile al 7 maggio, il tempo totale di programmazione che la Rai complessiva, cioè nei 4 canali di Rai1, Rai2, Rai3 e Rai News 24, ha speso per informare o creare dibattito attorno al referendum del 12 giugno, è stato di appena mezz’ora: 24 minuti di informazione nei Tg e 7 negli extra, cioè negli approfondimenti o nei programmi. Nella settimana dall’8 al 14 maggio il tempo complessivo è stato di 1 ora e 10 minuti, 22 minuti nei Tg e 48 negli extra. Dal 15 al 21 maggio la copertura è stata simile: 1 ora e 14 minuti, con 48 minuti nei Tg e 26 negli extra. Infine, nella settimana dal 22 maggio al 28, il totale di tempo dedicato al referendum è stato di 1 ora e 37 minuti. In sostanza, nel mese più importante, quello prima del giorno del referendum, i principali canali di Stato gli hanno dedicato appena 4 ore su 998 di programmazione: circa lo 0,004 del tempo.

Guardiamo adesso la penultima settimana prima del voto, dallo scorso 29 maggio al 4 giugno. E’ l’ultima di cui si hanno dati Agcom. Si nota che la Rai ha lievemente accelerato: per modo di dire. I telegiornali nel complesso hanno dedicato 1 ora e 45 minuti all’argomento referendum. Gli extra invece hanno parlato del 12 giugno per un totale di 2 ore e 27 minuti. In una sola settimana quindi, la tv di Stato ha “recuperato”, trattando di referendum il tempo dell’intero mese precedente. Tuttavia i numeri risultano comunque esigui, specie se rapportati al totale della programmazione: 4 ore in tutto su 219, cioè lo 0,01 del tempo. Ma se guardati per singolo canale, i numeri fanno anche più impressione. Gli extra del canale principale Rai1, fra Porta a Porta, Rai Parlamento ecc, hanno dedicato la bellezza di 1 minuto e 12 secondi al referendum in una settimana, e nemmeno trattandolo nei suoi singoli quesiti, ma in generale. Rai2, il secondo canale maggiore, ha fatto anche di meglio: non ne ha proprio parlato. Rai3 e Rai News 24 hanno speso invece il tempo maggiore: 1 ora e 10 minuti il primo, fra Che Tempo che Fa, Agorà Extra e Linea notte, e 1 ora e 15 minuti il secondo, fra In un’Ora, Focus Referendum e altri.

Tuttavia anche quel poco tempo in più concesso da Rai3 sulla questione 12 giugno risulta problematico, poiché una parte corrisponde al monologo fatto da Luciana Littizzetto a Che Tempo che Fa, il 29 maggio scorso. Le sue parole, in quanto critiche del referendum, hanno spinto l’Agcom a deliberare un richiamo formale nei confronti della Rai per aver violato i principi di par condicio e pluralismo durante la campagna referendaria. Nel monologo infatti l’attrice invitava fra le righe gli spettatori a non andare a votare: dicendo che il 12 giugno lei voleva andare al mare, che le questioni che “ci stavano a cuore” erano l’eutanasia e le droghe leggere. Soprattutto, sostenendo che il referendum sulla Giustizia riguarda questioni “tecniche” o di “diritto”, di cui la gente non sa nulla: quindi su cui non dovrebbe esprimersi.

E’ possibile adesso fare un rapido confronto con quanto avvenuto invece per il referendum del 4 dicembre 2016, sempre grazie ai dati forniti dall’Agcom. A parità di distanza dal voto le differenze con l’oggi sono vistose. Nel periodo che va dal 31 ottobre al 13 novembre 2016 la programmazione dedicata al referendum Costituzionale della Rai complessiva fu di ben 11 ore e 52 minuti: 1 ora e 40 minuti invece per quello sulla Giustizia. Nella settimana dal 14 al 20 novembre 2016 fu di 9 ore e 16 minuti di programmazione: per il referendum odierno 1 ora e 14 minuti appena. Si arriva quindi alla penultima settimana prima del 4 dicembre, corrispondente all’ultima di cui al momento si hanno dati per il referendum odierno. Dal 21 al 27 novembre 2016 il tempo che la Rai dedicò al referendum costituzionale è stato di quasi 12 ore (11 e 57 minuti): 3 volte di più rispetto alle 4 ore di oggi. Sommando il tutto si ha che nel 2016 la Rai, il mese prima la data del voto, aveva speso circa 33 ore sull’argomento ed in modo più o meno omogeneo, contro le appena 4 per il referendum del 12 giugno.

[di Andrea Giustini]

La Malesia abolisce la pena di morte obbligatoria

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La Malesia, uno dei pochi Paesi al mondo a prevedere ancora la pena di morte obbligatoria per 11 tipi di reati tra i quali l’omicidio e il terrorismo, ha annunciato che abolirà tale misura, lasciando la possibilità ai giudici di scegliere la pena appropriata. Verrà inoltre esaminato il ricorso alla pena di morte per altri 22 reati. Secondo i media locali, sono oltre 1300 le persone attualmente condannate a morte nel Paese, la maggior parte per reati di droga.

Venerdì 10 giugno

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7.00 – Covid, dopo due anni Tokio riapre ai turisti stranieri di 98 Paesi ritenuti “a basso rischio”, Italia compresa.

10.00 – Buenos Aires, decine di migliaia in piazza per protestare contro l’accordo con l’FMI.

10.30 – Carburanti, prezzo medio in aumento: prezzo medio al self per la benzina a 2,018 euro, 1,939 per il diesel.

11.00 – Germania, ok definitivo a salario minimo a 12 euro all’ora.

12.30 – Sottosegretario di Stato: “Declassificare Bollettino disinformazione russa Copasir, no elementi provenienti da attività di intelligence”.

15.00 – Ria Novosti: spie russe nel governo estone.

18.00 – UE, trovato accordo su migrazioni: 15 paesi membri (su 27) si spartiranno l’accoglienza dei migranti in maniera automatica.

18.20 – Borse, venerdì nero: l’Europa brucia 265 miliardi e lo spread in Italia sale a 224 punti.

18.30 – Siria, Assad avverte Erdogan: sarà scontro diretto in caso di attacco militare turco.