venerdì 6 Febbraio 2026
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La Serbia mette in mostra i missili cinesi

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Belgrado ha celebrato la festa dei lavoratori disponendo in bella vista missili e lanciarazzi, così che tutti potessero notare la sua forza militare. Non è insolito che gli eserciti approfittino di simili ricorrenze per mettersi in mostra attraverso esercitazioni, tuttavia la mossa serba viene letta come un segnale di allarme, sia per il messaggio che l’accompagna, sia per il fatto che l’artiglieria esibita sia la dimostrazione empirica di quanto la nazione si stia avvicinando alla Cina.

A risaltare è stato infatti il sistema antiaereo HQ-22, uno strumento fornito in gran quantità alla Serbia dall’alleato di Beijing. La consegna, avvenuta a metà aprile, ha impiegato una dozzina di aerei di trasporto Y-20 e si ritiene sia stata la spedizione di armi più imponente che il Governo cinese abbia mai inviato entro i confini europei. I primi a essere insoddisfatti sono stati gli statunitensi, i quali già nel 2020 avevano sconsigliato a Belgrado di mettere le mani sugli HQ-22 suggerendo, non troppo velatamente, che i legami con l’alleanza occidentale passino anche attraverso il mercato delle armi.

Nonostante Belgrado abbia chiesto di entrare nell’Unione Europea già nel 2008, le cose si stanno muovendo a rilento e, nell’attesa, il Governo locale ha iniziato a legarsi in maniera indissolubile con la Cina: nel 2013 ha firmato una dichiarazione congiunta atta ad approfondire i rapporti strategici, quindi nel 2019 ha aderito direttamente al progetto della “nuova via della seta”, di fatto cementando definitivamente i suoi legami con l’Oriente. In quest’ottica, l’esibizionismo bellico messo in atto domenica non può che innervosire UE e USA, soprattutto considerando che il Presidente serbo Aleksandar Vucic si sia dilungato a descrivere i nuovi acquisti al pari di un «potente deterrente» che eviterà al Paese di essere nuovamente bersaglio di attacchi terzi, un riferimento che sembra guardare più ai bombardamenti NATO del 1999 che all’attuale situazione ucraina.

A ben vedere, l’acquisto delle armi cinesi non è che la punta di un iceberg ben più articolato e profondo. La Serbia ha recentemente sostenuto di voler siglare un accordo di libero scambio con Beijing e già ora si fregia di infrastrutture di origine cinese che, pur essendo più discrete dei missili, sono potenzialmente pericolose per i rapporti con l’Occidente. Se l’UE fa spesso affidamento a Microsoft e Google per gestire i suoi centri dati, Belgrado ha infatti preferito appoggiarsi all’alleato asiatico, lacerando quel tacito patto commerciale ed economico a cui sottostanno le dinamiche atlantiste. Non solo, la Serbia è andata oltre e ha progettato con l’aiuto di Huawei – azienda che compare nella black list statunitense – una smart city in quel di Niš, nonché l’installazione nella capitale di telecamere di sicurezza capaci di sfruttare gli algoritmi di riconoscimento facciale.

Belgrado non ha del tutto rescisso i rapporti con l’Occidente – lo dimostrano i negoziati con Francia e Regno Unito per l’acquisto di jet – tuttavia le sue mosse indicano l’intenzione di assicurarsi che Unione Europea e gli Stati Uniti siano dissuasi dall’imporsi in futuro sulle sue politiche interne.

[di Walter Ferri]

Aereo russo viola spazio aereo Danimarca e Svezia: convocati ambasciatori

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Gli ambasciatori russi in Danimarca e Svezia sono stati convocati dai rispettivi governi dopo che entrambe hanno riportato la violazione del proprio spazio aereo da parte di un velivolo russo nella serata di venerdì 29 aprile. L’aereo avrebbe fatto ingresso nello spazio danese sorvolando l’isola di Bornholm e poi sarebbe entrato in quello svedese. L’azione ha suscitato particolare preoccupazione, visto l’attuale conflitto tra Russia e Ucraina. La Svezia, insieme alla Finlandia, dovrebbe presentare a metà maggio la richiesta di adesione alla NATO, mossa fortemente osteggiata da Mosca, mentre la Danimarca è già parte dell’Alleanza.

Al primo maggio di Trieste i no green pass hanno contestato i sindacati

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Primo maggio di contestazioni in tutta Italia: sono state diverse le manifestazioni durante le quali sono avvenuti scontri tra i manifestanti e la polizia. Durante il corteo del primo maggio a Trieste alcuni attivisti del Coordinamento No Green Pass hanno contestato i sindacati confederali, in particolare la CGIL, accusandoli di non aver difeso i lavoratori che hanno deciso di non adeguarsi alle regole imposte dal Governo durante la gestione della pandemia. Il gruppo sfilava dietro uno striscione che contestava apertamente l’obbligo vaccinale, il Governo Draghi e le politiche adottate in pandemia, tra le quali le sospensioni senza stipendio per i lavoratori che avevano deciso di non vaccinarsi.

Stando a quanto riportato dal comunicato del gruppo, i rappresentati dei sindacati confederali avrebbero cercato di impedire le contestazioni arrivando anche a chiedere alla polizia di bloccare lo spezzone del corteo dei No green pass e farlo deviare dal percorso prestabilito. A questo punto avrebbero avuto luogo diverse cariche della polizia ai danni dei No green pass.

Il gruppo si è a quel punto unito al gruppo dei sindacati di base, con il quale ha sfilato senza ulteriori problemi per le strade cittadine, per poi raggiungere piazza dell’Unità, punto di raduno finale dei cortei. Qui rappresentanti della CGIL avrebbero nuovamente fatto in modo che lo spezzone no green pass del corteo non potesse avvicinarsi al palco e sarebbero di nuovo avvenuti violenti scontri con le forze dell’ordine.

[di Valeria Casolaro]

 

 

UE, scelte 9 città italiane per il progetto centri urbani sostenibili

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Sono 9 le città italiane che prenderanno parte al progetto dell’Unione europea 100 climate-neutral and smart cities by 2030, progetto messo in campo dall’Europa per raggiungere la neutralità climatica urbana entro il 2030 e riguardante 100 centri urbani in tutta l’Unione. Si tratta delle città di Bergamo, Bologna, Firenze, Milano, Padova, Parma, Prato, Roma e Torino: è il numero più alto di città per singolo Paese dopo la Francia. Queste riceveranno, entro il 2023, 360 milioni di euro di finanziamenti destinati alla realizzazione di percorsi di innovazione che riguarderanno la mobilità pulita, l’efficienza energetica e l’urbanistica verde.

Domenica 1 maggio

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9.00 – Cgil, Cisl e Uil: primo maggio ad Assisi per chiedere la pace.

10.00 – L’Università Luiss mette al bando l’osservatorio “Sicurezza internazionale” diretto da Alessandro Orsini.

11.00 – Tensioni al corteo del primo maggio a Torino, la polizia carica i manifestanti.

12.00 – Ucraina: una partita di armi italiane donate all’esercito ucraino è stata sequestrata dalle forze russe.

13.00 – La Svezia rende permanenti le tutele per i disoccupati introdotte in pandemia con piano da 500 milioni di euro.

13.30 – Segretario generale ONU accusa le multinazionali petrolifere: «usano cinicamente la crisi ucraina».

14.00 – Polonia: al via esercitazioni NATO con 18 mila soldati da 20 paesi (Italia inclusa).

16.00 – Turchia: le forze di polizia arrestano 160 manifestanti al corteo del primo maggio.

16.30 – Ucraina: l’Onu conferma l’inizio dell’evacuazione dei civili dalle acciaierie di Mariupol.

18.00 – Iraq: la polizia effettua un imponente sequestro di 6,2 milioni di pillole di Captagon.

 

La Luiss chiude l’Osservatorio diretto da Alessandro Orsini

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La Libera università internazionale degli studi sociali (Luiss) Guido Carli ha deciso di chiudere l’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale diretto da Alessandro Orsini. Da mesi il docente si trovava al centro delle critiche per le sue posizioni riguardo la guerra in Ucraina, spesso non allineate con il pensiero dominante. In una nota l’Università ha comunicato che “l’accordo di collaborazione con Eni per la realizzazione dell’Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale, affidato dall’Ateneo al prof. Alessandro Orsini, è giunto in scadenza da circa due mesi e non verrà rinnovato”.

Ucraina, Nancy Pelosi in visita a Kiev

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Nancy Pelosi, presidente della Camera degli Stati Uniti, si è recata in visita a Kiev per incontrare il presidente ucraino Zelensky. Pelosi è il leader americano di più alto livello a visitare l’Ucraina dall’inizio della guerra. “La nostra delegazione si è recata a Kiev per inviare un messaggio inequivocabile: l’America sta fermamente con l’Ucraina” ha dichiarato. L’incontro con Zelensky, durato oltre tre ore, avrebbe avuto come oggetto armi, assistenza e sanzioni, dopo che la settimana scorsa il presidente americano Biden ha proposto di inviare 33 miliardi di dollari di aiuti per armare e sostenere l’Ucraina.

Essere movimento di lotta al tempo dalla società post-moderna

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I processi di globalizzazione hanno man mano mutato la società e le relazioni che la caratterizzavano, modificando anche gli orientamenti dei movimenti sociali: le istanze hanno iniziato ad avere rilevanza mondiale e le basi sociali dei movimenti si sono estese fino a comprendere persone di vari Paesi e di differenti classi ed estrazioni sociali rendendo eterogenee le forze sociali movimentiste, prive, nel loro insieme, di una identità collettiva condivisa. Nel passato le istanze sociali erano legate alle questioni del lavoro e alla conflittualità tra la massa operaia e i grandi capitalisti e capitani d’industria. La rete sociale che componeva quei movimenti era omogenea per classe sociale e identità. Il movimento operaio, sebbene avesse un carattere internazionalista, lottava nei riguardi dell’autorità nazionale col fine di operare un miglioramento delle proprie condizioni di vita o per un cambiamento di paradigma sociale, quindi politico ed economico su scala nazionale.

Globalizzazione e mutamento sociale

A partire dagli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, le varie ondate globalizzanti hanno iniziato a smantellare il tessuto sociale tipico delle società industriali tramite un processo di frantumazione e degradazione delle relazioni sociali. Lo sviluppo tecnologico è stato il catalizzatore di questi processi di globalizzazione, potenziandoli e moltiplicandoli. Con la rivoluzione informatica la società è gradatamente passata da una produzione secondaria ad una terziaria, ossia di servizi; lo sviluppo tecnico e la ricerca scientifica, le tecnologie dell’informazione e della comunicazione, hanno trasformato le precedenti forme di rapporto tra classi sociali, dividendole e scomponendole internamente ai Paesi, oltre che proiettandole in una competizione non più nazionale ma globale. Il sociologo statunitense Daniel Bell, autore del libro The coming of post-industrial society (1973), credeva che la società post-industriale non fosse altro che il trionfo della società industriale che supera sé stessa grazie al rafforzamento dei legami tra scienza, tecnica e organizzazione del lavoro. In sostanza, la società post-industriale è il prodotto della terza rivoluzione industriale, quella informatica, che ha trasformato la produzione economica e i rapporti sociali: è ciò che il sociologo catalano Manuel Castells ha definito società dell’informazione, ovvero una società in cui valore e crescita economica sono ricavate in larga parte dall’utilizzo della medesima (raccolta, elaborazione e diffusione di dati).

La società dell’informazione separa il piano tecnologico, che governa la competitività economica, dove non si collocano più i rapporti sociali, da quello che si può definire il piano del consumo e quindi dove questi rapporti sociali si inseriscono, ovvero sul piano della costruzione delle identità e dei comportamenti morali. La società postindustriale risulta quindi essere guidata, più della stessa società industriale, dalla tecnologia, ma, rifiutando di sottoporre questa a controlli sociali e culturali, essa non può più essere dominata dall’idea di progresso fondata sullo stretto legame tra lo sviluppo delle conoscenze e delle tecniche e il miglioramento delle condizioni di vita individuale e collettiva.

Disarticolare la coscienza di classe

L’autonomia crescente delle macchine nella produzione e nella distribuzione ha fatto sì che un ruolo centrale sia stato occupato in maniera sempre maggiore dalla relazione tra le società e la loro tecnica. Fin dal secondo dopoguerra, Georges Friedmann ha parlato di come un tale stato di cose non avrebbe certamente fatto perdere di rilevanza ai rapporti di classe ma avrebbe altresì disarticolato, con il massiccio utilizzo della tecnica nelle medesime relazioni sociali, gli individui e le società in tale maniera da non poter ricondurre le negative conseguenze prodotte dal sistema sociale come ad un preciso dominio di classe. In altre parole: i gruppi sociali hanno cominciato a perdere coscienza del quadro della situazione, perdendo l’attitudine a riconoscere il responsabile della loro condizione e verso chi volgere le proprie rivendicazioni. Nella società dell’informazione, i rapporti sociali di produzione (e distribuzione) sono sostituiti da rapporti sociali di consumo e da conflitti che vertono sulla formazione dell’identità individuale. Per tale motivo la cultura e i mass media (vecchi e nuovi) hanno un ruolo importante in tale società.

Alain Touraine, allievo di Friedmann, che per primo coniò il termine di società post-industriale, fin dalla sua opera La société post-industrielle (1969), si è concentrato sulla dimensione culturale della suddetta società. Come spiegato anche nel più recente Un nouveau paradigme. Pour comprendre le monde d’aujourd’hui (2004), l’odierna società vivrebbe nell’epoca della “fine del sociale”. Inizialmente il soggetto moderno si è formato sui principi di razionalità e di rispetto dei diritti individuali universali, esso ha fatto propria l’idea di cittadinanza imponendo il rispetto dei diritti politici universali. In un secondo momento, il soggetto moderno ha imposto il paradigma sociale che metteva al centro della vita politica e sociale la lotta per i diritti sociali (soprattutto per quanto concerne il lavoro e i lavoratori). Touraine sostiene che la società post-industriale abbia fatto emergere il paradigma culturale che porta come istanza principale la rivendicazione dei diritti culturali.

I movimenti sociali nel mondo globalizzato

Come spiegato da Luke Martell, in The Sociology of globalization (2010), lo Stato rimane un attore importante anche in tempi di globalizzazione e opera talvolta per promuoverla mentre altre volte cerca di ostacolarla: ovviamente, stando ai principi della realpolitik, lontano dalle varie ideologie, gli Stati favoriscono la globalizzazione quando possono trarne beneficio mentre la contrastano quando ne subiscono gli effetti negativi. In alcuni settori, specie nei più globalizzati e dove i pericoli sono ormai comuni, gli Stati hanno evidentemente ceduto parte della propria autorità e sovranità a istituzioni mondiali (Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale, Organizzazione Mondiale del Commercio, Organizzazione Mondiale della Sanità etc) che stipulano accordi con le multinazionali al fine di ottenere i risultati voluti dalle élite internazionali: questo crea uno scompenso democratico che i movimenti sociali spesso tentano di colmare facendosi globali.

Democrazia, diritti umani, sanità, ambiente e sviluppo sono temi dei quali i movimenti sociali globali si interessano e il cui comune determinatore è l’avversione nei confronti della globalizzazione neoliberista. Ciò che però caratterizza questi movimenti è la frammentazione identitaria e, quindi, anche della risposta all’avversione neoliberista che accomuna i vari gruppi e organizzazioni: è ciò che spesso viene tutt’ora definito movimento No Global ma che nei fatti risulta essere un composto troppo eterogeneo per stare sotto la medesima etichetta di movimento sociale e sarebbe quindi più corretto parlare al plurale di movimenti. Tant’è che, come spigato da Martell, ad una analisi più attenta e dettagliata, ci accorgiamo che alcuni dei movimenti sociali non sono affatto contrari alla globalizzazione. Mentre gruppi anarchici, autonomisti, protezionisti e nazionalisti rifiutano la globalizzazione in sé, altri, come la sinistra riformista, le ONG e i movimenti espressivi (che danno più importanza al processo piuttosto che al fine; dunque, concentrati su tematiche identitarie piuttosto che materiali), avversano la globalizzazione di stampo neoliberista ma non rigettano la globalizzazione tout court.

L’esempio dei movimenti ecologisti e ambientalisti

Stessa cosa avviene con il movimento ecologista/ambientalista, che si vuol far passare come soggetto unitario nonostante l’identità della base sia molto eterogenea. Questa, sebbene condivida una certa avversione per la globalizzazione neoliberista e le conseguenze prodotte da essa sugli ecosistemi, risulta essere spaccata sulle proposte, le soluzioni e le alternative. Alcune organizzazioni di carattere globale, al solito, non sono avverse alla globalizzazione in sé, che credono possa essere “ecosostenibile”, quanto alle conseguenze prodotte sugli ecosistemi da parte della globalizzazione neoliberista. Così, vediamo mettere nel solito calderone i più disparati movimenti sociali ecologisti/ambientalisti, da quelli delle popolazioni indigene ai discepoli di Greta Thunberg.

Il pericolo sempre corso dai movimenti sociali, e che nei “calderoni globali” aumenta, è ciò che Gramsci chiamava trasformismo ossia la cooptazione delle idee e delle forze movimentiste da parte del potere costituito al fine di depotenziarne le istanze sociali di cui sono portatrici, integrandole in una forma che promuova e legittimi l’ordine stesso, lo status quo. Martell porta l’esempio del termine sviluppo sostenibile e dell’idea che una società possa svilupparsi economicamente ma senza necessariamente danneggiare l’ambiente: «È un concetto, questo, di cui molte istituzioni tradizionali come la Banca Mondiale si servono per indicare uno sviluppo attuato attraverso forze di mercato e libertà d’impresa, ma che non corrisponde in realtà a quello che intendevano molti suoi divulgatori del movimento dei verdi e che oggi viene usato per avallare quel che loro criticavano, ossia quelle istituzioni che rappresentano una vera e propria minaccia per la sostenibilità».

Fare movimento nella Quarta Rivoluzione Industriale

C’è da chiedersi, all’alba della quarta rivoluzione industriale, quella transumanista promossa dal Forum di Davos, il World Economic Forum a cui Greta Thenberg è stata invitata con prostrazione e cenere sul capo da parte dei “padroni del vapore”, se e quale mutamento sociale avverrà e quale influenza questo possa avere sui movimenti sociali, tanto a livello identitario che di azione.

Il contesto sociale della postmodernità è stato spiegato da Zygmunt Bauman con la metafora dello stato liquido in contrapposizione allo stato solido della modernità. Al contrario delle relazioni sociali della precedente società, ovvero fondate su solidi legami, quelle della società postmoderna sono effimere, “usa e getta”: le relazioni sociali sono i feticci di una società formata da individui orientati al mero consumo che credono di potersi realizzare tramite esso in una sorta di bulimia consumista, finendo per consumare anche sé stessi. Se dunque non vi fosse un cambiamento di rotta, continuando con la metafora proposta da Bauman, potremmo finire per passare allo stato gassoso, assistendo all’evaporazione della società umana in tante piccole e grandi bolle.

Secondo Touraine (2004) dalle rovine di ciò che egli chiama “fine del sociale”, il soggetto sorge nell’individuo privo dei valori sociali distrutti, il quale si adopera per costruire nuovi legami collettivi che siano in grado di sostenere la propria libertà e creatività. Egli crede che la famiglia e la scuola siano «la principale posta in gioco di queste lotte». Questo soggetto riuscirà a comunicare con quanti avranno in comune la modernità, ritenuta da Touraine la lingua comune, nel mutuo riconoscimento delle differenze nelle varie modernizzazioni, che hanno sì in comune la modernità ma che la combinano con campi culturali e sociali diversi. «Nessuna società ha il diritto di identificare la propria forma di modernizzazione con la modernità [..] Il modello di modernizzazione occidentale ha polarizzato la società accumulando risorse di ogni genere nelle mani di una élite e definendo negativamente le categorie opposte, ritenute inferiori». Il sociologo francese sostiene che occorra nuovo dinamismo sociale che sia in grado di mettere in atto azioni che ricompongano le polarizzazioni e le esperienze individuali e collettive. Secondo Touraine saranno le donne a portare questa nuova energia dinamica e saranno le attrici principali della ricostruzione sociale.

[di Michele Manfrin]

Torino, tensioni al corteo del 1 maggio

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Questa mattina, al corteo del 1 maggio, si sono registrate delle tensioni a Torino tra forze dell’ordine e gruppi di manifestanti. Poco prima delle 11, i rider scesi nelle strade della città per “portare la loro voce di sfruttati” sono stati fermati dalle forze dell’ordine in tenuta antisommossa, che ne hanno impedito l’ingresso nel corteo da Galleria San Federico. «Il Primo Maggio per noi è un giorno di lotta: le condizioni in cui lavoriamo sono inaccettabili. Siamo stufi di morire in strada per qualche euro» hanno dichiarato i lavoratori. Successivamente si sono registrate altre tensioni, questa volta tra le forze dell’ordine e lo spezzone sociale, che cercava di sfondare il cordone della polizia per raggiungere il palco istituzionale di piazza San Carlo.

SHEIN: cosa c’è dietro il logo più famoso della fast-fashion

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Difficile non conoscere Shein, il rivenditore di abbigliamento online che in poco tempo ha saputo imporsi nel mercato della fast fashion raggiungendo colossi quali Zara, H&M, Pull&Bear, Primark. Con un piano marketing studiato a puntino, l'azienda cinese offre agli utenti capi di abbigliamento per tutti i gusti, sospettosamente troppo economici e che appassionano i clienti. Tanto che nel 2020 "L'azienda internazionale di e-commerce di fast fashion B2C" - come si legge sul sito ufficiale - valeva 15 miliardi di dollari, assicurandosi il primo posto nel mondo come e-commerce in oltre 220...

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