venerdì 6 Febbraio 2026
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Tre esplosioni, nessun colpevole: cosa sta succedendo in Transnistria?

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Martedì 26 aprile il Consiglio di sicurezza della Transnistria ha dichiarato il livello di allerta rossa per terrorismo. Il presidente della regione moldava, Vadim Krasnoselsky, ha convocato la riunione d’urgenza a seguito dell’attacco con un lanciagranate all’edificio del Consiglio di sicurezza dello Stato a Tiraspol del 25 aprile e delle esplosioni occorse il 26 aprile, presso il centro radiofonico di Mayak nel distretto di Grigoriopol e a un’unità militare di stanza nel villaggio di Parcani. La Transnistria è una regione separatista filo-russa (di fatto indipendente) all’interno della Moldavia, che confina con l’Ucraina e rappresenta idealmente un punto d’approdo della fascia di controllo territoriale che Mosca sta cercando di conquistare sulle coste meridionali ucraine, distando meno di 100 chilometri da Odessa.

Ma procediamo con ordine per provare a fare luce su una questione piuttosto torbida.

Su i tre incidenti ancora si sa poco e Mosca e Kiev si accusano vicendevolmente. Secondo le filo-russe autorità locali della Transnistria i responsabili del primo attacco, quello occorso a Tiraspol, sarebbero tre attentatori giunti dall’Ucraina. Visto da Kiev invece gli attacchi rappresentato un probabile casus belli provocato dalla Russia per intervenire nella regione. Che gli attacchi siano pretesto ordito da Mosca per un allargamento del conflitto anche alla Moldavia è tesi sostenuta anche del vicepresidente moldava, Vlad Batrincea, secondo cui dietro le esplosioni c’è un tentativo di trascinare il Paese in un conflitto armato. Parole più nette di quelle della presidente Maia Sandu che, in ossequio alla condizione di spaventata neutralità che il Paese sta tenendo rispetto al conflitto ucraino, si è limitata a parlare di «tensioni tra le diverse forze all’interno della regione interessate a destabilizzare la situazione». Che la tensione in Moldavia sia alle stelle lo dimostra ad ogni modo la convocazione da parte della presidente del Consiglio di Sicurezza dello Stato. Da Mosca, invece, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov si è per ora limitato a ribadire che Mosca sta seguendo con preoccupazione l’evolversi della situazione.

Ma cos’è’ la Transnistria? Denominata ufficialmente “Repubblica Moldava di Pridniestrov”, è di fatto uno stato indipendente, anche se non riconosciuto a livello internazionale, ed e’ governata da una amministrazione autonoma con sede a Tiraspol. La regione, facente parte della Moldavia si è dichiarata unilateralmente autonoma nel 1990. Nel 1992, come conseguenza di una guerra di pochi mesi, è stata creata una zona demilitarizzata tra la Moldavia e la Transnistria grazie ad un cessate il fuoco siglato con il sostegno della Russia. Nel 2014, dopo l’annessione della Crimea, il governo della Transnistria aveva chiesto di essere annessa alla Russia.

 

Diversi aspetti lasciano perplessi se si vanno ad analizzare i tre attacchi occorsi in questi giorni. Tutti i tre gli attacchi non hanno causato né morti né feriti (per quanto ad oggi si sappia) e non hanno procurato danni sostanziali. La regione autonoma è saldamente controllata dal governo di Tiraspol e sul territorio sono presenti circa 1.500-2.000 soldati russi. Truppe che, dato il conflitto in corso nella vicina Ucraina, è presumibile supporre siano sul massimo livello di allerta ma che non sarebbero state in grado di fermare nessuno dei tre attacchi né di effettuare un singolo arresto. Un quadro che ha spinto molti in Occidente a teorizzare che, dietro questa serie di avvenimenti, ci possa essere lo zampino del Cremlino per creare ad arte un pretesto. Difficile dirlo, ed è possibile anche teorizzare il gesto di qualche battaglione ucraino isolato o un disegno di Kiev dai contorni non chiari, ma a favore dell’ipotesi ci sono indirettamente anche le parole del generale russo Rustam Minnekayev, che durante un forum dell’industria bellica russa aveva affermato che «il controllo di tutta l’Ucraina del sud avrebbe lasciato campo libero verso la Transnistria alle truppe del Cremlino». Ipotesi, quella che la Russia possa puntare alla conquista di tutta la parte sud dell’Ucraina, per bloccarne l’accesso al mare di cui avevamo già parlato su L’Indipendente lo scorso 30 marzo. E d’altra parte che la Russia possa considerare tatticamente utile un ingresso in territorio ucraino anche da un nuovo fronte attraverso la Transnistria è apparentemente logico, dato che costringerebbe le forze ucraine ad un nuovo fronte rendendo più difficile da difendere la cintura di Odessa, presumibilmente ancora nelle mire di Mosca, nel disegno di creare un unico corridoio di controllo dal Donbass fino alla Moldavia.

[Di Enrico Phelipon]

La legge per salvarli c’è, non il decreto attuativo: così i visoni rimangono in gabbia

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In Italia più di cinquemila visoni vivono ancora chiusi nelle gabbie degli allevamenti, perché i Ministri delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, della Salute e della Transizione Ecologica, non hanno emanato il Decreto per regolamentare la cessione degli animali da pelliccia presso strutture autorizzate. Un Decreto che sarebbe dovuto esistere da tempo ma di cui non si ha traccia, sebbene la data di scadenza (il 31 gennaio 2022) sia stata di gran lunga superata. È stata l’organizzazione Essere Animali a lanciare un appello, ricordando come dal primo gennaio 2022 nel Paese non sia rispettato il divieto d’allevamento di qualsiasi specie col fine di ricavarne pellicce, ma anche quanto ci sia da fare per garantire il benessere degli animali da pelliccia tuttora rinchiusi negli allevamenti italiani.

Perché il divieto introdotto a gennaio, previsto dall’emendamento numero 157.04 alla Legge di Bilancio, ha posto il 30 giugno 2022 come data ultima per la dismissione degli allevamenti esistenti di animali da pelliccia. Per quanto l’allevamento e l’uccisione dei visoni siano vietati, le strutture interessate possono continuare a detenere i mammiferi già presenti almeno fino alla data sopracitata. Ciò significa prolungare inutilmente le sofferenze di “Animali riproduttori, da anni costretti in gabbie di dimensioni molto limitate e prive di arricchimenti ambientali adeguati alla specie”, come denuncia Essere Animali. Gli allevamenti in cui ancora sono presenti i visoni si trovano in Lombardia, in Emilia Romagna e in Abruzzo. Le strutture autorizzate gestite direttamente o in collaborazione con associazioni animaliste riconosciute esistono e sono pronte ad accogliere i mammiferi, manca solo il Decreto che regolamenti il loro passaggio fino ai rifugi. Gli stessi attivisti di Essere Animali, i quali hanno documentato l’attuale situazione dei Mustelidi ancora in cattività, hanno dato la massima disponibilità per impegnarsi attivamente nella cura e nel mantenimento degli stessi.

Con l’appello ai Ministri l’organizzazione spera che dopo quattro mesi di stasi la situazione possa cambiare. E certo, l’obiettivo è che in questo caso i tempi siano più brevi dei ben 10 anni investiti per chiedere al Governo ciò che è avvenuto solo da gennaio 2022. La campagna Visoni Liberi è iniziata nel 2013 quando ancora la situazione era non troppo lontana da quella del 1990, dove esistevano circa 125 allevamenti di visoni, volpi e cincillà e venivano uccisi 400.000 animali. Il numero delle strutture è poi iniziato a scendere anno dopo anno, fino ad averne 13 in tutto il territorio italiano (2019). Il 2020 è stato poi decisivo a causa del coronavirus diffusasi negli allevamenti dei Mustelidi in tutta Europa, Italia compresa. Per fronteggiare la pandemia, migliaia di esemplari sono stati necessariamente abbattuti. A febbraio dell’anno successivo, anche grazie all’esempio di più Paesi europei, la produzione di pellicce è stata sospesa e le riproduzioni dei cuccioli di visoni sono state vietate. Finalmente, a dicembre del 2021 l’Italia ha vietato gli allevamenti per pellicce salvando circa 60.000 esemplari, ma dall’entrata in vigore del divieto ad oggi, il benessere dei mammiferi non è ancora garantito.

[di Francesca Naima]

Gazprom blocca i rifornimenti a Polonia e Bulgaria. Prezzi in aumento

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Nelle scorse ore, Gazprom ha annunciato la cessazione delle forniture di gas verso Polonia e Bulgaria a causa dei mancati pagamenti in rublo. La notizia ha provocato un’impennata fino al 20% del prezzo del gas, che ha toccato quota 107 euro per Megawattora al Ttf, prima di ripiegare a 99 euro (comunque in rialzo del 6,6% rispetto a lunedì). «La Germania a giorni sarà in grado di rinunciare al petrolio russo», ha annunciato nelle stesse ore il ministro dell’Economia  Robert Habeck, affermando che «un embargo oggi è diventato gestibile per la Germania». Il governo tedesco ha ridotto infatti la dipendenza da Mosca ad appena il 12% (dal 35% risalente al momento dell’invasione dell’Ucraina) individuando approvvigionamenti alternativi.

Martedì 26 aprile

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1.00 – Il ministro degli Esteri russo, Lavrov: «La terza guerra mondiale è un pericolo reale».

6.00 – Il Quebec diventa la prima giurisdizione al mondo a vietare la ricerca di gas e petrolio.

9.00 – Twitter diventa proprietà di Elon Musk: accettata offerta da 44 mld di dollari.

10.00 – UK: «legittimo che Kiev usi nostre armi per colpire in territorio russo». Mosca avvisa: «faremo altrettanto».

12.20 – Attacchi in Transnistria (Moldavia): colpita radio in lingua russa. Ignota la matrice, Mosca accusa Kiev.

13.00 – A Kiev avviata la rimozione delle statue che ricordano la Russia e l’Urss, incluse quelle che celebrano la vittoria contro il nazismo.

17.00 – La Camera dà il via libera alla riforma del Csm, ora passa al Senato.

18.50 – Putin: «Vogliamo la pace, ma impossibile senza un accordo su Crimea e Donbass».

19.40 – Blinken, segretario di Stato USA: «aperti ad accordo su Ucraina neutrale e fuori da NATO, se Kiev è d’accordo».

La spesa militare mondiale ha raggiunto il suo massimo nella storia

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Secondo un’indagine del SIPRI (Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma), la spesa militare globale ha raggiunto nel 2021 il suo massimo storico, stabilizzandosi a quota 2.113 miliardi di dollari. Si tratta di una soglia superata per la prima volta dal 1949, anno in cui l’istituto ha iniziato a monitorare i dati della spesa militare globale. Ciò significa che nemmeno la pandemia da Covid-19, che ha avuto pesanti contraccolpi sulle economie di tutto il globo, ha arrestato l’aumento delle spese militari, la cui crescita è stata costante per il settimo anno di fila. I cinque paesi con gli investimenti più alti sono Stati Uniti, Cina, India, Regno Unito e Russia, che rappresentano complessivamente il 62% della spesa totale.

Spesa militare mondiale, SIPRI

Rispetto al 2020, la spesa militare in termini nominali è cresciuta nel 2021 del 6,1%. Tale incremento è stato “bruciato” dall’inflazione, che lo ha fatto attestare allo 0,7% (in termini reali, cioè rapportando l’investimento al livello generale dei prezzi). I finanziamenti statunitensi per la ricerca e lo sviluppo militare (R&S) sono aumentati del 24% tra il 2012 e il 2021, mentre i finanziamenti per l’approvvigionamento di armi sono diminuiti del 6,4% nello stesso periodo. L’anno scorso, gli Stati Uniti hanno investito 801 miliardi di dollari nel settore della Difesa, circa il 3,5% del proprio PIL di 23.000 miliardi. «L’aumento della spesa in R&S nel decennio scorso suggerisce una maggior concentrazione da parte degli Stati Uniti sulle tecnologie di nuova generazione», ha affermato Alexandra Marksteiner, ricercatrice del programma SIPRI per la spesa militare e la produzione di armi. «Il governo degli Stati Uniti ha più volte sottolineato l’obiettivo di preservare il vantaggio tecnologico del proprio esercito rispetto agli altri attori geopolitici», ha infine aggiunto. Alle spalle degli USA si posiziona la Cina che nel 2021 ha investito circa 293 miliardi di dollari (+4,7% rispetto al 2020) nel settore militare, confermando una crescita che va avanti da 27 anni consecutivi. Dopo un calo registrato tra il 2016 e il 2019 a causa dei bassi prezzi dell’energia e delle sanzioni in risposta all’annessione della Crimea, anche la Russia ha destinato più fondi al settore della Difesa, raggiungendo quota 65,9 miliardi di dollari nel 2021, ovvero il 4,1% del PIL che nello stesso anno si è stabilizzato sui 1.600 miliardi (14 volte inferiore di quello statunitense). 

Secondo gli autori del rapporto, la guerra in Ucraina intensificherà l’aumento delle spese militari, alimentando la tendenza di crescita costante degli ultimi sette anni. D’altronde, segnali in questo senso sono arrivati da diversi paesi già nelle scorse settimane, quando è stata annunciata la volontà di allinearsi all’obiettivo NATO, prevedendo di investire nei prossimi anni (almeno) il 2% del PIL nazionale nel settore. Tra questi, figura anche l’Italia che, di fronte a una possibile crisi di governo, ha posticipato il raggiungimento dell’obiettivo dal 2024 al 2028.  

[Di Salvatore Toscano]

Ucraina, tensioni Londra-Mosca

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Il governo britannico considera interamente legittimo l’uso da parte ucraina di armi fornite dal Regno Unito «per prendere di mira obiettivi all’interno del territorio della Russia». A dichiararlo è il viceministro della Difesa, James Heappey, ai microfoni della BBC. «Se il governo britannico considera legittimo l’uso da parte di Kiev di armi ricevute dall’Occidente» per colpire in profondità le linee di rifornimento di Mosca in territorio russo, la Russia «potrebbe ritenere altrettanto legittimo prendere di mira le linee di rifornimento ucraino all’interno di quei paesi che, trasferendo armi all’Ucraina, producono morte e distruzione», ha affermato Maria Zacharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, in risposta alle dichiarazioni di Londra.

Troppi scandali alimentari negli ultimi tempi: cosa sta succedendo?

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Di recente sono affiorati alle cronache parecchi scandali alimentari in cui aziende di caratura internazionale hanno dovuto riconoscere gravi colpe nei loro processi di produzione, in particolare per quanto riguarda la sicurezza microbiologica degli alimenti. E si sono registrati parecchi casi in Europa di ricoveri in ospedale, intossicazioni acute e persino decessi causati da batteri come l’Escherichia coli. 
Quello che desta perplessità è però il fatto che tali spiacevoli episodi non siano successi nella bottega del contadino di paese, dove magari le condizioni microbiologiche non sono regol...

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Transnistria, registrati tre attacchi nella regione

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Il Consiglio di Sicurezza della Transnistria ha riferito che tra ieri e oggi si sono verificati tre attacchi nel territorio della regione separatista moldava, non specificandone la provenienza. Nelle scorse ore è stato colpito anche il centro di trasmissione della radio russa. “Le due antenne più potenti sono state distrutte. Entrambe erano usate per ritrasmettere la radio russa. Nessuno dei dipendenti della stazione radio o la gente del posto è stato ferito”, ha dichiarato il servizio stampa del ministero dell’Interno della Transnistria. Nel frattempo, è stata emanata l’allerta rossa per terrorismo e la parata del 9 maggio è stata cancellata. Sia Mosca sia Bruxelles hanno dichiarato di “star monitorando la situazione nella regione”, seguendone “con apprensione gli sviluppi”.

L’uso politico del 25 aprile e l’ipocrisia delle parole di Mattarella

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Resistenti sono tutti coloro che «con le armi o senza, mettendo in gioco la propria vita, si oppongono a una invasione straniera, frutto dell’arbitrio e contraria al diritto, oltre che al senso stesso della dignità». Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha così argomentato il senso attuale delle celebrazioni del 25 aprile nell’anniversario della Liberazione. Bene, benissimo. Era ora che l’Italia decidesse di schierarsi con decisione dalla parte di tutti quei popoli oppressi che in giro per il mondo lottano per liberarsi da un’occupazione straniera. Tutti significa tutti, giusto?

Quindi, con lo stesso ardore con il quale si supporta e si arma la lotta ucraina contro l’invasione straniera, ci apprestiamo a supportare la lotta dei palestinesi, che dal 1948 aspettano di vedersi riconosciuti come Stato indipendente, che subiscono da parte di Israele una occupazione straniera evidentemente «frutto dell’arbitrio e contraria al diritto», considerando che è stata dichiarata illegale da molteplici risoluzioni dell’Onu, nonché giudicata discriminatoria e violenta al pari dell’apartheid dalle organizzazioni per i diritti umani. Allo stesso modo manderemo finalmente armi per difendersi ai curdi che, dopo essere morti al posto nostro per difendere il mondo dai terroristi dell’Isis, sono stati di nuovo abbandonati alle bombe della Turchia, membro della NATO e quindi alleato nostro. Manderemo, probabilmente, armi anche al governo della Siria, sul cui suolo americani, turchi, russi e israeliani giocano da oltre dieci anni un indecente risiko sulla pelle di milioni di civili, e se non è questa una «invasione straniera» non si capisce cosa possa esserlo.

Naturalmente non sarà così. Il Mattarella che sposa con vigore l’analogia tra la lotta Partigiana e quella ucraina è lo stesso presidente della Repubblica che il 2 novembre 2016, in visita a Gerusalemme, definiva Israele (che appena due anni prima aveva massacrato a forza di bombe oltre millequattrocento civili a Gaza con l’operazione “Margine di protezione”) un paese con il quale l’Italia ha affinità totali «sul piano dei valori e della democrazia». È lo stesso che il 5 febbraio 2018 riceveva il presidente turco Erdogan con grande cortesia, e senza sollevare alcun appunto sul diritto all’autodeterminazione della nazione curda.

E quindi quella che emerge indiscutibile è l’ipocrisia delle parole dette dal presidente in questo 25 aprile. Perché per leggerne il reale significato manca evidentemente un pezzo, non detto: resistenti sono tutti coloro che «con le armi o senza, mettendo in gioco la propria vita, si oppongono a una invasione straniera»… purché l’invasore non sia un nostro alleato. Se la condizione è assolta si diventa di diritto partigiani per la libertà, anche se si è miliziani neonazisti del battaglione Azov, in alternativa si continua ad essere considerati banditi e terroristi, gli stessi termini con i quali nazisti e fascisti definivano i partigiani che liberarono l’Italia il 25 aprile 1945.

[di Andrea Legni – direttore de L’Indipendente]

Osman Kavala è stato condannato all’ergastolo per essersi opposto al governo di Erdogan

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Con una sentenza di un tribunale di Istanbul emessa il 25 aprile, il filantropo e attivista turco Osman Kavala è stato condannato all’ergastolo con l’accusa di aver tentato di rovesciare il governo di Erdogan finanziando le proteste di massa che avevano avuto luogo nel parco di Gezi a Istanbul nel 2013. Altri 7 coimputati (Mücella Yapıcı, Çiğdem Mater, Hakan Altınay, Mine Özerden, Can Atalay, Tayfun Kahraman e Yiğit Ali Ekmekçi), accusati di aver collaborato con lui, sono stati condannati a 18 anni di carcere. Secondo la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e numerose organizzazioni internazionali, tra le quali Amnesty International, le accuse contro Kavala sono del tutto prive di fondamento e indirizzate, piuttosto, a reprimere il dissenso e costituire un deterrente per chiunque voglia opporsi al potere nella Turchia di Erdogan.

Osman Kavala, 64 anni, è un uomo d’affari di origini turche che nella sua vita ha contribuito alla fondazione di numerose organizzazioni non governative e movimenti della società civile impegnati nella difesa dei diritti umani, della cultura, della protezione dell’ambiente e degli studi sociali. Kavala si trovava in regime di detenzione preventiva da oltre 4 anni. Nell’ottobre 2017 era stato infatti arrestato con l’accusa di “tentativo di rovesciare l’ordine costituzionale” e “tentativo di rovesciare il governo della Repubblica e impedirgli di svolgere i suoi compiti”.

Le accuse si riferivano alla supposta attività di finanziamento da parte di Kavala delle proteste che avevano avuto luogo al parco di Gezi di Istanbul nella primavera del 2013. Durante quel periodo la Turchia era stata infatti travolta da una potente ondata di dissenso contro il governo del partito conservatore AKP (il Partito della Giustizia e dello Sviluppo), il cui leader è Recep Tayyip Erdogan, allora primo ministro della Turchia. Nate inizialmente per contestare la costruzione di un centro commerciale e una moschea nel parco di Gezi, le proteste avevano visto una violenta risposta da parte delle forze di polizia, che aveva portato a centinaia di feriti negli scontri e oltre 1700 arresti. Il movimento aveva quindi velocemente assunto i toni di una vera e propria manifestazione di dissenso contro la deriva autoritaria del governo turco, il cui primo ministro Erdogan veniva identificato come un dittatore. La stagione di contestazioni vide un vero e proprio rifiorire dell’opposizione e dell’attivismo politico, che subì una violenta repressione da parte dello Stato.

Altre accuse mosse nei confronti di Kavala, dalle quali è stato poi assolto, riguardavano l’attività di spionaggio per il suo supposto coinvolgimento nel colpo di stato militare avvenuto nella notte tra il 15 e il 16 luglio 2016, quando un gruppo di membri delle forze armate turche aveva tentato di rovesciare il Parlamento, il governo e il presidente della Turchia. Durante quella notte oltre 250 persone furono uccise e più di 2500 i feriti.

Alla base della detenzione preventiva imposta nel 2017 vi era l’accusa nei confronti di Kavala di aver guidato contro il governo un’insurrezione composta da numerose “organizzazioni terroristiche”. Tale accusa, come denunciato da Amnestyviene utilizzata spesso dal governo turco per incarcerare dissidenti e oppositori politici. Il suo caso è giunto fino ai banchi della CEDU, che nel 2019 ne ha sollecitato la scarcerazione in quanto ritenuta non giustificata. Le accuse nei suoi confronti, avevano sostenuto i giudici della Corte europea, erano “al di là di ogni ragionevole dubbio” volte a “ridurre al silenzio il signor Kavala e con lui tutti i difensori dei diritti umani”. Ankara aveva tuttavia ignorato l’ordine di scarcerazione, ritenendola non vincolante.

La detenzione di Kavala ha rischiato anche di scatenare una crisi diplomatica, quando Erdogan ha ordinato al ministro degli Esteri di dichiarare “persone non grate” 10 ambasciatori occidentali in Turchia firmatari di un appello per la scarcerazione del filantropo.

Il direttore di Amnesty International per l’Europa, Nils Muižnieks, ha definito il caso di Kavala e la sua condanna all’ergastolo come “una parodia della giustizia di dimensioni spettacolari”, in quanto “la sentenza sfida ogni logica. La pubblica accusa non è mai stata in grado di portare prove a sostegno dell’accusa. Questo verdetto ingiusto dimostra che il processo aveva l’unico scopo di tappare la bocca a delle voci indipendenti”.

Kavala, che ha sempre sostenuto che la propria incarcerazione fosse motivata dalle posizioni critiche mantenute nei confronti del governo turco, ha un’ultima possibilità di appellarsi alla decisione sperando in un’annullamento della sentenza. I suoi avvocati hanno dichiarato di voler presentare ricorso per un processo di secondo grado presso la CEDU.

[di Valeria Casolaro]