Il Governo è stato costretto a fare un passo indietro: la base militare che sarebbe dovuta sorgere all’interno della Riserva naturale di San Rossore, Migliarino e Massaciuccoli per il momento non si farà. È stato infatti accolto l’ordine del giorno del Movimento 5 Stelle e siglato dal vicecapogruppo Riccardo Ricciardi, che propone di “valutare un luogo alternativo per l’infrastruttura militare di Coltano (Pisa)”. La decisione del Governo di costruire la base nell’area verde aveva suscitato, nei giorni scorsi, una decisa opposizione politica e della società civile.
Con un decreto siglato il 14 gennaio e passato del tutto inosservato sino alla sua pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, il 23 marzo, il premier Mario Draghi e il ministro della Difesa Lorenzo Guerini avevano deciso di destinare parte dell’area protetta del parco di San Rossore, Migliarino e Massaciuccoli alla costruzione di una nuova base militare. La struttura, che avrebbe dovuto ospitare i carabinieri del gruppo paracadutisti Tuscania e le unità cinofile, avrebbe occupato un’area di circa 70 ettari, con conseguenze “irreversibili” sulla fauna e sulla flora locali. Il costo, stimato intorno ai 190 milioni di euro, sarebbe stato coperto da parte dei fondi del PNRR.
La decisione del Governo ha colto di sprovvista anche l’amministrazione del Parco, tenuta all’oscuro della cosa. In pochissimo tempo ne è sorta una mobilitazione composta dalla società civile, dalle associazioni ambientaliste e da membri delle istituzioni che si è fermamente opposta alla deturpazione del parco, un polmone verde di 23 mila ettari dall’enorme valore naturalistico e storico. Una petizione lanciata sul sito change.org per dire “no” al progetto ha raccolto in pochi giorni quasi 100 mila firme.
Così, quando il M5S ha presentato all’esecutivo un ordine del giorno nel quale veniva proposto di valutare “un luogo alternativo” per la costruzione dell’infrastruttura, il sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè ha accolto la richiesta. Ricciardi, vicecapogruppo del Movimento, ha dichiarato che, pur essendo la difesa nazionale “una priorità”, tuttavia allo stesso modo lo è “la tutela ambientale del nostro territorio” e che in questo momento “la costruzione di tale struttura non risulterebbe coerente né con il dettato costituzionale né con gli obiettivi del PNRR”.
Sia chiaro, in qualche modo la base militare dovrà essere realizzata comunque. Nei prossimi giorni avrà luogo una riunione tra la Regione Toscana e il Comando generale di Firenze, per passare al vaglio le alternative possibili. Secondo il presidente della Regione Eugenio Giani una soluzione potrebbe essere quella di riqualificare parte degli immobili del comune di Coltano ed espropriare l’area privata dell’Ospedaletto, dove si trova uno degli ospedali della città, in quanto misura già prevista dal piano regolatore della città di Pisa.
In un quadro storicamente e geopoliticamente complesso come quello che caratterizza il conflitto russo-ucraino, è difficile ricostruire gli eventi che hanno condotto all’attuale drammatica situazione, anche a causa di un’informazione non solo parziale ma anche interamente concentrata sulla cronaca dei fatti, da raccontare in un eterno flusso di presente. Ma ogni conflitto ha sempre delle radici nel passato e conoscerle aiuta anche a capire l’oggi, per questo abbiamo deciso di intervistare Franco Cardini: storico, professore di storia medievale e saggista.
Professore, quali sono le origini del conflitto russo-ucraino e che ruolo svolge in questo contesto la Nato?
La guerra in atto è nata nel biennio 2014-15, in seguito alla finta rivoluzione di piazza Maidan che ha condotto ad un cambio di regime, sostituendo il presidente legittimo e filorusso Victor Janukovich prima con un governo ad interim e poi con governi filoccidentali e filo-Nato. Questo ha portato ad una divisione tra ucraini filorussi e “nazionalisti”. Successivamente quindi, c’è stata la strage di Odessa, in cui secondo le stime ufficiali, quarantotto persone di etnia russa sono state ammazzate dai nazionalisti ucraini, e il massacro dei civili del Donbass di etnia russa, a favore dei quali Putin ha preso posizione. Questo ci fa capire come in Ucraina ci sia una vera e propria guerra civile e non da oggi o da un mese, ma da otto anni. Cosa di cui la maggior parte della gente non era a conoscenza perché i media non lo hanno mai raccontato. Fatto sta che in seguito al golpe del 2014, i rapporti tra l’Ucraina e la Federazione russa si sono aggravati perché le nuove amministrazioni filoccidentali erano dichiaratamente intenzionate ad entrare nella Nato e Putin questo non poteva permetterlo. L’ingresso di Kiev nella Nato significava, infatti, schierare sul confine missili a testata nucleare puntati verso Mosca, capaci di distruggerla in pochi minuti. Per la Russia è una questione di sicurezza nazionale e per questo il ruolo della Nato, e soprattutto della sua espansione verso est, in questa vicenda è fondamentale.
Ci spieghi meglio
La Nato è un’organizzazione militare internazionale a scopo difensivo, la cui funzione sarebbe il contenimento dei pericoli nella fascia nordatlantica. Tuttavia, l’Alleanza – specie dopo il dissolvimento dell’URSS – si è “riciclata” assumendo spesso funzioni diverse da quella originaria. Possiamo dire che ha avuto tre fasi: dal 1949 al 1991 ha avuto la funzione di contenimento della minaccia sovietica; poi un periodo intermedio in cui l’organizzazione si è riciclata in funzione antimusulmana e, infine, nell’ultima fase si è trovata un ulteriore scopo derivante dal fatto che la Russia con Putin ha ripreso quota e tende a rientrare nel novero delle grandi potenze mondiali. Questo è un problema perché minaccia l’unipolarismo americano. Giova ricordare che il comandante militare dell’Alleanza deve essere per statuto un generale americano, il quale a sua volta dipende dal Presidente degli Stati Uniti. Ciò significa che la Nato è una realtà militare nelle mani degli USA. Quindi, quando noi diciamo che l’Alleanza vuole avanzare a est, in realtà diciamo che sono gli Stati Uniti che vogliono creare un confine orientale sempre più incline al controllo di quello che fa la Russia.
Kiev, Ucraina, Rivoluzione di piazza Maidan
Prima ha citato la guerra civile tra nazionalisti ucraini e filorussi. Qual è l’origine storica del nazionalismo ucraino?
Una parte dell’Ucraina sta cercando di affermare che Russia e Ucraina sono due entità completamente diverse: questo non è vero. È vero però che nell’Ottocento, in gran parte d’Europa, sono nati movimenti patriottici, poi diventati nazionalisti, che hanno portato al dissolvimento di un concetto di solidarietà europea che prima esisteva attraverso il cristianesimo e poi attraverso il rapporto tra i vari regni europei. Questi movimenti patriottici si sono diffusi anche in Ucraina che ha preso come modello il patriottismo francese: uno dei primi elementi caratteristici del nazionalismo ucraino è stato un forte antiebraismo, per cui si era diffusa ampiamente anche la pratica dei pogrom e la distruzione dei villaggi ebraici. La divisione Azov viene fuori da questo. Soprattutto in periodo stalinista, i nazionalisti ucraini hanno dato un grosso contributo volontario all’esercito tedesco, creando tre divisioni corazzate di SS volontarie e per questo sono stati puniti duramente da Stalin che li fucilava in blocco. Il nazionalismo che si è affermato tra Ottocento e Novecento ha provocato un violento sentimento antirusso. Per questo è stato bacchettato prima dai sovietici e poi da Putin, mentre i notabili sovietici di origine Ucraina hanno sempre favorito il distacco dell’Ucraina dalla Russia. Quindi ora c’è una situazione di guerra civile tra gli ucraini che vogliono creare una nazione del tutto indipendente dalla Russia e magari anche antirussa e di Ucraini che, invece, vogliono rimanere etnicamente e culturalmente russi. Questa è la verità che dai nostri media non è emersa, perché per farla emergere ci vorrebbero delle trasmissioni ad hoc.
Come commenta l’affermazione di Putin secondo cui l’Ucraina moderna” è stata creata da Lenin?
L’affermazione di Putin è un po’ generalizzata: diciamo che l’Ucraina moderna l’ha creata soprattutto l’ex presidente sovietico Krusciov che era ucraino, concedendo una forte autonomia a Kiev nel 1962. Così come un altro personaggio importante dell’Unione Sovietica, il ministro Shevardnadze, aveva creato delle importanti forme di indipendenza per la Georgia che hanno dato luogo allo stato che in seguito si è staccato dalla Russia e ha finito per prendere un comportamento antirusso nel 2008. I notabili sovietici provenienti dall’Ucraina hanno sempre favorito il suo distacco dalla Russia. L’ideologia putiniana, invece, ha sempre considerato l’Ucraina parte integrante della storia e della cultura russa e quindi è in qualche misura ostile al raggiungimento di una reale indipendenza da parte di Kiev.
Storicamente qual è la relazione dell’Ucraina con la Russia?
L’Ucraina è il cuore storico della Russia. La Russia è nata a Kiev e questo è indiscutibile. Fino ad oggi nessuno ha mai obiettato il fatto che Gogol fosse ucraino e allo stesso tempo una gloria della letteratura russa. Più discutibile è il fatto che l’Ucraina debba tornare oggi ad essere russa. Questo è un ragionamento forzato e dopotutto nemmeno Putin lo chiede. Tuttavia, a differenza del periodo sovietico, l’attuale governo russo insiste molto sul fatto che l’Ucraina è una parte fondamentale e indispensabile per l’identità russa e questo è un fatto. Gli ucraini si sono sempre sentiti dei russi, sebbene esista un’identità ucraina, ma non è mai stata un’identità di tipo nazionale.
Kiev vista dall’alto prima della guerra con la Russia
Qualcuno dice che Putin vuole ricostruire l’impero russo. Quanto è verosimile un’affermazione del genere?
Sono state dette molte cose, tra cui quella che Putin vuole ricostruire l’Unione Sovietica, che abbia delle mire verso i Paesi baltici e addirittura che voglia riprendere la Germania. Questi sono tutti vaneggiamenti di carattere propagandistico. Putin non ha nessuna intenzione di questo tipo e anche se per assurdo l’avesse non avrebbe nessun potere di fare una cosa del genere. Quello che è vero, invece, è che Putin vuole restituire una forte identità politica e culturale alla Russia, rilanciandola a livello mondiale come grande potenza.
La Commissione europea ha attivato una procedura di indagine contro l’Ungheria per approfondire questioni riguardanti la corruzione nel Paese, sospette sottrazioni dei fondi UE da parte degli alleati di Orban e i modi in cui Budapest gestisce i sussidi che riceve dall’Unione (e che ammontano a miliardi di euro). È la prima volta nella storia europea che una procedura di questo genere viene attivata, riporta EuObserver. Se le violazioni dello stato di diritto individuate dai funzionari della Commissione UE fossero confermate, l’Unione potrebbe decidere di sospendere l’erogazione dei fondi diretti al Paese.
Nell’ultimo periodo in vari paesi del mondo sono stati segnalati casi di epatite acuta, di origine sconosciuta, nei bambini: nello specifico, secondo quanto fatto sapere dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), ad oggi a livello globale sono stati riportati circa 190 casi. Le prime segnalazioni sono arrivate ad inizio aprile dal Regno Unito, dal quale al momento ne sono state riportate più di 100, ma successivamente anche altri paesi hanno iniziato a registrare il fenomeno. Tra questi c’è l’Italia, dove – secondo quanto contenuto all’interno di una recente circolare del Ministero della Salute – alla data del 22 aprile erano stati in totale segnalati 11 possibili casi relativi a “pazienti individuati in diverse Regioni italiane (Abruzzo, Emilia Romagna, Lazio, Lombardia, Marche, Sicilia, Toscana e Veneto)”, due dei quali erano stati confermati.
La situazione però sembra alquanto preoccupante non solo perché al momento ben 12 paesi a livello globale hanno effettuato segnalazioni a riguardo ma anche perché alcuni pazienti hanno avuto bisogno di effettuare un trapianto al fegato. A renderlo noto è stata l’Oms, la quale tramite un comunicato dello scorso 23 aprile ha fatto sapere che tutti i casi segnalati erano relativi a soggetti di età compresa tra 1 mese e 16 anni, che “17 bambini (circa il 10%) avevano richiesto un trapianto al fegato e che almeno uno di essi era deceduto. A tutto ciò si aggiunga che la malattia – i cui sintomi principali individuati fin qui sono stati dolori addominali, diarrea e vomito – al momento sia sostanzialmente avvolta da un alone di mistero non conoscendosi la sua origine. “I virus che comunemente causano l’epatite virale acuta (virus dell’epatite A, B, C, D ed E) non sono stati rilevati in nessuno di questi casi”, scrive infatti l’Oms, secondo cui “l’adenovirus è un’ipotesi possibile”. In “almeno 74 casi” quest’ultimo è stato infatti rilevato, ed in 19 casi è stata registrata una co-infezione da coronavirus e adenovirus.
Nel frattempo le teorie si susseguono e sono diversi gli esperti che negli ultimi giorni hanno comunicato la propria idea a riguardo. Tra questi Lorenzo D’Antiga, direttore dell’unità di epatologia, gastroenterologia e trapianti pediatrici del Giovanni XXIII di Bergamo, il quale ha dichiarato che a suo parere sarebbe «poco probabile che il responsabile sia l’adenovirus». Posizione diversa invece quella espressa dal noto microbiologo Andrea Crisanti, il quale avrebbe affermato che un’infezione virale da adenovirus «sembrerebbe una delle ipotesi più quotate». «Ora, il perché improvvisamente l’adenovirus si assocerebbe a queste epatiti nei bambini rimane un mistero», avrebbe però aggiunto Crisanti, secondo cui si dovrebbe «indagare su una possibile ragione immunitaria» in quanto «le misure di restrizione potrebbero forse aver ritardato il momento in cui i bambini contraggono malattie comuni». C’è, infine, anche chi ipotizza un collegamento con i vaccini a vettore adenovirale. Secondo quanto riportato dal quotidiano La Verità, infatti, il responsabile del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore di sanità (Iss), Maurizio Federico, avrebbe affermato: «La vaccinazione di massa con vaccini a vettore adenovirale potrebbe aver favorito eventi ricombinativi con gli adenovirus che tutti noi ospitiamo normalmente. Per mestiere gli adenovirus ricombinano, cioè si cambiano pezzi di genoma. Possono così essere emersi dei virus mutanti, che possono essere facilmente trasmessi per via respiratoria. Questi nuovi virus sarà più facile che facciano danno negli ospiti che ancora non hanno sviluppato immunità naturale, come appunto i bambini».
Tale teoria, però, a quanto pare è stata smentita dallo stesso Istituto Superiore di Sanità, che si è altresì opposto all’ipotesi adenovirus. “Al momento non ci sono elementi che suggeriscano una connessione tra la malattia e la vaccinazione, e anzi diverse considerazioni porterebbero ad escluderla”, si legge infatti in una nota dell’Iss, nella quale viene sottolineato che “nella quasi totalità dei casi in cui si è a conoscenza dello status i bambini colpiti non erano stati vaccinati”, che “l’ipotesi adenovirus è di per sé improbabile in quanto questo tipo di virus normalmente non è associato a malattie epatiche” e che, in ogni caso, “l’adenovirus contenuto nei vaccini a vettore adenovirale anti Sars-Cov-2 utilizzati in alcuni Paesi (in Italia AstraZeneca e Janssen) è geneticamente modificato in modo da non replicare nelle cellule del nostro organismo”. “Allo stato attuale delle conoscenze quindi, non sembrano biologicamente possibili i fenomeni di ricombinazione tra Adenovirus circolanti e ceppo vaccinale”, ha concluso in tal senso l’Iss.
Le dichiarazioni di ieri da parte del governo britannico sulla possibilità di colpire il territorio russo con armi NATO rafforzano il procedimento di escalation verbale avviato nelle scorse settimane, mostrando l’evidente fallimento della diplomazia. Il viceministro della Difesa, James Heappey, ha affermato che il governo britannico considera interamente legittimo l’uso da parte ucraina di armi fornite dal Regno Unito «per prendere di mira obiettivi all’interno del territorio della Russia». Mosca ha prontamente risposto, ritenendo legittimo colpire, nel caso in cui l’indiscrezione britannica prendesse forma, i paesi NATO. Mentre continuavano gli attacchi nelle città ucraine, si sono registrate nella notte delle tensioni anche all’interno del territorio russo, precisamente a Belgorod, dove un deposito di munizioni è andato in fiamme. A queste si aggiungono poi le tre esplosioni avvenute in Transnistria, uno stato a confine con l’Ucraina proclamatosi indipendente ma non riconosciuto dalla comunità internazionale.
Se da un lato gli Stati Uniti hanno ricoperto, per qualche ora, il ruolo di paciere con il segretario di Stato, Anthony Blinken, che ha dichiarato: «Siamo aperti a un accordo su Ucraina neutrale e fuori dalla NATO, se Kiev è d’accordo», dall’altro lato Boris Johnson ha rincarato la dose, affermando che «Putin ha lo spazio politico per porre fine all’invasione in Ucraina, grazie in parte alla censura dei media in Russia». Con «spazio politico», il primo ministro britannico fa riferimento alla possibilità da parte di Putin di manipolare il fronte interno, anche spacciando una ritirata per una vittoria o comunque per un’azione dalle conseguenze irrisorie, grazie al controllo dei mezzi di comunicazione. «Dato il massiccio sostegno russo per ciò che sta facendo, l’apparente indifferenza dei media russi per ciò che sta realmente accadendo in Ucraina, il paradosso è che Putin ha molto spazio politico per fare marcia indietro e andarsene», ha infine aggiunto. In un contesto così scarno di colloqui e incontri, che soltanto un mese fa facevano sperare in un accordo, l’ONU ha finalmente deciso di agire per cercare una soluzione diplomatica. Lo ha fatto attraverso il suo segretario generale, Antonio Guterres, che a Mosca ha incontrato prima il ministro degli Esteri Sergej Viktorovič Lavrov per un «dialogo molto aperto» e in seguito il presidente Vladimir Putin, che ha spiegato le condizioni del Cremlino per arrivare a una svolta nel conflitto in Ucraina, affermando che «nessuna garanzia di sicurezza potrà avere successo senza prima un accordo sulla Crimea e sul Donbass». Dall’incontro sarebbe comunque emersa la disponibilità russa, su richiesta di Guterres, a permettere alla Croce Rossa e ai rappresentanti dell’ONU di verificare il trattamento dei prigionieri di guerra ucraini.
A più di due mesi dall’inizio del conflitto, è evidente ciò che era emerso già nelle guerre precedenti, spesso dimenticate dall’opinione pubblica: il sistema internazionale non funziona e rappresenta una cornice vuota. Le relazioni bilaterali e multilaterali sono tenute spesso insieme da interessi solitari, lontani dai principi di pace, sicurezza e coesione su cui sono sorti negli anni accordi e organizzazioni internazionali, tra cui le Nazioni Unite. Cosa accade in un sistema vuoto? Le crisi non rientrano e, se lo fanno, si trovano spesso a seguire un percorso lontano dalla diplomazia ma incentrato sulla forza. La non risoluzione pacifica di un conflitto segna una sconfitta generale, e se è vero che prevenire è meglio che curare, va ricordato che alle spalle di una crisi si nascondono una o più cause. Dunque, soltanto la cooperazione, la trasparenza e l’affidamento a quei valori a cui si è deciso di sottostare per “salvare le future generazioni dal flagello della guerra, riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole”¹ possono evitare l’insorgenza di conflitti a cui, abbiamo visto in passato e vediamo tuttora con il “rischio concreto di una terza guerra mondiale”², è difficile porre un rimedio diplomatico.
¹Carta delle Nazioni Unite
²Dichiarazioni del ministro degli Esteri russo, Sergej Viktorovič Lavrov
Dal 1 Luglio 2022 il calcio femminile diventerà ufficialmente uno sport professionistico in Italia, grazie alla ratifica giunta in Consiglio Federale. Si tratta della prima disciplina femminile ad abbandonare il dilettantismo per passare, appunto, al professionismo. Per adeguarsi al livello dei “paesi pionieri” mancano ancora varie riforme (riguardanti, ad esempio, le infrastrutture), ma la svolta comporterà diversi vantaggi per le calciatrici: su tutti, la tutela legata alla maternità, a cui si affiancano quelle relative agli infortuni.
Allo stato attuale, e forse ancora per poco, nell’Unione europea tutti gli organismi geneticamente modificati (OGM) sono soggetti ad autorizzazione e, se presenti in determinati prodotti, devono essere sempre segnalati in etichetta. Tuttavia, Bruxelles sta lavorando ad un nuovo quadro normativo che potrebbe non far valere più queste regole per i prodotti ottenuti con le nuove tecniche genomiche. Così, per evitare questo scenario, è stata lanciata una petizione europea “a tutela dell’ambiente e della trasparenza per i consumatori”. L’iniziativa è stata promossa dal Coordinamento Italia libera da OGM, composto da 29 associazioni contadine, del biologico, ambientaliste e della società civile, tra cui Slow Food, FederBio e Wwf. Le nuove tecniche transgeniche che si chiede si continuino a regolamentare sono le cosiddette New Breeding Techniques (NBTs): delle indubbie conquiste della scienza che, tuttavia, tengono ancora vivo il dibattito sulla loro effettiva sicurezza in termini di impatto sulla biodiversità.
A detta dei legislatori europei non ci sarebbe motivo di mantenere le stesse norme anche per le nuove tecniche poiché queste, aumentando la resilienza delle colture ai cambiamenti climatici e riducendo l’uso dei pesticidi, contribuirebbero alla sostenibilità delle produzioni alimentari. Lo affermano in un rapporto in cui, per l’appunto, si chiede che la normativa Ue si adegui al progresso scientifico. Il Coordinamento promotore della raccolta firme, d’altro canto, non la pensa alla stesso modo e sottolinea che «solo l’agricoltura biologica, l’agroecologia e le scelte responsabili di produttori e consumatori potranno assicurare la tutela della biodiversità, la riduzione di pesticidi e la produzione di cibo sano in un ambiente sano». Chiedono, inoltre, che l’Italia resti un paese libero da Ogm di modo che il prezioso patrimonio genetico delle colture da secoli tramandato non venga contaminato. Allarmismi o timori fondati? È presto per dirlo. Nel dubbio, perché deregolamentare? In linea con il principio di precauzione, a maggior ragione se ‘nuove’, tutte le varietà colturali sottoposte ad ingegneria genetica andrebbero sottoposte ad una rigorosa valutazione.
Nel mentre – sottolineano nella petizione – «è necessario approfondire la ricerca sui rischi ambientali e sulle alterazioni della biodiversità e sull’impatto socio-economico per gli agricoltori e sull’intero sistema alimentare nel lungo periodo».
Il principio secondo cui, invece, si punta a cambiare le regole è legato al fatto che i nuovi OGM, a differenza degli altri, sono prodotti mediante una tecnologia di editing genetico per cui i tratti delle colture vengono alterati senza che vi sia l’effettivo inserimento di geni estranei. Tuttavia, nel 2018, proprio la Corte di Giustizia Europea stabilì che vecchi e nuovi OGM andavano normati ai sensi della medesima direttiva. La ragione andò così a diverse associazioni francesi che avevano citato in giudizio il Ministero dell’Agricoltura d’Oltralpe il quale aveva autonomamente esentato i nuovi prodotti biotecnologici dalle regole vigenti. La questione, comunque, resta spinosa. Da un lato si hanno le pressioni delle multinazionali dell’agroalimentare le quali, in quanto spesso produttrici di sementi GM, spingono affinché le nuove varietà siano libere di circolare. Dall’altro c’è un’agricoltura tradizionale, di sussistenza, a piccola scala, custode di una diversità genetica minacciata da un’agricoltura industriale alla quale gli OGM sono intimamente legati. Dall’altro ancora c’è il progresso scientifico e la sicurezza alimentare: dovremmo preoccuparci – si interroga un ricercatore su Food Science & Nutrition – più di garantire cibo ad una popolazione umana in rapida crescita o più dei rischi ecologici potenziali della biotecnologia in campo agricolo? Il dibattito è aperto.
La Corte costituzionale ha “dichiarato l’illegittimità costituzionale di tutte le norme che prevedono l’automatica attribuzione del cognome del padre, con riferimento ai figli nati nel matrimonio, fuori dal matrimonio e ai figli adottivi”: è quanto si legge in un comunicato dell’Ufficio comunicazione e stampa della Consulta, nel quale viene precisato che “la Corte ha ritenuto discriminatoria e lesiva dell’identità del figlio la regola che attribuisce automaticamente il cognome del padre”. “La regola diventa che il figlio assume il cognome di entrambi i genitori nell’ordine dai medesimi concordato, salvo che essi decidano, di comune accordo, di attribuire soltanto il cognome di uno dei due”, viene specificato inoltre nel comunicato, all’intero del quale viene precisato altresì che “in mancanza di accordo sull’ordine di attribuzione del cognome di entrambi i genitori, resta salvo l’intervento del giudice in conformità con quanto dispone l’ordinamento giuridico”.
Un gruppo di scienziati, tra cui alcuni dell’Istituto Nazionale di Astrofisica (INAF), userà l’intelligenza artificiale per misurare le dimensioni di galassie distanti fino a circa sette miliardi di anni luce dalla Terra. Nello specifico, per fare questo, è stata sviluppata una rete neurale convoluzionale, la quale si ispira al funzionamento biologico della corteccia visiva, per processare informazioni più velocemente di quanto riescano a fare i sistemi tradizionali. Il suo nome è GaLNet (GAlaxy Light profile convolutional neural NETwork) e si tratta di uno strumento progettato per analizzare l’enorme mole di dati che arriverà prossimamente da telescopi come Rubin ed Euclid, impegnati nell’osservazione della volta celeste.
È la prima volta che questa tecnica viene applicata su dati raccolti da Terra, e dimostra quanto l’AI sia ormai considerata tecnologia densa di promettenti potenzialità nei più diversi campi e non solo nel comparto militare e nel controllo sociale, fortunatamente. I ricercatori paragonano GaLNet a un vero e proprio occhio che permetterà agli astronomi di conoscere forma e dimensione delle galassie, dettagli dai quali ci si aspetta certamente di poterne capire la struttura e, magari, anche di ricostruirne la storia evolutiva. Gli scienziati hanno sviluppato dei software riproducenti le connessioni neurali all’interno della corteccia visiva animale, al fine di trovare lenti gravitazionali, ovvero rari eventi che si manifestano quando la luce di una galassia lontana viene deflessa dal campo gravitazionale di una galassia (lente) più vicina. Il tutto avviene grazie alla machine learning(apprendimento automatico), tecnica che consiste nell’addestramento del sistema effettuato fornendo immagini simulate di galassie con parametri specifici, le quali fungono da traccia. Così facendo, i ricercatori stanno ottenendo precisi parametri strutturali delle galassie sotto osservazione.
Insomma, la speranza è che tramite l’intelligenza artificiale sarà possibile ottenere analisi e informazioni mai avute prima su galassie di diverse epoche cosmiche e di diversa massa. Un’enorme quantità di dati che consentirà di ottenere il rilevamento di dettagli (massa, dimensione, colore, forma) delle galassie, e in futuro – si spera – per comprendere quei processi fisici che ne guidano l’evoluzione.
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